Intrappolati dal virus e dalla burocrazia

Più si promettono semplificazioni, più vengono eretti muri di carta. I sostegni annunciati non si vedono, ottenere un prestito è una Via Crucis. E dopo due mesi di lockdown restano dolore e paura. Insieme a punti di domanda acuminati come ganci da macellaio. Ed è ciò che fa più male.

Il lockdown è passato, nunc redit animus. Non molto, per la verità, giusto una dose omeopatica. Ma chi si contenta gode, o, come diceva Lino Banfi, «dove c’è gusto non c’è perdenza».

Che straccio di libertà ci aspetti, poi, alla resa dei conti, bè, questo lo scopriremo solo sopravvivendo anzitutto alla vaghezza delle autocertificazioni, dei dpcm che sembrano fatti apposta per consentire ogni genere di sanzioni così da consentire di fare cassa coi pretesti più spericolati.

Ma cosa rimane in noi, dopo due mesi allucinanti, dopo l’incubo reale che mai ci saremmo aspettati?

PIÙ CHE UN LOCKDOWN È STATO UN LOCKED AWAY

Rimane un grande vuoto. Come un buco. Una vacanza dello spirito cominciata in pieno inverno, e ci ritroviamo col profumo dell’estate, una stagione che, ancora una volta, si annuncia in saldo se mai ci sarà. Che sarà delle nostre spiagge, sottoposte a “distanziamento sociale”? Che, della nostra voglia di malsopportarci insieme? E rimane lo sconcerto, lo sbandamento, lo sgomento nel sentirci chiusi dentro: più che un lockdown, un locked away, sotto chiave, incarcerati a milioni senza conoscere la nostra colpa. Respirando una minaccia con l’unico scudo di un pezzo di stoffa a schermarci la faccia. Rimane la speranza dei canti, dei pifferi sui balconi, presto evaporata nel silenzio della disperazione.

TROPPE BOTTEGHE HANNO ALZATO BANDIERA BIANCA

Rimane lo spettacolo, e ce lo porteremo dentro a vita, dei nostri villaggi, dei nostri quartieri ammazzati di deserto. Rimane la paura, per troppi una certezza, di perdere il lavoro, di non trovarlo più. La bandiera bianca di troppe botteghe, troppe aziende, troppe realtà che non ce l’hanno fatta perché non potevano farcela, perché i sostegni annunciati non si vedono, perché le allettanti promesse s’infrangevano contro scoglio di burocrazia. Sentite questo: per accedere ai famosi 25 mila euro, l’imprenditore deve presentare alla banca la seguente via crucis: Bilancio completo di nota e verbale anno 2017; Bilancio completo di nota e verbale anno 2018; Bilancio Analitico 2017 – 2018 patrimoniale -economico; Bilancio Provvisorio dell’anno in corso a data recente 2019; DM10/2 INPS o UNIEMENS 2018 copie tutti i mesi; DM10/2 INPS o UNIEMENS 2019 copie tutti i mesi; Dichiarazione U.L.A. 2018; Dichiarazione U.L.A. 2019; D.U.R.C. aggiornato e valido; Mod. IRAP 2019 e 2018 società richiedente; Mod UNICO 2019 e 2018 società richiedente; Mod. IVA 2020 e 2019 società richiedente; Visura aggiornata della srl.

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Attenzione, è solo per cominciare. E solo per un prestito, da restituire a condizioni pesanti. Pochi, quelli che l’hanno richiesto, e se ne sono già pentiti, quando mi hanno detto di imprenditori colti da crisi di nervi, col pronto intervento del medico che somministrava overdose di calmanti, non ci avevo creduto. Moltiplicate questo solfeggio di adempimenti per il panorama nazionale e otterrete il manicomio Italia, un posto dove più ripetono che «bisogna abbattere la burocrazia» e più la erigono come un muro di carta.

SE ANDARE AL PARCO DIVENTA UNA CONCESSIONE

Rimane una comunicazione politica sconcertante, a suon di conferenze stampa da retore paternalistico e dal retrogusto sgradevolmente autoritario. «Nessuno pensi di», «non pensate che», «non è un liberi tutti». Ha detto Virginia Raggi, sindaca di Roma: tornare nei parchi è una concessione che vi fa il governo ma dovrete meritarvela. Una concessione? Meritarsela? Resterà la quadriglia dei costituzionalisti circa i limiti di questi incombenti dpcm. Rimane la sconcertante, eterna divisione, oggi obbedire è di sinistra, ribellarsi di destra, con tanto di inversione delle parti, dei sentimenti. Rimane l’avvilente avanspettacolo dei virologi influencer, a volte poco ferrati in scienza, molto in pubbliche relazioni. Rimane l’enigma sull’origine, lo sviluppo, la diffusione del virus, l’omertà dell’Oms, la mano lunga della Cina, resteranno i ritardi dell’Italia prima, e le impuntature drastiche dopo, quasi a voler sanificare un tempo perduto che non si può riavere indietro. Resterà la vanità, l’approssimazione, l‘opportunismo intorno a una pandemia. Resterà il colossale intrigo del vaccino e non c’è nessun Contagion, nessun disegno a senso unico per stritolare il mondo, troppo comodo sarebbe.

UNA BUFERA DI NUOVE NORME

Ma, oltre tutta questa miseria, rimane il nostro dolore. Di noi, che abbiamo tutti un parente, un congiunto, un amico o almeno un conoscente travolto da questa falce invisibile. Di noi, che assistevamo sconvolti allo spettacolo degli ospedali rigurgitanti malati, cadaveri, e sembrava la fine di ogni cosa. Noi, locked away che usciamo con qualcuno in meno e chi resta non è più lo stesso. E non sarà migliore, sarà solo diverso. Più ferito, più invaso da spettri. Rimane la nostra commovente voglia di non morire, i negozianti che già sabato pulivano, sanificavano, immaginavano nuovi spazi, nuovi modi per tornare a esistere, gli imprenditori che cambiavano ancora pelle pur di non spegnersi. A dispetto di tutto, dei due mesi senza attività, del tornado di tasse, della bufera di nuove norme, prescrizioni, regolamenti, adempimenti imposti dalle circostanze o almeno da chi ha deciso che le circostanze si risolvono così.

IL VIRUS SEMINA UNA NUOVA FATICA

Rimane la nostra straziante buona volontà di popolo ballerino, anarcoide, compatito da tutti ma, una volta tanto, più paziente, più disciplinato, più cooperativo di tutti. Abbiamo subito l’isolamento più lungo e più feroce, siamo stati multati per le ragioni più assurde, portando a spasso un cane, recandoci in farmacia, guadagnando un ospedale per la chemio, perfino raggiunti da una motovedetta su una pagaia in mezzo al mare. Tutto abbiamo accettato e tutto abbiamo capito, fino a che non abbiamo compreso che non c’era più tempo, che ne andava della salute della mente, del corpo, dell’anima, della società che bene o male ci lega. Non moriremo di morbo ma il morbo resta in noi, ha cambiato il nostro sangue, deposita germi di nuova fatica, di nuova stanchezza. L’abitudine a sentirci malati. La mascherina che ci fa comparse di un carnevale atroce. Chi muore giace ma chi vive non si dà pace: non può, non gli è dato. Può solo riprendere questo demonio di vita che ci tiene in suo potere. Ricominciando da due mesi che non ha capito, sui quali continuerà per la vita che rimane a sgranare punti di domanda acuminati come ganci da macellaio. Senza risposte, ed è ciò che fa più male.

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