Con la cura Borghi-Salvini rischiamo la deriva argentina

L'Unione europea è tutt'altro che un paradiso, ma chi tifa per la sua fine o per una Italexit solo per vincere le elezioni ignora cosa accadrebbe al nostro Paese senza Bruxelles o la Bce. Una farsa che ci porterebbe dritti a una iperinflazione e, quindi, alla rovina.

Molti dicono che l’Europa non esiste ma ne parlano sempre. Cresciuti anche nel solco profondo del pensiero di Beppe Grillo, hanno come maestri di Twitter Matteo Salvini, Giorgia Meloni e altri.

Ci sarà a ore qualche “sistema innovativo” che sarà proibito chiamare eurobond ma in fondo per vie traverse lo sarà? Se sì, arriverà una nuova cessione, prima o poi, di sovranità. Lo sanno i sovranisti?

Le solite alchimie europee si sono riproposte con la quadratura del cerchio alla quale l’Eurogruppo (i ministri del Tesoro dei 19 Paesi euro) si è applicato nei giorni scorsi. È la seguente: trovare il sistema di offrire capitali che non vadano ad aggiungersi ai debiti nazionali, ma senza nessuno strumento formalmente e direttamente garantito da tutti, senza bond, cioè obbligazioni, offerte sui mercati finanziari.

PIÙ DELL’OLANDA, IL VERO NODO SONO LE ELEZIONI TEDESCHE

Il vero nodo ancor più dell’Olanda sono le elezioni tedesche di inizio autunno 2021, alle quali gli ipernazionalisti dell’AfD (gli amici di Salvini e di Meloni) non devono arrivare, secondo Frau Merkel, con il bazooka elettorale di un regalo fatto ora dalla stessa Merkel alle cicale del Sud Europa. AfD è entrata per la prima volta al Bundestag nel 2017 con 94 deputati. Se nel 2021 ne prendono 130 o 140 ogni discorso europeo è chiuso. Questa settimana vedremo che cosa decidono i capi di Stato e di governo.

CHI VUOLE LA FINE DELL’UE O L’ITALEXIT HA UNA VISIONE DEL FUTURO?

Realtà nazionali radicate nei secoli sono ben più profonde di una realtà multinazionale dove non si parla la stessa lingua, nata appena 70 anni fa su trattative e Trattati e che in vario modo lascia, anche questo viene sempre dimenticato, quasi tutta la sovranità nelle mani degli Stati-Nazione. L’Unione. Sarebbe meglio definirla “Unione”, virgolettata, più un desiderio che una realtà. Lo Stato è più vecchio e solido e soprattutto più sentito e familiare, per molti. Occorre decidere però se chi vuole la fine della Ue, per tutti o come solitaria scelta italiana, vede giusto, ha capacità per farlo e visione saggia del futuro. Quello che al momento stanno garantendo, purtroppo, è il clima gingoista, in chiave questa volta anti-Ue, che William James vedeva crescere negli Stati Uniti e in Europa a cavallo tra 800 e 900, un vocabolario guerriero «che spinge l’opinione pubblica a un punto tale che nessun leader politico riesce a fermare».

I FAN DELLA VIA NAZIONALISTA

L’Europa di Bruxelles, si sostiene da quel fronte, è una congiura tra le grandi banche e i tedeschi per dominarci, e per farlo meglio hanno imposto anche a noi l’euro. L’Europa di Bruxelles, sia chiaro, non è quella favola edificante che i bardi dell’europeismo, oggi più rari, volevano farci credere. Il caso greco, pur con tutte le responsabilità di Atene, insegna (2010-2015). Ma non è nemmeno quella che il circo equestre Salvini/Meloni più 5 stelle sovranisti – anche qui è Beppe Grillo che con la sua nota profondità di pensiero che li ha istruiti e coltivati – va raccontando e non da oggi, convinto ancora di poter conquistare sulle macerie dell’europeismo e sulle ali del nazionalismo il potere in Italia per un ventennio.

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Troppi italiani sono convinti che quella nazionalista sia l’unica via. Certamente è la più facile, regole semplici (frontiere, bandiera, lira…) che tutti capiscono. Lo dice anche Vladimir Putin, maestro d’elezione di Salvini e altri. Nella conferenza stampa di fine 2019 Putin ha ribadito che il patriottismo «è l’unica possibile ideologia in una moderna società democratica». Come nazionalista non ama l’Unione europea, struttura sovranazionale, come non la ama Donald Trump. Il nazionalismo esasperato, guarda caso, distrugge l’Unione, cosa che per motivi diversi perseguono entrambi. E a noi, starebbe bene? Questa è la domanda cruciale, al di là di tutte le carnevalate: a noi starebbe bene?

SE L’ALTERNATIVA SONO CINA E RUSSIA

Ripassiamo un po’ di storia, soffermiamoci un attimo sulla geografia, materia ormai negletta, diamo un’occhiata a che cosa è la nostra piccola Europa nel mondo di oggi, ormai senza più Pax americana. L’attuale Unione era il 20% abbondante del Pil mondiale nel 1986, il 17% nel 2014 e sarà poco più del 14% nel 2024, dice una media delle più accreditate analisi, perché gli altri crescono più di noi. E poi come italiani poniamoci una domanda: se ce ne andiamo dall’Unione europea, dove andiamo? C’è la Russia, c’è la Cina, dicono molti senza sapere bene che cosa dicono. Lasciare alleati a noi simili, semi-identici in qualche caso, vicini, grossi quanto noi o più piccoli, conosciutissimi, per metterci con altri lontani, enormi, diversissimi e nel caso russo con meno soldi di noi, nonostante le armi e le risorse naturali?

I TRE OBIETTIVI CON CUI NACQUE L’EUROPA DI BRUXELLES

L’Europa di Bruxelles nasceva tra il 1950 e il 1957 con tre obiettivi e tutti sotto l’ala della diplomazia americana, disposta ad avere un blocco alleato anche se sarebbe diventato commercialmente concorrente. Si trattava di cambiare alla radice la secolare dura ostilità Francia-Germania, mettendole al cuore dello stesso progetto. Si trattava di reimmettere in pieno nel sistema democratico i Paesi ex dittatoriali protagonisti principali dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Germania e Italia. E si trattava di avviare un’economia continentale in un continente troppo piccolo per avere una trentina di Paesi sovrani, e fino ad allora economie sovrane e troppo in concorrenza. La grande tappa intermedia venne a fine Anni 80 con il Mercato Unico, il vero Mec, la fine della presenza russa in Europa centrale, la nascita dell’Unione e dell’euro, collante per tenere insieme i Paesi in una nuova realtà non più motivata dalla paura, dalla ingombrante presenza dell’Urss.

PRESI SINGOLARMENTE SIAMO NANI, GERMANIA COMPRESA

La geografia ci dice che insieme, i 27 Ue più Svizzera e Norvegia che di fatto partecipano allo stesso mondo socio-economico, abbiamo la metà della superficie degli Stati Uniti, metà di quella della Cina e poco meno di un quarto della superficie della Russia. E siamo in 29, con in media 146 mila chilometri quadrati circa a testa, in realtà con molti Paesi ben più piccoli, in dieci sotto i 50 mila chilometri quadrati. Nel mondo post-americano sta emergendo un triumvirato Usa-Cina-Russia, quest’ultima nostra vicina forte solo in armi e materie prime ma non in industria, e noi invocando il nazionalismo molliamo gli ormeggi comuni? Singolarmente siamo tutti dei nani, anche la Germania, come diplomazia e difesa.

LA MAGIA E LA FARSA PROPINATE DA BORGHI

Dire che la Ue è un disastro standosene ovviamente sulle generali fa molto “pensoso” e dire che non ci aiuta suona patriottico, anche se già adesso per noi stanno facendo enormemente di più, come cifre, Commissione e soprattutto Bce di quanto stia facendo chiunque altro. Comunque, a fronte di tanti “pensosi” connazionali proviamo a entrare in una macchina del tempo e a pensare che l’Unione europea scompaia di botto perché non è mai esistita. Tutti e solo Stati-Nazione, una trentina oggi come nel 1936, ad esempio. Niente Bce, per cominciare, con i suoi massicci acquisti di obbligazioni dello Stato e delle imprese sui mercati. Chacun pour soi nel vero senso delle parole. Così sarebbe la pandemia con un’Europa stile 85 anni fa. Soli, davvero soli.

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Magari! Questo dicono oggi i tanti nazionalisti doc e di ritorno italiani, sarebbe la condizione ideale. Il clou del loro pensiero è tornare a una Banca centrale nazionale che rinunci subito all’indipendenza dal Tesoro concordata in Italia nel 1981 e torni a sottoscrivere tutto il debito pubblico invenduto, asta dopo asta. «Non ci sarebbero più problemi», ripete da anni il leghista Claudio Borghi, stratega economico/monetario di Salvini, facendo scuola. Una magia e una farsa. Non funziona così. Una Banca centrale può creare tutta la moneta ritenuta compatibile (da chi? Da chi compera i titoli sovrani, naturalmente) con la forza dell’economia e dei conti nazionali, non in base alle necessità di un Tesoro senza freni. Se invece lo fa, parte l’inflazione e poi l’iperinflazione e quindi la rovina.

IL RISCHIO DI UNO SCENARIO ARGENTINO

Una eventuale regata in solitaria dell’Italia con Salvini timoniere, Meloni prodiere, Borghi mozzo e la lira come vela, ricorda quanto Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong e da tempo rettore di Oxford, ha scritto alcuni mesi fa sulla ormai certa Brexit: «Le promesse e le rosee previsioni…verranno presto misurate sulla realtà. A quel punto non vorrei essere tra i capi brexiteer». I seguaci del grande timoniere, i tanti nostri sovranisti anti-Ue via tweet, farebbero presto a rinsavire leccandosi le ferite, ma dovrebbero prima rompersi il naso, rompendo anche il nostro. Il prezzo sarebbe altissimo per molte generazioni di italiani, perché si chiamerebbe Argentina. Un peso del 1945, prima di Juan Domingo Perón, vale 10 mila miliardi di pesos attuali circa, a forza di inflazione, riforme monetarie scacciazero e rotative, e nessuno vuole peso se non per pagare il caffè, chi può li cambia subito, e tutto funziona in dollari e….euro. L’Italia non è l’Argentina? L’Argentina era in vario modo molto più dell’Italia fino a 80 anni fa. La geografia è diversa, ma la cura Borghi/Salvini/sovranisti in genere è molto simile alla cura Perón. Chi si avvolge nella bandiera non ha solo per questo ragione.

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Quante infrazioni Ue ha l’Italia e quanto ci costano

Le procedure aperte da Bruxelles nei nostri confronti sono 83. Ben 24 dall'inizio di questa legislatura. La maggior parte riguardano l'ambiente. E in sette anni abbiamo pagato 550 milioni di sanzioni. Il punto.

Un’Italia sempre più in fuorigioco con le regole europee. È costante l’aumento dei rilievi provenienti da Bruxelles con un peso per le casse pubbliche di oltre 500 milioni di euro negli ultimi sette anni.

Non solo: il rischio è che il quadro peggiori nei prossimi mesi con altri 18 provvedimenti ad appesantire il fardello. I numeri sono impietosi: le procedure di infrazione dell’Unione europea a carico di Roma sono salite a 83 a gennaio, 24 in più rispetto all’inizio di questa legislatura.

Nemmeno il cambio di maggioranza ha stoppato la deriva. Certo, con l’arrivo al ministero per gli Affari europei di Vincenzo Amendola si è registrata una frenata del problema, senza comunque portare a un’inversione di tendenza.

IN SETTE ANNI 550 MILIONI DI SANZIONI

Ma cos’è la procedura di infrazione? È uno strumento di diritto dell’Ue per garantire il rispetto delle norme, incluso il recepimento delle direttive europee che forniscono un quadro legislativo su determinati temi agli Stati membri, chiamati così a legiferare, rispettando quella cornice normativa fornita da Bruxelles. Le procedure possono essere aperte su vari settori: dall’ambiente alla giustizia, dalla concorrenza all’agricoltura. Insomma, un mare magnum di questioni.

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I Paesi inadempienti, se sanzionati al termine del contenzioso, sono costretti a pagare una multa variabile in base alla gravità dell’inadempienza. Il mancato rispetto delle regole comunitarie è costato all’Italia, dal 2012 a oggi, 550 milioni di euro di sanzioni. Al fianco delle procedure ci sono i cosiddetti Eu-Pilot, uno scambio di informazioni tra la Commissione europea e gli Stati membri che indicano delle criticità. Una sorta di avviso su una possibile procedura di infrazione.

L’ITALIA HA AL MOMENTO 83 INFRAZIONI APERTE

La sottosegretaria agli Affari europei, Laura Agea, ha fornito i dati ufficiali durante un question time in commissione Politiche dell’Unione europea alla Camera. All’inizio della legislatura l’Italia aveva un passivo di 59 infrazioni aperte e 57 EU-Pilot. Oggi la situazione è di 83 infrazioni aperte, 66 per violazione del diritto dell’Unione e 17 per mancato recepimento di direttive, e 53 Eu-Pilot. All’orizzonte non si scorge niente di buono. «Nei prossimi mesi», ha confermato Agea, «si potrebbero verificare 18 nuove potenziali aperture di procedure di infrazione per mancato recepimento».  

LE PROCEDURE APERTE: DALL’AMBIENTE ALLA SICUREZZA

Nella lunga lista dei rilievi dell’Unione spiccano mancanze su temi ambientali (21 le procedure aperte a riguardo) come la «non conformità alla direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane», la «non corretta attuazione della direttiva relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale» per le «mappe acustiche strategiche», e la «cattiva applicazione della direttiva relativa alla qualità dell’aria» sul «superamento dei valori limite di PM10 in Italia». Non solo. C’è anche una vecchia questione politica: la «compatibilità comunitaria della Legge Gasparri con la direttiva quadro sulle reti e servizi di comunicazione elettronica». E ancora: sul fronte sicurezza emerge il «mancato recepimento delle Decisioni del Consiglio riguardanti il potenziamento della cooperazione transfrontaliera soprattutto con riferimento alla lotta al terrorismo e alla criminalità transfrontaliera». Per non tacere della «mancata ottemperanza alla direttiva sulla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile». Oltre all’ambiente, i punti più dolenti per l’Italia sono fiscalità e dogane (13 infrazioni), i trasporti (9) e concorrenza e aiuto di Stato e giustizia (5).

NEL MIRINO LA LENTEZZA CON CUI VENGONO ATTUATE LE LEGGI

Le responsabilità sono da attribuire al «ritardo accumulato nella prima parte della legislatura» ma anche a qualche lentezza sull’attuazione delle leggi. Per il ministero guidato da Amendola infatti «le ragioni di questo progressivo aggravamento sono molteplici ma la più importante riguarda il ritardo dell’iter di adozione delle ultime leggi di delegazione europea e legge europea». Il Consiglio dei ministri ha così licenziato il disegno di legge di delegazione europea qualche giorno fa, lo scorso 23 gennaio, passando ora la parola al parlamento.

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La sottosegretaria Agea ha provato comunque a fare professione di ottimismo: «Considerando gli aspetti positivi, a maggio, sono ipotizzabili 11 chiusure di procedure per violazione del diritto dell’Unione e due chiusure di procedure per mancato recepimento». Inoltre «delle sei procedure aperte il 23 gennaio, cinque riguardano deleghe inserite nella legge di delegazione europea 2018 e la sesta deve essere attuata con norma diretta inserita nel disegno di legge europea 2019-2020. Altre sei chiusure potrebbero verificarsi relativamente ad altrettante direttive la cui delega alla trasposizione è contenuta sempre nella legge di delegazione europea 2018», ha sottolineato.

A PESARE IL PASSAGGIO DAL CONTE 1 AL CONTE 2

L’aumento delle procedure va quindi addebitato in gran parte al primo governo Conte, anche a causa della guida incerta del ministero degli Affari europei: dopo le dimissioni di Paolo Savona nel marzo 2019, c’è stato l’interregno dell’interim assunto dal presidente del Consiglio, fino all’approdo al dicastero, il 10 luglio, di Lorenzo Fontana. Ma il leghista non ha avuto nemmeno il tempo di assumere il controllo: ad agosto c’è stata la crisi di governo. Di conseguenza, a settembre scorso, poche settimane dopo l’insediamento del Conte 2, il numero di infrazioni contestate all’Italia era salito a 81: dopo qualche mese sono scese a 77, dando una breve illusione. A gennaio è risalito a 83.

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Il commissario dell’Ungheria rimandato dall’europarlamento

Várhelyi, designato per l'Allargamento, non ha superato l'audizione a Bruxelles. Bocciato da socialisti, liberali, Verdi e sinistra. Altro introppo sulla strada dell'insediemento di Von der Leyen.

Rimandato. Il commissario designato dall’Ungheria per l’Allargamento, Olivér Várhelyi, non ha superato l’esame nell’audizione del 14 novembre al parlamento europeo. È mancata la maggioranza a favore dell’esponente del Partito popolare europeo (Ppe) nella riunione dei coordinatori della commissione. Al commissario designato devono essere posti ulteriori quesiti.

Sono stati socialisti, liberali, Verdi e Gue (Sinistra unitaria europea) ad aver determinato la bocciatura di Várhelyi. Al parlamento europeo sono in programma nella stessa giornata le audizioni di tre commissari designati da Ungheria, Francia e Romania. Oltre a Várhelyi tocca al francese Thierry Breton per il mercato Interno e poi alla romena Adina Valean con il portafoglio ai Trasporti.

Se i tre commissari fossero stati “promossi” alle audizioni, la plenaria di Strasburgo il 27 novembre si sarebbe espressa con un voto sulla Commissione in toto in modo che Ursula von der Leyen potesse insediarsi a Palazzo Berlaymont a inizio dicembre. Ma sull’ungherese è subito arrivato un intoppo.

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La lettera di risposta del governo all’Ue sulla manovra 2020

Per il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, il progetto di bilancio «non costituisce una deviazione significativa» dalle regole comunitarie.

Il progetto di bilancio per il 2020 «non costituisce una deviazione significativa» dalle regole comunitarie. Lo scrive il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri nella lettera di risposta ai commissari Ue Dombrovskis e Moscovici sulla manovra. Il deficit strutturale mostra un «leggero deterioramento», dello 0,1%, ma l’output gap peggiora perché l’economia italiana sarà ancora in una situazione difficile. In più c’è la richiesta di 0,2 punti di flessibilità per eventi eccezionali.

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