I Tory di Johnson crescono, come la paura di una hard Brexit

Secondo i sondaggi i conservatori sono in netto vantaggio. Se alle elezioni del 12 dicembre BoJo arrivasse alla soglia di sicurezza di 330 seggi, allora Londra procederebbe con un taglio netto delle trattative con Bruxelles.

Fra un mese avremo scoperto se Boris Johnson e i suoi conservatori hanno stravinto, vinto, o perso le elezioni politiche del 12 dicembre e solo nel primo e nel secondo caso potremo dire che il nodo Brexit è stato sciolto. Si saprà venerdì 13 dicembre. Probabilmente ci sarà, ma potrebbe anche non esserci, una risposta chiara – sì alla Brexit – e finirà, o passerà alla fase due, questa lunghissima tragicommedia amletica che la politica britannica ha messo in scena per la delizia di pochi e la noia, ormai, di molti. 

I CONSERVATORI GUADAGNANO CONSENSI

La prima cosa certa è che i conservatori aumenteranno i consensi rispetto ai meno di 300 (causa defezioni ed espulsioni) deputati attuali e se sfuggirà loro la maggioranza sarà per un soffio, mentre sembrano invece destinati a conquistarla con margini di tutta tranquillità. E la seconda certezza è che i laburisti sicuramente non vinceranno e potrebbero perdere malamente, inanellando la quarta sconfitta consecutiva in meno di 10 anni. Nonostante questo però se i conservatori non hanno il balzo sperato e indicato oggi dai sondaggi, il molto problematico leader laburista Jeremy Corbyn potrebbe riuscire a ottenere la premiership come capo di un governo di coalizione formato da laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi, oggi l’un contro l’altro armati (soprattutto laburisti e liberaldemocratici che mai si sono amati) ma difficilmente capaci di resistere alla tentazione di fare di Boris Johnson il capo dell’opposizione

LEGGI ANCHE: Le elezioni in Uk e in Usa potrebbero cambiare l’Occidente per sempre

A metà novembre tutto sembra ancora possibile anche se la vittoria dei conservatori è data per molto, molto più probabile di una loro sconfitta. Il giudizio più elaborato dei maggiori esperti elettorali britannici concorda con quello più grezzo e istintivo degli scommettitori, scatenati su un evento come questo secondo referendum Brexit sotto le mentite spoglie di elezioni politiche anticipate. In questi giorni gli scommettitori danno a Johnson il 62% di probabilità di una maggioranza, vedono al 35% la possibilità di un parlamento senza maggioranza e quindi forse una coalizione anti-Tory a guida laburista, e danno solo il 3% all’ipotesi di una supremazia corbynista.

brexit-corbyn-labour-referendum
Il leader laburista Jeremy Corbyn.

TRA CORBYN E JOHNSON È GARA DI IMPOPOLARITÀ

Secondo il professor Sir John Curtice della Strathclyde University, massima autorità di meccanismi elettorali, una certezza è che i laburisti hanno zero possibilità di uscire primo partito dal voto, e non solo per la scarsa popolarità del loro leader Corbyn, poco apprezzato da almeno tre quarti dell’elettorato. Nemmeno Boris Johnson è amato e tantomeno rispettato, a parte il nocciolo più duro dei brexiteer conservatori che sperano da lui la vittoria nella crociata nazionalista. La conclusione dice Curtice è che siamo di fronte a una «gara di impopolarità». 

LEGGI ANCHE: C’era una volta Churchill: la triste parabola dei Tory

I sondaggi danno i conservatori poco sotto quota 40% con una dozzina e oltre di punti di distacco dai laburisti; terzi ben sotto il 20% i liberldemocratici e quarti, ma sotto il 10% e in continua erosione, i “faragisti” del Brexit party di Nigel Farage, svuotato da un partito conservatore diventato altrettanto brexiteer. Ci sono poi i nazionalisti scozzesi, terzo gruppo parlamentare della legislatura appena conclusa dopo conservatori e laburisti, ma sono un caso a parte, geograficamente delimitato. Potrebbero comunque pesare in una coalizione, nel caso di un difficile ma non impossibile semiflop dei consevatori, perché aumenteranno i consensi tornando ai circa 50 deputati che conquistarono nel 2015. 

LA PARTITA DEI COLLEGI LOCALI

Nel sistema elettorale britannico i sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto possono facilmente essere smentiti da una serie di realtà e personalità locali nei 650 collegi dove vige il maggioritario secco e prende il seggio chi ha più voti senza nessun tipo di recupero nazionale per quelli che seguono. Gli esperti, e Curtice fra questi, considerano quindi anche le dinamiche nei collegi più contendibili e la conclusione è che al momento Johnson può contare, teoricamente, su una maggioranza sicura in grado di consentirgli di portare avanti la Brexit che vuole, e cioè probabilmente fra un anno una hard Brexit con poche o nulle intese con Bruxelles. Qualcuno parla di 360-370 seggi ai conservatori, oggi tutti brexiteer dopo la recente espulsione a ottobre dei moderati

A CACCIA DELLA SOGLIA DI SICUREZZA DI 330 DEPUTATI

Per governare con un minimo di tranquillità occorrono, nel parlamento di 650 seggi, non meno di 330 deputati che sono quanti David Cameron conquistò nel voto del 2015 e quanti ne aveva il  suo successore Theresa May quando nel giugno del 2017 andò al voto anticipato per rafforzarsi e finì invece per perderne 13. Le previsioni  fatte allora furono clamorosamente smentite; due settimane prima del voto ai conservatori venivano attribuiti 364-396 seggi e il giorno del voto 337-366 con un solo analista/sondaggista, YouGov, che diceva 302. Ai laburisti invece ne venivano attribuiti prima 180-212 e poi 207-227 e ne ebbero 262. 

L’IDENTITÀ CONFUSA DEI LABURISTI

È anche sulla base di questo clamoroso precedente, appena due anni fa,  che molti sono restii a dare per scontata la netta vittoria di Johnson e della sua Brexit ma le cose in due anni sono cambiate. Soprattutto c’è un partito laburista che non ha saputo dare agli elettori una chiara prospettiva, a forza di non voler scegliere fra leave e remain per paura di alienare una delle due anime che lo abitano, e per rispondere alle complicazioni mentali del suo leader Corbyn che vorrebbe una “sua” Brexit tutta a sinistra ma ha fra le mani un partito a maggioranza remain. Mentre nel 2015 il Labour è andato assai meglio del previsto perché riusciva a sembrare un remain party ai remainer e un leave party ai leaver, oggi rischia di andare male o anche malissimo perché sembra diventato un leave party  ai remainer e un remain party ai leaver. E questa è solo una delle differenze con due anni fa.

Boris Johnson.

I DUE SCENARI POSSIBILI

Per il professor Curtice esistono due scenari: o una netta vittoria di Johnson e la partita è chiusa, o un parlamento bloccato senza chiara maggioranza. Per farcela i conservatori devono mantenere nei sondaggi fino all’ultimo un distacco di almeno 7-6 punti sui laburisti. Se finiranno sotto i 320 deputati hanno perso, se saranno a 320 o due o tre sopra avranno bisogno del sostegno degli Unionisti dell’Irlanda del Nord, come ha fatto May dopo il 2017, e non sarà facile perché gli Unionisti si sentono abbandonati dalla Brexit di Johnson. In questo scenario non è impensabile un governo di coalizione, con pochi seggi di maggioranza, fra laburisti, scozzesi e liberaldemocratici, guidato da Corbyn, finché dura, fino alla negoziazione cioè di una “nuova” Brexit e al referendum popolare che la  accetta o preferisce il remain. Ma è un’ipotesi appesa a un filo. Per ora Johnson è in netto vantaggio. 

LE CONSEGUENZE DELLA HARD BREXIT DI BOJO

La conseguenza sarebbe, probabilmente, un taglio traumatico dopo un anno di stentate trattative. Johnson e i suoi vogliono una Gran Bretagna corsara che porti via business al continente con una deregulation spinta e una tassazione competitiva per le imprese e i ricchi. È più che possibile che la maggioranza degli inglesi, in particolare gli inglesi che sono però la grandissima maggioranza dell’elettorato del Regno Unito, li segua. È chiaro, o dovrebbe esserlo, che fuori dalla Ue il Paese si isola, e comunque vada non sarà facile sostituire un mercato come quello attuale europeo, a totale libero accesso. Ma domina una grande ubriacatura di nazionalismo, con il sogno di un impossibile ritorno al passato e un disprezzo molto inglese per i continentali, oltre che per gli scozzesi e altri.

LEGGI ANCHE: Johnson e Salvini, fatale fu la matematica

«È strano per un Paese scegliere di essere meno prospero e di pesare meno nel mondo», scrive Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong, ex commissario Ue e oggi Chancellor dell’Univerisià di Oxford. «Alcuni dicono che non ha importanza. Ma vediamo che cosa succederà quando avremo meno soldi per tutto ciò che vogliamo fare come Paese e come individui. Le promesse e le previsioni legate alla Brexit verrano presto testate dalla realtà. Quando lo saranno, non vorrei essere uno dei  brexiteer di Boris Johnson».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’ex speaker Bercow: «La Brexit il più grande errore dal dopoguerra»

L'ex presidente dei Comuni, dopo le dimissioni, esce dall'imparzialità che la carica richiedeva per dichiararsi apertamente un Remainer.

La Brexit? «Il più grande errore di questo Paese nel dopoguerra». John Bercow lo dice a chiare lettere dopo aver dismesso i panni di speaker e detto addio alla Camera dei Comuni dopo un decennio di presidenza dell’assemblea, all’insegna di uno stile interventista e istrionico, durante il quale molti vecchi compagni di partito Tory non gli hanno risparmiato l’accusa di partigianeria anti-brexiteer.

LE SIMPATIE PRO-REMAIN A LUNGO CELATE

Invitato dalla Foreign Press Association a tenere il suo primo discorso da ex, Bercow ha colto l’occasione per regolare qualche conto, per difendere il parlamento dalle accuse e per fare in sostanza il controcanto al discorso d’avvio della campagna elettorale del premier conservatore Boris Johnson. Ma anche per svelare un segreto di Pulcinella: le sue attuali simpatie pro Remain, dopo una carriera politica costruita all’ombra della destra Tory più euroscettica.

«LA BREXIT NON AIUTERÀ IL REGNO UNITO»

«Io non penso che (la Brexit) aiuterà il Regno Unito», ha affermato fra l’altro ‘Mister Order’, «rispetto il primo ministro, ma credo sarebbe meglio restare in un blocco di potere come l’Ue». Bercow – sollecitato a più riprese a fare show e parlare di sé anche come personaggio, noto per le decisioni procedurali chiave prese durante i dibattiti sulla Brexit, oltre che per gli ormai televisivamente celebri richiami alla disciplina al grido ‘order, order!’ – ha quindi insistito che è stata la maggioranza parlamentare, non lui, a imporre nei mesi scorsi il rinvio ripetuto del divorzio da Bruxelles.

«IL PARLAMENTO HA FATTO BENE IL SUO LAVORO»

Bercow del resto è tornato a difendere l’operato del Parlamento, messo oggi di nuovo sotto accusa da Johnson. «Il mio lavoro è stato quello di proteggere i diritti della Camera dei Comuni, e non mi devo scusare per averlo fatto», ha detto al riguardo, contestando apertamente gli attacchi del governo contro un Parlamento definito “di zombie” o paralizzato. «Il Parlamento non ha da vergognarsi, ha fatto bene il suo lavoro», ha replicato con il consueto mix di vis polemica e linguaggio ricercato l’ex speaker, non senza aggiungere poi ai microfoni di Sky Tg 24 di ritenersi «soddisfatto, più che orgoglioso» del compito svolto.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Brexit: via alla campagna elettorale per il voto del 12 dicembre

Dopo aver informato la regina dello scioglimento della camera, Johnson ha aperto ufficialmente la partita con Corbyn per la chiamata anticipate alle urne.

Visita di cortesia alla regina Elisabetta del primo ministro conservatore Boris Johnson, ricevuto a Buckingham Palace per informare la sovrana dell’avvenuto scioglimento della Camera dei Comuni, formalizzato poche ore prima, in vista delle elezioni anticipate britanniche già fissate per il 12 dicembre.

ATTACCO FRONTALE A CORBYN

Il premier ha successivamente lanciato ufficialmente la campagna elettorale con un discorso alla nazione davanti a Downing Street. «Le elezioni anticipate sono conseguenza di un Parlamento paralizzato e arrivato a un punto morto», ha dichiarato il leader Tory, «dopo essersi rifiutato più volte di attuare la Brexit e onorare il mandato espresso dal dal popolo nel referendum del 2016». Il manifesto elettorale di Johnson, apparso in anteprima sul Daily Telegraph, è centrato sulla promessa di attuare la Brexit senza altri rinvii, ma anche sulla volontà di rappresentare un’alternativa agli antipodi del Labour di Jeremy Corbyn, bersaglio di attacchi senza quartiere. A Corbyn il premier Tory imputa d’odiare i ricchi e l’economia di mercato e d’impersonare una svolta di estrema sinistra ai limiti dello stalinismo.

LA REPLICA DI CORBYN

Il leader labourista ha risposto a Johnson in un comizio a Talford. «Io non sono nato per comandare», ha rivendicato Corbyn infiammando la platea, ma per «condividere» eventualmente il potere, anche con le comunità locali, e «aprire porte perché altri possano entrare». Corbyn ha aggiunto di voler essere giudicato sulla promessa di risolvere la questione Brexit in sei mesi (negoziando un accordo più soft con l’Ue da sottoporre poi a un secondo referendum), ma anche di eliminare in cinque anni la povertà del lavoro sottopagato e i fenomeni in aumento dei senzatetto e delle persone costrette a ricorrere alle cosiddette banche del cibo per mangiare.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Chi è Lindsay Hoyle, il nuovo speaker della Camera dei comuni britannica

Laburista, ma eletto in un collegio pro Brexit, è stato il vice di Bercow per nove anni. Segni particolari: è un ammiratore di Lady D e si è scontrato più volte con l'ex premier Tony Blair.

La Camera dei Comuni britannica ha un nuovo speaker: è sir Lindsay Hoyle (Labour) eletto al quarto scrutinio con 325 voti a succedere, a fine legislatura, al Tory anticonformista John Bercow, in carica per 10 anni. Vice speaker dal 2010, Hoyle ha già mostrato nei suoi turni di presidenza dell’assemblea mano ferma e piglio grintoso, anche se in misura più episodica dell’istrionico Bercow: a differenza del quale è eletto in un collegio pro Brexit. Laburista per tradizione di famiglia, è noto pure per l’ammirazione per la defunta lady D.

IN CARICA PER SOLI DUE GIORNI PRIMA DELLE ELEZIONI

Il prescelto si è lasciato alle spalle nelle ultime votazioni i due rivali rimasti in lizza (su una platea iniziale di 7): eliminando dapprima l’altra vice speaker uscente, la conservatrice dame Eleanor Laing, e quindi il deputato laburista Chris Bryant, ex pastore anglicano entrato in Parlamento dopo aver lasciato l’abito ecclesiastico e aver fatto coming out come gay. Resterà in carica per ora solo 2 giorni, prima dello scioglimento della Camera mercoledì 6 in vista delle elezioni già fissate per il 12 dicembre. Avrà però il vantaggio di poter venire rieletto deputato nel suo collegio da indipendente senza concorrenti, se sarà rispettata una prassi di cortesia istituzionale in vigore nel Regno, e di poter essere candidato naturale alla propria conferma nella futura assemblea.

CRESCIUTO A PANE E POLITICA, CELEBRI GLI SCONTRI CON BLAIR

Lindsay Hoyle, 62 anni compiuti a giugno (sei in più del predecessore Bercow), è considerato da tempo una figura super partes a Westminster e nello stesso Labour. E subito dopo la designazione ha ricevuto l’omaggio di rito in aula da parte del premier Boris Johnson (che ne ha sottolineato “l’imparzialità”), del leader dell’opposizione Jeremy Corbyn e da esponenti di tutti i partiti minori. Deputato dal 1997, sempre rieletto nel collegio della contea d’origine, il Lancashire, nell’Inghilterra nord-occidentale, è cresciuto a pane e politica. Anche suo padre Doug è stato membro della Camera dei Comuni e da oltre un ventennio lo è dei Lord, dove tuttora siede quasi 90enne. Ligio per tradizione alla disciplina di partito e gradito a Corbyn, ma anche a diversi conservatori e in particolare ai brexiteer, il neo speaker è stato tuttavia protagonista in passato di un paio di scontri con l’allora premier Tony Blair: a cui contestò fra l’altro l’introduzione delle rette universitarie e l’espansione dell’istruzione a pagamento nel Regno a fine Anni ’90.

LA FIGLIA AVUTA DALLA SUA AVVERSARIA POLITICA

Sulla Brexit non s’è mai sbottonato per ragioni istituzionali legate al ruolo precedente di vice speaker, ma si sa che gli elettori del suo collegio sono in maggioranza pro Leave. È ben conosciuto invece il rispetto che nutre per la figura della principessa Diana, al cui nome propose invano dopo la morte l’intitolazione di un ospedale o dell’aeroporto londinese di Heathrow. Nel 2018 ha ricevuto il titolo di cavaliere dalla regina e può fregiarsi così dell’appellativo di sir. Sposato in prime nozze con Lynda Anne Fowler, dalla quale ha divorziato nel 1982, e in seconde con Catherine Swindley, impalmata nel ’93, ha avuto due figlie: la minore della quali – nata nel 1989 da una relazione extra matrimoniale con Miriam Lewis, allora avversaria politica e consigliera locale Tory nella sua stessa contea – morta a soli 28 anni. Una tragedia che Hoyle ha ricordato, nel primo intervento dallo scranno, non senza commuoversi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Trump a gamba tesa sul voto britannico: «Corbyn pessimo»

Il presidente Usa a colloquio con Farage. E minaccia Londra: «Con l'intesa con l'Ue non possiamo fare un accordo di libero commercio».

Donald Trump mette i piedi nel piatto della campagna elettorale britannica. E lo fa scatenando il solito putiferio, con un attacco ad alzo zero al leader laburista Jeremy Corbyn, accompagnato da un endorsement non meno rumoroso al primo ministro conservatore Boris Johnson: al quale non risparmia peraltro moniti imbarazzanti contro l’accordo sulla Brexit firmato con l’Ue, incompatibile o quasi, secondo il presidente americano, con la prospettiva d’un futuro trattato privilegiato di libero scambio bilaterale Londra-Washington. Nel duello fra i due unici pretendenti veri a Downing Street in vista del voto del 12 dicembre, il favoritissimo Johnson e l’inseguitore Corbyn, Trump – e non è una sorpresa – non ha il minimo dubbio. Sceglie l’amico Boris. E lo dice a chiare lettere in un’intervista concessa al programma radiofonico di Lbc condotto da un altro suo amico inglese, il tribuno euroscettico del Brexit Party Nigel Farage.

«Corbyn», taglia corto il presidente-magnate, «sarebbe davvero una cattiva scelta per un Paese dal potenziale enorme come il vostro. È pessimo, vi porterebbe su una cattiva strada». «Boris invece è un uomo fantastico, credo sia esattamente il tipo giusto per questi tempi», prosegue imperterrito. Non senza ammiccare allo stesso Farage, leader di un partito sulla carta concorrente dei Tory, e invitarlo quasi apertamente a una qualche intesa elettorale con BoJo: «So che tu e lui farete cose spettacolari insieme, perché se siete insieme, lo sai, sarete una forza inarrestabile». A Johnson è destinata d’altronde anche una tirata d’orecchie, per l’accordo di divorzio da lui raggiunto dall’Ue raggiunto in extremis con Bruxelles: accordo definito «eccellente» dall’inquilino in carica di Downing Street e che al contrario all’uomo della Casa Bianca non va proprio giù. È un deal che rischia di rivelarsi incompatibile con un trattato di libero scambio ambizioso fra Usa e Regno Unito per il dopo Brexit avverte The Donald. «Noi vogliamo commerciare col Regno Unito, voi volete commerciare con noi, ma questo accordo, a essere onesti, sotto certi aspetti non ci permette di commerciare», afferma. «Non possiamo fare un accordo di libero commercio», insiste, spiegando di puntare a «numeri molto maggiori» nell’interscambio rispetto a quelli attuali», «certamente molto più grandi di quelli che fate stando sotto l’Unione Europea».

CORBYN: «MIRE USA SUL SERVIZIO SANITARIO BRITANNICO »

La risposta di Johnson, che l’intesa commerciale con Washington la promette da tempo come un obiettivo pressoché scontato, resta per ora in sospeso. Mentre la secca replica di Corbyn arriva a stretto giro di posta. «Donald Trump cerca d’interferire nella nostra campagna elettorale nella speranza di far vincere il suo amico Boris Johnson» , twitta il numero uno laburista, accusando l’alleato di voler fra l’altro permettere alle imprese private americane di mettere le mani sulla sanità pubblica britannica (Nhs). «È stato Trump», denuncia il compagno Jeremy, « a dire che l’Nhs ‘sarà sul tavolo’ (di un futuro accordo commerciale). E lui sa che se le elezioni le vince il Labour non permetteremo che accada » . (ANSA).

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il duello elettorale tra Johnson e Corbyn è già iniziato

Il 31 ottobre il rompete le righe a Westminster e l'addio di Bercow. Mentre tra il premier e il leader laburista sono già scintille.

Westminster è pronta al rompete le righe, mente si accende lo scontro tra Boris Johnson e Jeremy Corbyn in vista delle elezioni anticipate in programma nel Regno Unito il 12 dicembre. La legge per la convocazione delle urne è passata il 30 ottobre alla Camera dei Lord. In attesa del Royal Assent della regina, i giochi nella sostanza sono fatti. Il 31 ottobre è previsto poi l’annunciato addio dopo 10 anni dello speaker John Bercow, balzato alle cronache nel ruolo di arbitro spesso interventista anche sulla partita della Brexit. Gli omaggi di rito a Bercow, commosso sotto gli occhi della moglie e dei figli ospiti d’onore in galleria, sono stati del resto l’unico momento che ha accomunato Johnson e Corbyn nel Question time del mercoledì. L’ultimo prima delle elezioni, segnato ormai da toni dei comizi che scatteranno ufficialmente fra pochi giorni.

LO SCONTRO ELETTORALE TRA CORBYN E JOHNSON

Lo scontro ha anticipato la sfida delle prossime settimane. Il premier è deciso a giocare la carta del faccia a faccia con un avversario preso di mira per la connotazione di sinistra radicale, ma soprattutto a sventolare la bandiera dello promessa ‘Get Brexit done‘. E Corbyn – leader di un partito in maggioranza filo Remain, ma con uno zoccolo duro brexiteer potenzialmente decisivo in diversi collegi chiave – è intenzionato ad allargare la polemica alle riforme economiche e alla giustizia sociale. Nel botta e risposta del 30 ottobre Corbyn ha attaccato sui tagli alla sanità pubblica (Nhs) e contro le politiche di austerity e le privatizzazioni, mentre ha accusato BoJo di cercare l’asse con Donald Trump per un dopo Brexit improntato al libero scambio fondato sulla deregulation. Il premier ha accusato per tutta risposta Corbyn di essere solo un uomo «di protesta» e di voler provocare «una catastrofe economica» a colpi di «nazionalizzazioni» e aumenti di tasse.

IL VOTO DETERMINANTE DELLA WORKING CLASS BIANCA

Il duello potrebbe riproporsi presto in una sfida tivù, chiesta a gran voce dal numero uno del Labour. I sondaggi intanto continuano a premiare i Tory, ma con forti oscillazioni che suggeriscono prudenza: si va dall’istituto Opinum, che dà il partito del premier al 40%, quello di Corbyn lontano al 24, i LibDem dell’anti-Brexit radicale Jo Swinson al 18, il Brexit Party di Nigel Farage all’11 e gli indipendentisti scozzesi dell’Snp al 4; al centro ComRes che invece accredita i conservatori al 33%, i laburisti a ruota al 29 e i LibDem al 15. Mentre le analisi del think tank Onward indicano come potenzialmente determinante il voto del cosiddetto ‘Workinngton man‘, l’uomo di Workington, località dell’Inghilterra profonda scelta per simbolizzare l’elettorato della working class bianca dei collegi inglesi del Centro-Nord. Di tradizione laburista, ma in larga maggioranza pro Leave. E sensibili agli slogan da linea dura su immigrazione e sicurezza.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Svolta sulla Brexit, Corbyn dice sì al voto anticipato

La decisione dopo una riunione del governo ombra del Labour.

Svolta verso lo svolgimento di elezioni anticipate nel Regno Unito a dicembre per cercare di rompere lo stallo sulla Brexit: l’opposizione laburista, dopo il rifiuto del 28 ottobre di appoggiare per la terza volta la mozione di scioglimento dei Comuni presentata dal governo Tory di Boris
Johnson, ha deciso il 29 ottobre l’ok alla convocazione del voto attraverso la revisione legislativa ordinaria proposta. Lo riferisce la Bbc, a margine di una riunione del governo ombra di Jeremy Corbyn. Non sono ancora chiare le condizioni del sì.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Ue ha concesso una proroga della Brexit fino al 31 gennaio 2020

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha comunicato la notizia su Twitter. Ora la palla passa a Westminster, che deve votare sulla proposta di elezioni anticipate presentata dal premier Boris Johnson.

I 27 Paesi membri dell’Unione europea hanno deciso di concedere una proroga della Brexit fino al 31 gennaio 2020. La notizia è stata comunicata su Twitter dal presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk.

LEGGI ANCHE: Lo psicodramma Brexit durerà ancora decenni

L’uscita del Regno Unito potrebbe concretizzarsi anche prima del termine, qualora il parlamento votasse l’accordo negoziato dal premier Boris Johnson con le autorità di Bruxelles. A Westminster, tuttavia, gli occhi sono puntati sulla proposta di elezioni anticipate da tenersi il 12 dicembre che lo stesso premier ha sottoposto al giudizio dell’assemblea.

LA TABELLA DI MARCIA BOCCIATA DAI COMUNI

In base alle precedenti scadenze, Londra avrebbe dovuto lasciare l’Unione europea entro il 31 ottobre. Ma Johnson, pur avendo incassato il sì della Camera dei comuni sull’accordo negoziato a Bruxelles, non ha avuto il via libera sulla tabella di marcia accelerata pensata per chiudere il caso nel giro di tre giorni. Di qui la necessità di una proroga e la mossa del premier di chiedere elezioni anticipate, per rinsaldare la propria maggioranza e siglare il divorzio dall’Ue una volta per tutte.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Lo psicodramma Brexit durerà ancora decenni

Il groviglio politico e burocratico sembra ormai inestricabile. Ma questa vicenda ha già cambiato profondamente i cittadini del Regno unito.

Il grande psicodramma che sta cambiando profondamente il Regno Unito durerà ancora a lungo, decenni forse, con continui scambi di accuse sui veri traditori del Paese: sono quelli che avrebbero voluto uscire dalla Ue scrollandosi anche la polvere dai calzari o invece quanti avrebbero voluto rimanervi?

Come ha detto Helen Lewis di The Atlantic durante un recente show Bbc, il tanto invocato «let’s deliver Brexit», realizziamo la Brexit, equivale a un «voglio partorire (deliver in inglese si usa anche per indicare il parto dei mammiferi, ndr) e poi torno a dormire tranquillamente e a leggere un mucchio di bei romanzi».

Non funziona così, e uscire dalla Ue non è in sé una panacea, se non psicologica per chi intende rimarcare la propria isolana estraneità al continente. Tuttavia i tempi tecnici di una qualche decisione, che inevitabilmente dovrà coinvolgere l’elettorato visto lo stallo fra governo conservatore fortemente pro Brexit e parlamento, si stanno avvicinando.

BORIS JOHNSON NON RIUSCIRÀ A REALIZZARE LA BREXIT IL 31 MARZO

È molto difficile che il premier Boris Johnson ottenga – probabilmente il 28 ottobre – di poter finalmente indire elezioni anticipate il 12 dicembre. Le regole approvate nel 2011 dicono che per avviare l’iter elettorale occorrono i due terzi dei voti parlamentari, cioè 434, e ai conservatori mancano quindi 150 voti da raccogliere nelle opposizioni. I laburisti si asterranno, hanno detto. E quindi i 150 voti proprio non ci saranno. Le opposizioni, e il Labour per primo nonostante le sue note ambiguità circa la Brexit, hanno interesse a far vedere agli elettori che la promessa di Boris Johnson di uscire dalla Ue il 31 marzo, deal or no deal, con un accordo o senza, erano e sono solo parole.

Il parlamento del Regno Unito.

Un’intesa fra Johnson e Bruxelles c’è stata e il parlamento ha deciso di considerarla una base accettabile con un primo voto martedì 22 ottobre, per rifiutare però 17 minuti dopo con un secondo voto una lettura al galoppo delle 110 pagine di clausole legali. Serviranno parecchi giorni, Johnson dice che lui comunque il 31 marzo lascerà l’Ue, ma non potrà farlo. La campagna elettorale ci sarà, ma solo quando sarà chiaro che Johnson non ha potuto scavalcare il parlamento e realizzare il mandato referendario del 2016 senza il suggello dell’assemblea.

LE ELEZIONI SARANNO UN NUOVO REFERENDUM SULL’USCITA DALL’UE

Arrivando al voto con la Brexit ancora da realizzare sarà inoltre in lizza Nigel Farage con il suo Brexit party, capace di portare via ai Tory considerevoli quote di elettorato, anche se probabilmente pochi seggi. Se i Tory non ce la fanno, affidiamoci a Farage: è già stata questa alle Europee di maggio la scelta di oltre 5 milioni che hanno fatto del Brexit party la lista più votata. Il voto popolare ci sarà, formalmente elezioni politiche ma di fatto più che altro un secondo referendum sulla Brexit, ma non esattamente quando preferirebbe Boris Johnson.

Su oltre 200 sondaggi di opinione realizzati in due anni con la domanda «uscire o restare» solo meno di una dozzina hanno visto prevalere il leave

Con in più il rischio di non cambiare molto i rapporti di forza e di lasciare tutto ancora aggrovigliato. Un secondo referendum avrebbe la capacità di dare una risposta chiara. Ma sarebbe per molti un tradimento di quello del 2016. Su oltre 200 sondaggi di opinione realizzati in due anni con la domanda «uscire o restare» solo meno di una dozzina hanno visto prevalere il leave. Ma sono sondaggi, e serve a poco ricordarli a chi così ha votato, e vinto, nel 2016.

NESSUNO PARLA DI QUANTO COSTA USCIRE DALL’EUROPA

La grande capacità mediatoria della politica britannica, che in altri tempi avrebbe saputo trovare l’accettabile compromesso – ad esempio un’uscita dalle strutture Ue di tipo più politico a partire dal parlamento, ma il mantenimento di un forte legame istituzional-commerciale e doganale – è andata totalmente perduta. È stata ed è, soprattutto sul fronte Brexit e del partito Tory, una grande sbornia di intransigenza in nome della democrazia.

Il Paese era entrato nel Mec nel 1973 perché gli conveniva economicamente

Senza mai voler ammettere che poiché il Paese era entrato nel Mec nel 1973 perché gli conveniva economicamente, dopo avere osservato per 20 anni i progressi commerciali ed economici dell’Europa continentale e dopo avere sdegnosamente e a più riprese rifiutato dal 1950 di far parte del progetto europeo, prima di decidere sulla Brexit andava spiegato bene quali sarebbero stati i costi. Se entrare era stato conveniente, che cosa significava uscire dall’Unione? Ma chiunque abbia seguito i molti e accesi dibattiti parlamentari degli ultimi mesi non ha mai sentito da parte dei Tory nessun accenno a questo.

L’intransigenza è stata forte da parte dell’ala estrema dei leavers Tory, che ha organizzato all’interno del gruppo parlamentare un partito nel partito attorno a un centro chiamato, ironicamente, European Research Group (Erg), molto lobbismo nessuna research e soprattutto nulla di european. Si sono impadroniti del gruppo parlamentare con il fascino del nazionalismo estremo al quale pochi Tory da tempo sanno resistere e hanno ridotto la vera opposizione interna a un manipolo, a geometria variabile peraltro, di una ventina di deputati.

Dopo la scelta di Johnson come premier fatta da circa 90 mila iscritti al partito su un totale di 160 mila, quasi tutto il gruppo parlamentare vuole, auspica o comunque è pronto ad accettare una no deal-Brexit. Questa porrebbe Londra in una posizione ben singolare rispetto alla Ue, il più grosso mercato mondiale, perché la lascerebbe senza intese di sorta e affidata alle sole tariffe e regole del Wto. Un caso incredibile, se si pensa che su 135 Paesi non Ue membri del Wto ben 58 hanno un accordo comprensivo di commercio con Bruxelles e 47 trattano sulla base di un accesso privilegiato.

IL REGNO UNITO SEMPRE PIÙ SPACCATO AL SUO INTERNO

I cittadini del Regno Unito sono già stati cambiati dalla vicenda Brexit, osserva la professoressa Ailsa Henderson dell’Univeristà di Edimburgo, perché mentre prima avevano come fondamentali parametri identitari nella sfera cultural-politica l’Unione, intesa in senso britannico cioè l’unione di England, Wales, Scotland e Northern Ireland, ora valutano se stessi e il loro gruppo anche in base a una realtà prima meno presente, l’Europa continentale, la Ue. Scozzesi, soprattutto, e gallesi, hanno tradizionalmente visto l’Unione britannica come una forza ma anche come un conflitto tra loro e la dominante Inghilterra, dalla quale molte cose li distinguevano. Ora li distingue anche il rapporto con l’Europa, assai più popolare in Scozia e fra i gallesi (il Galles ha avuto una maggioranza di leave nel 2016 solo a causa dei pensionati inglesi trasferiti nella regione) di quanto non sia in molte parti dell’Inghilterra.

Si vede in arrivo un voto anticipato che, forse, chiuderà questa prima interminabile fase all’insegna dell’irrazionale e dell’ipernazionalismo

La Henderson, e il suo collega Richard Wyn Jones dell’Università di Cardiff, capitale del Galles, hanno guidato un sondaggio realizzato da YouGov in tre delle quattro nazioni del Regno Unito. Emerge, oltre alla nuova variabile europea, una preoccupante e inedita propensione all’uso della forza. Per il 71% degli intervistati sul fronte leave in Inghilterra, per il 60% in Scozia e il 70% nel Galles un po’ di spintoni e qualche ceffone a qualche deputato avversario sarebbe «un prezzo che si può pagare» alla causa Brexit. Un po’ meno violenti, ma non molto meno, i partigiani del remain, convinti che la buona causa giustificherebbe qualche politico malmenato.

Il parlamento del Regno Unito.

Boris Johnson ha ancora rinviato nei giorni scorsi un incontro di routine con la supercommissione parlamentare composta da tutti i presidenti di Commissione dicendo che è troppo impegnato in delivering Brexit. Non si vede come possa deliver alcunché il 31 marzo. Si vede però come la camera dei Comuni sia in grado di eliminare dall’accordo raggiunto con la Ue dal premier a metà ottobre la clausola ambigua che renderebbe perfettamente possibile a fine 2020 una no deal Brexit. E si vede in arrivo un voto anticipato che, forse, chiuderà questa prima interminabile fase all’insegna dell’irrazionale e dell’ipernazionalismo e dirà se Londra è fuori, è dentro o è mezza fuori e mezza dentro.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Brexit: sì dell’Ue al rinvio e Corbyn chiede di escludere il no deal

Il leader labourista ha condizionato l'approvazione della richiesta di elezioni alla garanzia che il Regno Unito non esca senza un accordo con Bruxelles.

Escludere una volta per tutte il no deal, è questa la condizione chiesta dal leader laburista Jeremy Corbyn per appoggiare la richiesta di Boris Johnson di elezioni anticipate il 12 dicembre. Un modo per rompere lo stallo sulla Brexit. Ma solo se il premier Tory si impegnerà lunedì ai Comuni a escludere anche per il futuro ogni ipotesi di divorzio no deal dall’Ue. Il leader laburista ha detto all’Itv di ritenere che l’accordo raggiunto da Johnson con Bruxelles non garantisca di per sé che il no deal non ci possa essere. Perciò il premier deve dare assicurazioni esplicite di cui la Camera poi gli potrà«chiedere conto».

IL SÌ CONDIZIONATO DEL LABOUR

Il sì condizionato di Corbyn non scioglie per ora la riserva sulla mozione governativa pro elezioni che Johnson ha annunciato di voler ripresentare a Westminster lunedì 28 ottobre. E che ha bisogno del sostegno dei due terzi dell’aula per passare, quindi necessariamente anche dei voti del Labour, di gran lunga il maggior gruppo d’opposizione. «Qualora il primo ministro venga in Parlamento lunedì e renda assolutamente chiaro di voler assicurare che il Regno Unito non esca (dall’Ue) senz’accordo», allora la leadership laburista darà il suo «ok» al voto anticipato, ha detto Corbyn, che peraltro deve fare i conti con la contrarietà delle urne di una parte non piccola di deputati del suo partito: timorosi di perdere il proprio seggio e/o aggrappati ancora alla speranza (coltivata dai pro Remain più convinti) di poter avere un secondo referendum sulla Brexit prima delle elezioni rovesciando la maggioranza parlamentare finora contraria a questa opzione. Johnson «deve» dare queste rassicurazioni, ha insistito Corbyn, poiché «il suo accordo include ancora la possibilità di un’uscita no deal e perché il Parlamento funziona così e deve potergli chiedere conto». «Io penso che un no deal sia molto pericoloso» per il Paese, ha concluso il capo del Labour.

I 27 PAESI UE D’ACCORDO SULLA PROROGA

Intanto però anche a Bruxelles si discute sul da farsi. Sempre in attesa che la controparte britannica chiarisca la situazione, il 25 ottobre, hanno fatto sapere fonti Ue, l’incontro dei 27 ambasciatori Ue «è stato costruttivo. C’è stato il pieno accordo sulla necessità di una proroga e di arrivare ad una decisione consensuale a 27, e di farlo con una procedura scritta». Poiché «il presidente del Consiglio europeo» Donald Tusk «non ha intenzione di convocare» un vertice straordinario. I 27 dell’Ue sono tutti d’accordo, ma occorre maggiore chiarezza sulle intenzioni di Londra, e per questo serve cautela affinché la decisione sia coerente e aiuti la ratifica dell’Accordo, in linea con gli interessi dell’Unione. La mossa di Johnson di chiedere elezioni anticipate ha ridato anche forza alle esitazioni dei francesi. Sul tavolo rimane la proposta del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, di una proroga fino al 31 gennaio, ma la riflessione è aperta. Gli ambasciatori si rivedranno lunedì 28 o martedì 29 per lanciare una procedura scritta sulla proroga, che di solito compie il suo iter in 24 ore, giusto in tempo per evitare una ‘hard Brexit‘, il 31 ottobre.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Ue verso un’altra proroga per la Brexit

L'eurocamera ha chiesto al Consiglio europeo di accordare a Londra un altro rinvio almeno fino al 31 gennaio 2020.

La Conferenza dei presidenti del parlamento europeo ha esaminato questa mattina lo stato dei lavori riguardanti il ritiro del Regno Unito dall’Ue alla luce degli ultimi sviluppi e ha scritto al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, per raccomandare di accettare la richiesta di un’ulteriore proroga 31 gennaio 2020. «Questa estensione consentirà al Regno Unito di chiarire la propria posizione e al parlamento europeo di esercitare correttamente il proprio ruolo», ha sottolineato il presidente Sassoli.

PAESI DIVISI SULLA DURATA DELLA PROROGA

I 27 per ora si sono consultati a livello di ambasciatori e hanno detto sì «all’opportunità di concedere l’estensione», anche perché l’alternativa sarebbe stato il no deal. Ma resta da capire se passerà la linea del presidente del Consiglio Europeo (uscente), Donald Tusk, che spinge per un supplemento di almeno tre mesi; o quella della Francia, che preferirebbe far pressione su Westmister con una dilazione breve e condizionata.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Non ci sarà rinvio sulla Brexit senza elezioni anticipate

Se Johnson dovrà incassare una proroga, allora farà di tutto per andare al più presto al voto. E scacciare lo spettro di un secondo referendum.

Forte dell’approvazione da parte della Camera dei Comuni delle linee generali dell’accordo con la Ue per una Brexit con “deal”, concordata, Boris Johnson sta ora combattendo a testa bassa –al suo solito- per perseguire il difficile obiettivo di chiudere la partita entro il 31 ottobre, senza nessun rinvio. In un colloquio telefonico con Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, il premier britannico ha ribadito di volere –e potere- conseguire questo obiettivo. Ma non è facile che questo gli riesca in quella fossa dei leoni che è diventata l’assemblea di Westminster. Subito dopo avere gioito per la approvazione delle linee generali dell’accordo con la Ue (un accordo storico, perché di fatto Londra approverebbe il distacco dalla Gran Bretagna –quanto a mercato- dell’Ulster che rimarrebbe per intero dentro le regole attuali della Ue), Johnson ha subito una netta sconfitta sul calendario.

I Comuni infatti hanno bocciato la proposta del governo di discutere e approvare nel merito tutto l’articolato compromesso con l’Europa (110 pagine) entro un breve spazio di tre giorni, impegnandolo invece a chiedere una dilazione di tre mesi alla Ue. Contropiede vincente dell’opposizione al premier quindi (anche grazie ai parlamentari conservatori che Johnson ha espulso dal partito) e palla al centro. Contro questa votazione, Johnson ha tuonato in aula accusando l’opposizione di «avere dato il controllo dei tempi della Brexit alla Ue; ora dobbiamo stare fermi ad aspettare che i nostri amici della Ue decidano a nostro nome». Subito dopo, Johnson ha attaccato a testa bassa il leader laburista Jeremy Corbyn che –a suo dire «cerca di ostacolare la Brexit per arrivare a un secondo referendum». Un vertice tra il premier e il capo dell’opposizione non ha modificato per nulla il quadro.

LO SCONCERTO DI BRUXELLES

Ancora e per l’ennesima volta sconcerto a Bruxelles a fronte di una Westminster caotica, con Michel Barnier (delegato alla trattativa con Londra) che ne ha doto prova e ha dichiarato: «È necessario un chiarimento da parte del Regno Unito su quali saranno i prossimi suoi passi e comunque spetta alla Ue dei 27 decidere sulla proroga». Si vedranno ora le prossime mosse parlamentari di Johnson, che mostra una eccellente fantasia procedurale, per perseguire l’obiettivo di una –improbabile- chiusura della partita entro il 31 ottobre. Quel che è certo è che se fallirà e dovrà accettare una proroga della Brexit, il premier farà di tutto per andare al più presto al voto (e per evitare un nuovo referendum).

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Brexit, scontro Johnson-Corbyn sul referendum bis

Braccio di ferro tra governo e laburisti. Il premier ha accusato le opposizioni di voler spingere per un secondo referendum. E intanto in Ue si discute sulla possibile proroga.

Il destino della Brexit è tutt’altro che deciso. Dopo il voto del 22 ottobre le possibilità di uscire dall’Ue il 31 del mese si sono ridotte a zero. Ora la palla è di nuovo nella metà campo europea, con Donald Tusk impegnato a trovare un’intesa con i vari stati membri per un eventuale proroga. Nel frattempo nel Regno Unito tiene banco la battaglia politica tra il governo e le opposizioni.

JOHNSON CONTRO CORBYN: «VUOLE SOLO UN ALTRO REFERENDUM»

Durante il botta e risposta fra Boris Johnson e Jeremy Corbyn nel Question Time del 23 ottobre i tornni alla Camera di comuni sono stati quelli da campagna elettorale. Il premier Tory ha accusato di volere solo frustrare la Brexit e di puntare a «un secondo referendum», mentre si era impegnato a «rispettare il risultato» del 2016. Corbyn ha da parte sua insistito sui contenuti dell’accordo di divorzio dall’Ue raggiunto da Johnson, che secondo lui crea confini con l’Irlanda del Nord e apre le porte alla “deregulation” su lavoro, ambiente e sanità pubblica nel Regno.

I LABOUR: «NORD IRLANDA ABBANDONATA»

Johnson e Corbyn si erano incontrati faccia a faccia in mattinata per verificare se fosse possibile trovare uno spiraglio comune per rompere lo stallo in Parlamento sulla Brexit. Un colloquio che aveva subito scatenato le ire della leader liberaldemocratica Jo Swinson, pronta ad accusare Corbyn di essere “un brexiteer”, ma che in realtà secondo i media si è concluso con una rottura totale: data l’insistenza del leader laburista sulla necessità di un ulteriore rinvio e d’un voto referendario confermativo nel 2020. Poi il confronto è stato solo a base di recriminazioni reciproche. Corbyn ha rinfacciato a Johnson di aver cercato di negare tempo sufficiente alle Camere per scrutinare il suo «terribile accordo» sulla Brexit, di averlo sospeso in modo «illegale» e di voler «abbandonare l’Irlanda del Nord» al suo destino.

LE ACCUSE DI POSSIBILI ALLEANZE CON GLI INDIPENDENTISTI SCOZZESI

Il premier ha replicato accusando Corbyn di aver sostenuto in passato “l’Ira”, di essere «visceralmente anti-americano» e nemico del libero mercato e pronto dopo le elezioni a una coalizione con gli indipendentisti scozzesi che significherebbe non solo un secondo referendum sulla Brexit, ma anche un bis sulla secessione della Scozia del Regno Unito. Ha poi rivendicato al suo governo d’aver mantenuto le promesse programmatiche fatte finora, nonché d’aver raggiunto un nuovo accordo con Bruxelles, aver eliminato il backstop e aver ottenuto il 22 un via libera in prima lettura in parlamento: tutte cose che le opposizioni dicevano «impossibili».

L’UE DISCUTE SU UNA POSSIBILE NUOVA PROROGA

Nell’altra sponda della Manica intanto fremono i contatti per trovare una soluzione intorno a una nuova proroga che rimandi l’uscita. Le consultazioni del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk proseguono, e al momento non si prevedono delle decisioni alla riunione dei 27 ambasciatori dell’Ue, fissata per le 17.30 del 23 ottobre. Più probabile invece che la decisione arrivi verso fine settimana. Uno dei Paesi più critici con l’estenzione è la Francia. Parigi avrebbe dato il suo via libera solo a un rinvio «tecnico di qualche giorno, per permettere al parlamento britannico di completare la procedura parlamentare», ma «al di fuori di questa prospettiva, è esclusa un’estensione intesa a risparmiare tempo o a ridiscutere l’accordo».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Le ultimissime notizie sulla Brexit del 22 ottobre 2019

Il premier Boris Johnson ha chiesto ai Comuni di consentire che il divorzio dell'Unione europea avvenga entro il 31 ottobre.

Il premier britannico Boris Johnson ha chiesto alla Camera dei Comuni di approvare nel giro di tre giorni il pacchetto di leggi attuative per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, in modo da poter poi votare sull’accordo quadro raggiunto con Bruxelles e realizzare la Brexit entro il 31 ottobre.

Il cosiddetto Withdrawal Agreement Bill (Trattato di Recesso) incorpora i termini dell’accordo sulla Brexit nella legge britannica. Ma deve passare attraverso diverse fasi in entrambe le Camere di Westminster prima di essere ratificato.

Martedì 22 ottobre, dopo la discussione generale, è previsto il primo voto della Camera dei Comuni, che si terrà alle 20 ora italiana. Il governo deve ottenere la maggioranza per poter passare alla fase successiva. In caso di bocciatura, i piani di Johnson di lasciare l’Unione il 31 ottobre potrebbero fallire.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Per la corte scozzese la chiusura del parlamento di Londra è illegale

I giudici di Edimburgo hanno evidenziato che la motivazione della sospensione dei lavori è la volontà di ostacolare i deputati. E sono pronti a emettere il decreto di annullamento.

La Scozia giudica l’iniziativa di Boris Johnson di chiudere il parlamento di Londra illegale, o meglio così la considera il più alto tribunale civile di Edimburgo. La decisione dei giudici scozzesi, annunciata dalla Bbc, ribalta una precedente sentenza del tribunale. Tuttavia, spiega il servizio pubblico inglese, il tribunale non ha messo ordini di annullamento della sospensione dei lavori parlamentari, l’ordine potrà arrivare solo dopo un’audizione completa in programma a partire dal 17 settembre presso la Corte suprema di Edimburgo.

«ATTO DA ANNULLARE»

I giudici nella loro sentenza hanno scritto che la motivazione alla base della chiusura di Westminster da parte di Johnson è il desiderio di «ostacolare il parlamento». «La Corte», hanno scritto secondo quanto riporta la Bbc, «emetterà di conseguenza un decreto che dichiara che il consiglio del Primo Ministro a Sua Maestà la regina e la proroga che ne è seguita erano illegali, quindi nulli e privi di effetto»

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Johnson e Salvini, fatale fu la matematica

Entrambi si sono inferti brutte ferite dimenticando, anzitutto, che la democrazia parlamentare è fatta di numeri.

L’uomo politico Matteo Salvini non è morto, neppure ibernato, sta soltanto curando la brutta ferita che si è inferto da solo e che sempre ormai solleverà dubbi sulla sua capacità di maneggiare davvero le armi (politiche). Ma vari, parecchi milioni di italiani potrebbero, probabilmente, essere disposti a seguirlo in un’avventura che è diventata ormai più esasperata e totalizzante di prima. Siamo arrivati alla lutte finale, e di questo Salvini si sta facendo profeta. «Ormai c’è un partito degli italiani e uno degli stranieri», ha detto con una frase incredibile che è il centro di un’intervista amica pubblicata da Libero il 4 settembre. La scena politica si è trasformata e «non ha più senso parlare di centrodestra». Esistono infatti i patrioti e i traditori, gli “stranieri”, i venduti cioè allo straniero, che ha prima di tutto il volto di Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Idee molto chiare e molto storte. Giorgia Meloni, cresciuta idealmente a Predappio, applaude.

IL NAZIONALISMO COME UN GAS CHE RIEMPIE IL VUOTO

Lo chiamano sovranismo, ma le differenze con il nazionalismo che ha dominato la politica europea dall’era napoleonica alla seconda guerra mondiale sono molto inferiori alle analogie, e quindi conviene chiamarlo con il suo nome doc, nazionalismo appunto. E il nazionalismo, vecchio com’è ma facilmente sempre all’occorrenza rianimato in Europa e altrove, ha ormai mostrato ampiamente i suoi pregi e dei suoi difetti. Fra i primi la capacità di fare leva sull’identità nazionale unificante per raggiungere obiettivi legittimi e offrire un perno centrale a una comunità. Fra i secondi, soprattutto, la nefasta capacità di riempire con formule troppo semplici e abusate un vuoto di idee più utili e consone, e una pericolosa riduzione del tutto a un “noi” contro “loro”. Il nazionalismo diventa allora un gas che riempie il vuoto, ma con notevoli rischi di esplosione.

IN DUE ANNI I TORY HANNO PERSO 29 DEPUTATI

È quello che in qualche modo è capitato a Boris Johnson, espellendo 21 deputati che a partire da lunedì 2 hanno votato contro il suo governo sulla Brexit. Mai nulla di simile si era visto a memoria d’uomo a Westminster, soprattutto nei confronti di vere personalità politiche di rango, quali la metà circa dei 21 sono, e non semplici eterni backbenchers. Lo stesso Johnson che ha votato due volte contro il piano Brexit di Theresa May non ha mai subito ritorsioni di sorta né mai è stato bollato come traditore: era suo diritto dissentire. Se si aggiungono alcune defezioni, precedenti e recentissime, sempre causa Brexit, e qualche seggio perso in elezioni suppletive, sono 29 i deputati persi dal partito Tory dalle elezioni del giugno 2017, da 318 a 289 in un parlamento dove la maggioranza ne richiede 320 (i Tory possono contare su 10 deputati nordirlandesi). Tra chi ha gettato la spugna, abbandonando pare non solo il partito ma la vita politica, c’è anche Jo Johnson, fratello minore di Boris, sottosegretario nel suo governo, e lo ha fatto in difesa dell’ “interesse nazionale” messo a rischio da Boris.

L’ERRORE DI VALUTAZIONE CHE ACCOMUNA SALVINI E JOHNSON

Non è la prima volta che Lettera43 cerca di guardare in parallelo Salvini e Johnson, due politici diversissimi in due Paesi molto diversi e con situazioni in gran parte inconfrontabili. Ma accomunati da un grave errore e da una strategia di fondo, figlia di una cultura politica che entrambi hanno sposato insieme al loro modello Donald Trump. Il grave errore sta, per entrambi, nell’essersi dimenticati che la democrazia parlamentare è fatta di numeri, prima di tutto. Forti di avere una convinzione “superiore”, un’idea migliore, cioè il nazionalismo intransigente, hanno (Salvini) aperto una crisi di governo con il 17% dei seggi parlamentari e gli altri l’hanno chiusa creando una nuova maggioranza che c’era chiara nei numeri, e lasciandoli fuori. Mentre sul Tamigi, convinti di avere il mandato per una Brexit senza intesa perché così oggi recita “il popolo” con lo slogan Leave means leave, uscire significa uscire, hanno stragiurato e si sono giocati tutto (Johnson) su un addio a Bruxelles il 31 ottobre, senza una ulteriore trattativa conclamata ma mai avviata, e senza avere prima davvero contato i voti parlamentari disponibili. La convinzione era ed è che il voto popolare del 2016 supera ed esautora il parlamento, Ma non è così. E il parlamento si è fatto sentire.

Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, la chiusura del parlamento

La strategia di fondo è quella della lotta senza quartiere, il Breaking all the China scrive il commentatore del Washington Post George F. Will, il rompere tutto il vasellame come chiede a Trump la parte più focosa dei suoi sostenitori. Uscire dall’euro, e visto il disprezzo con cui ne parla anche dalla Ue si direbbe, è il Breaking all the China del nostro Salvini, lo sfogo salvifico di un’Italia furiosa. Chissà se gli imprenditori e artigiani leghisti sono d’accordo. L’uscita alla brutta dalla Ue il 31 ottobre, senza accordo, è l’apocalisse promessa da Johnson, ma non ha i numeri parlamentari per farlo, così come Salvini non aveva quelli per dichiarare una crisi di governo da posizioni di forza. In più Johnson ha commesso il 28 agosto il grave errore della straordinaria prorogation, cioè chiusura del parlamento, cinque settimane al posto delle abituali due per i congressi politici di fine ottobre e prima del discorso della Regina fissato il 14 ottobre, compattando così un’opposizione fino a quel punto divisa, e che ha inflitto a Johnson dal 2 al 4 settembre tre secche sconfitte in aula. Le prime due preparano una legge che rende impossibile l’uscita dalla Ue il 31 ottobre, do or die come dice Boris, uscire o morire, e chiede un rinvio al 31 gennaio; la terza gli ha negato elezioni a metà ottobre.

E QUALCUNO PARLAVA DI MOSSA INTELLIGENTE

Qualche blasonato ma improvvido analista, Eurointelligence ad esempio, che arriva ogni mattina a pagamento sugli schermi di grandi imprese e cancellerie, definiva il 29 settembre la mossa della chiusura parlamentare so clever, così intelligente, «senza dubbio l’opera di Cummings», di nome Dominic, lo stratega plenipotenziario (non eletto da nessun, unelected cioè, come Boris ha ripetuto infinite volte dei burocrati di Bruxelles) che ispira ora Downing Street. La prorogation è stata invece un grave errore, so unclever, perché ha costretto gli avversari ad agire subito, non è piaciuta ai britannici dicono i sondaggi. Meno ancora è piaciuta la cacciata dal partito dei dissenzienti, segno di un clima che ha rinunciato a ogni fair play. Ci saranno ad un certo punto, presto, a novembre forse, nuove elezioni, perché anche le opposizioni dopo avere umiliato Johnson e la sua promessa del 31 ottobre vorranno la conta.

VERSO IL REFERENDUM FINALE SULLA BREXIT

Colpi di scena nel frattempo non sono da escludere, da parte di Johnson. Nessuno può seriamente sbilanciarsi sulle previsioni elettorali prendendo a metro le europee di maggio, che indicano un circa 6-7 punti di maggioranza di voti pro-Ue ma in ordine sparso a fianco però di un solido blocco più compatto di brexiteers intransigenti. Non fanno testo. È stato un voto con il proporzionale mentre alle politiche si vota come noto con un maggioritario secco. Un conto è avere un’idea delle percentuali di voto, un’altra – impossibile o quasi – un’idea dei seggi finali. Potrebbe vincere Johnson, e potrebbe perdere, a favore ad esempio di una non facile alleanza fra laburisti e liberal democratici, e altri, filo Ue ma in modo assai diverso, e per i laburisti non unanime. La cosa certa è che il tutto passerà da una voto nazionale che sarà, prima di tutto, il referendum finale sulla Brexit. Poi tutto potrà succedere, anche un’uscita concordata e collaborativa per rispettare il referendum del 2016, ma Johnson sarà fuori scena, se perderà il voto.

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto

Ciò che unisce Johnson e Salvini è una strategia che ha teso e tende ad estremizzare il confronto. Il partito conservatore di Boris è una macchina da guerra – ha perso però le prime battaglie – per un esperimento di un Regno Unito che molla gli ormeggi europei, rilegge l’economia abbandonando l’integrazione totale nel più ricco mercato del mondo, cerca aiuto a Washington, guarda al mondo senza più la mediazione di Bruxelles, e rilegge la geografia considerando i 40 chilometri della Manica una cesura ben più ampia dei 5 mila che separano Liverpool e New York. Il vero patriota è per la Brexit e chi non lo è “collaborazionista”, parola chiarissima che Boris ha pronunciato ricevendo anche da alcuni Tory ampie reprimende.

NON CI SONO PIÙ LE BARRIERE NAZIONALI DI UNA VOLTA

Salvini ormai è ai “venduti” e ai “traditori”. Sembra incredibile che un politico non si lasci aperte vie di mediazione, di ricucitura, di futuro insomma. Hanno deciso che “Dio lo vuole”, certamente Salvini con preghiere e rosari, alla “Dio è con noi”. Johnson ha fatto buone scuole (i risultati sono opinabili) e non arriva a tanto. Prepariamoci in Italia a tutta l’ondata possibile anti Ue, anti euro, anti Germania, anti Francia, anche se non ci sarà più il megafono del Viminale e i tweet avranno meno peso. Ma proprio per questo saranno più al vetriolo. Salvini farebbe bene a tenere d’occhio Londra, perché se va male a Boris probabilmente andrà di male in peggio anche a lui, in questo mondo dove le barriere nazionali – checché ne pensino i nazionalisti – non sono più quelle di una volta.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it