Quante infrazioni Ue ha l’Italia e quanto ci costano

Le procedure aperte da Bruxelles nei nostri confronti sono 83. Ben 24 dall'inizio di questa legislatura. La maggior parte riguardano l'ambiente. E in sette anni abbiamo pagato 550 milioni di sanzioni. Il punto.

Un’Italia sempre più in fuorigioco con le regole europee. È costante l’aumento dei rilievi provenienti da Bruxelles con un peso per le casse pubbliche di oltre 500 milioni di euro negli ultimi sette anni.

Non solo: il rischio è che il quadro peggiori nei prossimi mesi con altri 18 provvedimenti ad appesantire il fardello. I numeri sono impietosi: le procedure di infrazione dell’Unione europea a carico di Roma sono salite a 83 a gennaio, 24 in più rispetto all’inizio di questa legislatura.

Nemmeno il cambio di maggioranza ha stoppato la deriva. Certo, con l’arrivo al ministero per gli Affari europei di Vincenzo Amendola si è registrata una frenata del problema, senza comunque portare a un’inversione di tendenza.

IN SETTE ANNI 550 MILIONI DI SANZIONI

Ma cos’è la procedura di infrazione? È uno strumento di diritto dell’Ue per garantire il rispetto delle norme, incluso il recepimento delle direttive europee che forniscono un quadro legislativo su determinati temi agli Stati membri, chiamati così a legiferare, rispettando quella cornice normativa fornita da Bruxelles. Le procedure possono essere aperte su vari settori: dall’ambiente alla giustizia, dalla concorrenza all’agricoltura. Insomma, un mare magnum di questioni.

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I Paesi inadempienti, se sanzionati al termine del contenzioso, sono costretti a pagare una multa variabile in base alla gravità dell’inadempienza. Il mancato rispetto delle regole comunitarie è costato all’Italia, dal 2012 a oggi, 550 milioni di euro di sanzioni. Al fianco delle procedure ci sono i cosiddetti Eu-Pilot, uno scambio di informazioni tra la Commissione europea e gli Stati membri che indicano delle criticità. Una sorta di avviso su una possibile procedura di infrazione.

L’ITALIA HA AL MOMENTO 83 INFRAZIONI APERTE

La sottosegretaria agli Affari europei, Laura Agea, ha fornito i dati ufficiali durante un question time in commissione Politiche dell’Unione europea alla Camera. All’inizio della legislatura l’Italia aveva un passivo di 59 infrazioni aperte e 57 EU-Pilot. Oggi la situazione è di 83 infrazioni aperte, 66 per violazione del diritto dell’Unione e 17 per mancato recepimento di direttive, e 53 Eu-Pilot. All’orizzonte non si scorge niente di buono. «Nei prossimi mesi», ha confermato Agea, «si potrebbero verificare 18 nuove potenziali aperture di procedure di infrazione per mancato recepimento».  

LE PROCEDURE APERTE: DALL’AMBIENTE ALLA SICUREZZA

Nella lunga lista dei rilievi dell’Unione spiccano mancanze su temi ambientali (21 le procedure aperte a riguardo) come la «non conformità alla direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane», la «non corretta attuazione della direttiva relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale» per le «mappe acustiche strategiche», e la «cattiva applicazione della direttiva relativa alla qualità dell’aria» sul «superamento dei valori limite di PM10 in Italia». Non solo. C’è anche una vecchia questione politica: la «compatibilità comunitaria della Legge Gasparri con la direttiva quadro sulle reti e servizi di comunicazione elettronica». E ancora: sul fronte sicurezza emerge il «mancato recepimento delle Decisioni del Consiglio riguardanti il potenziamento della cooperazione transfrontaliera soprattutto con riferimento alla lotta al terrorismo e alla criminalità transfrontaliera». Per non tacere della «mancata ottemperanza alla direttiva sulla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile». Oltre all’ambiente, i punti più dolenti per l’Italia sono fiscalità e dogane (13 infrazioni), i trasporti (9) e concorrenza e aiuto di Stato e giustizia (5).

NEL MIRINO LA LENTEZZA CON CUI VENGONO ATTUATE LE LEGGI

Le responsabilità sono da attribuire al «ritardo accumulato nella prima parte della legislatura» ma anche a qualche lentezza sull’attuazione delle leggi. Per il ministero guidato da Amendola infatti «le ragioni di questo progressivo aggravamento sono molteplici ma la più importante riguarda il ritardo dell’iter di adozione delle ultime leggi di delegazione europea e legge europea». Il Consiglio dei ministri ha così licenziato il disegno di legge di delegazione europea qualche giorno fa, lo scorso 23 gennaio, passando ora la parola al parlamento.

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La sottosegretaria Agea ha provato comunque a fare professione di ottimismo: «Considerando gli aspetti positivi, a maggio, sono ipotizzabili 11 chiusure di procedure per violazione del diritto dell’Unione e due chiusure di procedure per mancato recepimento». Inoltre «delle sei procedure aperte il 23 gennaio, cinque riguardano deleghe inserite nella legge di delegazione europea 2018 e la sesta deve essere attuata con norma diretta inserita nel disegno di legge europea 2019-2020. Altre sei chiusure potrebbero verificarsi relativamente ad altrettante direttive la cui delega alla trasposizione è contenuta sempre nella legge di delegazione europea 2018», ha sottolineato.

A PESARE IL PASSAGGIO DAL CONTE 1 AL CONTE 2

L’aumento delle procedure va quindi addebitato in gran parte al primo governo Conte, anche a causa della guida incerta del ministero degli Affari europei: dopo le dimissioni di Paolo Savona nel marzo 2019, c’è stato l’interregno dell’interim assunto dal presidente del Consiglio, fino all’approdo al dicastero, il 10 luglio, di Lorenzo Fontana. Ma il leghista non ha avuto nemmeno il tempo di assumere il controllo: ad agosto c’è stata la crisi di governo. Di conseguenza, a settembre scorso, poche settimane dopo l’insediamento del Conte 2, il numero di infrazioni contestate all’Italia era salito a 81: dopo qualche mese sono scese a 77, dando una breve illusione. A gennaio è risalito a 83.

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Il commissario dell’Ungheria rimandato dall’europarlamento

Várhelyi, designato per l'Allargamento, non ha superato l'audizione a Bruxelles. Bocciato da socialisti, liberali, Verdi e sinistra. Altro introppo sulla strada dell'insediemento di Von der Leyen.

Rimandato. Il commissario designato dall’Ungheria per l’Allargamento, Olivér Várhelyi, non ha superato l’esame nell’audizione del 14 novembre al parlamento europeo. È mancata la maggioranza a favore dell’esponente del Partito popolare europeo (Ppe) nella riunione dei coordinatori della commissione. Al commissario designato devono essere posti ulteriori quesiti.

Sono stati socialisti, liberali, Verdi e Gue (Sinistra unitaria europea) ad aver determinato la bocciatura di Várhelyi. Al parlamento europeo sono in programma nella stessa giornata le audizioni di tre commissari designati da Ungheria, Francia e Romania. Oltre a Várhelyi tocca al francese Thierry Breton per il mercato Interno e poi alla romena Adina Valean con il portafoglio ai Trasporti.

Se i tre commissari fossero stati “promossi” alle audizioni, la plenaria di Strasburgo il 27 novembre si sarebbe espressa con un voto sulla Commissione in toto in modo che Ursula von der Leyen potesse insediarsi a Palazzo Berlaymont a inizio dicembre. Ma sull’ungherese è subito arrivato un intoppo.

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La lettera di risposta del governo all’Ue sulla manovra 2020

Per il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, il progetto di bilancio «non costituisce una deviazione significativa» dalle regole comunitarie.

Il progetto di bilancio per il 2020 «non costituisce una deviazione significativa» dalle regole comunitarie. Lo scrive il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri nella lettera di risposta ai commissari Ue Dombrovskis e Moscovici sulla manovra. Il deficit strutturale mostra un «leggero deterioramento», dello 0,1%, ma l’output gap peggiora perché l’economia italiana sarà ancora in una situazione difficile. In più c’è la richiesta di 0,2 punti di flessibilità per eventi eccezionali.

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