Pierluigi Collina e quelle simpatie che fanno discutere

L'ex arbitro bolognese compie 60 anni. E in un'intervista sveste i panni dell'imparzialità. «Da giovane tifavo Lazio, poi sono diventato direttore di gara». In politica si schiera a destra: «La Meloni sarebbe una buona leader».

Dell’equidistanza ha sempre fatto uno dei suoi punti di forza. Ma, in occasione del 60esimo compleanno, Pierluigi Collina, da molti considerato il miglior arbitro italiano di sempre, si è concesso uno strappo alla regola e ha rivelato alla Gazzetta dello Sport simpatie destinate a far discutere. pipi

«TIFAVO LAZIO PER PINO WILSON»

Nulla di deplorabile, ci mancherebbe, ma fa comunque rumore il fatto che un ex direttore di gara ammetta esplicitamente di aver simpatizzato per una squadra della massima serie. Collina ha confessato di aver tifato da giovane per la Lazio. «A 14 anni, giocando da libero, mi piaceva Pino Wilson», ha rivelato alla Gazzetta, «per quel motivo simpatizzavo per la Lazio. Ma non avevo ancora idea che avrei fatto l’arbitro. Come si può pensare che un arbitro, un giocatore, un giornalista non sia stato anche tifoso? Ma poi subentra proprio la professionalità e tifi solo per te stesso». Con buona pace di qualche tifoso juventino che cercherà un recondito legame tra queste affermazioni e la discussa direzione di Perugia-Juventus che, esattamente 20 anni fa, nella stagione 1999/2000, consegnò lo scudetto ai biancocelesti.

«GIORGIA MELONI SAREBBE UNA BUONA LEADER»

Ma Collina non si è limitato al rettangolo di gioco e, sulla scia di un altro sportivo “bolognese” come Sinisa Mihajlovic, ha messo a nudo anche le sue idee politiche. In barba alla Rossa che gli ha dato i natali, ha infatti orgogliosamente dichiarato di essere sempre stato «di destra». Per poi aggiungere che «Giorgia Meloni sarebbe una buona leader».

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La polemica tra Poste Italiane e Maurizio Sarri

L'azienda risponde piccata al tecnico della Juventus che, in conferenza stampa, aveva ironizzato sulle pressioni da allenatore. E precisa: «Gli esami da noi ci sono eccome, venga a constatarlo di persona».

Non è un periodo facile per Maurizio Sarri. Dopo le critiche piovute sull’allenatore della Juventus per la sconfitta col Verona e l’andamento non esaltante dei bianconeri nelle ultime giornate di campionato, ora il mister toscano è finito nel mirino delle Poste. Sì, avete capito bene, proprio Poste Italiane, su tutte le furie per le frasi pronunciate in conferenza stampa dal tecnico dei campioni d’Italia.

«PRESSIONI? NON LE VOLESSI, LAVOREREI ALLE POSTE»

«Pressione? Non l’avessi voluta sarei andato a lavorare alle poste», aveva laconicamente risposto ai giornalisti Sarri. Apriti cielo, con Poste Italiane che ha sentito la necessità di mettere i puntini sulle i con un comunicato teso a tutelare l’onorabilità dell’azienda e dei suoi dipendenti.

«Poste Italiane», si legge, «invita il signor Sarri a dedicare qualche minuto del suo prezioso tempo per informarsi che Poste è la più grande azienda del Paese, che viene scelta dai giovani laureati come tra le aziende più attrattive in cui lavorare, che è riconosciuta tra le prime 500 aziende al mondo per qualità della vita lavorativa, che ha realizzato tra le migliori performance di borsa nel 2019 e che si colloca al terzo posto, a livello mondiale, tra le aziende italiane per immagine e reputazione».

«GLI ESAMI ALLE POSTE CI SONO ECCOME»

«Gli esami, dunque, contrariamente a quanto sostiene Sarri», prosegue la nota, «alle Poste ci sono eccome e l’azienda ne risponde ai cittadini, alle imprese e alle pubbliche amministrazioni». Infine, l’invito: «Lo aspettiamo per constatare di persona il nostro lavoro quotidiano, in una delle nostre 15 mila sedi operative».

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L’Inghilterra insorge: mascotte costrette a pagare in Premier League

Polemiche a non finire per le esose richieste di molti club per permettere ai bambini di fare ingresso in campo al fianco dei calciatori. C'è chi, come il West Ham, arriva a chiedere fino a 700 sterline.

I sogni non sono gratis, almeno in Premier League. Neppure per i bambini, che ambiscono a quella magica passerella che fa da preludio alle partite di calcio. I genitori delle mascotte, infatti, sono costretti a pagare cifre esorbitanti, anche superiori al costo di un abbonamento, per realizzare il sogno dei propri figli.

FINO A 700 STERLINE PER AFFIANCARE I CALCIATORI

Il West Ham, per esempio, chiede 700 sterline, più di 800 euro, per la camminata d’ingresso prima del fischio d’inizio mano nella mano con i calciatori, più 80 per l’acquisto del kit (la divisa completa) da far indossare; il Leicester è a quota 600 sterline, il Tottenham a 405.

PREZZI ALLE STELLE ANCHE IN CHAMPIONSHIP

La situazione non migliora in Championship, il campionato di seconda divisione, dove il Nottingham Forest chiede una quota che oscilla fra le 500 e le 650 sterline, dipende dall’importanza delle partite; lo Swansea, retrocesso nella scorsa stagione, invece, ha abbassato le pretese da 450 a 399 sterline. Una speculazione sulla quale adesso promette di intervenire persino il presidente della Commissione sport del governo, Julian Knight. «Essere una mascotte, ormai, è diventato un privilegio per le famiglie più ricche, in totale contrasto con le origini operaie del gioco del calcio», ha dichiarato Knight al Daily Telegraph.

L’UNICA ECCEZIONE PROVIENE DAI TOP CLUB

I top club sono l’eccezione che conferma la regola, permettendo di far vivere gratuitamente questo tipo di esperienza, un modo per fidelizzare i tifosi più giovani: Manchester City, Manchester United, Chelsea o Liverpool non chiedono alcunché ai propri tifosi a patto però che siano abbonati alle partite casalinghe. Sono i club medio piccoli a sfruttare senza scrupoli, come una fonte extra di guadagno, in maniera diretta o indiretta, la passione dei sostenitori.

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L’ex presidente del Perugia Luciano Gaucci è morto

Con Serse Cosmi in panchina portò gli umbri fino alla Coppa Uefa. Poi il fallimento per bancarotta fraudolenta e la latitanza.

Si è spento a Santo Domingo, all’età di 81 anni, Luciano Gaucci, a lungo presidente del Perugia tra gli Anni ’90 e 2000. Personaggio unico nel suo genere, ha ottenuto straordinari successi sportivi con la società umbra, che nel 2002-03 arrivò fino alle semifinali di Coppa Italia e l’anno dopo si qualificò per la Coppa Uefa grazie alla vittoria dell’Intertoto. Tanti i giocatori lanciati, da Milan Rapajc a Hidetoshi Nakata fino al campione del Mondo Fabio Grosso. Gaucci diede anche un’opportunità in Serie A a Saadi Gheddafi, figlio del rais libico Muammar, con un’operazione più economica e politica che tecnica.

I SUCCESSI CON COSMI E IL FALLIMENTO

L’epoca migliore del suo Perugia è stata certamente quella sotto la guida di Serse Cosmi, tornato proprio recentemente ad allenare gli umbri. La peggiore quella coincisa con il fallimento per cui lo stesso Gaucci era finito sotto inchiesta con i figli Riccardo e Alessandro, con le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta. Per questo, nel 2005, si era rifugiato da latitante nella Repubblica Dominicana. Succesisvamente aveva patteggiato una condanna di tre anni per bancarotta fraudolenta e reati fiscali. Pena mai scontata perché indultata. Nel marzo del 2009, dopo quattro anni di latitanza rientrò in Italia, ma aveva successivamente scelto di trasferirsi stabilmente nell’isola dei Caraibi.

A VITERBO CON LA MORACE

Gaucci è stato anche presidente di Napoli sportiva, la società nata dopo il fallimento della Società sportiva calcio Napoli, ma non riuscì a iscrivere la squadra a nessun campionato professionistico o dilettantistico. Da proprietario della Viterbese fu invece il primo e finora l’unico ad affidare una squadra maschile di professionisti nelle mani di un’allenatrice, Carolina Morace. Era da tempo gravemente ammalato.

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Perché si torna a parlare di correlazione tra Sla e colpi di testa

Anastasi è l'ultimo ex calciatore italiano morto di sclerosi laterale amiotrofica. Mentre la federazione scozzese vieta le "incornate" ai bambini sotto i 12 anni. Cosa dice la scienza? Che i giocatori hanno tassi di mortalità più alti per malattie neurodegenerative, Alzheimer e Parkinson. Una volta nel mirino c'erano i palloni, ma anche adesso i rischi restano. Gli studi sull'argomento.

«Papà aveva la Sla», ha rivelato il figlio di Pietro Anastasi, morto venerdì 17 gennaio 2020 a 71 anni. «Gli era stata diagnosticata da tre anni, dopo essere stato operato di un tumore all’intestino. Ha chiesto la sedazione assistita per poter morire serenamente. Gli ultimi mesi sono stati davvero devastanti, ha scelto lui giovedì sera di andarsene». Il centravanti della Juventus Anni 70 e prima ancora del Varese “miracolo” del 1967-68 e dell’unico Europeo finora vinto, nel 1968, dall’Italia è il 41esimo calciatore italiano che dal 1941 muore della finora incurabile sclerosi laterale amiotrofica.

TANTE TEORIE: DAI FARMACI AI DISERBANTI

Ma da cosa dipende questa correlazione calcioSla? Forse dai colpi di testa, spesso finiti nel mirino anche in passato? In realtà non si sa esattamente. Teorie alternative parlano di eccesso di esercizio fisico, di possibile abuso di sostanze farmacologiche, di diserbanti e pesticidi usati per trattare i campi da gioco. Si sa però che qualcosa ci deve essere.

IL RISCHIO DI SLA È DOPPIO NEI GIOCATORI

Uno studio fatto dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano fatto su 25 mila ex calciatori in attività tra il 1959 e il 2000 ha confermano che il rischio di Sla è tra loro quasi il doppio rispetto ai cittadini italiani normali: 3,2 casi ogni 100 mila persone contro 1,7. Negli ultimi anni la sopravvivenza media dopo l’insorgere del male è crollata: da 10-15 anni e a volte 18, a 3-5. E i colpi di testa sono sempre sul banco degli imputati.

sla colpi di testa
Fabricio Coloccini e Gonzalo Rodriguez colpiscono la palla di testa. (Getty Images)

IN UNA CARRIERA TRA I 50 E 100 MILA COLPI DI TESTA

La Federazione calcio scozzese ha imposto il divieto di colpire la palla con la testa ai minori di 12 anni. A ispirare la decisione uno studio della Stirling University di Glasgow su oltre 7 mila ex giocatori nati tra il 1900 e il 1976, da cui risulta come i calciatori abbiano un tasso di mortalità 3,5 volte più alto del normale per le malattie neurodegenerative, cinque volte per l’Alzheimer, due per il Parkinson e quattro per la Sla. Tutte malattie che sarebbero collegate non tanto al singolo colpo di testa, ma alla somma nel corso di una intera carriera: dalle sei alle 12 volte ogni partita, più gli allenamenti. Diciamo dunque tutti i giorni, e per una vita calcistica di una ventina di anni si oltrepasserebbero facilmente i 50 mila colpi di testa, per avvicinarsi ai 100 mila.

RISCONTRATO IN UN TEST LA PARZIALE PERDITA DI MEMORIA

La Stirling University ha inoltre fatto un test su 20 calciatori in attività, attraverso una macchina che riproduceva la forza di impatto di un cross da calcio d’angolo: una delle situazioni di gioco più frequenti. È stata riscontrata una perdita di memoria tra il 41% e il 67% nelle 24 ore successive.

LA DEMENZA DI ASTLE CHE HA SCOSSO L’INGHILTERRA

Della cosa si parla dal 2002, quando per via di un problema degenerativo al cervello morì a 59 anni Jeff Astle: già attaccante del West Bromwich Albion e anche della nazionale inglese. La figlia Alba denunciò che il male era stato provocato dal calcio, e che a 55 anni era assolutamente in forma quando un medico gli diagnosticò una precoce insorgenza di demenza. Subito dimenticò il nome della figlia, iniziando a palare della madre come se fosse ancora viva. Alba Astle alla Bbc disse anche che dopo l’inchiesta sulla morte il mondo del calcio aveva provato a «spazzare via il caso nascondendolo sotto un tappeto, come si fa con la polvere che non si vuole guardare e poi togliere».

Jeff Astle nel 1970 con la maglia del West Bromwich Albion. (Getty Images)

LESIONI CEREBRALI CHE PORTANO ANCHE A DEPRESSIONE

Altri calciatori hanno poi avuto problmi del genere, compresi quattro membri della nazionale inglese che vinse il Mondiale del 1966: i difensori Jack Charlton e Ray Wilson e i centrocampisti Martin Peters e Nobby Stiles. Uno studio post mortem dello University College di Londra e della Cardiff University sul cervello di cinque ex calciatori professionisti e un dilettante che avevano giocato a calcio per una media di 26 anni e che avevano sviluppato casi di demenza dopo i 60 anni ha riscontrato in quattro casi encefalopatia traumatica cronica (Etc): un tipo di lesione cerebrale collegata a perdita di memoria, depressione e demenza.

CAUSA DI ALCUNI GENITORI AMERICANI CONTRO LA FIFA

Sulla base di questi studi, nel 2013 un gruppo di genitori statunitensi fece causa contro la Fifa e altre organizzazioni in un tribunale della California per «negligenza e trascuratezza» rispetto ai possibili danni prodotti dal colpo di testa. Dal 2016 la United States Soccer Federation ha dunque introdotto una nuova normativa in base alla quale sotto i 10 anni il colpo di testa è vietato, e tra gli 11 e i 13 anni è concesso in allenamento per non più di 30 minuti al giorno.

C’ENTRANO ANCHE I PALLONI

Peter McCabe, il presidente di Headway – una autorevole brain injury association inglese che si occupa di malattie neurodegenerative – ha però osservato che sarebbe necessario approfondire gli studi correlandoli anche ai palloni di oggi, prodotti con materiali diversi da quelli del passato. E qua bisogna appunto ricordare che se oggi il colpo di resta appare essenziale al calcio, in passato non è stato sempre così.

Scontri d’alta quota in Coppa Libertadores. (Getty Images)

CON LA GOMMA LA SITUAZIONE È MIGLIORATA

In realtà, in effetti, il calcio moderno diventa possibile solo quando la vulcanizzazione della gomma rende possibile la fabbricazione di palloni diversi dalle vesciche di animale o sfere di stracci che si erano usate prima. Aggeggi quanto mai approssimativi, al tempo stesso complicati da afferrare e dalle traiettorie imprevedibili.

CUCITURE ALL’INTERNO E NIENTE PIÙ FERITE. MA BASTA?

Con la gomma divenne invece possibile specializzare da un lato palloni rotondi, che potevano essere calciati con precisione. Dall’altro palloni ovali, che potevano essere tenuti sotto il braccio con comodo. Nel 1863 si ebbe infatti la grande scissione tra palla ritonda e palla ovale. Nel 1871 ci fu la prima edizione della più antica competizione calcistica del mondo: la Football Association Challenge Cup, in Italia nota come Coppa d’Inghilterra. Nel 1871 nacque in Inghilterra la Rugby Football Union. Altri sport con diversi tipi di palla specializzati seguirono. Ma in quel calcio delle origini pur di cuoio il pallone era cucito all’esterno, e se si colpiva di testa proprio nel punto dove c’erano i punti il rischio era quello di doversi fare altri punti, in fronte. Per questo ci si andava con cautela: fino a quando proprio al Mondiale del 1930 non fu inaugurato un tipo di pallone dalle cuciture interne che evitava le ferite esterne. Ma i danni “interni” potrebbero essere rimasti.

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La figuraccia del calcio italiano dopo la morte di Pietro Anastasi

Niente minuto di raccoglimento su tutti i campi di Serie A. Solo Inter e Juventus omaggiano l'attaccante campione d'Europa con l'Italia nel 1968. La rabbia di Gentile: «È una vergogna».

Nel giorno dei funerali celebrati nella basilica di San Vittore della sua Varese, la commozione per la scomparsa di Pietro Anastasi lascia spazio a una coda polemica per l’omaggio mancato da parte del calcio italiano nei confronti dell’ex attaccante della Juventus, morto a 71 anni lo scorso 17 gennaio. A farsi portavoce del rammarico per il mancato minuto di silenzio osservato sui campi di Serie A è stato il compagno di mille battaglie, in bianconero e in Nazionale, Claudio Gentile. «È vergognoso che ad Anastasi non sia stato tributato un minuto di raccoglimento su tutti i campi della Serie A. C’è grande amarezza», ha detto Gentile arrivando ai funerali. Solamente Juventus e Inter hanno infatti ricordato il campione d’Europa del 1968 con un minuto di raccoglimento prima delle rispettive partite. Centinaia le persone accorse alle esequie di Anastasi, con in prima fila tanti compagni di squadra. Per Roberto Betterga, “Pietruzzu” «è stato l’uomo simbolo degli Anni ’70, era un mondo diverso, non paragonabile a quello di oggi. Era un grande uomo, una persona che ti incitava e ti instradava, è stato davvero importante nella mia vita, come uomo e come amico». Per Lele Oriali, «era impossibile non volergli bene, era un simbolo di tutti ed un grande amico. Voglio ricordarlo con un sorriso».

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Tifosi investiti, per il prefetto di Potenza è stato un «agguato premeditato»

Arrestati 24 supporter della Vultur. Secondo gli inquirenti avrebbero teso un'imboscata ai rivali del Melfi. La vittima, Fabio Tucciariello, apparteneva alla prima tifoseria.

Per il prefetto di Potenza Annunziato Vardè la morte di Fabio Tucciariello, il tifoso 39enne della Vultur Rio Nero che il 19 gennaio è stato investito da un’auto con a bordo tre tifosi rivali del Melfi, non è stata una casualità. Bensì il risultato di un «agguato premeditato», un episodio «gravissimo e inaudito».

LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI

I tifosi della Vultur, infatti, non erano sulla strada per Brienza, dove erano diretti per la trasferta della loro squadra, bensì su quella da cui i tifosi del Melfi avrebbero dovuto passare per recarsi a Tolve. Qui, secondo quanto emerso dalle indagini, i sostenitori del Melfi avrebbero trovato la strada sbarrata dall’altra tifoseria. Alcuni sono riusciti a passare, altri hanno fatto retromarcia. Ma la Fiat Punto che ha investito Tucciariello è rimasta bloccata. A quel punto sono partiti gli scontri, fino al tragico epilogo.

FERITO E RICOVERATO IN OSPEDALE UN SECONDO TIFOSO

Vardè ne ha parlato con la stampa al termine della riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Anche un altro tifoso della Vultur, un ragazzo di 28 anni, è stato investito e adesso è ricoverato all’ospedale San Carlo del capoluogo lucano. «Abbiamo deciso di isolare i tifosi violenti, perché evidentemente non bastano i servizi di ordine pubblico. Il fatto non si è verificato in prossimità di uno stadio, né tra le tifoserie di due squadre che si sarebbero dovute affrontare», ha spiegato il prefetto.

L’IPOTESI DI RITIRARE LE SQUADRE

Alla Vultur e al Melfi, che militano nel campionato lucano di Eccellenza, Vardè ha chiesto inoltre di valutare l’ipotesi del ritiro dal campionato, già declinata dal presidente della Vultur. Le due cittadine, Rio Nero e Melfi, distano tra loro solo una quindicina di chilometri e sono i due centri principali del Vulture, nel cuore della Basilicata.

ARRESTATE E PORTATE IN CARCERE 25 PERSONE

La polizia ha arrestato in tutto 25 persone, di cui 24 sono supporter della Vultur. Le accuse, oltre a quella di omicidio per il tifoso del Melfi che ha investito Tucciariello (in macchina con lui c’erano altre due persone che sono state sentite dagli inquirenti), sono di violenza privata e possesso di oggetti atti a offendere. Per tutti è scattata la custodia cautelare in carcere. Il questore di Potenza, Isabella Fusiello, ha commentato: «È stata data una risposta molto dura, adeguata alla circostanza. Abbiamo individuato rapidamente gli autori di questa gravissima aggressione».

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Pietro Anastasi aveva Sla e ha chiesto la sedazione assistita

Il figlio del calciatore morto il 17 gennaio ha raccontato la malattia del padre: «Ha scelto lui di andarsene».

Il calcio italiano dice addio ad una sua leggenda, Pietro Anastasi, campione d’Europa in maglia azzurra nel 1968 e indimenticato attaccante della Juventus e dell’Inter. L’ultimo saluto a ‘Pietruzzu‘ è previsto nella sua Varese, dove si è spento il 17 gennaio a 71 anni dopo una lunga malattia: la Sla, come ha fatto sapere all’Ansa il primogenito Gianluca. «Gli era stata diagnosticata nel 2017 dopo essere stato operato di un tumore all’intestino. Gli ultimi mesi sono stati davvero devastanti e lui giovedì sera ha chiesto la sedazione assistita per poter morire serenamente». Una scelta che Anastasi, che ha saputo della Sla solo nel 2019, ha fatto da solo: «Ha chiamato mia mamma e ci ha detto di volerla subito». L’apertura della camera ardente, organizzata all’interno della sala comunale Estense, è prevista per le 10 del 19 gennaio, i funerali nella basilica di San Vittore il giorno successivo.

IL 19 GENNAIO UN MINUTO DI SILENZIO PRIMA DELLA PARTITA DELLA JUVE

Domenica 19 la Juventus ha deciso di ricordarlo osservando un minuto di silenzio all‘Allianz Stadium e scendendo in campo col lutto al braccio. La Figc ha deciso invece che la Nazionale porterà il lutto al braccio nell’amichevole del 27 marzo a Wembley, contro l’Inghilterra e ad Anastasi sarà dedicata la prossima partita delle Leggende Azzurre. «Salutiamo una leggenda del calcio italiano, un giocatore straordinario, ma soprattutto una persona di grande spessore stimata e apprezzata da tutti. I suoi valori morali e tecnici eccezionali siano viva testimonianza per le future generazioni», ha detto il presidente federale, Gabriele Gravina.

IL RICORDO DI FIORELLO

E proprio le doti umane straordinarie fanno il paio con le sue doti di grande attaccante nei messaggi di ricordo e cordoglio di tanti ex campioni e uomini di calcio, che lo hanno conosciuto ed ammirato, da Dino Zoff a Sandro Mazzola, a Giuseppe Marotta, suo amico da mezzo secolo, a Maurizio Sarri. Anastasi era anche l’idolo di tanti tifosi siciliani e meridionali, anche se non juventini o interisti, come ricorda in un messaggio Fiorello: «Grazie Pietro. Eravamo fieri di essere tuoi corregionali. In un tempo non facile per i meridionali che arrivavano nel Nord Italia». A Varese era molto amato, come sottolineano il sindaco e il governatore della Lombardia, Attilio Fontana: «Con la maglia biancorossa della mia città, lui giovane siciliano catanese, ha iniziato una brillante carriera. Per chi ha vissuto il calcio della fine degli Anni ’60 e ’70 è stato un ottimo attaccante. Per me, varesino, è stato un ‘grande’».

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Gigi Riva e la storica rovesciata che compie 50 anni

Il 18 gennaio 1970 l'attaccante-leggenda del Cagliari firmò il gol capolavoro al Menti di Vicenza. Crocevia di uno scudetto ineguagliabile. Il ricordo di quell'Italia e di un campione così lontano dal calcio di oggi.

Una rovesciata è un gesto di ribellione. Alle leggi della fisica, all’inerzia del pallone, alla direzione che sembra voler prendere una giocata. È un atto di rivolta, di quelle con cui il popolo ribalta la gerarchie. E la più famosa delle rovesciate della storia del calcio italiano, sebbene non sia stata ritratta sulla copertina dell’album Panini (come quella di Carlo Parola) e non abbia mai portato (come quella di Cristiano Ronaldo) al clamoroso trasferimento di un fuoriclasse, è la perfetta immagine di una storia che è ribellione allo stato puro. La palla che Gigi Riva sbatté in porta al 70′ minuto di una partita del 18 gennaio del 1970 contro il Vicenza allo stadio Romeo Menti è un capolavoro dadaista con cui il Cagliari dipinse i baffi sulla faccia della Vecchia Signora, confermandosi capolista di un campionato che ineluttabilmente andò a vincere di lì a qualche mese.

L’ITALIA CHE VENIVA DAL BOOM ECONOMICO

È una storia che nel 2020 compie 50 anni. Come quello scudetto irripetibile piombato in un’Italia che correva veloce e sembrava non dovesse fermarsi mai. Un’Italia che veniva dal boom economico e dal ’68 e che ancora non sapeva di essere in procinto di entrare nella crisi economica. Un mese prima, in piazza Fontana, la bomba piazzata dai fascisti di Ordine nuovo alla Banca Nazionale dell’Agricoltura aveva ucciso 17 persone, segnando l’inizio degli Anni di Piombo, anche se ancora non si chiamavano così. In quegli anni in cui l’Italia correva, il calcio andava a una velocità inversamente proporzionale. Più lento di oggi, più umano. Le partite non arrivavano dentro le case in diretta tivù, ma mediate dalle voci dei radiocronisti. Le parole di Enrico Ameri, Sandro Ciotti e Beppe Viola scolpivano nell’immaginazione degli ascoltatori le giocate dei campioni.

IL SILENZIO DI UN CAMPIONE DIVERSO DAGLI ALTRI

Fu la voce roca di Ciotti a raccontare quel gol: «La palla spiove dalla sinistra in piena area veneta, si impenna, Riva in rovesciata e rete!». Poi un secondo di silenzio, di quelli che sembrano interminabili, capace di descrivere lo stupore e la meraviglia del momento meglio ancora delle parole. Sembra perfetto per Riva, uno che prolisso, di certo, non lo è stato mai. Così simile al mare, che sa essere taciturno per lunghissimi istanti e riversare tutta la sua potenza in una mareggiata improvvisa. Riva era calmo fuori dal campo quanto furente al suo interno. Un uomo di straordinaria integrità morale, forgiato da un’infanzia fatta di responsabilità precoci e dolorose privazioni, che aveva scavato sul suo volto un’espressione contrita.

QUANDO RUPPE IL BRACCIO AL RACCATTAPALLE

Eppure a Riva non servivano le parole. Quando aveva bisogno di un po’ di tempo per sé saliva in macchina e guidava per ore, inerpicandosi lungo le stesse strade che al primo arrivo a Cagliari l’avevano spaventato, infilandosi nei paesi dell’entroterra sardo, per sedersi a mangiare a casa di qualche sconosciuto esponente di quel popolo che l’aveva abbracciato e che a lui era venuto istintivo ricambiare. Oppure si sedeva a mangiare il pesce con gli amici di Cagliari, sempre in silenzio. Poi risaliva in macchina e andava ad allenarsi, a piegare le dita al povero Reginato, portiere di riserva, una volta persino a rompere un braccio a un giovane raccattapalle incautamente posizionato dietro la rete e travolto da una delle solite pallonate esplose da quel sinistro ineguagliabile.

IL VIZIO DELLE SIGARETTE: ALTRO CHE RONALDO…

Nel calcio di oggi, così ossessionato dalla perfezione, uno come Riva sarebbe impensabile. Provate a immaginare uno che accende una sigaretta dopo l’altra e spegne l’ultima solo un attimo prima di cominciare l’allenamento. Confrontatelo con la maniacalità con cui Cristiano Ronaldo cura il suo corpo, con le diete pesate al bilancino, il rifiuto tassativo di ogni vizio. Nel mondo di oggi uno come Riva non potrebbe nascere. Non troverebbe spazio per il suo riserbo e il suo silenzio in un contesto che si è fatto sempre più chiassoso, e nell’era in cui ogni più piccola emozione deve essere condivisa con una storia su Instagram, la sua incapacità cronica di esprimere pubblicamente i suoi sentimenti finirebbe per penalizzarlo troppo. Probabilmente non attirerebbe le attenzioni di un club come la Juventus, che lo corteggiò fino ai limiti dello stalking e fu sempre respinta, e che oggi in uno così non potrebbe mai vedere il suo brand embassador perfetto.

Gigi Riva.

ORA INCROCIARLO È SEMPRE PIÙ DIFFICILE

Forse anche per questo oggi Riva si vede sempre meno. Incrociarlo è difficile persino per i cagliaritani, che hanno imparato a memoria gli itinerari ripetitivi delle sue passeggiate e gli orari di quei pasti al ristorante Stella Marina di Montecristo. Un tempo Riva camminava tra loro, e a loro tanto bastava. Nessuno ha mai violato la sua privacy, mai forzato un assalto per un autografo. Oggi, invece, le cose sono cambiate. Magari è anche colpa dei selfie, chissà, ma Gigi, che fu Rombo di tuono, varca molto difficilmente la porta di casa sua. E anche strappargli un’intervista è diventato sempre più difficile.

PRESIDENTE ONORARIO GRAZIE A GIULINI

«Papà è tornato sul fico», ha raccontato il figlio Nicola Riva in occasione della presentazione dello speciale che Federico Buffa gli ha dedicato su Sky. Il fico è lo stesso su cui si rifugiava da bambino, quando alla fine delle vacanze estive arrivava il pullmino che l’avrebbe riportato al collegio di Viggiù al quale la madre l’aveva iscritto dopo la morte del padre. Un tempo l’albero si stagliava di fronte a casa Riva, a Leggiuno, oggi è nella sua testa. A farlo scendere da lì ci ha pensato Tommaso Giulini, presidente del Cagliari, che per i 100 anni della società e i 50 anni dello scudetto è riuscito a farsi dire sì alla richiesta di diventare presidente onorario. Perché pure da lì, sopra il fico, mezzo secolo dopo la rovesciata del Menti e uno scudetto che oggi sarebbe impossibile, l’amore per il Cagliari è troppo forte per potergli resistere.

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I dilettanti della Serie A

Dal Pino eletto presidente "in contumacia". Guerra politica in Lega tra club della massima categoria. E MediaPro pronta ad aprire una causa milionaria sui diritti tivù. La salute dello sport nazionale è sempre più precaria.

Caduti dal pero? No, Dal Pino. E ci si scusi il gioco di parole, ma purtroppo è difficile prendere sul serio qualsiasi cosa riguardi la Lega di Serie A, quello strano consesso che ormai pare la stanza di una terapia di gruppo. Venti presidenti o massimi dirigenti che litigano su tutto e se capita vengono pure alle mani (ma sul serio), e che tuttavia continuano a fregiarsi del titolo di «classe-dirigente-del-primo-sport-italiano-che-è-anche-fra-le-prime-dieci-industrie-del-Paese».

Nella giornata di mercoledì 8 gennaio questi signori sono riusciti a darsi un presidente. Che di per sé non è nemmeno impresa difficile, visto quanti se ne sono succeduti nell’ultimo quinquennio. Semmai, il problema è il chi e il come. E qui si giunge a Paolo Dal Pino, 58 anni, stimato manager nel settore delle telecomunicazioni che viene chiamato a mettere ordine nel gorillaio. Ma appunto, c’è la questione del chi e del come. E riguardo al “chi”, risulta che Dal Pino si presenti sulla scena calcio più o meno come la signora Marianna Madia si presentò sulla scena della politica nazionale: portando in dote la propria straordinaria inesperienza.

Quanto al “come”, è partita immediata la lamentazione sul fatto che il candidato potesse almeno presentarsi all’assemblea elettiva e illustrare anche soltanto un foglio a quadretti di programma. Niente di tutto ciò. Contava riempire la poltrona vacante. E dare l’impressione che quella cosa lì, periodicamente riunita in via Rosellini a Milano, sia davvero «la Confindustria del calcio italiano» e non la lega sportiva più scassata del mondo.

DAL PINO, UN PRESIDENTE ELETTO IN CONTUMACIA

Raccontano che il nuovo presidente sia stato informato dell’elezione non appena sceso dall’aereo che lo riportava in Italia dal Brasile. La battuta sarebbe facile, ma la verità è che non ha avuto l’impeto di reimboccare il finger dell’aereo e tornare in Sud America. Non era nemmeno chiaro se avesse espresso un chiaro consenso alla propria elezione. Una frase del commissario ad acta Giancarlo Abete («Non ho parlato con lui ma credo che acconsentirà») lascia intravedere scenari grotteschi, ma non temete. Basta guardare alla storia recente e recentissima della Lega per comprendere che sia tutto quanto perfettamente nella norma. Dunque ci sta benissimo che venga eletto un presidente in contumacia. O persino a sua insaputa.

Del Pino è stato eletto con soli 12 voti su 20. Chi non ha votato il nuovo presidente ha trascorso le ore successive a mugugnare

Del resto, può anche capitare d’essere proprietari di un appartamento in vista Colosseo senza esserne stati avvertiti, dunque figurarsi se non ci si possa trovare catapultati a capo della Lega di Serie A rientrando dalla partita di padel in pausa pranzo. Ma adesso bisognerà capire cosa farà, e come, il nuovo presidente. Che intanto è stato eletto con soli 12 voti su 20. Per di più al termine di una votazione cui ha partecipato pure il presidente sampdoriano Massimo Ferrero, che sta scontando un’inibizione da quattro mesi e dunque non avrebbe potuto esercitare il diritto. Chi non ha votato il nuovo presidente ha trascorso le ore successive a mugugnare, ma anche questo passerà.

DE SIERVO ANCORA AL SUO POSTO

Tutto passa in Lega, anche se non tutto se ne va. Per esempio, è ancora lì bello imbullonato l’ad Luigi De Siervo. Quello dell’audio carpito a proposito di cori e striscioni razzisti da non esibire in tivù (ma in quel caso ha detto di essere stato frainteso e ha minacciato querela), e della famosa campagna delle tre scimmie che pretendeva d’essere anti-razzista (e stavolta il fraintendimento era lui in persona, ma s’è ben guardato dal querelare sé medesimo). Di levarsi, manco a parlarne. E si trova ancora lì il presidente o ad di club (ma sarà uno solo?) che ha il vizietto di registrare le sedute e poi passare l’audio ai giornalisti. Quello che ha messo in imbarazzo De Siervo, ma anche l’altro che ha portato alle dimissioni dell’ex presidente Gaetano Micciché.

Paolo Dal Pino.

E poi c’è Giovanni Malagò, che purtroppo a dispetto del cognome non è un passato remoto e continua a aleggiare sul calcio italiano come il fantasma di un vecchio film interpretato da Johnny Dorelli. Fu il presidente del Coni, da commissario, a mettere il sigillo sul pateracchio elettorale che portò alla presidenza Micciché ma conteneva in sé il bug della sua destituzione. Dicono che, nelle ore in cui si eleggeva Dal Pino, Malagò spingesse per un Micciché 2 (la vendetta?). Nonostante che lo stesso ex presidente avesse detto a più riprese di non essere assolutamente disposto a rimettere piede in Lega. E pensate quale ballottaggio da brivido: un candidato contumace e inconsapevole e l’altro che piuttosto avrebbe preferito passare un anno di rieducazione nelle risaie. Poltrone ambite ne abbiamo?

MEDIAPRO E IL PERICOLO DI UNA CAUSA MILIONARIA SUI DIRITTI DEL CALCIO

La sola cosa certa è che il nuovo presidente debba affrontare il complicato dossier della vendita dei diritti televisivi 2021-24. Una Novella dello Stento che rende molto nervosi i presidenti della cosiddetta Confindustria del Calcio. Senza quei denari, più o meno tutti quanti potranno dedicare i weekend alla pesca da scoglio. Il problema è che, col passare delle settimane e dei mesi, la situazione si complica anziché risolversi. E la prospettiva che gli spagnoli di Mediapro siano davvero il soggetto che risolve la partita si fa problematica. La notizia dei giorni scorsi è che adesso la società del tycoon catalano Jaume Roures sia pronta a far causa alla Lega di Serie A, chiedendo un risarcimento da 200 milioni di euro. Impressioni? In via Rosellini non fanno una piega. Si continuerà a trattare e quella causa minacciata farà parte del negoziato. Si parla d’alta finanza e si mercanteggia da tappetari. Senza mai dimenticare che è la pirateria a uccidere il calcio.

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Chi è Hakan Sukur, ex giocatore di Inter, Torino e Parma

Prima, stella del Galatasaray e della Nazionale turca. Poi, politico. E antagonista del presidente Erdogan. Oggi fa il tassista di Uber negli Stati Uniti. Ecco la sua storia.

Passare da essere uno dei migliori giocatori del proprio Paese a fare il tassista per Uber non deve essere facile. Eppure è quello che è successo ad Hakan Sukur, ex attaccante del Galatasaray e della Turchia, diventato famoso in Italia con le maglie di Torino, Inter e Parma (con cui ha vinto una Coppa Italia). Ma come ha fatto un campione come lui a finire negli Stati Uniti e cambiare completamente vita? C’entra il presidente Turco Recep Tayyip Erdogan. Ma andiamo con ordine.

HAKAN SUKUR: IL CALCIATORE

La prima grande passione di Hakan Sukur è stato il calcio. È entrato nel mondo dei professionisti nel 1987, a soli 16 anni, vestendo la maglia del Sakaryaspor, squadra che all’epoca militava nella Serie A turca. Dopo una breve parentesi al Bursaspor, sempre in Turchia, il giovane attaccante passò al Galatasaray nel 1992. Fu la sua consacrazione: giocò con i giallorossi per ben 13 stagioni non consecutive, conquistando una Coppa Uefa, e diventò così uno dei punti di riferimento della Nazionale turca (detiene il record di reti segnate), conquistando il terzo posto ai Mondiali del 2002 di Corea del Sud e Giappone. In Italia è diventato famoso grazie a Inter e Parma nei primi anni 2000, anche se, nel 1995, ha indossato la maglia del Torino per sei mesi, collezionando cinque presenze e un gol. L’esperienza in Serie A, alla fine, durò solo due stagioni e mezzo.

HAKAN SUKUR: IL POLITICO

La carriera sportiva finì nel 2008. Tre anni più tardi, però, Hakan Sukur tentò di sfondare in politica. Nel 2011 venne eletto deputato in Parlamento nelle file del Partito per la giustizia e lo sviluppo, l’Akp, ovvero il partito guidato da Recep Tayyip Erdogan. L’ex attaccante della Nazionale, però, decise di dimettersi nel 2013, quando il presidente Erdogan ruppe con Fethullah Gulen, dopo un’inchiesta per corruzione che riguardava proprio l’attuale presidente turco e i suoi collaboratori più stretti.

L’ESILIO NEGLI STATI UNITI

Hakan Sukur si allontanò dal suo Paese nel dicembre del 2015 per trasferirsi in California con la famiglia, a causa dell’apertura di un procedimento a suo carico per “insulti” a Erdogan. Ma non finisce qua. Il 12 agosto 2016 venne emesso un ordine di arresto nei suoi confronti poiché ritenuto vicino a un gruppo terroristico a seguito del tentato colpo di Stato del 16 luglio contro il presidente Erdogan. Così rimase negli States e cominciò a lavorare là, prima a Paolo Alto in una caffetteria, poi, recentemente, si è trasferito a Washington dove lavora come tassista di Uber. Oggi Hakan Sukur è costretto a lavorare perché tutti i guadagni dell’attività sportiva sono stati congelati nel suo Paese d’origine proprio a causa dei problemi avuti con Erdogan.

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L’Antitrust mette nel mirino nove squadre di Serie A

Avviati procedimenti nei confronti di Inter, Milan, Roma, Lazio, Juventus, Cagliari, Genoa, Udinese e Atalanta. I club utilizzerebbero «clausole vessatorie nei contratti di acquisto di abbonamenti e biglietti per le partite».

Inter , Milan, Roma, Lazio, Juventus, Cagliari, Genoa, Udinese e Atalanta sono le nove società di Serie A nel mirino dell’Antitrust che ha avviato nove procedimenti istruttori per «clausole vessatorie nei contratti di acquisto di abbonamenti e biglietti per le partite». Si tratta, in particolare, di clausole che non riconoscerebbero il diritto a ottenere il rimborso di tutto o parte dell’ abbonamento o del singolo biglietto, in caso di chiusura dello stadio o rinvio di partita, e a ottenere risarcimenti per fatto della società.

ARCHIVIATA LA POSIZIONE DI BOLOGNA E PARMA

L’attività istruttoria in corso fa seguito – si legge in una nota dell’Antitrust – al mancato accoglimento dell’invito rivolto dall’Autorità alle nove società lo scorso 8 maggio 2019, tramite una comunicazione di moral suasion con la quale era stato richiesto ai club di adottare iniziative dirette a rimuovere le evidenze appena richiamate. A queste richieste hanno risposto positivamente solo Bologna e Parma. Queste ultime – sottolinea l’Antitrust – hanno «effettivamente modificato le loro condizioni generali di contratto, con la rimozione dei profili di possibile vessatorietà ivi rilevati nelle rispettive lettere. Per queste due ultime società sono stati archiviate le rispettive procedure.

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Pallotta è pronto a vendere la Roma al magnate Friedkin

Manca solo l'ufficialità: il club giallorosso passa di mano, da un americano all'altro. Per il presidente uscente, nessun trofeo ma una cessione a un valore cinque volte superiore a quello di acquisto.

La cessione della Roma è al rush finale. La società sta per passare di mano, da un americano a un altro. Si attende l’ufficialità, ma è praticamente fatta e la fumata bianca è ormai vicina col presidente James Pallotta pronto ad accettare l’ultimo rialzo messo sul piatto dal magnate texano Dan Friedkin per acquistare la maggioranza delle azioni della “As Roma Spv Llc”, società capogruppo con sede in Delaware che controlla il club calcistico e il progetto dello stadio che sorgerà a Tor di Valle. L’intesa verbale sull’asse Boston-Houston, in attesa delle cifre esatte, sarebbe stata raggiunta sulla base di circa 800 milioni di euro inclusi i 270 milioni di debiti del club e i 150 milioni già previsti per la ricapitalizzazione. Per formalizzare tutta l’operazione serviranno alcune settimane ma, in assenza di colpi di scena, Friedkin diventerà il nuovo proprietario mettendo fine all’era Pallotta.

LA CONTESTAZIONE DEL TIFO

Quella del tycoon di Boston è stata una gestione dai due volti. In campo la squadra ha fallito l’appuntamento con la vittoria, centrando piazzamenti in campionato oltre che una storica semifinale di Champions League. La mancata conquista di un trofeo, la continua cessione dei migliori giocatori in rosa per questioni di bilancio, gli addii traumatici di icone romaniste come Totti e De Rossi oltre ad alcune dure dichiarazioni nei confronti della parte più estrema del tifo, lo ha esposto a critiche e contestazioni. Fuori dal campo, tuttavia, la Roma è cresciuta a livello di brand e considerazione internazionale, e lo dimostra il fatto che Pallotta si appresta a vendere sulla base di una valutazione del club quasi cinque volte superiore rispetto a quella del 2011. Valutazione che sarebbe potuta essere ancora maggiore col via libera allo stadio di proprietà, che comunque è atteso anch’esso ad inizio gennaio.

LO STADIO PUÒ ATTENDERE

I continui ritardi nell’iter hanno però convinto i soci di Pallotta ad uscire dal business Roma, aprendo così la strada alla cessione del club. Strada imboccata con decisione da Dan Friedkin e il suo gruppo che, dopo aver studiato a fondo il dossier (sono state svolte due diligence su tutte le dodici società che compongono la galassia giallorossa per analizzarne i conti nel dettaglio), ha pianificato l’investimento nella Roma. Il nuovo stadio, quando arriverà, sarà un plus importante, ma nel frattempo Friedkin ha intenzione di fare sul serio affidando un ruolo importante in società al figlio Ryan.

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Dopo il calcio, Cristiano Ronaldo sogna il cinema di Hollywood

Una volta detto addio allo sport, il campione vorrebbe recitare in film importanti: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida».

«C’è vita dopo il calcio, ed è importante ricordarselo: vincere più Palloni d’oro e Champions mi rende più felice ma è solo una tappa». A Dubai, dove si trova per l’assegnazione dei Globe Soccer Awards, ecco il Cristiano Ronaldo che non ti aspetti, che mantiene intatto il desiderio di vincere («Spero che il 2020 sia un anno eccellente, come lo sono stati questi ultimi, anzi spero sia fantastico») ma filosofeggia sulla vita e rivela i suoi desideri per quando smetterà di giocare: «Non succederà a breve, ma quando accadrà avrò l’umiltà giusta di rendermi conto se la mia mente sarà più veloce del mio corpo». E tra i suoi sogni c’è Hollywood: «Recitare al top è un qualcosa a cui voglio prepararmi». Ecco quindi il CR7 in futuro attore, non tanto per vanità personale come potrebbe pensare chi non lo conosce e si ferma alle apparenze: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida e a me piacciono le sfide: voglio sorprendere prima me stesso e poi gli altri, e continuare a raggiungere traguardi».

LA LETTURA COME HOBBY PER IL TEMPO LIBERO

Nel frattempo c’è il Cristiano extra calcio di oggi, quello per il quale è importante trovare ogni giorno un paio d’ore da dedicare a se stesso: «Magari per rilassarmi o leggere un libro». Già i libri, forse uno dei rimpianti di uno che dalla vita ha avuto tutto. «Ho quattro figli e se mi chiedono qualcosa e non so rispondere mi vergogno, quindi devo autoeducarmi, perché per via del calcio non ho potuto studiare molto, ma quando mi chiedono qualcosa devo poter rispondere. Così quando avevo 26-27 anni ho cominciato ad essere più curioso nei confronti della vita, ad informarmi di più, a parlare meglio l’inglese, e a leggere un buon libro che fa crescere la tua intelligenza e la tua cultura».

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Lo sfogo di Lapo Elkann contro la Juve dopo il 3-1 dalla Lazio

L'erede di casa Agnelli dopo la sconfitta dei bianconeri in finale di Supercoppa italiana: «Juve vergognati».

La Lazio ha vinto la Supercoppa italiana, battendo la Juventus 3-1, e qualcuno non l’ha presa bene. «Juve VERGOGNATI. COMPLIMENTI alla Lazio», è stato il commento di Lapo Elkann su Twitter. L’erede di casa Agnelli, proprietaria del team, è convalescente dopo un incidente avvenuto in Israele circa due settimane fa.

La Lazio ripete a Riad, anche nel punteggio, l’impresa fatta in campionato, infliggendo alla Juventus di Sarri la seconda sconfitta stagionale, sottolineata con una smorfia di dolore da Cristiano Ronaldo a fine partita, mentre Simone Inzaghi esulta dicendo che «abbiamo fatto qualcosa di magico battendo la Juve per due volte». Dopo le otto vittorie consecutive in Serie A, arriva il successo di Riad che vale la quinta Supercoppa nazionale per i biancocelesti.

SERATA NO PER RONALDO

A farne le spese dopo la beffa del 2017 (Murgia segnò il gol-partita al 93′) è di nuovo la Juventus, per la quale ha fatto il tifo quasi tutto il pubblico presente al ‘King Saud‘, fra i quali tante donne, alcune senza velo, altre vestite con la maglia bianconera di Cristiano Ronaldo, idolo della folla saudita che ha spesso sottolineato con grida ogni suo tocco di palla. Una dimostrazione d’amore non ripagata: per il fuoriclasse portoghese è stata una serata di luna storta anche personale, non solo della squadra. Così la vittoria del gruppo dell’ottimo Simone Inzaghi, nettamente superiore ai rivali a centrocampo, è stata meritata, proprio come quella in campionato, e frutto di una condotta di gara attenta contro una Juve in cui continua a non vedersi l’impronta del gioco di Sarri.

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I soldi sauditi per la Supercoppa italiana non puzzano più?

Juventus-Lazio si gioca a Riad dopo il precedente con polemiche di Gedda. Ma l'indignazione (anche se ipocrita) della scorsaprecedente edizione è svanita. Eppure l'Arabia è sempre lo stesso Paese che calpesta i diritti umani. La Lega Serie A tira dritto e pensa ai guadagni.

Lo stadio dell’Università Re Sa’ud è pronto. Domenica 22 dicembre 2019 alle 17.45 (ora italiana) Riad ospita la Supercoppa italiana, per la seconda volta consecutiva in Arabia Saudita dopo il precedente di Gedda. E se a fine 2018 la vigilia della partita tra Juventus e Milan fu accompagnata da una lunga serie di polemiche, stavolta Juventus e Lazio si apprestano a vivere la loro sfida nel silenzio generale. L’indignazione che nemmeno 12 mesi prima si era sollevata per la scelta di andare a giocare in uno dei Paesi che più calpesta i diritti umani sembra svanita nel nulla.

ATTIVISTE FEMMINISTE IN CARCERE

Eppure l’Arabia Saudita è sempre l’Arabia Saudita, in un anno non è cambiato poi granché. È vero, le donne ora possono viaggiare e guidare un’auto, ma continuano ad aver bisogno del permesso di un tutore maschio per sposarsi, andare a scuola e ottenere un passaporto. Intanto le attiviste femministe continuano a essere chiuse in carcere, dove le pratiche che violano i diritti umani continuano a essere perpetrate. Gli arresti arbitrari sono ancora all’ordine del giorno, come quello di Anas al-Mazrou, professore della stessa università che dà il nome allo stadio in cui si giocherà Juventus-Lazio, che nel marzo 2019 è finito in cella per aver parlato in pubblico a sostegno degli attivisti per i diritti delle donne detenute.

LA SCALA E QUEL CONTRATTO STRACCIATO

Sempre a marzo, sull’onda lunga dell’indignazione per quella Supercoppa a cui le donne avrebbero avuto accesso soltanto in un settore speciale riservato a loro, occupante il 15% dello stadio, il Teatro alla Scala stracciò il contratto che portava all’ingresso nel consiglio d’amministrazione della sua Fondazione del governo saudita. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala annunciò la rinuncia a 15 milioni di euro in tre anni e la restituzione dei 3 già versati come acconto dagli arabi alla Fondazione. La Lega Serie A, per giocare la Supercoppa a Riad, di milioni ne prende esattamente la metà, 7,5 per tre edizioni, 2,5 l’anno, ma non ha mai pensato di poter rinunciare a una cifra che in realtà non sposta poi di molto il bilancio complessivo dei club partecipanti (a cui va il 90% della somma) e del calcio italiano in generale (alla Lega resta appena il 10%, 750 mila euro).

POLITICA DI ESPORTAZIONE PER LA SERIE A

Nemmeno l’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista saudita per il Washington Post, fortemente critico nei confronti del governo di Re Salman, torturato e massacrato nella sede del consolato arabo a Istanbul nell’ottobre del 2018, riuscì a cambiare lo stato delle cose. D’altra parte la Serie A aveva già intrapreso da anni la sua politica di esportazione della Supercoppa, con nove edizioni giocate all’estero prima di quella del gennaio 2019, spesso in Paesi non proprio celebri per il rispetto dei diritti umani (oltre a due negli Stati Uniti, se ne sono giocate infatti tre in Cina, due in Qatar e una Libia nel 2002, quando il Paese era ancora sotto il governo di Gheddafi, i rapporti del rais con Silvio Berlusconi erano ben oltre la semplice cordialità, e il figlio di Mu’ammar, Saadi, era appena diventato azionista della Juventus. In quelle edizioni la Lega guadagnò ancora meno dei 7,5 milioni che prende dall’Arabia Saudita: lo fece, piuttosto, per provare a rendere più globale il prodotto calcio italiano, ma verosimilmente anche in quanto strumento di diplomazia e geopolitica internazionale.

Selfie con Ciro Immobile per i tifosi arabi. (Getty)

CONTINUIAMO A VENDERE ARMI AI SAUDITI

L’Italia che non vuole i sauditi alla Scala è la stessa che continua a vendere loro armi per la guerra contro lo Yemen, le bombe fabbricate in Sardegna dalla tedesca Rwm, ma non solo. Secondo la relazione annuale sulla vendita di armi verso paesi stranieri che il governo ha presentato in parlamento a giugno, solo nel 2018 l’Italia ha spedito a Riad 108 milioni di euro in armamenti. Il calcio, insomma, non è che lo specchio di un Paese ipocrita che continua a fare affari e siglare intese con uno Stato da cui a parole prende le distanze.

Il trofeo della Supercoppa a Riad. (Getty)

GERMANIA E FRANCIA HANNO REAGITO

Eppure una via diversa è possibile. L’ha indicata la Federcalcio tedesca nel decidere che la Germania non avrebbe più giocato amichevoli contro nazionali di Paesi in cui non vige la parità di genere. L’ha fatto, in parte, anche la Spagna, dove all’indignazione per un accordo della Liga del tutto analogo a quello concluso dalla Serie A (la Supercoppa di Spagna si gioca a Gedda per tre edizioni in un nuovo formato che prevede un quadrangolare) è seguita la netta presa di posizione della tivù di Stato, la Tve, che ha deciso di non trasmettere gli incontri sui suoi canali. La Figc, invece, si è limitata a invitare al Barbera di Palermo, per la partita tra Italia e Armenia del 18 novembre, una delegazione di donne iraniane, costrette ancora a forti limitazioni all’accesso agli stadi nel loro Paese.

L’ITALIA FATICA PURE CON L’ANTI-RAZZISMO

La Serie A, però, non cambia idea. E dopo essersi mossa goffamente e con estremo ritardo sul fronte della lotta al razzismo negli stadi, sembra del tutto sorda agli appelli per il rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita. Con buona pace di Kashoggi, della parità di genere, del rispetto dei diritti umani. Che evidentemente contano meno di una manciata di milioni e dell’esportazione di un brand che persino Cristiano Ronaldo fa fatica a risollevare a livello globale.

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I sorteggi degli ottavi di Champions League 2019-2020 in diretta

Urna dai due volti per le italiane a Nyon. La Juve pesca il Lione, l'Atalanta il Valencia. Decisamente peggio va al Napoli, cui tocca in sorte il Barcellona. Fortunate Inter e Roma in Europa league: Ludogorets e Gent.

Tra qualche brivido e molte speranze Juventus, Napoli e Atalanta hanno conosciuto l’esito del sorteggio degli ottavi di Champions League. A Nyon l’urna dell’Uefa ha dipinto un quadro dai due volti per le italiane, con Juventus e Atalanta premiate dalla Dea Bendata e il Napoli decisamente più sfortunato.

IL LIONE PER I BIANCONERI DI SARRI

I bianconeri di Maurizio Sarri hanno pescato il Lione, sulla carta l’avversario più morbido. Per gli uomini di Giampiero Gasperini, scongiurati gli spauracchi Barcellona, Liverpool e Paris Saint-Germain, è arrivato un avversario come il Valencia, decisamente alla portata dei bergamaschi.

MESSI SPAVENTA IL NAPOLI

Peggio è andata al Napoli, che dovrà vedersela col Barcellona. «Non ci dobbiamo lamentare», ha commentato a caldo Pavel Nedved. «Però è sempre difficile, se non arrivi in forma a febbraio e marzo non passi il turno questo è garantito». «Una grande squadra, una grande sfida, due gare affascinanti. Le affronteremo senza paura», ha detto invece Rino Gattuso, neotecnico del Napoli, commentando così – sul profilo ufficiale Twitter del club partenopeo – il difficile incrocio con il Barcellona.

GLI ACCOPPIAMENTI DEGLI OTTAVI

  • Borussia Dortmund-Paris Saint-Germain
  • Real Madrid-Manchester City
  • Atalanta-Valencia
  • Atletico Madrid-Liverpool
  • Chelsea-Bayern Monaco
  • Lione-Juventus
  • Tottenham-Lipsia
  • Napoli-Barcellona

SORTEGGIO FORTUNATO IN EUROPA LEAGUE PER INTER E ROMA

Sorteggio benevolo per le italiane anche in Europa League. Evitate le avversarie più ostiche, l’Inter se la vedrà con i bulgari del Ludogorets, la Roma con i belgi del Gent.

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Il mito silenzioso di Gigi Riva protagonista di #SkyBuffaRacconta

Il simbolo del Cagliari nell'anno del centenario protagonista della mini docu-serie in onda su Sky. Una storia di resistenza e riservatezza. Che restituisce un'immagine inedita di uno dei più grandi bomber della storia.

Raccontare Gigi Riva non è cosa semplice. Di lui, del suo sinistro potentissimo, dei 35 gol in 42 presenze con la Nazionale, di quello scudetto assurdo conquistato 49 anni e mezzo fa col Cagliari, si è detto e scritto di tutto. Per farlo bisogna lavorare di cesello, andare per sottrazione, scavare in profondità, trovare una chiave originale. Federico Buffa lo ha fatto, partendo dai luoghi della sua vita e dai rapporti interpersonali, dai volti di chi gli è stato vicino e di chi, invece, con la sua assenza, ha saputo avere un peso enorme sulla sua formazione.

IL VUOTO MAI COLMATO DELLA SCOMPARSA DEI GENITORI

#SkyBuffaRacconta Gigi Riva, la mini docu-serie in due parti il cui primo episodio va in onda il 13 dicembre alle 21, approccia la vita di un campione partendo dal legame con la madre persa a 16 anni, da una mancanza che si è sommata a un’altra, quella del padre morto quando di anni Riva ne aveva solo nove, lasciando spazio a un vuoto mai del tutto colmato. Riva, il fioeu che alla fine dell’estate scappa sul fico per non tornare al collegio di Viggiù in cui è costretto per tre anni dopo la morte del padre, influenza l’evoluzione di Riva, il fuoriclasse che ha scritto il suo nome nella storia del calcio italiano.

UN SAGGIO DI RESISTENZA ATTRAVERSO LE GENERAZIONI

E se raccontare Riva è un’impresa, farlo rivolgendosi a un pubblico di 15enni-20enni lo è ancora di più. Che cosa può dire, ai giovani di oggi, una storia in bianco e nero di mezzo secolo fa? Cosa può raccontare un campione così distante dai modelli attuali, dalle ribalte social, dai divismi contemporanei? «Credo che ci siano dei valori eterni nella storia del genere umano», spiega Buffa, «come la capacità di reagire al destino, e la storia di Gigi Riva vale in eterno per la capacità che ha avuto di reagire alle situazioni negative come quelle che gli veniva proposte dalla sua vita». Valori di «un’Italia diversa e che si aiutava di più».

DALLA VOGLIA DI SCAPPARE ALLA SCELTA DI RESTARE PER SEMPRE

Cose come perdere due genitori, perdere il proprio paese e il proprio lago, ritrovarsi all’improvviso in una terra sconosciuta e temuta, in un’isola per gran parte senza illuminazione artificiale, in un aeroporto collegato alla città più importante e vicina da una strada ancora in gran parte sterrata. Cose come pensare di voler scappare e poi, quasi all’improvviso, decidere di restare per non andare più via, dopo essersi reso conto che quel mare non è poi così distante dal lago sulle sponde del quale si è cresciuti.

Gigi Riva protagonista nel racconto di Federico Buffa in onda su Sky.

IL PALLONE PER DESCRIVERE CIÒ CHE LE PAROLE NON DICONO

In mezzo c’è il pallone, sì, ma appare solo un accessorio attraverso cui raccontare tutto ciò che le parole non dicono, ma che può essere espresso con un’alzata di spalle o una smorfia dell’estremità sinistra delle labbra. Riva è un uomo di poco parole, lo è sempre stato, per questo quelle poche che vengono inserite dentro al racconto di Buffa hanno un peso specifico particolare e suonano preziose come l’oro. Uno storytelling costruito di «ciò che si fa, non di ciò che si dice».

L’EMOZIONE NEL RACCONTO DI BUFFA

C’è un’emozione diversa, stavolta nella voce di Buffa: «Racconto solo storie che vorrei raccontare, non quelle che non mi piacciono. Ci metto sempre una componente personale, in questo caso anche troppa, forse». Perché il piccolo Federico, cresciuto a qualche centinaia di metri di distanza dalla casa di Leggiuno di Riva, ogni pomeriggio d’estate scappava con la bicicletta per recarsi sotto il suo balcone, aspettando che uscisse a fumare per avere il privilegio di osservarlo soltanto, quell’uomo che un gol dopo l’altro, un silenzio dopo l’altro, scriveva la sua leggenda.

GLI ANEDDOTI INEDITI RIVELATI DALLA SORELLA E DAL FIGLIO

Lo guardava senza parlarci mai. e ancora oggi, nonostante tutto, non l’ha mai incontrato ed è felice di non averlo fatto perché «diversamente mi avrebbe intimidito con la sua presenza». A fornirgli il materiale per aneddoti inediti e aspetti ancora inesplorati della vita di Rombo di Tuono sono stati gli amici e i parenti più stretti, la sorella Fausta o il figlio Nicola, presente all’anteprima per poter dire alla fine: «Pensavo di conoscere la vita di mio padre e invece non la conoscevo ancora tutta».

PRESIDENTE ONORARIO NELL’ANNO DEL CENTENARIO

Ed è la sensazione che si ha pur essendoci cresciuti dentro a quel mito, in un’isola e una città in cui uno scudetto di 50 anni fa è tramandato oralmente come l’epica di un tempo e l’uomo che l’ha portato è venerato come una semidivinità pagana vivente, presente eppure allo stesso tempo distante, come un dio dell’Olimpo che sempre più di rado scende tra la gente. Una mistica alimentata da una vita pubblica ormai quasi inesistente, perché «papà», racconta il figlio Nicola, «è tornato sul fico». Eppure ne scenderà ancora, almeno una volta, per diventare presidente onorario del Cagliari il 18 dicembre e coronare così l’anno del centenario del club e del cinquantenario dello scudetto. Una storia che ha scritto in prima persona e che non può certamente esimersi dal suggellare.

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L’impresa dell’Atalanta porta tre italiane agli ottavi di Champions league

Vittoria 3-0 in Ucraina contro lo Shakhtar Donetsk: dopo tre sconfitte nelle prime tre partite del girone arriva così il secondo posto e la qualificazione, così come Napoli e Juventus (passata da prima). Fuori solo gli altri nerazzurri dell'Inter.

Ci sono dei nerazzurri agli ottavi di finale di Champions league. Non quelli dell’Inter, guidati da un tecnico allergico all’Europa come Antonio Conte. Ma quelli dell’Atalanta, che hanno passato il turno in modo del tutto inaspettato.

DECISIVI CASTAGNE, PASALIC E GOSENS

La squadra di Gian Piero Gasperini ha infatti battuto 3-0 fuori casa gli ucraini dello Shakhtar Donetsk nell’ultima partita del girone grazie ai gol di Castagne, Pasalic e Gosens, classificandosi al secondo posto nel gruppo C, alle spalle del Manchester City che ha vinto 4-1 – successo che serviva per la qualificazione della Dea – in Croazia contro la Dinamo Zagabria dopo essere andato in svantaggio.

COME IL NEWCASTLE NEL 2002

Tutto perfetto insomma, all’opposto dell’esordio da incubo dei bergamaschi: tre sconfitte – due pesanti – nelle prime tre partite dell’avventura europea: 4-0, 2-1 e 5-1. Poi destino ribaltato come era riuscito solo al Newcastle nel 2002 dopo un triplice k.o. inziale. E così sono tre (su quattro) le italiane che proseguono la loro strada in Champions: Atalanta, Juventus e Napoli.

atalanta qualificazione champions
Gosens festeggia con Hateboer e Gomez. (Ansa)

GOMEZ: «QUI NON CI SONO CAMPIONI, È TUTTO LAVORO E SACRIFICIO»

Il capitano Alejandro “Papu” Gomez, dopo la partita, ha detto ai microfoni di Sky Sport: «Non ci sono parole, è un’emozione unica, qualcosa che rimarrà nella storia del calcio e di questa società. E anche nella memoria di ognuno che è stato qui». Poi ha aggiunto: «Tutti veniamo dal basso, qui non c’è nessun campione, qui è tutto lavoro e sacrificio. Un po’ come l’Atalanta degli Anni 90, che andava a lottare per l’Europa, oggi abbiamo scritto un’altra pagina di storia che si ritroverà tutto il popolo bergamasco. Anche quelli che sono venuti qui sono pazzi, abbiamo gente che di segue alla quale volevamo dare una bella gioia».

FONTANA: «ATALANTA ORGOGLIO DELLA LOMBARDIA»

Su Facebook ha esultato anche il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana: «Non ho dubbi nel definire l’Atalanta orgoglio di Lombardia. Con un miracolo sportivo i bergamaschi scrivono una bellissima favola: stravincono in Ucraina e superano il turno di Champions League entrando di diritto nelle “grandi” del calcio europeo. Complimenti ragazzi! Complimenti Gasperini e complimenti Percassi! E mi viene da dire che il bello deve ancora arrivare».

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Come sarà il nuovo Napoli di Gattuso

Il sostituto di Ancelotti in città in attesa della presentazione ufficiale. La prima sfida è il recupero dei 'ribelli'. A cominciare da capitan Insigne. Basterà il ritorno all'amato 4-3-3?

Tutto pronto per l’inizio della nuova avventura di Gennaro Gattuso alla guida del Napoli. All’indomani del’esonero di Carlo Ancelotti, maturato al termine del 4-0 al Genk valso agli azzurri il terzo accesso agli ottavi di Champions League della loro storia, la squadra è pronta ad affifdarsi al tecnico calabrese, che potrebbe dirigere il primo allenamento già nel pomeriggio dell’11 dicembre.

LO SBARCO DI GATTUSO IN CITTÀ

Gattuso è sbarcato a Napoli in mattinata e subito hanno iniziato a circolare le prime immagini, rigorosamente a bocca cucita, dell’ex allenatore del Milan in quella che diventerà la sua nuova città. Secondo quanto fatto trapelare dalla società, il nuovo mister sarà presentato alla stampa a partire dalle 18, nel Centro tecnico di Castel Volturno.

UNA SQUADRA DA RILANCIARE IN CAMPIONATO

Al nuovo allenatore spetta l’arduo compito di rigenerare una squadra cui manca la vittoria da sette turni in campionato e ben lontana da quella zona Champions obiettivo minimo stagionale dei partenopei. In attesa di capire se Aurelio De Laurentiis sarà disposto a metter mano al portafoglio per rinforzare la rosa nella sessione di mercato di gennaio, Gattuso dovrà saper infondere le giuste motivazioni ai ‘ribelli’ protagonisti dell’ammutinamento che ha sancito la frattura con la proprietà.

LE INCOGNITE LEGATE AL ‘RECUPERO’ DEI RIBELLI

Se Koulibaly e Callejon hanno già offerto segni di pentimento, riavvicinandosi ad Ancelotti proprio nelle ore antecedenti l’esonero, resta tutta da testare la volontà di re-immergersi nel progetto di gente come Allan, Mertens o capitan Insigne. Proprio quest’ultimo rappresenta, forse, la più grande incognita sul futuro del Napoli e non soltanto in chiave tecnica, visto pure l’incrinarsi del rapporto con la tifoseria.

GATTUSO PRONTO A RIPARTIRE DAL 4-3-3

Certo è che il probabilissimo ritorno al 4-3-3, marchio di fabbrica del Rino rossonero e abito cucito su misura al Napoli sarriano, potrebbe contribuire a restituire stimoli, fiducia e gol tanto a Insigne quanto a Callejon, forse i più “sacrificati” sull’altare del 4-4-2 di Ancelotti. Riferimento offensivo sarà con ogni probabilità Arkadiusz Milik, anche se difficilmente Dries Mertens potrà accettare un ruolo da subentrante di lusso. E se a destra lo spagnolo dovrà guardarsi dalla concorrenza di un finora poco convincente Lozano, non è da escludere un utilizzo sulla corsia mancina di Zielinski come esterno alto, in attesa di recuperare appieno proprio Insigne.

LA RETROGUARDIA NON SI TOCCA

Allan e Ruiz saranno i perni di un centrocampo che potrebbe beneficiare per un maggior minutaggio della freschezza di Elmas, mentre per quanto riguarda la retroguardia, almeno per il momento, è difficile immaginare stravolgimenti. Di certo, Gattuso farà meno ricorso a quel turnover sistematico che ha probabilmente alimentato qualche incertezza di troppo negli stessi calciatori. Ben conscio, Rino, di aver di fronte un’occasione da non farsi scappare. Probabilmente la più grossa della sua ancor giovane carriera.

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Antonio Conte in Champions League non è un top manager

Lo dicono i numeri. Quattro partecipazioni da allenatore e due eliminazioni ai gironi. Un quarto di finale come miglior risultato. E una media punti di 1.46 contro i 2.28 del campionato. Storia di una maledizione.

La Champions League è una storia a parte, una competizione che ha logiche tutte sue, quasi un altro sport. Puoi essere grande, persino uno dei più grandi, quando ti giochi un campionato su 38 partite. Non mollare un centimetro e conquistare il titolo con squadre che alla vigilia non rientrerebbero nel novero delle favorite, eppure faticare da matti quando valichi il confine e ti ritrovi a giocare in Europa. Non è nemmeno una questione di valore dell’avversario che ti trovi di fronte, è proprio un problema di dinamiche e prospettive che mutano. E se non sei pronto, se non sei nato per quella cosa là, alla fine ti ci schianti.

L’Inter è apparsa simile in maniera inquietante a quella che l’anno scorso non riuscì a battere il Psv e si fermò allo stesso punto: l’ultima partita del girone

L’Inter è prima in classifica. In due mesi e mezzo Antonio Conte ha già messo da parte nove punti in più di quanti ne aveva Luciano Spalletti un anno fa di questi tempi. Ha il terzo miglior attacco del campionato e la miglior difesa e due punti di vantaggio sulla Juventus che l’anno scorso dopo 15 partite ne dava 14 di distacco ai nerazzurri. Ma il miracolo si è sciolto in una sera di Champions League in cui l’Inter è apparsa simile in maniera inquietante a quella che l’anno scorso non riuscì a battere il Psv Eindhoven e si fermò allo stesso punto: l’ultima partita del girone.

ELIMINATO DA UN BARCELLONA DI RISERVE E GIOVANISSIMI

Sì, stavolta di fronte c’era il Barcellona, ma era un Barcellona già agli ottavi e sicuro del primo posto, arrivato a Milano senza Leo Messi e Gerard Piqué, lasciati a riposo a casa, e con Suarez in panchina. Un Barcellona che ha schierato un solo titolare su 11, il difensore centrale Clément Lenglet, che ha mandato in porta Neto (all’esordio stagionale), ha schierato terzino destro della squadra B Moussa Wague (una sola presenza in Liga e un minuto in Champions prima di ieri), ha piazzato al centro della difesa Jean-Clair Todibo (77 minuti distribuiti su due partite di Liga), a centrocampo Carles Aleña (63 minuti in due partite di campionato) e in attacco Carles Pérez (457 minuti in Liga, un veterano al confronto degli altri compagni già citati). Un Barcellona che ha battuto l’Inter con un gol di Ansu Fati, un ragazzo di talento finissimo ma anche di 17 anni e 40 giorni entrato in campo un minuto prima.

Lautaro Martinez dopo un gol annullato per fuorigioco contro il Barcellona.

Alla vigilia della partita, leggendo la lista dei convocati e poi la formazione di Ernesto Valverde, in molti sogghignavano. Qualcuno persino ventilava il più classico dei biscotti, una partita farsa già acchitata per far passare il turno all’Inter. Al termine dei 90 minuti a ridere, ma di una risata ben diverse, sono rimasti solo i gufi. Di certo non ha riso Conte, che la Champions League l’ha vissuta da allenatore quattro volte, la metà delle quali terminate ai gironi e con un quarto di finale come miglior risultato in carriera. Un allenatore che ha confermato la sua allergia al contesto europeo persino in Europa League, quando nel 2013-14 si fece eliminare in semifinale dal Benfica, perdendo l’occasione di giocarsi la coppa nella finale davanti al pubblico dello Juventus Stadium.

QUELLE SIMILITUDINI TRA LE ELIMINAZIONI CON INTER E JUVE

Il confronto tra il Conte del campionato e quello della Champions League è oggettivamente impietoso. Basta vedere le medie punti nelle varie competizioni. In Serie A viaggia spedito a 2,28, in Premier scende a un 2,14 viziato dalla seconda stagione al Chelsea, in Champions a 1,46. Vince meno di una partita ogni due, non proprio statistiche da top manager. E la sconfitta del 10 dicembre assomiglia fin troppo a quella di sei anni fa a Istanbul, più per le condizioni in cui l’Inter si è costretta ad affrontare un ultimo scontro decisivo che per due partite diverse per blasone dell’avversario e condizioni ambientali. In casa del Galatasaray la neve aveva reso il campo impraticabile, a San Siro la palla viaggiava veloce, soprattutto quando veniva trasmessa dai piedi delle riserve del Barcellona, ma l’eliminazione di quella Juve fu figlia del pareggio di Copenaghen almeno quanto quella di quest’Inter lo è di quello con lo Slavia Praga.

UN’INTER FIGLIA DI CONTE, NEL BENE E NEL MALE

L’Inter non ha giocato male la sua Champions League, per nulla. A tratti ha persino dato l’impressione di essere forte, fortissima. All’andata al Camp Nou ha preso in giro il Barcellona per un tempo, al ritorno ha fatto lo stesso per i primi 45 minuti col Borussia Dortmund. In entrambi i casi, però, è stata rimontata sparendo dal campo. E l’impressione è che sia successo per limiti caratteriali prima ancora che tecnici, per una sorta di disegno calcistico più che per una condizione atletica inadeguata a reggere quei ritmi forsennati per più di un tempo. Se questa Inter è figlia di Conte, lo è nel bene e nel male. E se era possibile prevedere che in campionato avrebbe trovato risorse che nessuno pensava potesse avere, era altrettanto facile immaginare che in Champions non sarebbe durata a lungo. A prescindere da ogni discorso sulla complessità del girone in cui era stata sorteggiata.

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Cosa è andato storto tra Ancelotti e il Napoli

Il tecnico esonerato dopo il 4-0 al Genk e la qualificazione agli ottavi di Champions. Dietro l'addio le faide nello spogliatoio e una squadra mai a immagine e somiglianza dell'allenatore. Che ora spera nell'Arsenal.

Era arrivato per sostituire Maurizio Sarri, che tutti i tifosi del Napoli adoravano. Era la carta vincente di Aurelio De Laurentiis, l’uomo che avrebbe dovuto far fare il salto decisivo verso i trofei. Non è andata così. Carlo Ancelotti lascia la panchina del Napoli a Rino Gattuso (ma l’avvicendamento non è ancora ufficiale) dopo 18 mesi, dopo il 4-0 al Genk che porta gli azzurri per la terza volta nella storia agli ottavi di Champions League. Ma lascia anche al settimo posto in classifica in campionato, a pari punti col Parma, a 17 punti dalla capolista Inter e a 15 dalla Juventus.

UN DISASTRO MATURATO NELLO SPOGLIATOIO

Un disastro condizionato anche da uno spogliatoio ribelle, che Ancelotti non è riuscito a far rigare diritto, ostaggio dei senatori che giocano ormai in azzurro da anni e vivono la frustrazione degli “zero titoli”: Allan, Callejon, Mertens, Insigne, Koulibaly. Stelle che il tecnico azzurro non è riuscito però a far brillare pienamente e che hanno firmato una profonda spaccatura con il club nella notte dell’ammutinamento al ritiro. Ora ci si interroga anche su che fine faranno le multe che il club aveva deciso di comminare ai giocatori, tutti ‘ribelli’: a questo proposito nulla è stato per ora chiarito dopo la decisione di esonerare il tecnico.

IL PESO DELL’EREDITÀ DI SARRI

Eppure la delusione per l’addio di Sarri era stata subito spazzata via dall’arrivo di Ancelotti, con il suo carico di coppe e campionati vinti in giro per l’Europa. Carletto aveva preso il Napoli rispettando l’osssatura di Sarri, cambiandola pian piano secondo i suoi disegni e arrivando dal 4-3-3 al 4-4-2, prendendosi un po’ con Insigne, che gli aveva detto di voler fare l’esterno sinistro, scommettendo ancora su Mertens punta, che gli dava ragione.

UNA STAGIONE SFUMATA TROPPO IN FRETTA

Il sogno dell’inseguimento alla Juventus è finito però presto, mentre il Napoli diceva addio alla Champions in un girone invero di ferro con Liverpool e Psg. E il resto della stagione era scivolata via nella convinzione che Ancelotti avrebbe dato l’attacco al trono del campionato nella sua seconda stagione, ma le cose sono precipitate velocemente, con l’unica grande emozione della vittoria sul Liverpool in Champions League al San Paolo. Poi i pareggi, gli infortuni, la ribellione, l’hashtag #ancelottiout sui social, la decisione di chiudere. Per Ancelotti il ritorno in Italia è diventato un flop e la strada sembra portarlo di nuovo in Inghilterra, verso l’Arsenal.

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Serie A: Udinese-Napoli finisce 1 a 1

I gol di Lasagna e Zielinsky. Mentre Atalanta Verona termina 3 a 2 con un gol di Djimsit al 93esimo.

Dopo il 3 a 2 dell’Atalanta sul Verona, grazie alla rete al 93esimo di Djimsiti, che permette alla Dea di restare in zona Champions, Udinese-Napoli finisce 1 a 1 al Friuli Dacia Arena. Gli uomini di Luca Gotti si portano in vantaggio al 32′ con un diagonale di Lasagna servito da un assist in profondità di Fofana. Il Napoli evita la sconfitta solo nella ripresa con il gol di Zielinski: sinistro dal limite che coglie di sorpresa Musso, immobile tra i pali.

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Stadio della Roma, l’immobiliarista ceco Vitek compra i debiti di Eurnova

Dopo 72 ore di ininterrotta trattativa, sabato è arrivata la firma con Unicredit. Ora, senza Luca Parnasi, il progetto ha la strada spianata.

Nel pomeriggio di sabato 7 dicembre, dopo 72 ore di ininterrotta trattativa, l’imprenditore ceco Radovan Vitek ha acquistato da Unicredit i crediti ipotecari che pesavano su Eurnova. Sarà dunque lui ora a decidere sullo stadio della Roma. E senza Luca Parnasi sarà più facile per la Giunta Raggi dare il via libera al progetto. Come ricordato dal Sole24Ore, che aveva anticipato la trattativa, Eurnova aveva debiti con la banca di Jean Pierre Mustier per 50-60 milioni di euro. Mentre gli altri debiti del gruppo Parnasi sono in capo a Parsitalia e Capital Dev. La realizzazione dello stadio della Roma dunque ora ha la strada spianata. Insieme con il business park da 140 mila metri quadri, il progetto ha un valore di 1,3 miliardi. Un tesoro su cui Vitek vuole mettere le mani per poi rivenderlo.

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Viaggio nel surreale corso da match analyst di Mario Savo

Costi alti, premesse non mantenute e uno stage controverso nel mondo del calcio. Anche se sul web compaiono solo giudizi entusiasti. Recensione di una (dis)avventura.

“La tua carriera nel calcio inizia con noi”. È lo slogan che campeggia sul sito della Élite football center di Mario Savo, una «Scuola di alta formazione» per i «professionisti» del pallone «di domani». Seducente claim, come dicono quelli bravi del marketing, materia – non a caso – in cui si è specializzato Savo, laureato in Economia e Management, responsabile dei corsi e nome noto nel mondo della Match analysis in Italia, cioè lo studio minuzioso e oggettivo di tutto ciò che accade in campo durante una partita, tra numeri, schemi, software e chi più ne ha – di statistiche – più ne metta. Eppure dietro a quella patina di professionalità c’è qualcosa che non torna.

IL NOME DI GUARDIOLA CHE SPICCA NEL CURRICULUM

Lo si scopre per esempio partecipando al corso per diventare match analyst. Come ho fatto io a maggio 2019, sborsando 1.000 euro. Per una settimana di lezioni a Milano, otto ore al giorno, da lunedì a venerdì, più il maxi-esame finale il sabato. Con certificazione ufficiale conseguita in caso di promozione (che ho ottenuto). Nel curriculum di Mario Savo, tra qualche esperienza in Serie B e nel calcio a 5, spicca un nome: Pep Guardiola. Il giovane di Latina nel 2016 ha infatti partecipato in Inghilterra, arrivando fino in fondo, al consorso per “nerd” dei big data voluto dal tecnico catalano del Manchester City, che cercava nuovi modelli statistici-matematici di analisi della performance della sua squadra.

CHE NUMERI: «OTTO EX STUDENTI SU 10 LAVORANO NEL CALCIO»

Insomma, elementi di competenza e serietà, sulla carta. E in più la scuola si vanta di avere numeri da garanzia, o quasi, di successo: la segreteria didattica ricorda che «8 ex studenti su 10 oggi lavorano nel mondo del calcio come analisti all’interno di staff tecnici e reparti scouting, esperti tattici e opinionisti per magazine, giornali e riviste di settore, analisti per famose aziende di Match analysis».

NUMERO CHIUSO DI 30 PARTECIPANTI: E INVECE SONO 50

Ma già il primo giorno della (dis)avventura è arrivata una sorpresa: invece dei 30 partecipanti annunciati eravamo una cinquantina. Stipati dentro una sala piccola e affollata. Il sito però parlava chiaro: numero chiuso fissato a 30, «così da garantire la massima qualità didattica del percorso». Alla fine le persone ammesse erano dunque quasi raddoppiate: e con loro di conseguenza anche l’incasso per la scuola.

«MASSIMO 30 POSTI!». Ma in aula eravamo in 50.

COMPUTER E CHIAVETTA USB SI PORTANO DA CASA

Il materiale fornito? Un plico di fogli a quadretti e una penna. Il resto si portava da casa: computer e chiavetta Usb. Il corso ti garantiva giusto la possibilità di scaricare la versione demo (gratuita per 30 giorni) del software “LongoMatch” utilizzabile per passare al setaccio le partite. Ma nessun supporto, come specificato via mail: «Ti preghiamo, per qualsiasi problematica dovessi incontrare» nella procedura di registrazione, «di non contattare la scuola, in quanto la nostra segreteria didattica non avrebbe i mezzi tecnici né le competenze per aiutarti».

LIVELLO 1: 250 EURO PER ASCOLTARE QUATTRO ORE DI PRESENTAZIONI

La scoperta di essere in 50 non sarà stata digerita soprattutto dall’unico partecipante che aveva deciso di iscriversi solo al Livello 1 del corso, quello “Beginner”, della durata di un giorno (il lunedì) e costato 250 euro (più trasporto andata e ritorno dalla Toscana, visto che la persona in questione non era di Milano): oltre metà del tempo è stata dedicata alla presentazione dei candidati, a quella del corso e alla “mission” di Savo che da anni lotta per far riconoscenere professionalmente la figura del match analyst anche per chi non possiede un patentino di allenatore conseguito a Coverciano.

I LABORATORI PRATICI, FINALMENTE

Una volta esaurite nei primi giorni l’introduzione e le lezioni frontali d’aula su come si è evoluto nella storia il pensiero tattico calcistico (nessuna possibilità di avere le slide proiettate, solo grandi paginate di appunti in stile universitario), finalmente la parte pratica più interessante per prendere dimestichezza con la materia: i laboratori sull’utilizzo del software LongoMatch.

MA COL SOFTWARE SI FA DA AUTODIDATTI

Qui la seconda sorpresa: dopo le delucidazioni tecniche e informatiche su come registrarsi al sito, caricare una partita e utilizzare i comandi base, nessuna spiegazione o suggerimento sulla metodologia per compilare un report. Cosa guardare? Su quali aspetti è meglio concentrarsi? Come allenare l’occhio? Sono mancati i consigli e gli esempi (Savo non ci ha mostrato nessuna sua analisi personale, nonostante le richieste dell’aula) al di là dell’insegnamento teorico degli strumenti. Col risultato che i partecipanti hanno dovuto cavarsela da autodidatti il giorno prima dell’esame, sperimentando, confrontandosi e chiedendo a chi già aveva esperienze pregresse.

La classe del corso.

E IN CATTEDRA SALE ANCHE L’ESPERTO DI SCOMMESSE

Invece che dedicarsi alla materia specifica, durante una giornata a un certo punto il docente ha lasciato spazio e cattedra a uno studente appassionato di scommesse sportive, invitato a illustrare il suo presunto metodo infallibile per riuscire a guadagnare puntando soldi sulle partite. Solo le proteste dell’aula hanno riportato la lezione sui binari della match analysis. Ma la digressione non è stata casuale: Mario Savo ha infatti poi ingaggiato il ragazzo per un altro corso della scuola, quello in “Football sport betting” sulle «metodologie professionali e gli algoritmi per le scommesse sportive e il Betting exchange». Insomma stava sfruttando il momento in prospettiva di crescita del business della scuola. E quindi anche del suo.

DAL CAMPO ALL’IMPRENDITORIA: “L’IMPERO” DI SAVO

Sì perché c’è un punto chiave in tutta la storia. Savo infatti oltre a essere docente è anche titolare dell’intera scuola di formazione, che organizza diversi corsi e non solo quello di match analysis: giornalismo sportivo, psicologia e mental coaching, riabilitazione degli atleti infortunati, radiocronaca e telecronaca, performance & data analysis e appunto scommesse. In alcuni di questi, in cui comunque si avvale sempre della collaborazione di professionisti del settore, è anche insegnante. Quindi, in sostanza, riveste il ruolo di controllore e controllato. Di fatto, come lui stesso ha spiegato a lezione, ha smesso di essere operativo “sul campo” per dedicarsi interamente a questa redditizia attività imprenditoriale. La sede legale della scuola è a Latina, città d’origine di Savo, e il conto corrente dove versare le quote d’iscrizione ai corsi rimanda a una banca di Latina. Non ci sono altre persone della direzione con cui potersi confrontare sull’operato del docente Savo o su eventuali problemi emersi durante le lezioni, né un front office a livello di linee telefoniche.

TEST DI VALUTAZIONE: E L’ANONIMATO DOV’È?

Un metodo per manifestare il proprio parere in realtà ci sarebbe anche stato fornito: quello dei test di valutazione del corso. Peccato che i questionari ci siano stati consegnati chiedendo di identificarli con nome e cognome il giorno prima dell’esame. È evidente che la mancanza di anonimato potrebbe dunque aver compromesso l’attendibilità dei dati raccolti e la sincerità delle risposte. Savo ha assicurato che non li avrebbe letti lui personalmente, lasciando l’incombenza al responsabile dell’ufficio marketing/comunicazione. Ruolo ricoperto dalla sua fidanzata, conosciuta proprio sui banchi di uno dei corsi che ha tenuto in passato.

SUL SITO SOLAMENTE RECENSIONI A CINQUE STELLE

I voti dati alle lezioni e agli insegnanti sarebbero dovuti comparire sul sito della Élite football center. Ma, a distanza di mesi e dopo aver sollecitato a Savo la loro pubblicazione, ancora non ce n’è traccia. Sulla pagina compaiono solo 58 recensioni, tutte da cinque stelle: «Un corso serio e affascinante allo stesso tempo», «Beh!!! Che dire!!! L’essenza del calcio!!!», «Lo rifarei milioni di volte», «Oltre ogni mia aspettativa», sono solo alcuni esempi di commenti. Non esistono in Rete altri riscontri e Google rimanda solo agli articoli pubblicitari scritti su Calciomercato.com, che è partner commerciale della scuola.

recensioni corso match analyst mario savo
Tutti entusiasti: 58 ottime valutazioni su 58.

L’80% CE LA FA: MA SU COSA SI BASA LA STATISTICA?

Inoltre quel dato sciorinato sull’80% di candidati che lavorano nel mondo del calcio non sembra avere alcuna chiara valenza statistica. Come è stato ottenuto, visto che per esempio nessuno ha chiesto ai 50 del mio corso, dopo sei mesi, se qualcuno avesse trovato un’opportunità lavorativa? A quando è aggiornato? E soprattutto si riferisce agli studenti che hanno ottenuto un impiego nel mondo del calcio esclusivamente grazie al corso o comprende quelli che già erano inseriti nell’ambiente, comprese le categorie dilettanti e giovanili dove raramente si è pagati?

QUEI COMPLIMENTI (POI CANCELLATI) PER L’INCARICO AL MONZA

Un esempio in questo senso è emblematico. Passati tre mesi dalla fine delle lezioni, ad agosto, il profilo Facebook della Élite football center ha pubblicato la foto di un partecipante del nostro corso, complimentandosi per l’incarico ottenuto al Monza calcio grazie (anche) alla formazione fatta a Milano e risultata dunque decisiva per fare “carriera”. Problema: il ragazzo in questione collaborava già con il Monza prima di iniziare il corso, come raccontato davanti a tutti nelle già citate presentazioni-fiume. E quando la cosa è stata fatta notare con un commento ironico via social («Hai gravi problemi di memoria, era già al Monza, non ci è andato grazie a te»), prima il gestore della pagina si è affrettato a cancellare il commento, poi è sparito proprio l’intero post “celebrativo”.

RIPETIZIONE DELL’ESAME: GRATIS, ANZI A PAGAMENTO

Anche le modalità in cui si è svolto l’esame finale – a cui Savo non ha partecipato per impegni personali – hanno fatto registrare un giallo. Quello della ripetizione in caso di bocciatura. Uno studente, cercando informazioni, si è sentito rispondere dalla segreteria via mail: «Qualora volessi ripetere le prove devi pagare 250 euro venendo in aula solamente il giorno della prova». Ma il regolamento al momento dell’iscrizione diceva altro. E cioè che era possibile rifare l’esame «gratuitamente durante le edizioni successive del corso» per un totale di «massimo due tentativi ulteriori».

La sezione del regolamento sulla ripetizione dell’esame.

Una volta chiesto un chiarimento, la scuola ha risposto che si trattava di un «refuso» perché «purtroppo il sito è in ristrutturazione da qualche mese» ed era una «dicitura delle prime edizioni del corso quando le condizioni contrattuali e il numero di iscritti erano tali da permetterci di far ripetere l’esame gratuitamente». Poi cos’è cambiato? «Sono aumentate le spese in capo all’azienda data l’elevata domanda che registra il corso in oggetto e la necessità logistica di attrezzare aule più grandi, in posizioni cittadine meglio raggiungibili, docenti sempre più preparati e standard qualitativi superiori». Dopo l’eventualità di adire le vie legali “minacciata” dallo studente, la versione di Savo è cambiata ancora: nuovo esame gratis, ma solo entro il 2019.

GLI STAGE: LA GUIDA TELEMATICA DI UN TUTOR CHE NON C’È

Infine, l’ultimo aspetto controverso: gli stage facoltativi a fine corso, definiti «efficaci» e «volti al job placement dei profili». Si tratta(va) di report da stilare entro dicembre 2019 su squadre di calcio a scelta e pubblicati poi sul sito della “Associazione italiana analisti di performance calcio”, di cui Mario Savo è presidente. Un modo per farsi conoscere e guadagnarci in visibilità. Le analisi avrebbero dovuto prevedere «la guida telematica di un tutor». Ma, anche qui, ha funzionato tutto da autodidatti.

LE CORREZIONI: SOLO ORTOGRAFICHE

Niente consigli, feedback, correzioni. Solo risposte stringate e generiche via mail come «Ok!» oppure «Ottima analisi! Ricevuta». E quando gli è stato domandato il perché di questa mancanza, Savo ha risposto di essere «stufo di mettere apostrofi» e che «se devo dire “correggete l’italiano” mi sembra di trattarvi come bambini!». Ma i corsisti volevano una revisione dei contenuti, non ortografica. Savo a fine novembre si è anche lamentato del fatto che lo stage (facoltativo) fosse stato eseguito solo da quattro-cinque persone: «Siete stati poco corretti». Il 9 ottobre ci aveva suggerito nella chat di gruppo di non analizzare squadre straniere, ma di partire da quelle di Serie A in modo da farsi leggere da più persone e addetti ai lavori possibile. Per esempio lavorando sul Milan di Marco Giampaolo. Ma l’allenatore rossonero era stato esonerato giusto il giorno prima.

EPPURE PRIMA «NON SI È MAI LAMENTATO NESSUNO»

La maggior parte delle criticità e delle incongruenze elencate qui sono state sollevate di fronte a Savo, di persona durante le lezioni oppure via messaggio nelle settimane seguenti. La risposta più ricorrente è stata: «Quelli prima di voi non si sono mai lamentati».

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Roma e Milan chiudono le porte al Corriere dello Sport dopo il caso Black Friday

I due club prendono posizione sulla prima pagina del quotidiano che ha scatenato polemiche e accuse di razzismo. Negato l'accesso ai centri tecnici fino al termine del 2019.

Porte chiuse ai giornalisti del Corriere dello Sport fino alla fine dell’anno: lo hanno deciso Roma e Milan, dopo che il quotidiano sportivo aveva titolato nella prima pagina dell’edizione in edicola Black Friday con una foto di Lukaku e Smalling, a proposito della sfida tra Inter e Roma in programma venerdì 6 dicembre. Una scelta che aveva scatenato un vespaio di polemiche e le accuse di razzismo strisciante in arrivo anche dal Regno Unito.

«GIOCATORI, CLUB, TIFOSI E MEDIA DEVONO ESSERE UNITI CONTRO IL RAZZISMO»

I due club, in un comunicato congiunto, «condannano pubblicamente il titolo di oggi del Corriere dello Sport in prima pagina. Crediamo», si legge, «che tutti i giocatori, i club, i tifosi e i media debbano essere uniti nella lotta contro il razzismo nel mondo del calcio ed è responsabilità di tutti noi essere estremamente precisi nella scelta delle parole e dei messaggi che trasmettiamo».

«NEGATO L’ACCESSO FINO ALLA FINE DELL’ANNO»

«In risposta al titolo Black Friday pubblicato oggi dal giornale» – prosegue la nota – «la Roma e il Milan hanno deciso di negare al Corriere dello Sport l’accesso ai centri di allenamento per il resto dell’anno e hanno stabilito che i rispettivi giocatori non svolgeranno alcuna attività mediatica con il giornale durante questo periodo. Entrambi i club sono consapevoli che comunque l’articolo di giornale associato al titolo Black friday contenga un messaggio anti-razzista ed è questa la ragione per la quale sarà vietato l’accesso al Corriere dello Sport solo fino a gennaio. Restiamo totalmente impegnati nella lotta contro il razzismo».

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Il caso De Siervo sui cori razzisti negli stadi della Serie A

Diffuso un audio "rubato" in cui l'ad della Lega afferma di aver chiesto ai registi di «spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più». L'interessato si difende e annuncia la querela.

I cori razzisti negli stadi della Serie A fanno il giro del mondo e danneggiano l’immagine dei club? Allora meglio non farli sentire, come fosse polvere da mettere sotto il tappeto. Fa discutere l’audio “rubato” di Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A e diffuso dal quotidiano la Repubblica.

Il file, registrato di nascosto il 23 settembre 2019 durante il consiglio di Lega, raccoglie uno scambio di battute tra lo stesso De Siervo e Paolo Scaroni, presidente del Milan. Scaroni si dice preoccupato: «Sul New York Times hanno fatto un articolo grande così sui buu razzisti». E De Siervo risponde: «Ti faccio una confessione, non la mettiamo a verbale. Ho chiesto ai nostri registi di spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più i cori razzisti».

De Siervo ha riconosciuto che l’audio è autentico, ma ha annunciato anche di volere sporgere querela: «Nessuna censura, è stato tagliato un audio all’interno di un contesto più grande. Si parlava di produzione televisiva e di come valorizzare al meglio il nostro prodotto. A controllare la regolarità dello svolgimento della gara e documentare a fini legali e sportivi ciò che capita dentro lo stadio ci pensano già gli organi preposti: la polizia, gli ispettori di Lega e Federazione e, non ultimi, gli arbitri. Abbiamo dato istruzioni precise ai registi e sospeso chi, a Cagliari, aveva indugiato troppo sulla curva durante un controllo Var e su chi, a Milano, aveva ripreso l’omaggio della curva interista a Diabolik. Io ho solo suggerito di gestire in maniera più precisa il direzionamento dei microfoni. Capita spesso infatti che da casa si sentano dettagli che allo stadio nemmeno si percepiscono».

Ma le polemiche non si placano, anche perché si tratta dello stesso De Siervo che a ottobre 2019, partecipando all’Ey Digital Summit di Capri, dichiarava: «Non comunichiamo solo un evento sportivo, ma un insieme di valori. Negli stadi ci sono i razzisti e noi – che su questo abbiamo tolleranza zero – li andremo a prendere uno per uno. Lo faremo attraverso la tecnologia, grazie al riconoscimento visivo prenderemo il singolo responsabile di un atto e faremo in modo che non entri più in uno stadio».

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San Siro non si tocca: Inter e Milan al lavoro su «nuove idee»

I due club incontrano il Comune. Il Meazza non si tocca. Scaroni polemico: «Scelta bella ma un po' stupida».

San Siro non si tocca, e anche Milan e Inter paiono lavorare in quella direzione nell’ambito del progetto per il nuovo stadio. «L’indicazione che abbiamo avuto è che comunque c’è un’idea di mantenimento della superficie di San Siro sui diversi scenari. L’obiettivo è quello ora di lavorare su queste varie ipotesi», ha detto l’ad dell’Inter Alessandro Antonello, al termine dell’incontro con Milan e Comune. «È stato un incontro utile. Ancora una volta i club si sono resi disponibili a proporre idee sul mantenimento di San Siro e a lavorare, come sempre fatto. Il punto di discussione era capire l’ingombro di San Siro come può essere reso compatibile con l’esistenza di un altro stadio a poche centinaia di metri. Oggi c’è una delibera e ci si deve attenere alla delibera che è stata emanata».

SCARONI: «DUE STADI? IDEA BELLA MA UN PO’ STUPIDA»

A stretto giro sono arrivate anche le parole del presidente del Milan, Paolo Scaroni, più polemico rispetto all’ad nerazzurro: «L’idea di avere due stadi vicini, vecchio e nuovo, uno accanto all’altro, è qualcosa che non ricordo di aver mai visto. Per carità, magari essere ‘first’, i primi, può essere anche bello, a volte però può essere un po’ stupido», ha detto. «Si è molto parlato di ingombro, perché che ci siano tre, due o un anello è abbastanza irrilevante da un punto di vista dell’occupazione dello spazio. Il Comune, come da sua delibera, ci terrebbe a mantenere una vocazione sportiva, ma a tenere l’ingombro. Noi analizzeremo questa come prima ipotesi. Un’ipotesi un po’, detta in termini positivi, innovativa, perché non si sono mai visti due stadi uno a cento metri dall’altro. Qualora questa ipotesi non sia percorribile, per quanto ci riguarda, il Comune si è dichiarato disponibile ad analizzare altre ipotesi che riducano l’ingombro».

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Chi era Giovanni Bertini, l’ex calciatore affetto da Sla

Difensore di Roma e Fiorentina negli Anni 70, è stato anche opinionista tivù, prima che gli venisse diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica.

È morto nella mattina del 3 dicembre in una clinica romana Giovanni Bertini, ex calciatore malato di Sla. Fisico imponente e carattere esuberante, nato nel gennaio ’51, Bertini giocò da difensore negli Anni 70 con Roma, Fiorentina, Ascoli, Catania, Benevento. Prima che nel giugno 2016 gli venisse diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica era stato opinionista, tra le altre emittenti, di Tv2000. La Roma ha ricordato sui social Bertini: «L’AS Roma piange la scomparsa di Giovanni Bertini, difensore che vestì la maglia giallorossa tra il 1969 e il 1974. Ai familiari va il cordoglio da parte del Club».

Un anno fa la figlia Benedetta scrisse in una lettera: «Sono stata in silenzio da quando nel giugno del 2016 è stata diagnosticata a mio padre la Sla. Ora chiedo di rispettare il dramma che mio padre e la mia famiglia stanno affrontando silenziosamente da quasi due anni. Sono stata in silenzio in questo periodo per due motivi ben precisi. Da figlia perché volevo tutelare mio padre dalla verità su questa terribile malattia, da confronti che inevitabilmente sarebbero stati fatti tra lui e altri ex calciatori colpiti dalla stessa patologia, di cui papà ha seguito addolorato in tv e sui giornali il drammatico decorso. Da giornalista, conoscendo i meccanismi che spesso regolano il mondo dell’informazione, sono stata in silenzio per paura che questa vicenda potesse essere strumentalizzata senza la necessaria sensibilità, dimenticando la tragedia umana che stavamo e che continuiamo a vivere ogni giorno».

L’APPELLO ALLA STAMPA DELLA FIGLIA BENEDETTA

Per questo, proseguiva la figlia dell’ex calciatore, «invito tutti gli organi di informazione a rispettare il dramma che mio padre e la mia famiglia stanno affrontando silenziosamente da quasi due anni. Ci tengo a sottolineare che qualsiasi iniziativa o campagna in nome e per conto di mio padre e della mia famiglia dovevano e dovranno anche in futuro essere autorizzate da me, così come sarò io e solo io a fornire al momento opportuno qualsiasi aggiornamento sullo stato di salute di mio padre».

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Il record di Lionel Messi e le polemiche sul Pallone d’oro 2019

All'asso del Barcellona sesto premio (nessuno come lui) anche senza la vittoria in Champions. Secondo Van Dijk e terzo Ronaldo, che ha disertato la premiazione. La classifica ufficiale.

Dal Mes a Messi. Mentre in Italia la politica si scanna sulla riforma del fondo Salva-Stati, il mondo del calcio incorona ancora una volta l’asso del Barcellona consegnandogli il suo sesto Pallone d’oro: record.

CRISTIANO E LA REAZIONE STIZZITA

E così a Parigi, nel centralissimo teatro Chatelet, Lionel è diventato, a 32 anni, il giocatore più premiato di sempre. Le consuete fughe di notizie su Twitter da tempo non avevano lasciato spazio alle speranze delle agguerrite star del Liverpool vincitore della Champions league, né tantomeno a quelle di un Cristiano Ronaldo che si è fermato a cinque trofei, addirittura fuori dal podio: non si è presentato nemmeno alla cerimonia di premiazione. Già assente l’anno prima, quando arrivò secondo dietro Luka Modric, Cr7 avrebbe motivato la sua assenza con la necessità di essere presente al Gran Gala del calcio, a Milano, dove – al contrario di Parigi – potrebbe vedersi assegnare il premio come miglior giocatore del campionato italiano.

EPPURE NON È STATA LA STAGIONE MIGLIORE DI LEO

Leo Messi dunque è arrivato al primo posto grazie ai voti dei 180 giornalisti della giuria internazionale – tra cui l’italiano Paolo Condò – nonostante non sia stato protagonista della sua stagione migliore. Una decisione destinata a far discutere e frutto soprattutto della dispersione di voti fra i suoi avversari.

Lionel Messi pallone d'oro 2019
Leo Messi. (Ansa)

TANTO LIVERPOOL SUL PODIO: VAN DIJK E SALAH

Al secondo posto è arrivato il difensore olandese del Liverpool, Virgil van Dijk, prima di un suo compagno di squadra, l’egiziano Mohamed Salah, capocannoniere in Premier league sia nel 2017-2018 (32 gol) sia nel 2018-2019 (22) anche se a pari merito col partner d’attacco Sadio Mané e con Pierre-Emerick Aubameyang dell’Arsenal.

NON È STATA DECISIVA LA CHAMPIONS

Al centrale di difesa dell’Olanda non è bastata la straordinaria stagione con i Reds e la consacrazione della Champions, di solito decisiva negli anni in cui non si giocano Mondiali o Europei. Messi ha vinto la Liga con il suo Barça e ha segnato più di tutti, 36 gol, ma nel torneo più importante si è fermato in semifinale (nonostante una rete fantastica su punizione nell’andata proprio contro il Liverpool poi campione).

QUINTO IL SENEGALESE MANÉ

Molto staccato il senegalese Mané, vicecampione d’Africa, che è arrivato al quinto posto nonostante a un certo punto sognasse di succedere all’unica altra star africana premiata, George Weah (1995).

CR7 DA NOVE ANNI ERA TRA I PRIMI TRE

Quarto Cristiano Ronaldo, che a 34 anni non sta attraversando il suo momento migliore nella Juventus e che ha già dimostrato di non digerire bene i piazzamenti diversi dal primo. Stavolta è finito fuori dal trio di testa dopo nove anni consecutivi di podio.

RAPINOE REGINA TRA LE DONNE

Fra le donne primo posto indiscusso per la centravanti americana vincitrice dei seguitissimi mondiali di Francia 2019, Megan Rapinoe, ormai icona per i difensori dei diritti di gay e lesbiche, oltre che oppositrice del presidente statunitense Donald Trump. Ha ricevuto il secondo Pallone d’oro della storia del calcio femminile, dopo il primo storico trofeo assegnato nel 2018 alla norvegese Ada Hergerberg.

PREMIATI ANCHE ALISSON E DE LIGT

Alisson Becker, portiere del Brasile e del Liverpool, si è aggiudicato il trofeo Lev Yashin, Matthijs De Ligt (Juventus, ex Ajax) il premio Raymond Kopa per il miglior calciatore Under 21.

LA CLASSIFICA UFFICIALE

1 – Lionel Messi (Argentina/Barcellona)
2 – Virgil van Dijk (Olanda/Liverpool)
3 – Cristiano Ronaldo (Portogallo/Juventus)
4 – Sadio Mané (Senegal/Liverpool)
5 – Mohamed Salah (Egitto/Liverpool)
6 – Kylian Mbappé (Francia/PSG)
7 – Alisson (Brasile/Liverpool)
8 – Robert Lewandowski (Polonia/Bayern)
9 – Bernardo Silva (Portogallo/Manchester City)
10 – Riyad Mahrez (Algeria/Manchester City)

11 – Frenkie de Jong (Olanda/Ajax poi Barcellona)
12 – Raheem Sterling (Inghilterra/Manchester City)
13 – Eden Hazard (Belgio/Chelsea poi Real Madrid)
14 – Kevin de Bruyne (Belgio/Manchester City)
15 – Matthijs de Ligt (Olanda/Ajax poi Juventus)
16 – Sergio Agüero (Argentina/Manchester City)
17 – Roberto Firmino (Brasile/Liverpool)
18 – Antoine Griezmann (Francia/Atletico Madrid poi Barcellona)
19 – Trent Alexander-Arnold (Inghilterra/Liverpool)

20 – ex aequo Pierre-Emerick Aubameyang (Gabon/Arsenal) e Dusan Tadic (Serbia/Ajax)
22 – Son Heung-min (Corea del Sud/Tottenham)
23 – Hugo Lloris (Francia/Tottenham)
24 – ex aequo Kalidou Koulibaly (Senegal/Napoli) e Marc-André Ter Stegen (Germania/Barcellona)
26 – ex aequo Georginio Wijnaldum (Olanda, Liverpool) e Karim Benzema (Francia/Real Madrid)
28 – ex aequo Joao Felix (Portogallo/Atletico Madrid), Marquinhos (Brasile/Psg) e Donny van de Beek (Olanda/Ajax)

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