L’Italia batte la Grecia e si qualifica a Euro 2020

Pass staccato con tre turni d'anticipo, come non era mai successo. A segno nel secondo tempo Jorginho su rigore e Bernardeschi.

Il pass per l’Europeo 2020 è staccato. Con tre turni d’anticipo, come non era mai successo. L’Italia di Roberto Mancini si è qualificata battendo la Grecia 2-0 allo stadio Olimpico di Roma, in una partita valida per il Girone J. Dopo un primo tempo contratto e con poche occasioni, nella ripresa sono andati a segno Jorginho su rigore e Bernardeschi con un sinistro insidioso da fuori area, sfruttando anche una deviazione.

MANCINI: «LE NOTTI MAGICHE? SPERIAMO CHE TORNINO»

Il commissario tecnico Mancini ha commentato il traguardo raggiunto ai microfoni Rai: «Sono stati bravissimi, vorrei ringraziare il pubblico dell’Olimpico, erano tanti stasera. Dedico la vittoria ai piccoli del Bambin Gesù. Nel primo tempo c’era troppa frenesia, abbiamo cominciato a lanciare e non andava bene; meglio nella ripresa, abbiamo giocato». Poi spazio ai paragoni: «Io come Pozzo? Lui ha vinto due Mondiali. Le notti magiche? Speriamo che tornino e che a giugno sia più bello».

CLASSIFICA

Italia 21 punti
Finlandia 12
Bosnia 10
Armenia 10
Grecia 5
Liechtenstein 2

PROSSIME PARTITE

15/10: Finlandia-Armenia alle 18; Grecia-Bosnia alle 20.45; Liechtenstein-Italia alle 20.45. 15/11: Armenia-Grecia e Finlandia-Liechtenstein alle 18; Bosnia-Italia alle 20.45. 18/11: Grecia-Finlandia alle 20.45; Italia-Armenia alle 20.45; Liechtenstein-Bosnia alle 20.45.

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Lionel Messi ha pensato di lasciare il Barcellona a causa del Fisco

Abituato a sorprendere le difese avversarie con le sue serpentine, stavolta Leo Messi stupisce anche a parole quando racconta che..

Abituato a sorprendere le difese avversarie con le sue serpentine, stavolta Leo Messi stupisce anche a parole quando racconta che pochi anni fa stava per lasciare il Barcellona e la Spagna per i problemi col Fisco. «Lo confesso, tra il 2012 e il 2014 ho pensato di andarmene, per i miei problemi con l’Hacienda», ovvero il Tesoro spagnolo, ha fatto sapere l’asso argentino in una lunga intervista alla trasmissione El Mon della catalana Rac1, in cui il cinque volte Pallone d’Oro racconta di essere stato a un passo dall’addio al Barcellona, «non per il club, ma per la situazione che stavo vivendo. È stato molto difficile per me e la mia famiglia perché la gente non sapeva davvero cosa fosse accaduto o cosa stesse accadendo. Penso di essere stato il primo indagato».

CASO CHIUSO COL PATTEGGIAMENTO E UNA MAXI-MULTA

Anni extra-calcio difficili, poi risolti con il patteggiamento e la maxi-multa versata al Fisco, che però adesso sono alle spalle, tanto che Messi rassicura i suoi tifosi, dicendo loro che la sua intenzione è quella di ‘chiudere’ la carriera con la maglia blaugrana addosso. «Anche se non si può mai dare niente per assoluto» – le parole di Messi – «l’idea mia e della mia famiglia è quella di vivere per sempre a Barcellona e finire qui la carriera. Qui io sto bene e la mia famiglia si trova bene in città. Il rinnovo? Al momento non c’è nulla, ma mi sono sempre tenuto ai margini delle trattative, perché non abbiamo mai avuto problemi, è sempre stato tutto molto semplice. Se mi vogliono la mia idea è sempre quella di restare qui e non è cambiata», aggiunge Messi che non anticipa nulla sul ritiro: «Ogni anno vedo come sto e cerco di capire se posso continuare. Ho ormai un’età in cui si inizia a fare fatica, ma è una cosa normale. Potrei dire che arriverò a 35-36 anni e a quel punto magari non potrò più muovermi».

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La ricetta fallimentare del «Milan ai milanisti»

Dietro al flop di Giampaolo e alla scelta contestata di Pioli ci sono gli errori e l'inesperienza di Boban e Maldini. Bandiere parafulmini di un club aggrappato al passato. Da Seedorf a Inzaghi, passando per Leonardo: quanti assi incapaci di ripetersi fuori dal campo.

Dicono che nel calcio non ci sia spazio per la riconoscenza. E che gli allori conquistati sul campo vadano sì conservati, ma facendo bene attenzione a non diventarne prigionieri. Una lezione che pare non essere stata troppo compresa dalle parti di Casa Milan, dove le vecchie glorie continuano ad avere potere fuori dal rettangolo di gioco, nonostante i ripetuti fiaschi tra panchina e scrivania.

ANCHE BOBAN E MALDINI SUL BANCO DEGLI IMPUTATI

Già, perché se a pagare per tutti è stato l’allenatore Marco Giampaolo con l’esonero più precoce della storia rossonera, innegabile è la responsabilità nella pessima gestione della crisi del Milan da parte del tandem Paolo MaldiniZvonimir Boban, direttore tecnico e Chief football officier del club. Col primo che fino a 10 giorni prima della cacciata del tecnico abruzzese annunciava a reti unificate la piena fiducia in un allenatore liquidato subito dopo il successo sul Genoa e il secondo incapace di dare spiegazioni per il fallimentare avvio di stagione che ha certificato, con la chiamata di Stefano Pioli, l’assenza di un progetto tecnico dai contorni definiti.

IN BILICO IL FUTURO DEI DUE DIRIGENTI ROSSONERI

A portare esperienza nella società rossonera doveva essere l’amministratore delegato Ivan Gazidis, ma il ruolo avuto da due neofiti come Boban e Maldini in sede di campagna acquisti e di scelta dell’allenatore ha avuto un peso specifico decisivo nel flop del Milan d’inizio campionato. Tant’è che gli scricchiolii sulle poltrone dei due sembrano essere qualcosa più di un’indiscrezione.

IL DOPPIO FLOP DI LEONARDO TRA PANCHINA E SCRIVANIA

D’altronde Maldini, promosso a direttore tecnico da direttore strategico dell’area sport, fino all’estate 2018 non aveva ancora ricoperto alcuna carica dirigenziale in un club professionistico. Mentre al curriculum extra campo Boban può allegare soltanto l’esperienza di vicesegretario generale della Fifa, ruolo più di rappresentanza che altro. Poca esperienza? Qualche dubbio persiste se si pensa che un dirigente decisamente più scafato come Leonardo ha toppato al suo ritorno in Italia convinto dal fondo Elliott, bissando gli insuccessi sul campo tra Milan e Inter con quelli in società.

DA SEEDORF A INZAGHI, QUANTI ALLENATORI BRUCIATI

E sul fronte allenatori il quadro è ancor più fosco. Circola già il nome di Andriy Shevchenko come possibile tecnico per stagione 2020/21. Un’ipotesi suggestiva, quella che vede l’attuale commissario tecnico dell’Ucraina tornare a Milanello con indosso la tuta del mister, ma che si scontra con i fallimenti in serie che portano i nomi di Clarence Seedorf, Cristian Brocchi, Filippo Inzaghi e, seppur in maniera minore, di Gennaro Gattuso. Il solo, forse, a essere allontanato malgrado un percorso tutto sommato dignitoso. Insomma, dell’epopea berlusconiana l’unico grande protagonista sul campo capace di ripetersi anche fuori dal terreno di gioco è stato Carlo Ancelotti. E chissà che agli uomini di Paul Singer, o in futuro a chi per loro, non venga in mente di fare un colpo di telefono ad Aurelio De Laurentiis per richiamare l’ex allenatore. Nel disperato tentativo di riportare il Milan ai bei tempi che furono.

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Stefano Pioli è il nuovo allenatore del Milan

Trovato l'accordo definitivo tra la società e l'ex tecnico della Fiorentina. La presentazione alle 13 a Casa Milan.

Stefano Pioli è il nuovo tecnico del Milan, l’accordo definitivo è stato trovato. Lo apprende l’Ansa in ambienti rossoneri. L’allenatore che sostituisce Marco Giampaolo sarà presentato alle 13 a Casa Milan.

ACCORDO DA 1,5 MILIONI A STAGIONE

Il Milan ha trovato un’intesa con Pioli fino al 2021 a circa 1,5 milioni netti a stagione. Una nomina che non scalda il cuore dei tifosi, sul piede di guerra, e alimenta la critica feroce dopo l’avvio shock in campionato: l’hashtag #PioliOut entra dritto al quarto posto delle tendenze mondiali con 40 mila tweet – dietro solo all’annuncio del lancio della nuova Playstation 5 -; la Curva Sud, senza entrare nel merito della scelta tecnica, parla di «spettacolo indegno», con Giampaolo «gettato giustamente alle ortiche».

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Per Mazzola Conte continua a essere juventino

Sandro contro l'allenatore: «Vorrebbe parlare da bianconero, poi si accorge che è all'Inter e parla da interista». Bocciato anche Lukaku: «Gli preferisco Icardi».

La bandiera dell’Inter Sandro Mazzola, ospite del programma radiofonico Un giorno da pecora, ha commentato con toni destinati a far discutere la sconfitta dei nerazzurri contro la Juventus, con tanto di opinione sull’allenatore Antonio Conte: «Quando parla mi sembra parli ancora con gli juventini invece che con i nostri», ha spiegato l’ex dirigente, «perché si nasce juventini come si nasce interisti, è difficile cambiare». Conte continuerebbe quindi a sentirsi bianconero? Secondo Mazzola, la risposta è sì: «Non c’è niente da fare, è una cosa che ha dentro proprio», ha infatti continuato, «vorrebbe parlare come da juventino, poi si accorge che è all’Inter e parla da interista».

RIABILITATO ICARDI: «LO PREFERISCO A LUKAKU»

Mazzola ha poi commentato l’arbitraggio della partita che, secondo lui, avrebbe favorito «come sempre» la Juve. Infine, interpellato su Mauro Icardi, ha confessato di soffrire la mancanza del talento argentino passato in Francia al Paris Saint Germain: «Mi piaceva molto. Lo preferisco a Lukaku».

Contro la Juventus ho sempre perso, con Arezzo e Atalanta. Mi dispiace


Antonio Conte dopo la partita

Ma cosa aveva detto Conte dopo la sconfitta? Che «la Juve ha mostrato l’artiglieria pesante ma la partita è stata equilibrata anche se sulla carta le due squadre non lo sono». L’Inter, a suo dire, ha giocato alla pari e a fare la differenza è stata l’esperienza e la qualità della rosa bianconera. «Sono orgoglioso dei ragazzi», ha poi aggiunto, «la partita è stata equilibrata. Ma loro hanno fatto valere l’esperienza e la caratura della squadra. Complimenti a loro e noi ci rimboccheremo le maniche». Non si è scomposto insomma, anche se affrontava il suo passato, vincente in campo e in panchina. Una sfida che non lo ha particolarmente segnato, a quanto ha detto davanti ai microfoni: «È una partita. Importante, certo, contro una squadra molto molto forte. Ma contro la Juventus ho sempre perso, con Arezzo e Atalanta. Mi dispiace».

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Spalletti al Milan per sostituire Giampaolo

Esonero deciso. Il tecnico toscano ha detto sì ai rossoneri. Ma prima deve liberarsi dal contratto che lo lega ancora all'Inter. Le alternative erano Pioli o Ranieri.

Non è bastata la vittoria contro il Genoa per salvare Marco Giampaolo. L’allenatore del Milan è a un passo dall’esonero dopo nemmeno quattro mesi dall’ingaggio e c’è già il nome forte per il sostituto: Luciano Spalletti. L’ex tecnico dell’Inter è in cima ai desideri della dirigenza rossonera, che ha deciso di procedere al cambio dopo sette giornate di campionato (con quattro sconfitte) approfittando della sosta per le nazionali. Spalletti era apparso freddo sulla possibilità di approdare al Milan, ma secondo La Gazzetta dello sport si è convinto e ha trovato un accordo con Paolo Maldini e Zvone Boban. Prima di iniziare la nuova avventura deve comunque liberarsi dal contratto valido fino al 2021 con l’Inter, che lo ha licenziato alla fine della stagione 2018-2019 dopo un quarto posto. Spalletti ha l’identikit di allenatore esperto e di alto livello con cui avviare un percorso di lungo periodo. In alternativa era stata presa in considerazione la possibilità di ingaggiare un traghettatore per concludere la stagione, come Stefano Pioli (che è dato anche vicino alle panchine di Genoa e Sampdoria) o Claudio Ranieri. Il nuovo allenatore sarà il nono a guidare il Milan nelle ultime sette stagioni. Giampaolo in questa stagione ha perso quattro volte: all’esordio 1-0 a Udine, nel derby con l’Inter 2-0, a Torino contro i granata 2-1 e in casa per mano della Fiorentina 3-1. Tre le vittorie: 1-0 a San Siro al Brescia, 1-0 a Verona con l’Hellas e l’ultima (ma inutile per preservare il posto) 2-1 al Ferraris col Genoa.

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Tifosi di Lazio e Bologna in pellegrinaggio a San Luca per Mihajlovic

Un centinaio di supporter hanno preso parte alla processione. Da Roma arrivata una maglietta dei biancocelesti d'incoraggiamento per il tecnico serbo.

Erano poco più di un centinaio i tifosi del Bologna che alle 9.30 sono partiti per raggiungere il santuario di San Luca sul colle della Guardia nel capoluogo dell’Emilia Romanga. Un pellegrinaggio dedicato a Sinisa Mihajlovic, l’allenatore dei rossoblu che da qualche mese sta lottando contro la leucemia. Alla volta di San Luca si sono uniti anche un gruppo di tifosi della Lazio arrivati a Bologna per la sfida con i padroni di casa. L’allenatore serbo è stato infatti giocatore dei biancocelesti dal 1998 al 2004 indossando anche la fascia da capitano e vincendo uno scudetto nel 2000. Il gruppo di supporter, con addosso maglie e sciarpe, ha camminato pregando per l’intercessione divina al fine di guarire Mihajlovic.

L’OMAGGIO DA ROMA PER SINISA

Intanto un omaggio speciale è arrivato da Roma. E che sicuramente farà piacere a Sinisa Mihajlovic che prosegue le cure chemioterapiche ma che già domenica 6 ottobre potrebbe tornare a sedersi sulla panchina nella sfida del Dall’Ara contro la Lazio. A svelarlo è stato don Massimo Vacchetti, che presiede l’Ufficio per la Pastorale dello Sport della Diocesi di Bologna. «Questa maglia della Lazio è un simbolo che alcuni tifosi, mentre ieri ero a Roma per la creazione a cardinale dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, mi hanno dato da consegnare a Sinisa Mihajlovic», ha spiegato il sacerdote mostrando la maglia ai fedeli del santuario di San Luca di cui ha guidato la preghiera. «Con questa maglia vogliono dirgli che, anche se non possono essere a Bologna, gli sono vicini. Ricordano sempre il loro giocatore Sinisa con un coro particolare, scritto su questa maglia: ‘Se tira Sinisa, è gol’», ha aggiunto. La frase a cui fa riferimento la casacca è legata alla capacità dell’ex difensore serbo di calciare le punizioni e segnare spesso durante le gare.

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Il sogno del Famalicao, il “Leicester del Portogallo”

La favola della piccola squadra portoghese ricorda quella del club inglese. In testa alla Primeira Liga, è il risultato del progetto imprenditoriale del procuratore di Ronaldo.

Nel nome di Mendes. E di Idan Ofer. Assomiglia alla favola del Leicester, anche se il lieto fine è lontano dall’esser scritto, la storia portoghese del Famalicao, un nome che per coincidenza sembra un inno a tutti i teorici della fame di vittorie come carburante di miracoli sportivi. È in testa al campionato con 19 punti dopo sette partite (sei vittorie e un pareggio), uno in più delle titolate Porto e Benfica: è la neopromossa Famalicao, la squadra di Vila Nova de Famalicão, cittadina di 130 mila abitanti nel distretto di Braga che dopo anni di ‘anonimato’ sportivo oggi è leader della Primeira Liga. Ma più che un miracolo sportivo il Famalicao è il risultato di un progetto imprenditoriale gestito da Jorge Mendes, il manager di Cristiano Ronaldo.

LE IDEE DI MENDES E I SOLDI DI OFER

C’è infatti la sua mano dietro l’ascesa del piccolo club di proprietà dell’armatore israeliano Idan Ofer, uno degli uomini più ricchi del mondo (è al 394/o posto nella classifica di Forbes) con un patrimonio da 2,6 miliardi di euro ed amico del super procuratore portoghese. Dopo aver costruito l’exploit del Wolverhampton in Inghilterra, Mendes ha stabilito una partnership importante con l’Atletico Madrid, che fornisce proprio al Famalicao alcuni importanti giovani da far crescere. Obiettivo del tandem Ofer-Mendes è quello di provare a interrompere l’egemonia delle tre big Sporting Lisbona, Benfica e Porto. In Portogallo, soltanto due volte il campionato è stato vinto da una squadra diversa: dal Belenenses nel 1945-46 e dal Boavista nel 2000-2001. Magari il Famalicao non sarà la terza sorpresa, ma intanto col ‘miracolo Leicester‘ ha in comune la formula di un uomo di calcio (Ranieri-Mendes) e di un ricco finanziatore venuto da lontano (per il Leicester fu il thailandese Srivaddhanaprabha, poi deceduto in un incidente aereo). In Portogallo, Ofer ha acquistato le quote del Famalicao nel 2018 annunciando grandi investimenti nella squadra, che è tornata subito in Primeira Liga 25 anni dopo l’ultima volta. Da qui la collaborazione con Mendes.

LA SQUADRA “IMPORTATA” DALLA LIGA

La squadra è stata “costruita” con una predilezione per giocatori che hanno militato nella Liga spagnola: dall’ex Parma Nico Schiappacasse, 20enne attaccante uruguagio tornato all’Atlético Madrid dopo l’esperienza in prestito alla squadra emiliana, a Nehuén Pérez, difensore argentino di proprietà dell’Atlético Madrid. Dal Benfica sono arrivati la punta Diogo Goncalves e il centrocampista d’attacco Miranda, entrambi legati alla Gestifute (la società di Mendes, appunto). Dal Wolverhampton, sono stati ingaggiati Pedro Goncalves e Roderick Miranda. Sono arrivati ventuno nuovi giocatori, la maggior parte dei quali in prestito. Soltanto cinque calciatori sono rimasti in rosa. Dopo sette giornate, il Famalicao (allenato da Joao Pedro Sousa) ha messo in riga le blasonate del calcio portoghese e già si pensa ai lavori di ampliamento dello stadio Municipal 22 de Junho, che al momento può ospitare circa 5 mila spettatori. L’obiettivo per il “Leicester di Portogallo” è ambizioso. E almeno fino al 27 ottobre, giorno della sfida con il Porto, il Famalicao sarà ancora in testa alla classifica. Non era mai successo nella storia della Primeira Liga che alla settima giornata fosse prima una neopromossa.

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Marchisio, elogio di un addio controcorrente

Il Principino dice basta a 33 anni. Rinuncia a contratti esotici e lascia nello stadio della "sua" Juventus. Una lezione per i colleghi incapaci di smettere. E spaesati in assenza del pallone.

A 33 ani Cristiano Ronaldo sceglieva la Juventus per dimostrare, Messi permettendo, di essere ancora il migliore di tutti. A oltre 33 anni Gigi Buffon alzava al cielo, da co-capitano, il primo scudetto del ciclo bianconero, fatto di otto trionfi consecutivi. Alla stessa età Claudio Marchisio dice basta, annunciando l’addio al calcio dopo la non esaltante parentesi allo Zenit San Pietroburgo e un avvio di stagione durante il quale, peraltro, non sembravano essergli mancate le offerte.

QUEI VECCHIETTI CHE FANNO ANCORA LA DIFFERENZA

Lascia, logorato dai tanti infortuni, uno dei più iconici centrocampisti italiani degli Anni 2000. Senza il temperamento di Daniele De Rossi, senza la regia illuminata di Andrea Pirlo, ma indiscutibilmente simbolo e pilastro del rinascimento juventino, dalla B al dominio in Italia. Si fa da parte a 33 anni, Marchisio, un’età alla quale è difficile immaginare il ritiro nel calcio moderno. E vien da chiedersi se nel campionato segnato dai lampi del 36enne Franck Ribery e, la scorsa stagione, dai gol in serie del coetaneo Fabio Quagliarella, non ci fosse più spazio per uno come Marchisio, che di anni ne ha tre in meno.

Claudio Marchisio riceve l’omaggio dello Juventus Stadium.

Per i maligni Claudio ha smesso di fare la differenza da tempo, da quel caldo pomeriggio dell’aprile 2016, quando un contrasto con Franco Vazquez gli costò un crociato e la partecipazione all’Europeo francese. Da allora, per tanti, il Principino ha dedicato più tempo agli shooting che al rettangolo verde, complici il fascino e l’eleganza donatigli in sorte da madre natura. La realtà, però, è un altra: Claudio Marchisio, archetipo del calciatore moderno che buca lo schermo e attira gli sponsor, è giocatore d’altri tempi. Uno che non si fa scrupoli a lasciare la comfort zone del campo di gioco per reinventarsi senza pallone. Sono tre i ristoranti aperti dall’ex centrocampista bianconero assieme alla moglie Roberta, presenza fissa accanto a Marchisio negli alti e bassi della carriera. Senza contare la start-up ideata con l’obiettivo di individuare nuovi progetti imprenditoriali.

LA COSTRUZIONE DI UN CALCIATORE FUORI DAGLI SCHEMI

Uno che non ci pensa due volte a dire no a un ricco assegno cinese per non indossare la maglia dello Jiangsu Suning, club di proprietà della famiglia Zhang prima azionista dello storico nemico nerazzurro. Uno, soprattutto, capace di uscire dallo stereotipo del calciatore prigioniero di se stesso. Basta dare un’occhiata ai suo profili social per vederlo esprimersi, sovente ricoperto da critiche, su temi delicati come l’immigrazione o il silenzio calato sulla scomparsa di Silvia Romano.

UN ADDIO NEL SEGNO DELLA DISCREZIONE

Stavolta, nella sua sabauda discrezione, Marchisio ha capito, prima di molti, quando è giunta l’ora di farsi da parte, preparando il terreno a un futuro oltre il calcio che tanti, troppi, faticano a elaborare, trascinandosi lungo un malinconico finale di carriera, fatto di scarso minutaggio e comparsate su desolanti palcoscenici esotici. Il talento non sarà lo stesso, ma almeno da questo punto di vista è Claudio il degno erede di Marco Van Basten e Michel Platini.

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L’Inter non sbaglia un colpo: Sampdoria battuta 3-1

I nerazzurri infilano la sesta vittoria in sei partite. Tiene il passo la Juve: 2-0 alla Spal.

Sesta vittoria consecutiva per l’Inter che anche contro la Sampdoria impone la propria legge vincendo 3-1, nonostante abbia giocato l’intero secondo tempo in dieci per l’espulsione di Sanchez (1′) per doppia ammonizione. Un Sanchez protagonista nel bene e nel male considerando che è suo il tiro deviato da Sensi (20′) per l’1-0 e segna il secondo gol (22′) su tiro di Sensi. Ad inizio ripresa l’espulsione e la rete di Jankto (10′) hanno ravvivato la Sampdoria, ma la fase positiva si è esaurita presto, merito di Gagliardini (16′) servito magistralmente da Brozovic. L’Inter ha forse giocato la sua miglior partita, mentre la Samp ha mostrato molte debolezze. La resistenza della Sampdoria nel primo tempo è durata peraltro appena venti minuti. I blucerchiati avevano iniziato la gara provando ad aggredire i nerazzurri che hanno però preso quasi subito in mano le redini del gioco con continue incursioni. Quando poi i nerazzurri passano in vantaggio comincia il dominio della squadra di Conte: due gol in due minuti e i blucerchiati sono al tappeto.

LA SAMP RESTA INCHIODATA ALL’ULTIMO POSTO

Lo strapotere dei ragazzi di Conte è tale che alla fine del primo tempo per la Samp è una fortuna essere sotto solo di due gol A inizio ripresa l’episodio che potrebbe rimettere tutto in discussione: Sanchez fa il furbo su Chabot e simula il fallo in una azione che poteva portare al 3-0. Il cileno si prende il secondo giallo e l’espulsione. Di Francesco passa al 3-4-3 avanzando Depaoli. Forte dell’uomo in più la Samp si lancia alla ricerca del gol che ottiene all’10’ con Jankto che, servito da Linetty in area conclude a rete con un diagonale. Conte decide così di cambiare tutto inserendo Lukaku e D’ambrosio mentre sul fronte Samp il tecnico si gioca la carta Bonazzoli e la gara si fa sempre più avvincente. I blucerchiati ci credono, trascinati dal pubblico, ma l’Inter è implacabile: al primo affondo riporta a due le lunghezze di vantaggio. Brozovic verticalizza improvvisamente per Gagliardini, colpevolmente lasciato libero in area, Audero esce ma sfiora solo il pallone che sempre Gagliardini ribadisce in rete.

LA JUVE BATTE LA SPAL CON PJANIC E RONALDO

La Sampdoria fatica a riprendersi ma nel finale prova comunque a impensierire i nerazzurri che da par loro si fanno vedere con Lukaku il cui tentativo di pallonetto su Audero in uscita viene bloccato dal portiere blucerchiato. In pieno recupero ci provano ancora Vieira e Quagliarella ma senza successo. La Samp resta inchiodata all’ultimo posto con la Spal e con l’amaro primato di peggior difesa del torneo, 14 gol subiti in sei gare. L’Inter, invece, resta prima da sola, davanti alla Juventus che in precedenza aveva battuto la Spal per 2-0 coi gol di Pjanic e Cristiano Ronaldo.

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