Sulla Brexit l’Ue dà ancora 12 giorni a Boris Johnson

Il premier finlandese, presidente di turno, ha dato tempo fino a fine settembre per presentare una proposta scritta. Dowing Street ha risposto che arriverà «a tempo debito».

Il premier britannico Boris Johnson ha 12 giorni di tempo, cioè fino alla fine di settembre, per presentare una proposta scritta sulla Brexit, altrimenti «è tutto finito»: lo ha dichiarato, citato dalla Bbc, il premier finlandese Antti Rinne, che ricopre la presidenza di turno dell’Unione europea, aggiungendo di aver concordato questa linea con il presidente francese Emmanuel Macron. Una fonte di Downing Street ha risposto alla Bbc che le proposte britanniche saranno fatte «a tempo debito».

JOHNSON AVEVA DATO APPUNTAMENTO AL 17 OTTOBRE

Johnson aveva dichiarato in precedenza di ritenere che il vertice dell’Unione europea del prossimo 17 ottobre fosse il momento e il luogo appropriati per trovare un accordo per un divorzio consensuale e ordinato con Bruxelles, ma di essere pronto a portare il Regno Unito fuori dall’Unione alla scadenza del 31 ottobre, anche a costo di un ‘no deal’. Il premier britannico ha ribadito che i colloqui con l’Ue stanno facendo progressi e che il Regno Unito avrebbe presentato delle proposte di valida alternativa alla clausola del ‘backstop’ per l’Irlanda del Nord, che il governo di Londra ritiene inaccettabile. Proposte che l’Ue dice di star ancora aspettando.

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Com’è andato l’incontro tra Johnson e Juncker sulla Brexit

Il premier britannico insiste: «Nessuna estensione, lasciamo l'Unione il 31 ottobre». Ma ora parla di «chance» per un'intesa.

Downing Street ha definito l’incontro «costruttivo», parlando di «chance» per un accordo sulla Brexit volto a evitare il no deal. Dopo che il premier britannico Boris Johnson e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si sono incontrati il 16 settembre, a sei settimane dalla scadenza del 31 ottobre per l’uscita del Regno Unito dalla Ue, le distanze restano. Con Bruxelles che tende la mano, dicendosi pronta a esaminare eventuali nuove proposte da Oltremanica, e Londra che conferma l’impegno a uscire dall’Ue il 31 ottobre. Ma, secondo Johnson, ci sono spiragli per un’intesa che superi il backstop, meccanismo – voluto dall’Ue – che garantisce che non sarà realizzato alcun confine rigido fra Irlanda e Irlanda del Nord.

Londra e Bruxelles lavorano per scongiurare il no deal, il divorzio senza accordo che, proprio il 16 settembre, BusinessEurope (la Confindustria europea) ha definito «una ricetta per il disastro». Il no deal «dovrebbe essere assolutamente escluso. Un’uscita disordinata del Regno Unito sarebbe estremamente dannosa per tutti. Provocherebbe danni ingenti per cittadini e aziende nel Regno Unito e nell’Ue. Le conseguenze negative non si limiterebbero alla data di uscita, ma si trascinerebbero, mettendo in pericolo la relazione futura a cui tutti aspiriamo», ha detto il direttore generale di BusinessEurope Markus J. Beyrer. La porta dell’Ue resta aperta, almeno per ora. E probabilmente resterà tale fino all’ultimo. «I negoziati continueranno ad alta velocità», ha spiegato Juncker al termine dell’incontro con Johnson. «È responsabilità del Regno Unito proporre soluzioni operative sotto il profilo legale compatibili con l’Accordo di divorzio», ha aggiunto Juncker, confermando «l’apertura ad esaminare qualsiasi proposta raggiunga gli stessi obiettivi del backstop», anche se «queste proposte non sono state ancora fatte».

JOHNSON: «I NEGOZIATI SARANNO INTENSIFICATI»

Johnson prosegue dritto per la sua strada. Il premier non chiederà l’estensione del termine per l’uscita dall’Ue, si legge in una nota che garantisce che Londra abbandonerà l’Unione il 31 ottobre. «I leader hanno concordato che i negoziati saranno intensificati e che gli incontri saranno presto su base quotidiana. È stato inoltre deciso che le trattative si terranno a livello politico tra Michel Barnier» ed il ministro per la Brexit Stephen Barclay ed il «dialogo proseguirà anche tra Juncker e il premier». Nel pomeriggio, Johnson ha saltato la prevista conferenza stampa congiunta con il collega lussemburghese Xavier Bettel dopo i suoi colloqui sulla Brexit per la presenza ravvicinata di alcune decine di dimostranti che protestavano rumorosamente contro l’ospite.

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Il destino dell’Italia dipende dalle sorti della Brexit

Se l'uscita dall'Ue della Gran Bretagna avvenisse nonostante la nuova legge che lo impedisce i giochi per i sovranisti d'Europa si riaprono. E anche la Lega di Matteo Salvini riprenderebbe fiato.

Quasi in contemporanea, il Senato della Repubblica italiana e la Camera dei Comuni del Regno Unito hanno condotto il 9 e 10 settembre due ampi dibattiti. A Roma per la presentazione e il voto sul governo Conte bis. A Londra per l’ennesimo atto della saga Brexit e per la seconda richiesta di voto anticipato, persa in partenza, presentata dal neo-governo di Boris Johnson che in una settimana di vita parlamentare è riuscito a totalizzare ai Comuni più sconfitte, sei in tutto, di quanto molti suoi predecessori, Theresa May esclusa, abbiano subìto in anni e anni di governo.

IL CAOS DI ROMA E QUELLO DI LONDRA

È difficile dire quale delle due situazioni politiche, quella italiana e quella britannica, sia al momento la più confusa e contraddittoria. Caso rarissimo, qualche commentatore britannico arriva ad ammettere come Roma questa volta abbia fatto meglio di Londra, perché in un mese ha risolto una crisi di governo. Chi ha seguito i lavori di entrambe le assemblee ha potuto vedere all’opera due tradizioni politiche, due modi di intendere il mandato parlamentare, due stili diversi di esercitarlo negli interventi verbali, e insieme segnali analoghi di una crisi del mandato parlamentare.

IL RUOLO DEL POLITICO ELETTO

Tutto ruota in entrambi i casi attorno a due parole: rappresentante e delegato. Se il parlamentare è cioè un rappresentante dei suoi elettori o un loro delegato. «Questo è un magnifico posto pieno a grande maggioranza di persone motivate dalla propria cognizione dell’interesse nazionale, dalla loro sensibilità circa l’interesse comune», ha detto annunciando il 9 settembre il proprio ritiro, a fine ottobre e dopo 10 anni nell’incarico, il presidente dei Comuni, John Bercow. «E portate in base al loro dovere, non come delegati, ma come rappresentanti, a fare ciò che ritengono giusto per il loro Paese». Il delegato deve riportare la scelta di chi lo delega, il rappresentante deve interpretarla anche alla luce del proprio giudizio, difenderla al meglio e in base alla propria coscienza.

DEMOCRAZIA DIRETTA VS DEMOCRAZIA PARLAMENTARE

Siamo al cuore del parlamentarismo moderno, così come definito da Edmund Burke nel suo celebre discorso agli elettori di Bristol del 1774, là dove dice che rappresentare gli interessi di una comunità è una cosa, e vederli alla luce dell’interesse generale del Paese a volte è un’altra. «Sarò sempre il vostro fedele amico, il vostro devoto servitore, e lo sarò fino alla fine della mia vita; ma non sapreste che farvene di un adulatore». È la democrazia diretta contro la democrazia parlamentare.

CASALEGGIO E IL FULGORE DI ROUSSEAU

In Italia la prima ha avuto il suo momento di fulgore con Beppe Grillo e i Casaleggio, «l’uno vale uno», cioè tutti ugualmente capaci (salvo qualcuno come sempre più capace degli altri, come La Fattoria degli animali insegna) e giù giù fino alla sempre meno credibile Piattaforma Rousseau, da Jean-Jacques, il padre della moderna democrazia diretta come Burke lo è stato di quella rappresentativa. Tutti hanno nello zaino il bastone da maresciallo: siamo ai vertici dell’adulazione. Ma i 5 stelle sono ora svuotati nel prestigio, se mai ne hanno avuto. Restano più di 300 parlamentari, molti dei quali non possono tornare a casa perché neppure ce l’hanno una casa (in senso professionale, un mestiere, o almeno un “posto”), decisi a restare a Roma se fosse possibile in eterno. Comunque la democrazia diretta è ancora invocata da questi 300 e più come un blasone.

Boris Johnsono e Jean-Claude Juncker.

COSA È CAMBIATO CON IL REFERENDUM SULLA BREXIT

In Gran Bretagna quello della democrazia diretta è un clima più recente che ha coinvolto gran parte dei conservatori, che dovrebbero essere ahimé i discendenti diretti di Burke, dopo il risultato referendario del giugno 2016 quando il 52% degli elettori votò la Brexit. Nessuno aveva idea delle sue complessità, ma era un voto per uscire dalla Ue, il come, il quando, i costi tutti da definire, solo la grande soddisfazione del vecchio nazionalismo isolano inglese era chiara e appagata. Occorre realizzare quella scelta, dice da allora la democrazia diretta stile Tamigi. Non sarà fatto se non con l’assenso del parlamento, ha ribadito John Bercow giovedì 12 settembre, nel corso di una conferenza. Siamo a democrazia diretta contro democrazia rappresentativa, e da quando esiste il governo Johnson, difensore della diretta, è quella rappresentativa ad avere per ora vinto.

LEGGI ANCHE: I tre “ismi” che dominano l’Ue: nazionalismo, socialismo e liberalismo

LE DUE MISSION IMPOSSIBLE DI REGNO UNITO E ITALIA

C’è un altro forte nesso tra Roma e Londra. Entrambe le classi politiche sono impegnate in una mission impossible. Realizzare l’abbandono della Ue in Gran Bretagna, continuare a vivere in Italia come se il debito pubblico potesse crescere all’infinito, cosa che accomuna, o quasi, tutti i governi italiani degli ultimi 40 anni e ancor più degli ultimi due. La Brexit è un’impresa disperata perché se si vuole renderne accettabili i costi deve essere una soft Brexit, Londra deve restare cioè nell’unione doganale, e quindi il sogno di accordi commerciali in proprio e a piacimento sfuma: non si può continuare a far parte quasi come oggi del mercato unico con la mano destra e fare liberi accordi commerciali con Paesi terzi, tutti potenziali sabotaggi del mercato unico, con la sinistra. È difficile, in definitiva, abbandonare il più ricco mercato del mondo, quello Ue, geograficamente vicinissimo, e migliorare la propria posizione, e per questo la Brexit stenta così a venire.

IL NOSTRO PAESE INCHIODATO AL DEBITO PUBBLICO

Quanto all’impossibilità dell’Italia di continuare a indebitarsi all’infinito non c’è molto da dire, è impossibile e basta. Salvo rompere con Bruxelles, tornare alla lira, creare tutta la moneta necessaria, scegliere l’inflazione a due cifre e avviarsi tristemente sulla strada argentina. È quanto di fatto ha chiesto Alberto Bagnai, presidente della commissione Finanze al Senato e salviniano di ferro nel suo intervento del 10 settembre a Palazzo Madama nel dibattito sul governo. Non esplicitamente, ma rivendicando una politica economica nazionale contro i «servi di Bruxelles», cioè il nuovo governo, e attaccando la Germania. Alla fine, sono note le posizioni del professore che ha ritenuto opportuno con l’abituale modestia rivendicare la propria “scientificità” da economista: il tutto si chiama lira. Ben diversa Emma Bonino che ha messo il dito sulla piaga del debito pubblico, una realtà dalla quale il vago programma del nuovo governo assolutamente sembra prescindere, ma che invece dominerà la sua breve o lunga vita. Quello di Bonino, come struttura, brevità e concretezza, è uno dei pochi interventi che, quanto a stile, avrebbe potuto essere ospitato anche ai Comuni, dove in contemporanea si poteva assistere a un dibattito altrettanto acceso ma assai più stringato e in linea con regole ben chiare e dignitose di oratoria parlamentare.

PUNTI DEBOLI E INCOGNITE

Al nostro Senato, con poche eccezioni, era il trionfo dello strapaese, con dozzine di “paglietta” logorroici e da oratoria d’altritempi vogliosi di spiegare non solo la loro visione appiccicosa della politica, ma della vita, e della giustizia sociale eminentemente distributiva, con soldi che non ci sono. Non si sa come ne uscirà l’Italia. Anche a Londra può ancora succedere di tutto: il governo Johnson potrebbe riuscire a portare il Paese alla hard Brexit ma non entro il 31 ottobre perché ora una legge lo vieta; potrebbe uscire il 31 ottobre con un accordo di soft Brexit alla fine accettabile ai più da entrambi i lati della Manica ma tradendo le sue promesse iniziali; potrebbe forzare il tutto con conseguenze costituzionali imprevedibili uscendo hard il 31 ottobre, o potrebbe invece essere costretto a dimettersi.

IL NODO DEL NAZIONALISMO

In entrambi i Paesi si va inevitabilmente verso una prova di forza elettorale, prossima in Gran Bretagna, più lontana in Italia, ma anticipata da una serie di votazioni regionali e locali. In entrambi i Paesi il quesito centrale ruota attorno al nazionalismo, da sempre molto forte in Gran Bretagna e in Inghilterra soprattutto, dove risiedono gli otto decimi e più degli elettori del Regno Unito, e di recente riscoperta in Italia, dopo la lunga eclissi del post-fascismo. C’è chi dice, e anche queste note lo hanno subito rilevato dopo i risultati a maggio del voto europeo, che c’è stata una battuta d’arresto per il nazionalismo, o sovranismo che dir si voglia (non sono identici ma sono quasi la stessa cosa). Roma per ora lo ha messo a latere, e vediamo se si riprenderà, potrebbe benissimo riuscirci. Ma la vera partita è a Londra. Se la Brexit non passa, o passa una finta Brexit in sé reversibile, è una cosa. Se ci fosse una vera Brexit, nonostante la nuova legge che lo impedisce il 31 marzo e dopo elezioni politiche anticipate – entro l’anno probabilmente – a netta vittoria per l’uscita, i giochi si riaprono. E anche un Matteo Salvini direbbe, ripeterebbe, che gli inglesi sì hanno capito e occorre fare come loro.

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Il parlamento europeo rivendica l’intesa sulla Brexit

Popolari, socialisti, Renew Europe, Verdi e Sinistra hanno presentato una risoluzione che sostiene il lavoro fatto finora in nome di 27 Paesi Ue. E sul desktop, spiega Sassoli, Londra non ha proposto alternative.

Una risoluzione voluta da sei gruppi del parlamento europeo per rivendicare il lavoro sull’accordo sulla Brexit degli eurodeputati di 27 Paesi Ue. L’ha annunciata il 12 settembre il presidente del parlamento europeo David Sassoli: «Abbiamo invitato» il capo negoziatore Ue per la Brexit Michel «Barnier alla conferenza dei presidenti per illustrarci sullo stato dell’arte e per capire meglio le posizioni, ma anche per fare le ultime valutazioni», ha detto Sassoli spiegando che i gruppi «popolare, socialista e democratici, Renew Europe, Verdi e Gue hanno presentato una risoluzione che rivendica il lavoro fatto fin qui e ribadisce i cardini della impostazione europea». La risoluzione verrà votata la prossima settimana alla plenaria di Strasburgo.

«LONDRA NON HA PROPOSTO ALTERNATIVE AL BACKSTOP»

«Noi vogliamo un accordo sulla Brexit, ma senza un accordo il backstop è inevitabile», ha detto Sassoli, parlando del maggiore ostacolo all’intesa e ha precisato che «il Regno Unito finora non ha proposto alternative credibili legalmente ed operativamente». Il presidente del Pe ha anche commentato la scelta del premier britannico Boris Johnson di chiudere Westminster: «Penso che i parlamenti debbano restare aperti sono la casa della democrazia, ci piace così a noi» e ha concluso: «Se non si discute del destino delle istituzioni europee nei parlamenti allora dove si discute?»

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Per la corte scozzese la chiusura del parlamento di Londra è illegale

I giudici di Edimburgo hanno evidenziato che la motivazione della sospensione dei lavori è la volontà di ostacolare i deputati. E sono pronti a emettere il decreto di annullamento.

La Scozia giudica l’iniziativa di Boris Johnson di chiudere il parlamento di Londra illegale, o meglio così la considera il più alto tribunale civile di Edimburgo. La decisione dei giudici scozzesi, annunciata dalla Bbc, ribalta una precedente sentenza del tribunale. Tuttavia, spiega il servizio pubblico inglese, il tribunale non ha messo ordini di annullamento della sospensione dei lavori parlamentari, l’ordine potrà arrivare solo dopo un’audizione completa in programma a partire dal 17 settembre presso la Corte suprema di Edimburgo.

«ATTO DA ANNULLARE»

I giudici nella loro sentenza hanno scritto che la motivazione alla base della chiusura di Westminster da parte di Johnson è il desiderio di «ostacolare il parlamento». «La Corte», hanno scritto secondo quanto riporta la Bbc, «emetterà di conseguenza un decreto che dichiara che il consiglio del Primo Ministro a Sua Maestà la regina e la proroga che ne è seguita erano illegali, quindi nulli e privi di effetto»

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Johnson e Salvini, fatale fu la matematica

Entrambi si sono inferti brutte ferite dimenticando, anzitutto, che la democrazia parlamentare è fatta di numeri.

L’uomo politico Matteo Salvini non è morto, neppure ibernato, sta soltanto curando la brutta ferita che si è inferto da solo e che sempre ormai solleverà dubbi sulla sua capacità di maneggiare davvero le armi (politiche). Ma vari, parecchi milioni di italiani potrebbero, probabilmente, essere disposti a seguirlo in un’avventura che è diventata ormai più esasperata e totalizzante di prima. Siamo arrivati alla lutte finale, e di questo Salvini si sta facendo profeta. «Ormai c’è un partito degli italiani e uno degli stranieri», ha detto con una frase incredibile che è il centro di un’intervista amica pubblicata da Libero il 4 settembre. La scena politica si è trasformata e «non ha più senso parlare di centrodestra». Esistono infatti i patrioti e i traditori, gli “stranieri”, i venduti cioè allo straniero, che ha prima di tutto il volto di Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Idee molto chiare e molto storte. Giorgia Meloni, cresciuta idealmente a Predappio, applaude.

IL NAZIONALISMO COME UN GAS CHE RIEMPIE IL VUOTO

Lo chiamano sovranismo, ma le differenze con il nazionalismo che ha dominato la politica europea dall’era napoleonica alla seconda guerra mondiale sono molto inferiori alle analogie, e quindi conviene chiamarlo con il suo nome doc, nazionalismo appunto. E il nazionalismo, vecchio com’è ma facilmente sempre all’occorrenza rianimato in Europa e altrove, ha ormai mostrato ampiamente i suoi pregi e dei suoi difetti. Fra i primi la capacità di fare leva sull’identità nazionale unificante per raggiungere obiettivi legittimi e offrire un perno centrale a una comunità. Fra i secondi, soprattutto, la nefasta capacità di riempire con formule troppo semplici e abusate un vuoto di idee più utili e consone, e una pericolosa riduzione del tutto a un “noi” contro “loro”. Il nazionalismo diventa allora un gas che riempie il vuoto, ma con notevoli rischi di esplosione.

IN DUE ANNI I TORY HANNO PERSO 29 DEPUTATI

È quello che in qualche modo è capitato a Boris Johnson, espellendo 21 deputati che a partire da lunedì 2 hanno votato contro il suo governo sulla Brexit. Mai nulla di simile si era visto a memoria d’uomo a Westminster, soprattutto nei confronti di vere personalità politiche di rango, quali la metà circa dei 21 sono, e non semplici eterni backbenchers. Lo stesso Johnson che ha votato due volte contro il piano Brexit di Theresa May non ha mai subito ritorsioni di sorta né mai è stato bollato come traditore: era suo diritto dissentire. Se si aggiungono alcune defezioni, precedenti e recentissime, sempre causa Brexit, e qualche seggio perso in elezioni suppletive, sono 29 i deputati persi dal partito Tory dalle elezioni del giugno 2017, da 318 a 289 in un parlamento dove la maggioranza ne richiede 320 (i Tory possono contare su 10 deputati nordirlandesi). Tra chi ha gettato la spugna, abbandonando pare non solo il partito ma la vita politica, c’è anche Jo Johnson, fratello minore di Boris, sottosegretario nel suo governo, e lo ha fatto in difesa dell’ “interesse nazionale” messo a rischio da Boris.

L’ERRORE DI VALUTAZIONE CHE ACCOMUNA SALVINI E JOHNSON

Non è la prima volta che Lettera43 cerca di guardare in parallelo Salvini e Johnson, due politici diversissimi in due Paesi molto diversi e con situazioni in gran parte inconfrontabili. Ma accomunati da un grave errore e da una strategia di fondo, figlia di una cultura politica che entrambi hanno sposato insieme al loro modello Donald Trump. Il grave errore sta, per entrambi, nell’essersi dimenticati che la democrazia parlamentare è fatta di numeri, prima di tutto. Forti di avere una convinzione “superiore”, un’idea migliore, cioè il nazionalismo intransigente, hanno (Salvini) aperto una crisi di governo con il 17% dei seggi parlamentari e gli altri l’hanno chiusa creando una nuova maggioranza che c’era chiara nei numeri, e lasciandoli fuori. Mentre sul Tamigi, convinti di avere il mandato per una Brexit senza intesa perché così oggi recita “il popolo” con lo slogan Leave means leave, uscire significa uscire, hanno stragiurato e si sono giocati tutto (Johnson) su un addio a Bruxelles il 31 ottobre, senza una ulteriore trattativa conclamata ma mai avviata, e senza avere prima davvero contato i voti parlamentari disponibili. La convinzione era ed è che il voto popolare del 2016 supera ed esautora il parlamento, Ma non è così. E il parlamento si è fatto sentire.

Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, la chiusura del parlamento

La strategia di fondo è quella della lotta senza quartiere, il Breaking all the China scrive il commentatore del Washington Post George F. Will, il rompere tutto il vasellame come chiede a Trump la parte più focosa dei suoi sostenitori. Uscire dall’euro, e visto il disprezzo con cui ne parla anche dalla Ue si direbbe, è il Breaking all the China del nostro Salvini, lo sfogo salvifico di un’Italia furiosa. Chissà se gli imprenditori e artigiani leghisti sono d’accordo. L’uscita alla brutta dalla Ue il 31 ottobre, senza accordo, è l’apocalisse promessa da Johnson, ma non ha i numeri parlamentari per farlo, così come Salvini non aveva quelli per dichiarare una crisi di governo da posizioni di forza. In più Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, cioè chiusura del parlamento, cinque settimane al posto delle abituali due per i congressi politici di fine ottobre e prima del discorso della Regina fissato il 14 ottobre, compattando così un’opposizione fino a quel punto divisa, e che ha inflitto a Johnson dal 2 al 4 settembre tre secche sconfitte in aula. Le prime due preparano una legge che rende impossibile l’uscita dalla Ue il 31 ottobre, do or die come dice Boris, uscire o morire, e chiede un rinvio al 31 gennaio; la terza gli ha negato elezioni a metà ottobre.

E QUALCUNO PARLAVA DI MOSSA INTELLIGENTE

Qualche blasonato ma improvvido analista, Eurointelligence ad esempio, che arriva ogni mattina a pagamento sugli schermi di grandi imprese e cancellerie, definiva il 29 settembre la mossa della chiusura parlamentare so clever, così intelligente, «senza dubbio l’opera di Cummings», di nome Dominic, lo stratega plenipotenziario (non eletto da nessun, unelected cioè, come Boris ha ripetuto infinite volte dei burocrati di Bruxelles) che ispira ora Downing Street. La prorogation è stata invece un grave errore, so unclever, perché ha costretto gli avversari ad agire subito, non è piaciuta ai britannici dicono i sondaggi. Meno ancora è piaciuta la cacciata dal partito dei dissenzienti, segno di un clima che ha rinunciato a ogni fair play. Ci saranno ad un certo punto, presto, a novembre forse, nuove elezioni, perché anche le opposizioni dopo avere umiliato Johnson e la sua promessa del 31 ottobre vorranno la conta.

VERSO IL REFERENDUM FINALE SULLA BREXIT

Colpi di scena nel frattempo non sono da escludere, da parte di Johnson. Nessuno può seriamente sbilanciarsi sulle previsioni elettorali prendendo a metro le europee di maggio, che indicano un circa 6-7 punti di maggioranza di voti pro-Ue ma in ordine sparso a fianco però di un solido blocco più compatto di brexiteers intransigenti. Non fanno testo. È stato un voto con il proporzionale mentre alle politiche si vota come noto con un maggioritario secco. Un conto è avere un’idea delle percentuali di voto, un’altra – impossibile o quasi – un’idea dei seggi finali. Potrebbe vincere Johnson, e potrebbe perdere, a favore ad esempio di una non facile alleanza fra laburisti e liberal democratici, e altri, filo Ue ma in modo assai diverso, e per i laburisti non unanime. La cosa certa è che il tutto passerà da una voto nazionale che sarà, prima di tutto, il referendum finale sulla Brexit. Poi tutto potrà succedere, anche un’uscita concordata e collaborativa per rispettare il referendum del 2016, ma Johnson sarà fuori scena, se perderà il voto.

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto. Il partito conservatore di Boris è una macchina da guerra – ha perso però le prime battaglie – per un esperimento di un Regno Unito che molla gli ormeggi europei, rilegge l’economia abbandonando l’integrazione totale nel più ricco mercato del mondo, cerca aiuto a Washington, guarda al mondo senza più la mediazione di Bruxelles, e rilegge la geografia considerando i 40 chilometri della Manica una cesura ben più ampia dei 5 mila che separano Liverpool e New York. Il vero patriota è per la Brexit e chi non lo è “collaborazionista”, parola chiarissima che Boris ha pronunciato ricevendo anche da alcuni Tory ampie reprimende.

NON CI SONO PIÙ LE BARRIERE NAZIONALI DI UNA VOLTA

Salvini ormai è ai “venduti” e ai “traditori”. Sembra incredibile che un politico non si lasci aperte vie di mediazione, di ricucitura, di futuro insomma. Hanno deciso che “Dio lo vuole”, certamente Salvini con preghiere e rosari, alla “Dio è con noi”. Johnson ha fatto buone scuole (i risultati sono opinabili) e non arriva a tanto. Prepariamoci in Italia a tutta l’ondata possibile anti Ue, anti euro, anti Germania, anti Francia, anche se non ci sarà più il megafono del Viminale e i tweet avranno meno peso. Ma proprio per questo saranno più al vetriolo. Salvini farebbe bene a tenere d’occhio Londra, perché se va male a Boris probabilmente andrà di male in peggio anche a lui, in questo mondo dove le barriere nazionali – checché ne pensino i nazionalisti – non sono più quelle di una volta.

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