Bruce Springsteen, il più americano degli anti-americani

Cantando gli ultimi, gli emarginati e criticando il sistema è finito per diventare una icona a stelle e strisce. Alfiere della più ancestrale cultura Usa. Non senza qualche sublime contraddizione. Auguri Boss.

Per il ragazzo Bruce è più difficile. Quell’aria salutista, muscolare, niente vizi, solo virtù. E invece ha 70 anni anche lui e una carriera intrapresa nel 1973, Greeting from Asbury Park, NJ e già si capiva la storia.

BRUCE SPRINGSTEEN, RADICI & BUSINESS

Quelle radici, così incancellabili, quelle tradizioni da bravo ragazzone americano che un giorno si sarebbe fatto strada. Un paio d’anni e – boom – Born to run è il primo classico pieno di classici. La strada è aperta, è tracciata. Continua con The River, cresce ancora con Nebraska, fino alla deflagrazione di Born in the Usa e poi il ragazzone diventa l’America tout cour e non si ferma più. Anche con cadute di gusto, concessioni all’eccessivo commercio, dischi evitabili, concerti ridondanti, estenuanti – «tornate domani per la seconda parte», lo sfotteva Keith Richards.

Concerti che sono estenuanti elegie per gli ultimi, ma se non hai il reddito dei primi non entri. Perché Bruce Springsteen, detto il Boss, è una multinazionale, proprio come quelle megacorporation che tanto attacca nelle sue canzoni, e, si sa, in una company se gli affari non crescono, sempre, comunque, è la fine: è il capitalismo, bellezza.

LE SPLENDIDE CONTRADDIZIONI DEL BOSS

Strano, però, il destino del Boss. Quello di uno che finisce sempre in splendida contraddizione, eppure gli si perdona tutto, o quasi. Prendiamo proprio il clamoroso, devastante successo di Born in the Usa: formalmente è una denuncia della guerra, del militarismo, del Vietnam, della risacca di rovine tornate in patria, rottami umani incapaci di adeguarsi, di ritrovarsi; ma il piglio enfatico del brano lo rende subito qualcosa di opposto, un inno americano, la consacrazione della potenza: il Boss è diventato Capitan America, il presidente Ronald Reagan tenta di appropriarsene: «Il futuro della nostra nazione cova nei cuori di tutti noi. Ma anche nelle canzoni di tanti artisti amati dai giovani americani: come quelle di Bruce Springsteen».

Bruce Springsteen nel 1975.

Lui si dissocia, ma quel video, quel video grondante bandiere a stellestrisce, trasudante orgoglio nazionale dice qualcosa oltre gli intenti e si sa che il pubblico capisce quello che vuole, prende quel che gli conviene e non c’è niente da fare: Capitan America è qui, il suo diventa un supersuccesso, mettila come vuoi ma se non c’era lo zampino di Ronald…

UN’AMERICA FATTA DI DISEREDATI ED EMARGINATI

Bruce ha già deciso la sua missione: proporre una sua idea dell’America, una certa idea che ha a che fare coi marginali, coi diseredati e con la critica al sistema dei vincenti, così tipicamente statunitense. Lo fa con una coerenza artistica inossidabile, ma dovrà scontrarsi col suo stesso successo, planetario, inarginabile, e con le critiche che, a quei livelli, non può più scampare: se ricorda la vicenda di un afroamericano liquidato dalla polizia in American Skin (41 shots), il corpo degli agenti di New York gli si mette contro.

Se recupera Pete Seeger, in fama di comunista, gli boicottano album e tour; se si schiera contro i repubblicani, in favore di John Kerry, di Barack Obama, non manca chi storce il naso, non del tutto a torto dato l’approccio spesso militante, enfatico e un po’ ingenuo del ragazzone. E che resta da fare se non mescolare il diavolo degli affari con l’acqua santa delle buone cause? Così per tutti, ma per Springsteen in modo più marcato, più drammatico.

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IL RECUPERO DELLA CULTURA POPOLARE USA

In realtà, questo artista ha altri meriti all’attivo. Stanno proprio nel recupero di una tradizione anti-americana, così americana: non parte dal blues elettrico, quello a riesumarlo ci pensa l’ondata inglese, lui riparte dal retaggio folk impegnato dei Seeger, dei Guthrie, anche del primo Dylan. Quando Bob diventa poeticamente autoreferenziale, resta Bruce a farsi carico di una tradizione difficile e pesante, se la mette sulle spalle, la rinverdisce, la riattualizza.

Barack Obama conferisce la medaglia presidenziale della libertà a Bruce Springsteen.

È Tom Joad, è Steinbeck, è Furore, è Devil & Dust, è l’amarezza che non cerca più consolazione. È perfino The Rising, quell’America ferita al cuore delle Torri Gemelle, che vuole capire, che vuole spiegazioni. Springsteen, con la forza del suo carisma planetario, ha creato nel corso di una carriera infinita qualcosa di inestimabile per l’America: le ha riportato una parte fondamentale della sua cultura popolare, ancestrale. Lui, cantore dei miserabili scoperto, ecco un’altra sublime contraddizione, da John Hammond, rampollo dei Vanderbilt, quanto a dire il supercapitalismo americano nella sua squisita essenza.

Bruce Springsteen durante il tour in Australia del 2017.

L’ITALIA E IL TENTATO RECUPERO DEL FOLK SOCIALE

È qualcosa che, per dire, in Italia è mancato quasi completamente. Certo, anche qui si è tentato tra gli Anni 60 e i 70 un recupero del folk sociale, destinato a finire nel solito gran casino all’italiana con il Nci (Nuovo Canzoniere Italiano) che accumulava le forsennate scissioni tipiche della sinistra, i dibattiti onanistici, le dispute patetiche, infantili su cosa fosse pop e cosa folk e quale il vero folk e quale il folk meno schierato, e i vari Giaime Pintor, Roberto Leydy, Giovanna Marini, Alessandro Portelli, Umberto Mosca a pontificare e scannarsi su questioni di lana caprina, e l’Unità e il Pane e le Rose e tante, troppe parole egocentriche, fino a un riflusso sociale, sociologico ma forse prima ancora fisiologico.

L’ULTIMO MERAVIGLIOSO SUCCESSO A 70 ANNI

In America no. Ci sono stati testimoni di una storia, e Springsteen è stato tra questi ed è stato tra i più rilevanti, tra i più ascoltati. Fino all’ultimo, recente, meraviglioso Western Stars, dove si riprende quella inesausta tradizione di storie tragiche, di baratri, di solitudini che aspettano una morte liberatrice, però “rivestite di nuovi colori”, di brezze orchestrali, di una freschezza densa, grave, solenne. Un disco adulto, suonato da gente adulta, colmo di una musicalità pop, ma di totale rigore. Lui, che un innovatore non è stato mai, sforna un capolavoro inatteso all’alba dei 70 anni. Mentre i nostri senatori, che le radici non le hanno, che del background non si curano, replicano in modo sempre più estenuato loro stessi, quel melodismo di maniera, datato, corroso, incapace di sporgersi fuori dalla propria claustrofobia. Bruce Springsteen non ha ancora finito, il ragazzone continua a percorrere, ogni tanto perdendosi, la strada della memoria, che non finisce mai. Sai com’è, quando uno è Capitan America può fare tutto e il contrario di tutto. O quasi.

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