Nessun passo avanti tra Londra e Bruxelles sulla Brexit

La Gran Bretagna non vuole estendere il periodo di transizione. E accusa l'Ue di non essere credibile sul fronte dei futuri rapporti commerciali.

I negoziati sulla Brexit sono fermi al palo ed è scambio di accuse tra Londra e Bruxelles sulle ragioni dello stallo. Secondo Michel Barnier, che guida le trattative per conto dell’Unione europea, il Regno Unito da una parte non vuole estendere il periodo di transizione, dall’altra «rallenta la discussione in alcune aree», come quella del level playing field. Un atteggiamento che il capo negoziatore ha definito «inquietante e deplorevole». La Gran Bretagna ha replicato con altrettanta durezza, affermando che per quanto riguarda i futuri rapporti commerciali l’Unione europea non sarebbe credibile quando dice di aspirare a un’intesa senza dazi, perché l’offerta che Londra ha ricevuto sarebbe «ben al di sotto di quanto concordato da Bruxelles in recenti trattati di libero scambio siglati con altri Paesi sovrani».

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Gli effetti collaterali della Brexit su cittadini, imprenditori e animali

L'uscita del Regno Unito dall'Ue non è fatta solo di indicatori economici, ma anche di storie tra il tragico e il paradossale che segnalano l’inizio della nuova era. Dai centenari di origini italiana nel mirino dei controlli ai pensionati ridotti sul lastrico, fino a specie rare che perdono ogni forma di protezione. Come gli okapi. Il punto.

Se «la rivoluzione non è un pranzo di gala» come ebbe a dire una volta Mao Zedong, anche la Brexit alla fine non si sta rivelando esattamente un pic-nic al parco.

Secondo un recente studio delle Università del Sussex e di Loughborough, l’economia britannica nell’ultimo decennio ha avuto il rallentamento più significativo dai tempi della Rivoluzione industriale.

La crescita produttiva dopo la crisi dei mercati del 2008 è stata quasi due volte più lenta rispetto al decennio nero dell’economia inglese, il periodo 1971-1981 che culminò con la stagione shakespearianamente nota come «l’inverno del malcontento» nel 1978-79. 

PARADOSSI DA BREXIT

La Brexit non è fatta solo di indicatori economici, ma anche di storie tra il tragico e il paradossale che segnalano l’inizio della nuova era. 

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Il primo giorno del nuovo corso del Regno Unito, un anonimo cittadino di Norwich, città a nord-est di Londra, ha festeggiato appendendo un cartello nel suo caseggiato in cui augurava «Happy Brexit Day» e in cui invitava con toni un po’ inquietanti i residenti del suo quartiere a parlare inglese o ad andarsene. L’episodio ha avuto come conseguenza un’indagine della polizia e una serie di manifestazioni di solidarietà nei confronti degli abitanti, non anglofoni, minacciati dallo sconosciuto brexiter. Molti residenti dell’area hanno sostenuto che lo sciagurato monito alla fine ha avuto come unico effetto quello di «unire molto di più le persone». 

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Ha fatto parlare di sé anche un sostenitore della Brexit che vistosi bloccato all’aeroporto olandese di Schiphol per un’ora, ha tuonato, sui social, contro il fatto che quello che stava accadendo non era quello per cui aveva votato. In realtà, nonostante lo stizzito viaggiatore sia stato sommerso da migliaia di risposte irridenti, la sua attesa nulla aveva a che fare con l’uscita dall’Ue del Regno Unito. Nell’aeroporto erano infatti in corso delle esercitazioni che stavano rallentando tutte le attività dell’hub di Amsterdam.

Il premier britannico Boris Johnson (Getty Images).

I DUE CENTENARI D’ORIGINE ITALIANA NEL MIRINO DEI CONTROLLI

Il periodo di transizione sta però generando disagi autentici e non previsti. Chiedetelo a Giovanni Palmiero, italiano di cittadinanza ma residente londinese dal 1966, che ha la bella età di 101 anni. Il ministero degli Interni della Corona, come raccontato dal Guardian, ha registrato Palmiero come immigrato da un anno, invitandolo a regolarizzare la sua posizione in presenza dei genitori. Vicenda altrettanto incredibile quella di Antonio Finelli, un altro venerabile immigrato italiano di 95 anni e residente in Inghilterra da ben 68 anni, nonché titolare di una pensione di anzianità inglese, che è stato invitato a provare di essere residente nel Paese. Era sbarcato nel 1952, quando la Gran Bretagna era disperatamente alla ricerca di lavoratori per accelerare la ricostruzione post bellica. Arrivato in un porto del Kent era stato accolto con un sandwich e una settimana di salario anticipato. Quasi 70 anni dopo ha dovuto presentare 80 pagine di documenti per dimostrare di essere britannico.

La statua del Duca di Wellington all’esterno della galleria di Arte moderna di Glasgow (Getty Images).

QUEI 300 MILA CHE CHIEDONO LA SECONDA NAZIONALITÀ

In attesa del “leave” molti cittadini britannici hanno tentato di correre ai ripari chiedendo un passaporto di una nazione Ue per mantenere i loro privilegi. Un’inchiesta del Sunday Times ha rivelato come dal referendum del giugno 2016 più di 284 mila britannici abbiano fatto domanda di una seconda nazionalità. I numeri sono forse assai più alti poiché la cifra si riferisce solo ai 13 Paesi europei che hanno reso pubblici i dati. Il numero più alto (261mila) ha riguardato l’Irlanda. Qualcuno ha avuto delle brutte sorprese. Un cittadino che ha chiesto di ottenere il passaporto austriaco si è visto subito recapitare una richiesta di prestare servizio militare nell’esercito. In Austria esiste ancora la leva obbligatoria. Qualora decidesse di trasferirsi a Vienna e dintorni prima del suo 35esimo compleanno, la mimetica lo attende. Sono state registrate anche 5.500 richieste di passaporti tedeschi. Alcune di queste appartengono a discendenti di vittime della persecuzione nazista che per la Costituzione tedesca hanno diritto a ottenere la cittadinanza. 

Un sostenitore della Brexit.

PENSIONATI SUL LASTRICO PER IL LEAVE

Ma quella che i tabloid inglesi hanno iniziato a definire “Brexit blues” si fa sentire anche oltre la Manica. Drammatica la storia di due pensionati britannici che vivono da anni in Francia nella regione della Charente-Maritime. Secondo quanto ha riportato la stampa francese, Barry Carleton, 79 anni, e sua moglie Patricia, 77, sono stati portati quasi in rovina dalla Brexit. I due coniugi infatti hanno vissuto per anni sull’isola di Mann, un’ area sottoposta a un particolare regime fiscale. Oggi vivono grazie alle loro pensioni inglesi che devono essere però, proprio per le particolari norme dell’isola, pagate in sterline presso una banca britannica. Il crollo della valuta inglese e l’impossibilità di farsi accreditare i soldi su un contro francese li ha messi quasi sul lastrico. Non potendo più pagare i debiti affrontati per ristrutturare la loro casa,  sono stati costretti a pianificare il ritorno in una patria da cui avevano scelto di allontanarsi più di 10 anni fa anche per stare vicini alla figlia, residente francese. Assai meno grave, ma curioso, l’imprevisto occorso a due studenti di medicina inglesi della Sheffield University in visita a Parigi in questi giorni. La biglietteria del Louvre ha negato loro l’ingresso di favore riservato agli studenti europei perché non più nella Ue.

Souvenir dedicati alla Brexit (Getty Images).

LA NORTON DEL BREXITER GARNER IN LIQUIDAZIONE

Per la serie le ultime parole famose. L’imprenditore Stuart Garner, titolare dello storico marchio di motociclette inglesi Norton aveva sostenuto a più riprese che la Brexit sarebbe stata una «grande opportunità», avrebbe dato nuovo slancio alle produzioni locali e che non ci sarebbero stati problemi a negoziare nuovi accordi commerciali. Nelle scorse settimane si è trovato costretto a mettere in liquidazione la sua azienda, duramente colpita dall’incertezza economica di questi mesi. La crisi del marchio ha anche portato alla luce una serie di irregolarità sulla gestione dei contributi previdenziali dei dipendenti che rischiano di costare molto caro a Garner.

brexit cosa cambia
Alla mezzanotte del 31 gennaio 2020 la Brexit è diventata ufficiale. (Ansa)

OKAPI IN PERICOLO

Non solo storie umane. Anche il regno animale è coinvolto in questa rivoluzione. Lasciare l’Unione significa per la Gran Bretagna anche abbandonare alcune regole che tutelavano la fauna e le specie protette. La deregulation sui temi ambientali mette a rischio, secondo gli esperti, animali sotto tutela come i ricci, i ghiri e un uccello chiamato zigolo giallo. Ma sono anche a rischio i pinguini e le balene che presso le isole Falkland, territorio britannico, erano sotto la salvaguardia delle norme varate a Bruxelles. Ancora più curioso il destino degli okapi, un rarissimo mammifero in via di estinzione simile alla zebra ma imparentato con la giraffa. L’animale, originario del Congo e ormai scomparso da molte aree dell’Africa, in Europa è oggetto di un progetto di conservazione. La Brexit metterà probabilmente fine al programma di incremento della specie che vedeva coinvolti gli zoo inglesi, dove vivono circa 15 esemplari dell’animale. Che gli anti-Brexit abbiano trovato una mascotte per la loro battaglia?

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Regno Unito e Ue litigano sulla restituzione dei marmi del Partenone

La stampa britannica ha diffuso una bozza di intesa tra Londra e Bruxelles per il periodo post Brexit. Tra le riche anche la richiesta dell'Unione di restituire ad Atene delle opere trafugate nell'800.

Anche la cultura finisce al centro del confronto post-Brexit fra Regno Unito ed Europa. In particolare la questione che da tempo divide Londra e Atene: la restituzione dei marmi del Partenone, conservati da oltre duecento anni al British Museum nella capitale britannica. La stampa anglosassone ha rilanciato allarmata la notizia di una bozza di intesa redatta dai diplomatici di Bruxelles in vista delle trattative post-divorzio che devono aprirsi a marzo e nella quale è contenuta una clausola a protezione di «oggetti culturali rimossi illegalmente nei loro Paesi di origine».

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LONDRA E BRUXELLES PER IL MOMENTO MINIMIZZANO

A sottolinearlo è stato in particolare il Times che ha scritto come i colloqui sull’accordo commerciale potrebbero essere utilizzati dal governo greco per portare avanti la causa della restituzione, sempre sentita come motivo di orgoglio nazionale. Immediatamente a Londra si è pensato a un modo per riaprire la vecchia diatriba legale ellenico-britannica e il governo conservatore del premier Boris Johnson ha ‘alzato le barricate’ a scanso di ogni equivoco. Un portavoce di Downing Street si è affrettato a precisare che la bozza è ancora in fase di definizione e soprattutto ha escluso che i celebri marmi recuperati da Lord Elgin all’inizio del 1800 possano rientrare all’interno delle trattative con l’Ue. Anche fonti diplomatiche di Bruxelles hanno confermato che la clausola non riguarderebbe i tesori artistici arrivati dalla Grecia, ma è rivolta a contrastare il commercio illegale di antichità.

OPERE TRAFIGATE ALL’INIZIO DELL’800

Le opere – di cui Atene chiede di tornare in possesso dal 1981, quando era ministro della Cultura l’attrice Melina Mercouri – sono 15 metope, 56 bassorilievi di marmo e 12 statue (quasi l’intero frontone Ovest del tempio), oltre a una delle sei cariatidi del tempietto dell’Eretteo. I marmi, che ornavano il tempio di Athena Parthenos (vergine), gioiello architettonico del V secolo a.C., furono asportati e trafugati fra il 1802 e il 1811 da Lord Thomas Bruce Elgin, allora ambasciatore britannico presso la Sublime Porta, e venduti al British Museum nel 1816 per 35mila sterline oro dell’epoca. L’istituzione museale di Londra ha sempre ribadito il suo diritto di possedere le opere al centro della diatriba. Diatriba che ha avuto una serie di capitoli: Atene ha prima tentato le vie legali, per poi concentrarsi su un’offensiva più politica e diplomatica. Londra ha sempre risposto con un secco ‘no’ alle richieste di restituzione in arrivo dalla Grecia e la sua posizione è difficile che cambi in particolare dopo il divorzio dall’Ue.

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Il Regno Unito prepara la stretta sui lavoratori stranieri e poco qualificati

Il governo conservatore prepara la stretta sui flussi migratori. Dal 2021 partirà un sistema a punti che mira a tener fuori i lavoratori poco qualificati in favore di quelli con alta formazione e alti salari.

Dal 2021 trasferirsi a Londra per fare il cameriere o lavapiatti sarà praticamente impossibile, almeno per i lavoratori stranieri. Il Regno Unito si sta infatti preparando a sigillare i confini in vista della conclusione del periodo di transizione post Brexit previsto per la fine dell’anno. Come ha scritto il Guardian il governo di Boris Johnson sta preparando una profonda revisione delle leggi sull’immigrazione che sostanzialmente metterà fine ai flussi di lavoratori europei con basse qualifiche e che non parlano bene inglese.

UN SISTEMA A PUNTI IN STILE AUSTRALIANO

L’idea presentata dal governo è quella di copiare il sistema australiano, un meccanismo a punti per l’ottenimento del permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Il 19 febbraio l’esecutivo Johnson ha pubblicato un primo paper di 10 pagine con alcuni punti fermi.

  • Il confine del Regno Unito resta chiuso per lavoratori non qualificati e tutti i migranti dovranno parlare inglese;
  • Per entrare nel Paese bisognerà avere un’offerta di lavoro con una soglia salariale di 25.600 sterline l’anno. Soglia più basse saranno accettate solo in casi particolare in cui ci sia carenza di personale;
  • Chiusura dell’accesso a lavoratori autonomi come “idraulici polacchi” e “manovali bulgari”;
  • Le guardie di frontiera non accetteranno carte di identità da Paesi dell’unione come Francia e Italia, una formula per bloccare accessi di persone con documenti falsi;
  • Verranno eliminate le restrizioni per i lavoratori più qualificati, con laurea o dottorato di ricerca.

Questo sistema di fatto renderà impossibile per un italiano trasferirsi nel Regno Unito per fare un lavoretto. Secondo una tabella pubblicata dal Guardian il permesso verrà concesso a chi riesce a raggiungere 70 punti in una scala predeterminata. Secondo lo schema i primi 50 punti dovranno essere obbligatori e prevedono sostanzialmente tre cose: l’ingresso nel paese con in tasca un’offerta di lavoro, il possesso di una competenza lavorativa specifica e la conoscenza della lingua inglese. I punti successivi vengono assegnati in base a salario e formazione.

OPPOSIZIONE SULLE BARRICATE

Tutte le opposizioni, da laburisti a liberaldemocratici si sono scagliate contro il piano e la Unison, un sindacato che rappresenta i lavoratori nel settore della cura, ha dichiarato che la mossa metterà in crisi il settore, sia per il progressivo invecchiamento della popolazione, sia per il fatto che la gran parte di lavoratori nel settore delle cure non erano britannici. Rischio di crisi anche per il comparto ristorazione che chiedeva una sorta di “barista visa“. Il gruppo Pret a Manger ha raccontato che negli ultimi due anni solo un candidato su 50 era britannico.

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Che conseguenze avrà la Brexit sulle donne

L'uscita della Gran Bretagna dall'Ue è ormai compiuta. Ma restano anche da definire gli accordi commerciali. E chi corre maggior rischio in caso di "no deal" sono le lavoratrici.

Con l’ultimo passo compiuto venerdì 31 gennaio il Regno Unito ha lasciato definitivamente l’Unione europea. Dopo quattro anni di trattative, tre piani di ritiro falliti e due elezioni generali, è davvero questo il momento storico in cui la Brexit diventerà veramente realtà?

Il nuovo presidente della Commissione europea, Ursula von Der Leyen, ha insistito sul fatto che il periodo di tempo non è realistico. Inoltre, gli esperti sono preoccupati che negoziazioni frenetiche creeranno uno scenario in cui la Gran Bretagna se ne andrà bruscamente senza alcun accordo – o con un accordo ridicolo – sulle relazioni future e i commerci.

In entrambi i casi, molti analisti incano come il rischio di una crisi senza precedenti e dalle innumerevoli sfaccettature per il Paese di Sua maestà sia più di un rischio. Crisi che potrebbe avere un impatto maggiore sulle donne.

IN CASO DI CRISI ECONOMICA LE DONNE SONO LE PRIMA A ESSERE SACRIFICATE

L’incertezza di cosa succederà davvero rende difficile valutare nel dettaglio quale impatto la Brexit avrà sulla popolazione femminile. Tuttavia, è fuori discussione che i nuovi accordi commerciali avranno sicuramente delle ripercussioni significative: deal o no deal – l’economia dell’Inghilterra è proiettata in una spirale negativa. Ed è in queste situazioni di crisi che le donne, in particolare quelle appartenenti a minoranze etniche, soffrono di più. Perché sono sovrarappresentate in settori specifici e ad alto rischio in caso di recessione economica. Secondo la ricerca Women, Employment and Earnings, pubblicata sul Women’s Budget Group nel 2018, la maggior parte delle impiegate inglesi, oltre ad avere una retribuzione inferiore rispetto agli uomini, ha lavori part-time e un contratto a tempo determinato. E quando la situazione finanziaria vacilla, questi sono i primi posti che vengono tagliati.

Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali

Mary-Ann Stephenson, direttrice del Women’s Budget Group, e coautrice della ricerca Exploring the Economic Impact of Brexit on Women (marzo 2018), ha spiegato: «Le donne e gli uomini occupano una posizione diversa nell’economia. Le donne sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti negli accordi commerciali, sia che si tratti di una maggiore liberalizzazione o di restrizioni. È più difficile per le donne trarre vantaggio da nuove situazioni perché sono più soggette un impatto negativo».

SENZA L’UE GRAN BRETAGNA PIÙ DEBOLE SULLA PARITÀ DI GENERE

Non solo i lavori, a rischio ci sono anche alcuni diritti fondamentali. L’Ue, nel corso degli anni, ha creato una serie di atti legislativi a favore delle donne che il Regno Unito è stato costretto a rispettare. Infatti, le leggi sulle pari opportunità, il congedo di maternità e le molestie sul lavoro arrivano proprio da Bruxelles. Alcune regolamentazioni a riguardo erano già presenti nello Stato ancora prima che il parlamento europeo le dichiarasse obbligatorie, tuttavia quest’ultimo fornisce un ulteriore livello di protezione laddove l’interpretazione nazionale dei diritti femminili è messo in questione.

In aggiunta, l’Unione è in trattativa per migliorare le condizioni di congedo parentale retribuito, il che dovrebbe riequilibrare la quantità di ore spese in lavori domestici di mamme e papà. Dulcis in fundo, c’è pressione sui governi affinché vengano approvate legislazione più complete per condannare la violenza maschile. Ma la domanda adesso è: cosa succederà a questo insieme di normative una volta che la Gran Bretagna ha lasciato l’Ue? In precedenza, Theresa May aveva incluso nella sua proposta la volontà di mantenere tali protezioni anche dopo la Brexit. Ma Boris Johnson non ha ancora espresso in maniera netta la sua opinione a riguardo. Sembra molto improbabile che il Regno Unito volti le spalle all’uguaglianza di genere ma, ancora una volta, il futuro è incerto.

IL RISCHIO PER IL SISTEMA SANITARIO DEL REGNO UNITO

L’uscita del Paese dall’Unione avrà forti conseguenze anche sui servizi pubblici. Ad esempio, la maggior parte del personale del sistema sanitario (77%) è costituito da donne, in maggioranza straniere. Stando alle ultime statistiche (condotte dal governo su 88 ospedali inglesi), sono più di 22 mila coloro che hanno lasciato la propria occupazione in questo ambito, tra cui 8.800 infermiere. Migliaia di posti di lavoro sono ora vuoti, e la situazione potrebbe ancora peggiorare quando la Brexit avrà effettivamente inizio. Il sistema andrà in crisi. E chi si prenderà cura di bambini e parenti? In poco tempo il Regno Unito si ritroverà con un alto numero di mamme, figlie e sorelle che saranno costrette ad abbandonare il lavoro e stare a casa per provvedere all’assistenza della famiglia.

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L’ultima sfida Johnson all’Ue: «Usciamo a modo nostro»

Il premier Tory interviene sui negoziati post Brexit: «Nessun allineamento agli standard dell'Unione».

Il Regno Unito vuole un accordo con Bruxelles per il dopo Brexit fondato sul «libero scambio», che «non richiede alcun allineamento alle regole e agli standard» Ue «sulla politica della competizione, i sussidi, la protezione sociale, l’ambiente o nulla di simile». Lo ha detto Boris Johnson illustrando in tono netto la sua piattaforma negoziale. Il premier Tory ha assicurato che su queste materie, a rischio di concorrenza sleale per i 27, Londra avrà standard elevati, ma senza accettare di regolarle «in un trattato».

«NESSUN DUBBIO CHE IL REGNO UNITO PROSPERERÀ»

«La scelta» dei negoziati sulle relazioni post Brexit tra Regno Unito e Ue «non è, sia chiaro, fra deal e no dea» ha poi aggiunto, in risposta a Michel Barnier. È tra «una relazione commerciale comparabile a quella del Canada» (libero scambio pressoché a zero dazi) e «più simile a quello Australia-Ue» (ossia un’intesa minima). «In ogni caso non ho dubbi che la Gran Bretagna prospererà» e potrà «scatenare tutto il suo potenziale».

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La Brexit e il rischio di una Gran Bretagna fuori dal mercato unico

Fra un mese si tiene la trattativa fra Ue e Londra per decidere quanti degli attuali accordi commerciali possano essere essere mantenuti. Se cambieranno il meno possibile, l'uscita dall'Europa potrebbe rivelarsi un successo. Ma non sarà facile accetarlo per chi si aspettava un cambiamento radicale.

Il penultimo atto della saga Brexit si è chiuso a Bruxelles mercoledì 29 gennaio con il sì del parlamento europeo all’accordo di uscita del Regno Unito dalla Ue. C’è stato anche il polemico addio di Nigel Farage – Mr. Brexit – , che ha auspicato l’inizio della fine per «l’odiato» (sic) progetto europeo. E c’è stato il malinconico, un po’ melodrammatico, ma appropriato canto dell’Auld Lang Syne (Valzer delle candele, in Italia, o più propriamente Il canto dell’addio) da parte dei deputati, compresi i britannici pro-Ue. Il tutto chiuso da un “arrivederci” di molti ai colleghi d’oltre Manica, che lo abbiano gradito o no. «Non torneremo», ha detto Farage.

È probabile che non ci sarà nessun ritorno. Prima di tutto perché può darsi che starsene fuori dalle regole Ue e dalla giurisdizione della Corte europea del Lussemburgo si dimostri un vantaggio, come si potrà verificare o meno al momento opportuno; ora comunque è difficile vedere come possa essere vantaggioso abbandonare il libero accesso al più grosso e ricco mercato mondiale.

E poi perché un Paese orgoglioso come la Gran Bretagna farebbe l’impossibile per non perdere la faccia. O meglio lo farebbe, l’impossibile, l’Inghilterra, visto che il parlamento scozzese ha votato con una maggioranza modesta ma chiara (9 voti su 129) di mantenere la bandiera europea azzurro stellata sul parlamento monocamerale di Edimburgo, in funzione dal 1999; gli scozzesi votarono remain al referendum del 2016 con una maggioranza del 62% e con nessuno dei collegi elettorali finito ai brexiteer.

LA VERA BREXIT COMINCERÀ TRA UN ANNO

La Brexit, quella vera, incomincia adesso. O meglio, incomincerà fra un anno. Finora si è trattato di una battaglia politica e legale. E fino a tutto il 2020 merci e servizi si muoveranno liberamente come prima. Poi, si cambierà. I tempi sono molto stretti per un accordo complesso, ma il premier Boris Johnson e i suoi sono chiarissimi: si è fuori del tutto con il primo gennaio 2021. Solo allora si incomincerà a vedere come funziona.

In Gran Bretagna ormai tutti in qualche modo per amore o per forza pro Brexit

Verranno poi alcuni anni cruciali per dimostrare ai britannici che fuori dall’Unione si sta molto meglio. Questa è la promessa. E questa va mantenuta, in un Paese dove alle ultime politiche del 12 dicembre scorso i conservatori, ormai tutti in qualche modo per amore o per forza pro Brexit, hanno stravinto nel sistema maggioritario secco ma il 53% dei voti è andato a partiti che, per quanto disorganizzati, confusi e impari alla lotta avevano promesso comunque, tutti, un secondo referendum. Questo vuol dire che i britannici avranno una certa attenzione per verificare come si sta fuori dall’Unione.

FARAGE FAVOREVOLE AL MERCATO, NON ALL’UNIONE POLITICA

Farage, in una breve conferenza stampa il 29 gennaio a Bruxelles tenuta prima del suo intervento in aula, ha anche accennato alla possibilità di un secondo referendum fra alcuni anni, per chiudere definitivamente la partita una volta che la nazione avrà visto tutti i vantaggi dello starsene fuori. Per due-tre anni e forse più, a partire dal 2021, si starà quindi a vedere. Poi o sarà un sollievo e una soddisfazione condivisa essere usciti, o incomincerà una sorta di marcia a ritroso.

I termini della questione non sono difficili e lo stesso Farage che pure voleva dire altro li ha implicitamente enunciati il 29 gennaio nell’emiciclo. I miei genitori – ha detto – votarono per il Mec a suo tempo (ci fu un referendum che nel 1975 confermò con il 67% di favorevoli l’adesione scattata nel 1973), ma quella era la partecipazione a un grande mercato; poi, ha aggiunto Farage, è venuto un progetto politico e addirittura si parla ora di un esercito europeo, e a questo diciamo no.

Ora si tratta di stabilire se costa e quanto costa andarsene dall’Ue

Tradotto significa: eravamo per i vantaggi economici, non eravamo e non siamo per una continua erosione della sovranità nazionale. Si tratta quindi, è la conclusione che Farage non ha tratto ma evidentissima, di stabilire se costa e quanto costa andarsene, a che punto cioè del bilancino si trova l’equilibrio fra interessi economici e soddisfazione dello spirito nazionalista. Che va oltre, come noto, il sano patriottismo e appartiene a una sfera ideologica facilmente ipertrofica.

LA PREOCCUPAZIONE DELLE IMPRESE DEL REGNO UNITO

I segnali da parte dei conservatori britannici sono evidenti e vanno per ora nel senso di un futuro difficile. A suo tempo i brexiteer dichiaravano, mentendo, che «esiste un’area di libero scambio che va dall’Islanda alla Turchia e tutte le nazioni europee vi hanno accesso, che siano o non siamo nell’euro e nella Ue, e dopo il voto rimarremo comunque in questa zona». Così diceva dal podio nell’aprile 2016 Michael Gove, con Johnson massimo protagonista della campagna referendaria e oggi ministro nel suo governo. Adesso parlano diversamente, con un «sempre molto chiari» di troppo. «Siamo sempre stati molto chiari», ha infatti dichiarato il portavoce del premier, «nel dire che lasciamo ora l’unione doganale e il mercato unico Ue e questo significa che le imprese dovranno prepararsi a una vita fuori da queste realtà». Cioè le vecchie frontiere per merci e servizi, i vecchi moduli, i vecchi controlli. Che è l’opposto di quanto dichiarava a suo tempo Gove.

Non solo, in una importante intervista di metà gennaio al Financial Times, il ministro del Tesoro (cancelliere dello Scacchiere) Sajid Javid è stato chiarissimo: «Non ci sarà nessun allineamento [alle normative e standard Ue, ndr], non saremo succubi delle regole altrui, non saremo nel mercato unico e non saremo nell’unione doganale». Ciò significa un rilancio in concorrenza conto il marchio Ce, nato anche per armonizzare le produzioni europee, e un rilancio di uno standard britannico gestito pare dal Bsi, il British standard institute. La reazione di molte imprese è stata sconcertata.

Il marchio Ce è ormai moneta corrente ed è tutto quanto serve, ma gli sputano sopra (sic) solo perché è europeo

Andrew Varga di Seetru, costruttore di valvole industriali a Bristol

«Adottare regole e standard diverse è puramente dottrinario e ideologico e non ha alcun senso sul piano pratico», ha dichiarato Andrew Varga di Seetru, costruttore di valvole industriali a Bristol, «il marchio Ce è ormai moneta corrente ed è tutto quanto serve, ma gli sputano sopra (sic) solo perché è europeo: vogliono standard della “Grande Britannia”, questo il punto». Creare nuovi standard è lungo, spesso complicato, certamente costoso, servono per moltissimi prodotti, dalla marmellata alle più sofisticate apparecchiature. Con che utilità si farà, se si farà, questa gigantesca operazione? Uno standard produttivo vale ormai solo se può imporsi a livello globale, se non è un futile esercizio d’orgoglio. E con un mercato interno di 66 milioni di persone Londra pensa forse di tornare ad essere uno standard capace di imporsi al globo?

LA TRATTATIVA TRA LONDRA E UE PER DEFINIRE I NUOVI RAPPORTI

L’ultimo atto incomincerà quindi fra un mese con la complicata trattativa bilaterale, fra Bruxelles e Londra, per vedere quanto del libero mercato può essere mantenuto per beni e servizi e altro e quanto invece va rivisto, e diventa meno libero. Se sarà un buon accordo che cambierà il meno possibile i rapporti attuali, il successo della Brexit è possibile. Ma non sarà facile perché Brexit vuol dire “cambiare”; è stata una battaglia ideologica ispirata dal più puro nazionalismo, con i suoi sacerdoti che ora vigileranno sulla purezza del tutto, ma come diceva Pietro Nenni «gareggiando a fare i puri troverai sempre uno più puro che ti epura». Quindi cambierà molto nei rapporti con il continente e vedremo nel tempo con quale equilibrio fra costi e ricavi. A meno che Boris Johnson, gran teatrante e che vuole essere rieletto fra più o meno cinque anni, e quindi non vuole problemi inutili al di là delle sparate di oggi e anche di domani, non decida di risolvere tutto con una grande sceneggiata che cambi poco la realtà. Ma finora non è così.

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La Brexit è compiuta: il Regno Unito è fuori dall’Ue

Dopo tre anni e mezzo Londra divorzia da Bruxelles. Il popolo euroscettico festeggia, ma non mancano le recriminazioni del fronte opposto. Johnson saluta «l'alba di una nuova era». E si prepara a un negoziato lungo 11 mesi per definire il quadro delle future relazioni.

Il Regno Unito saluta l’Unione europea e la Manica torna a essere un confine europeo, fra il continente e l’isola. Si chiude così una pagina di storia durata quasi mezzo secolo, dal 1973 a oggi: quella del matrimonio, d’interesse eppure non privo di frutti, tra Londra e Bruxelles.

La Brexit diventa realtà allo scoccare della mezzanotte del 31 gennaio 2020, l’Union Jack e la bandiera azzurra con le stelle europee si separano. Tra i festeggiamenti del popolo euroscettico, le recriminazioni del fronte pro Remain e il rammarico di molti: nel Regno come in altri Paesi, Italia compresa.

Il suggello al divorzio è arrivato dall’uomo che negli ultimi mesi è riuscito far saltare il banco e a mettere fine allo stallo, dopo aver già condotto in prima fila la campagna pro Leave del referendum del giugno 2016: Boris Johnson, controverso ma vincente, e in attesa del giudizio dei posteri.

In un discorso alla nazione anticipato da Downing Street, il primo ministro Tory ha fatto sfoggio di ottimismo e richiami all’unità di fronte a un Paese profondamente lacerato, anche se in maggioranza sollevato dalla sensazione di aver dato almeno un primo taglio alle incertezze. Il premier ha definito questo passaggio «l’alba di una nuova era», che «non segna una fine, ma un inizio».

Ha rivendicato l’addio come «una scelta sana e democratica», sancita «due volte dal giudizio del popolo», con il referendum e con le elezioni di dicembre 2019. E ha esaltato le speranze di un rinnovato slancio, di un ruolo europeo e globale «indipendente» per Londra, ma anche di una «cooperazione amichevole» di buon vicinato con gli ex partner dell’Ue.

Johnson ha spronato i britannici a «scatenare tutto il potenziale» di una nazione che fu impero, a credere nel cambiamento come in una «meravigliosa opportunità di successo». Non senza insistere sulla convinzione che la direzione intrapresa dall’Ue, pur con tutte le sue «ammirevoli qualità», non fosse più adatta al destino britannico. Parole accompagnate da toni di comprensione verso «il senso di ansia e smarrimento» per quella metà di Paese che alla Brexit ha guardato come a un errore storico o a un azzardo.

Ora l’impegno del governo è quello di ricondurre il Regno all’unità, in modo da poter guardare avanti «tutti insieme». Ma le incognite sul futuro restano numerose e tutte da affrontare. A iniziare dal cruciale negoziato, da chiudere nei soli 11 mesi di transizione che Londra intende concedersi sino al 31 dicembre 2020, sulle relazioni post divorzio – commerciali in primis – con i 27 ex partner; e dalle scommesse sulle parallele intese di libero scambio auspicate con gli Stati Uniti e con altre potenze terze.

Per non parlare delle promesse sul controllo dell’immigrazione, sugli investimenti in infrastrutture e servizi, sull’alleggerimento delle disparità a beneficio di aree depresse come il Nord dell’Inghilterra, dove l’esecutivo ha tenuto un consiglio dei ministri simbolico nell’euroscettica Sunderland. Traguardi da conciliare con le stime immediate di un possibile rallentamento ulteriore della crescita dell’economia e con non poche contraddizioni interne.

Tali contraddizioni si sono riflesse nelle piazze di Londra e non solo. Dove sono scesi dapprima, fra recriminazioni e lacrime, i gruppi di remainer non pentiti, rappresentanza di una fetta ampia di Paese che continua a masticare amaro, nonostante l’invito dei suoi stessi leader – da Tony Blair a Gina Miller – a riconoscere per ora la realtà di una battaglia perduta. E poi i sostenitori della Brexit, radunatisi a Westminster Square e dintorni per far sventolare bandiere e simboli nazional-patriottici; ma anche, in almeno un caso, per bruciare vendicativamente un vessillo europeo.

E poi ci sono le nazioni del ‘no’, l’Irlanda del Nord e soprattutto la Scozia, dove la first minister Nicola Sturgeon è tornata a invocare oggi stesso l’obiettivo di un secondo referendum secessionista. Intanto da Bruxelles e dalle varie capitali continentali, la consapevolezza del momento storico si è unita ad accenti di tristezza o rimpianto nelle voci di molti: da Giuseppe Conte a Emmanuel Macron, passando per il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli, e per il commissario Paolo Gentiloni. Mentre Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha tenuto a lasciare aperta la porta al «miglior partenariato possibile» con il Regno che va via, ma ricordando che nessun accordo potrà mai essere come la membership. E dicendosi certa che non sarà «lo splendido isolamento» la soluzione ai problemi del domani.

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Cosa cambia dopo la Brexit per cittadini e istituzioni

Il 31 gennaio 2020 il Regno Unito si separa dall'Ue. A Bruxelles redistribuiti 73 seggi. Londra subito fuori dai vertici dei 27 Paesi membri. Gli espatriati residenti mantengono i diritti. Almeno fino al 2021. Poi stop alla libertà di movimento. Sui rapporti commerciali si tratta ancora.

La telenovela Brexit è (quasi) finita. Già, ma poi? Dal primo febbraio 2020 il Regno Unito manda in archivio poco più di 47 anni di storia comune con l’Unione europea e torna – salvo futuri ripensamenti – al suo destino insulare. Ora cosa cambia in concreto?

PER UN ANNO PERIODO DI TRANSIZIONE SOFT

Nell’immediato poco, visto che il vero distacco dalle regole e dai paletti attuali – sul mercato unico, le dogane condivise, la libertà di movimento delle persone, la giurisdizione della Corte di giustizia europea – è previsto solo alla fine del cosiddetto periodo di transizione soft verso il divorzio fissato al momento per il 31 dicembre 2020. Tuttavia qualcosa d’importante, anche in termini simbolici, si consuma in effetti hic et nunc. Ecco i cambiamenti più significativi.

DIMAGRIMENTO EUROPEO: L’UE PERDE 66 MILIONI DI CITTADINI

L’ora X è precisa, le 23 britanniche e la mezzanotte centro-europea a cavallo fra il 31 gennaio e il primo febbraio. Da un minuto all’altro, e a oltre tre anni e mezzo dalla vittoria del Leave al referendum del 2016 (1.317 giorni, per l’esattezza), Londra e Bruxelles si separano, seppure mantenendo lo status quo per (almeno) 11 mesi in attesa di negoziare i nuovi parametri delle relazioni future sul commercio e sul resto. Ma fin da subito l’Unione avrà 66 milioni di cittadini in meno (il totale dei sudditi di Sua Maestà britannica) e perderà per la prima volta un pezzo (un Paese) nella sua storia di allargamenti successivi: ritrovandosi con 446 milioni di abitanti e un territorio ridotto del 5,5%.

POLITICA: JOHNSON E IL SUO GOVERNO ESCLUSI DALLE DECISIONI

La caduta dei simboli – via l’Union Jack dai palazzi di Bruxelles, via i vessilli europei dai templi del potere britannico – suggella il sipario su un’epoca. Il Regno Unito torna a essere Paese terzo, come era stato fino al 1973, e rinuncia a 73 deputati, lasciando liberi seggi ridistribuiti in parte fra vecchi membri del “club” (46, di cui tre all’Italia) e in parte tenuti in frigo per i prossimi soci balcanici (27). Londra rinuncia poi al suo commissario europeo ed esce immediatamente dai vertici dei 27: il primo ministro Boris Johnson non sarà più invitato ai Consigli europei, il suo governo e i suoi diplomatici non parteciperanno più ad alcuna riunione e non avranno voce in capitolo nelle decisioni prese d’ora in avanti, pur continuando a contribuire al bilancio comunitario sino a esaurimento della transizione. I cittadini britannici vengono inoltre esclusi dai concorsi per posti di funzionari Ue.

Boris Johnson.

INGRESSI: DOPO IL 2021 PASSAPORTO OBBLIGATORIO E VISTI

Quello dei diritti è uno dei temi più delicati del divorzio, date le implicazioni familiari e personali, oltre che politiche, che porta con sé. Si stima che nel Regno Unito risiedano oggi 3,6 milioni di cittadini di Paesi Ue, inclusi quasi 400 mila italiani registrati all’anagrafe consolare (oltre 700 mila calcolando a spanne anche i non registrati). Mentre i britannici sparsi per il continente sono indicati in 1,2 milioni. In base dell’accordo di divorzio, tutti gli espatriati registrati come residenti già oggi o durante la fase di transizione e fino al 30 giugno 2021, manterranno – da una parte e dall’altra – i diritti odierni nei rispettivi Paesi di accoglienza: quasi come se la Brexit per loro non ci fosse. Le cose cambieranno tuttavia per gli ingressi successivi, con lo stop alla libertà di movimento nel 2021 e l’introduzione di nuove regole secondo un regime d’immigrazione che in Gran Bretagna significherà sostanziale equiparazione fra europei ed extracomunitari, passaporti obbligatori e non più carta d’identità per entrare, norme più stringenti per restare a lavorare, visti (per quanto facilitati) per i turisti.

Il referendum sulla Brexit si è tenuto il 23 giugno 2016: vinse il Leave con il 51,89% dei voti. (Ansa)

COMMERCIO: LONDRA PUNTA A UN TRATTATO DI LIBERO SCAMBIO

Esaurite le trattative sulla separazione, il team negoziale europeo di Michel Barnier deve discutere le relazioni future assieme alla nuova task force di Downing Street guidata da David Frost. I colloqui sono destinati a entrare nel vivo a marzo, ma Barnier già prevede un calendario fitto di incontri continui. In ballo c’è, in primis, il dossier dei rapporti commerciali. Johnson punta a un trattato di libero scambio con i 27, a “zero dazi e zero quote”; ma i tempi sono stretti, i dettagli tecnici complessi, gli ostacoli e i potenziali conflitti numerosi. Col rischio di un nuovo cliff edge (un orlo del precipizio, se non proprio un no deal a scoppio ritardato) destinato a riproporsi fra 11 mesi.

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Chi è Vale de Almeida, primo ambasciatore Ue in Regno Unito

Portoghese, in passato è stato rappresentante dell'Unione presso l'Onu e gli Usa. Nella sua delegazione ci sarà anche il diplomatico italiano Bianchi.

L’ex ambasciatore dell’Ue presso l’Onu e gli Usa, il portoghese Joao Vale de Almeida, sarà il primo capo della delegazione dell’Ue presso il Regno Unito dopo la Brexit. Lo ha annunciato in una nota il capo della diplomazia Ue, Josep Borrell, specificando che il nome è stato già notificato al governo britannico.

NELLA DELEGAZIONE ANCHE L’ITALIANO BIANCHI

Vale de Almeida prenderà possesso del suo ufficio a Londra il primo febbraio, una volta compiuto il divorzio fra il Regno Unito e l’Ue. Il Regno diventerà un Paese terzo per l’Unione, che sarà quindi rappresentata sul territorio da una delegazione. Secondo quanto si apprende, della delegazione Ue farà parte anche il diplomatico italiano Federico Bianchi, incaricato tra l’altro di tenere i rapporti con i media. Attualmente Bianchi è vicedirettore per l’area del Mediterraneo e consigliere per la Brexit al ministero degli Esteri italiano. Prima dell’attuale incarico a Roma, Bianchi è stato portavoce dell’ambasciata d’Italia a Londra.

VON DER LEYEN E MICHEL FIRMANO L’ACCORDO SULLA BREXIT

Il 24 gennaio Ursula von der Leyen e Charles Michel hanno firmato l’accordo sul divorzio del Regno Unito dall’Ue, aprendo la strada alla sua ratifica da parte del parlamento europeo. Il presidente del Consiglio europeo ha scritto su Twitter che «le cose cambieranno inevitabilmente, ma la nostra amicizia rimarrà. Iniziamo un nuovo capitolo come partner e alleati». Il 23 gennaio la commissione affari costituzionali dell’Europarlamento aveva dato un primo via libera all’accordo, mentre mercoledì 29 gennaio toccherà alla plenaria del parlamento Ue. Il giorno dopo che il parlamento europeo avrà dato il suo consenso, il Consiglio adotterà, mediante procedura scritta, la decisione relativa alla conclusione dell’accordo a nome dell’Ue.

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Regno Unito, l’accordo sulla Brexit è legge

La regina ha firmato il documento concordato da Johnson e Bruxelles. Entro fine gennaio il via libera definitivo del parlamento Ue.

L’accordo sulla Brexit raggiunto da Boris Johnson con Bruxelles è legge nel Regno Unito. Lo ha sancito il 23 gennaio la regina, apponendo la sua firma (Royal assent) sotto il testo dello European Union Withdrawal Agreement Act, che 24 ore prima aveva concluso l’iter di ratifica parlamentare a Westminster a tre anni e sette mesi dal referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Ue del 2016. L’annuncio del Royal assent è stato formalizzato alla Camera dei Comuni, fra gli applausi di alcuni deputati Tory, incluso il vice speaker Nigen Evans.

UN DIBATTITO DURATO OLTRE TRE ANNI

La firma della regina segna la fine di un dibattito caratterizzato da accese divisioni sia all’interno del palazzo di Westminster sia in seno al Paese. Un dibattito attraversato da scontri aspri, dal cambiamento di governi nel Regno Unito, dal passaggio di consegne in casa Tory fra la premiership di Theresa May e quella di Johnson e da due successive elezioni politiche anticipate – nel 2017 e nel dicembre scorso – dopo il risultato favorevole alla Brexit del referendum del giugno 2016. L’epilogo era ormai scontato sulla scia del successo conservatore alle urne del mese scorso, conquistato da Johnson all’insegna dello slogan “Get Brexit done” (“Portiamo a compimento la Brexit”), che ha garantito al primo ministro in carica il sostegno di una larga maggioranza ai Comuni.

Siamo al termine di un lungo cammino, un risultato che qualcuno di noi aveva pensato non sarebbe mai arrivato

Martin Callanan, viceministro per la Brexit

«Siamo al termine di un lungo cammino, un risultato che qualcuno di noi aveva pensato non sarebbe mai arrivato», ha commentato con sollievo dopo l’atto finale della Camera alta lord Martin Callanan, viceministro per la Brexit. Il quale ha tuttavia cercato di rassicurare anche le opposizioni e le voci contrarie all’uscita dall’Ue: garantendo che il parlamento avrà ampio spazio per «scrutinare i temi discussi» nell’ambito della legge quadro appena approvata (EU Withdrawal Agreement Bill) nei prossimi passaggi normativi riguardanti i molteplici e complessi aspetti del divorzio dall’Ue e del dopo Brexit nel Regno.

IL VIA LIBERA DEFINITIVO DELLA PLENARIA

Il 24 gennaio, intanto, toccherà ai presidenti della Commissione Ue e del Consiglio europeo, Ursula von der Leyen e Charles Michel, firmare l’accordo, un passo necessario dal punto di vista legale per permetterne la ratifica. Dopo l’ultimo via libera della commissione Affari costituzionali del parlamento europeo, l’ok definitivo all’accordo lo darà la plenaria nell’ultima settimana di gennaio.

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Brexit, Javid ammette: «Alcune aziende non ne beneficeranno»

Il cancelliere dello Scacchiere britannico in una intervista al Financial Times ha aggiunto che «non ci sarà nessun allineamento con le regole Ue». E ha esortato le aziende ad «adattarsi alle nuove misure».

Alcune aziende beneficeranno della Brexit, «altre no». Lo ha detto il Cancelliere dello scacchiere britannico, Sajid Javid, in un’intervista al Financial Times.

Dopo il divorzio da Bruxelles, ha spiegato il ministro, «ci sarà un impatto in un modo o nell’altro». Javid ha anche annunciato che «non ci sarà nessun allineamento con le regole Ue» e che il Regno Unito, entro la fine dell’anno, «non sarà nel mercato unico». Javid ha poi esortato le aziende per ad «adattarsi alle nuove misure».

LE CELEBRAZIONI PER IL 31 GENNAIO

Il giorno clou è il 31 gennaio, quando il Regno Unito lascerà l’Ue. Il premier Boris Johnson terrà un discorso per l’occasione e sarà coniata una speciale moneta da 50 pence sulla quale saranno incise le parole: «Pace, prosperità e amicizia con tutte le nazioni». Intanto prosegue la raccolta fondi online per pagare i costi della riapertura del Big Ben di Londra e consentire di farlo suonare a festa allo scoccare della formalizzazione della Brexit, alle 23 ora locale. In pochi giorni sono stati raccolte 200 mila sterline, ma ne servono almeno 500 mila. In alternativa, il governo britannico ha deciso di proiettare un orologio sulla facciata di Downing Street per scandire il tempo. Tutti gli edifici attorno a Whitehall, palazzo del governo saranno illuminati, mentre nella piazza del Parlamento sventoleranno le Union Jack.

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Con la Brexit Londra rimette in discussione l’Erasmus

Il parlamento del Regno Unito ha bocciato un emendamento che avrebbe garantito il rinnovo automatico del programma. Un nuovo accordo andrà rinegoziato.

Arrivederci Erasmus. Nelle ore in cui è arrivato il via libera definitivo alla Brexit, il parlamento britannico ha bocciato un emendamento che avrebbe garantito il rinnovo automatico dello storico programma di scambio tra studenti europei dopo l’uscita dall’Unione europea. Non è un addio, si è affrettato a precisare il governo di Londra bersagliato dalle critiche, ma quasi. Con il voto di ieri sera, oscurato dall’annuncio shock di Meghan e Harry, Erasmus+ (come si chiama da qualche anno) finirà nel calderone dei dossier da affrontare nei futuri negoziati con Bruxelles. In pratica, il girone infernale del periodo di transizione, quando ci saranno questioni ben più impellenti da risolvere. Il voto ai Comuni era atteso ed in linea con la promessa del premier Boris Johnson di mettere fine alla libertà di movimento dopo la Brexit.

LA PROTESTA DA ENTRAMBE LE SPONDE DELLA MANICA

E tuttavia ha suscitato reazioni di protesta da entrambi i lati della Manica. Scatenando l’indignazione soprattutto di chi l’Erasmus l’ha vissuto e lo ricorda a distanza di anni come l’esperienza più formativa della propria vita. «Ho trascorso un anno incredibile a Friburgo nel 1999. Sono così arrabbiata che questa possibilità sia stata strappata agli studenti britannici», scrive Laura su Twitter. «Grazie all’Erasmus sono riuscita a studiare a Parigi e trovare il mio primo lavoro da giornalista. Ha trasformato la timida ventenne che ero…», racconta Ros. «L’Erasmus mi ha resa quella che sono oggi. Ho il cuore spezzato», dice la professoressa Tanja Bueltmann.

LONDRA PROVA AD ABBASSARE I TONI

Il governo britannico, prima per bocca del sottosegretario all’Istruzione Chris Skidmore, poi con un comunicato ufficiale, ha provato a placare gli animi. «C’è l’impegno a mantenere i rapporti accademici con l’Ue anche attraverso l’Erasmus+. Vogliamo assicurarci che gli studenti britannici e quelli europei possano continuare a beneficiare dei rispettivi sistemi educativi», è scritto nella nota dove tuttavia si precisa «se sarà nei nostri interessi farlo». Al programma partecipano anche Paesi non membri dell’Unione europea come Norvegia, Serbia e Turchia, oltre a Paesi partner che prendono parte solo ad alcune attività come Albania, Egitto, Israele, Russia. Ma non potendo usufruire dei fondi comunitari, i Paesi che decidono di aderire devono stanziare finanziamenti di tasca propria. Sarà «nell’interesse» del Regno Unito farlo?

NO COMMENT DA BRUXELLES

Da Bruxelles nessun commento sulla decisione, a larghissima maggioranza, dei Comuni. Lo scorso marzo, in prossimità della prima scadenza della Brexit e per fronteggiare un eventuale no-deal, il Consiglio europeo aveva adottato un pacchetto di misure d’emergenza che garantivano agli studenti Erasmus di concludere il loro percorso. Ma solo fino alla fine del 2020. Nessuno sa cosa accadrà alla scadenza del periodo di transizione.

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Non saranno gli Usa a curare Londra dalle ferite della Brexit

Se il Regno pensa di vedersi offrire su un piatto d'argento il libero accesso al mercato statunitense, si sbaglia di grosso. Il nazionalismo costerà caro agli inglesi. Come preconizzato da George Orwell.

Prima di archiviare la lunga saga Brexit e in attesa di vedere fra un paio d’anni le vere conseguenze, è bene assicurarsi che venga archiviata nello scaffale giusto. Che è quello dei sogni. A volte si realizzano. A volte no. Non c’è dubbio che si tratta dell’ultimo grande exploit del nazionalismo inglese. Convinto, come diceva nel 1999 Margaret Thatcher cacciata nove anni prima dalla guida del governo dagli uomini del suo stesso partito anche per la sua durezza anti Ue, che «noi siamo certamente il miglior Paese in Europa» e che «nel corso della mia vita tutti i problemi sono venuti dal continente, e tutte le soluzioni sono venute dai Paesi di lingua inglese disseminati in giro per il mondo». L’ex premier “lady di ferro” morirà nel 2013. Anche il grande Mercato Unico di cui la premier Thatcher fu negli Anni 80 uno dei più convinti creatori è stato un problema venuto dal continente?

Thatcher guidava il partito che aveva portato il Regno Unito nel Mec e diventò decisamente anti Ue solo dopo il profilarsi della riunificazione tedesca. Milioni di inglesi vogliono ora sbattere la porta, l’hanno sbattuta, con molti che si scrollano si direbbe anche la polvere dai calzari, ispirati idealmente da una Thatcher che Boris Johnson ha usato come una novella Giovanna d’Arco alla riconquista dell’indipendenza. Persino Winston Churchill che invece fu, perso l’Impero, un convinto europeista, è stato gabellato come brexiteer. Intanto, tutti parlano per sentito dire. Quello della Brexit è un argomento da tempo noioso perché rimasto a bagnomaria per oltre tre anni ma, archiviandolo, occorre sapere che la storia non finisce qui. Non si tratta infatti solo dell’uscita legale, che ci sarà il 31 gennaio prossimo, dell’ultimo ammainabandiera a Bruxelles e Strasburgo e della scomparsa della già rara bandiera azzurrostellata dell’Unione dagli edifici pubblici britannici.

LA SAGA DELLA BREXIT NON È FINITA

Ridisegnare i rapporti tra Londra e il continente è infatti un’operazione gigantesca e inedita. Si tratta dell’uscita reale dalla enorme rete cha a partire dal 1973 ha integrato l’economia del Regno Unito con quella continentale, e non solo l’economia, e del disegno complesso dei futuri rapporti commerciali. Johnson ha ribadito martedì 17 dicembre che si uscirà del tutto comunque a fine 2020. Quindi una hard Brexit, probabilmente; i mercati hanno subito reagito male. D’altra parte una soft Brexit vorrebbe dire restare agganciati al sistema Ue, come regole, e questo Johnson lo definiva già un anno fa un “vassallaggio”. Johnson ha vinto grazie agli errori clamorosi del corbynismo (si veda Corbyn consegnerà il Regno Unito alla brexit di Farage del 19 maggio scorso) e dei liberaldemocratici e sulla base di due promesse, ma mantenere la prima promessa rende difficilmente realizzabile la seconda.

Una vera intesa commerciale fra Londra e Bruxelles secondo tutti i canoni ha bisogno di non meno di 3-4 anni di negoziazioni

La prima promessa ora ribadita dice “usciremo definitivamente a fine dicembre 2020”, cioè fra un anno. Ciò significa che per un anno cambia poco nei rapporti economici fra Londra e Bruxelles, e dopo cambia tutto. La seconda promessa assicura un’economia in rapida crescita spinta anche dalla spesa pubblica, investimenti notevoli nelle aree delle Midlands e dell’Inghilterra settentrionale, aree ex minerarie e operaie, da un secolo o poco meno tenacemente laburiste, che in nome della Brexit si sono in parte notevole, determinando le dimensioni della vittoria, schierate con i Tory, passaggio prima impensabile. Ma sarà possibile un’economia in crescita se i duri del partito conservatore e Nigel Farage che già ha lanciato anatemi impongono comunque un’uscita definitiva dai meccanismi economici e doganali fra un anno? Una vera intesa commerciale fra Londra e Bruxelles secondo tutti i canoni ha bisogno di non meno di 3-4 anni di negoziazioni.

L’INTEGRAZIONE CON GLI USA NON SARÀ MAI PARI A QUELLA CON L’UE

Se Londra esce fra un anno sarà inevitabile adottare le regole del Wto, il che significa dazi, tariffe, dogane e controlli. Farage non va sottovalutato. Non ha conquistato nemmeno un seggio il 12 dicembre con il suo Brexit party, ma si è presentato in meno di metà dei collegi per disturbare il minimo possibile Johnson. E Farage, con la sua retorica iper nazionalista e sopra le righe a dir poco, resta l’uomo politico più influente del Paese, vero pontefice della Brexit. È lui che ha imposto il dibattito nazionale a partire dal voto del 2013 e dalle europee del 2014, spingendo i Tory a cercare di essere più anti Ue di lui. È la logica degli estremismi di cui il nazionalismo, a differenza del patriottismo, fa parte. Johnson parla della «grande avventura» in cui il Paese si è lanciato «riconquistando» la propria indipendenza e tratteggia i contorni di un Regno Unito nuovamente «imperiale».

Sostenitori della Brexit dopo il trionfo di Boris Johnson.

Un impero soft fatto di eccellenza economica, di finanza, di centralità globale della piazza londinese, di ricerca e alta tecnologia, di supremazia intellettuale insomma, quella stessa che i burocrati bruxellesi e, diciamolo pure, le stranezze e la mediocrità di un continente che un certo tipo di inglesi ha sempre guardato dall’alto in basso, impedivano. È un esercizio nel quale il suo lungo mestiere da giornalista lo aiuta, e appartiene per ora al mondo dei sogni. Sogni? La risposta è sempre stata: avremo un magnifico trattato commerciale con gli Stati Uniti. Donald Trump in effetti lo ha promesso, con l’obiettivo di usare il Regno Unito come grimaldello per sfasciare la Ue, che è troppo grossa commercialmente e infastidisce un’America di un certo tipo di cui Trump è il portabandiera, l’America iper nazionalista e, che lo ammetta o no, neo isolazionista e che non sa che farsene ormai del “mondo occidentale”. Ma qui occorre un semplice ragionamento.

È difficile pensare che un’America con un mercato da 315 milioni di persone possa offrire a Londra e ai suoi 66 milioni condizioni perfettamente paritetiche

Fino a oggi, e fino al 31 dicembre 2020, l’economia britannica, 66 milioni di abitanti , è integrata in un mercato di 512 milioni di persone, senza dazi e senza vincoli. Uscendo rinuncia quindi al libero accesso a un mercato di 450 milioni e il più ricco, come capacità totale di spesa della popolazione, del mondo. Gli Stati Uniti non si integreranno mai in analoga misura, per molto tempo almeno, con il mercato britannico, ma Trump ha promesso e Johnson continua a citare un «accordo fantastico». Difficilmente ci sarà nel corso del 2020, anno dominato dall’impeachment e ancor più dalla campagna elettorale che lascerà probabilmente agli elettori il giudizio finale sul presidente. Ma c’è un altro aspetto da considerare. Qualsiasi trattativa sarà bilaterale, non multilaterale come quella che ha creato il Mercato Unico europeo più di 30 anni fa. Ed è difficile pensare che un’America con un mercato da 315 milioni di persone possa offrire a Londra e ai suoi 66 milioni condizioni perfettamente paritetiche, visto che i due mercati sono ben lontani dall’esserlo.

GLI ISTINTI PROTEZIONISTI MADE IN USA

È chiaro infatti che il libero accesso al mercato Usa vale potenzialmente per i prodotti britannici assai di più, cinque volte tanto, del libero accesso al mercato Uk per i prodotti Usa. Inoltre va considerato anche, come l’ex Cancelliere dello scacchiere conservatore Kenneth Clark (fra i moderati giubilati da Johnson) ricordava ai Comuni alcuni mesi fa, che gli Stati Uniti sono fortemente condizionati nelle trattative commerciali da un Congresso dove gli istinti protezionisti, sollecitati di continuo dalle molte lobby, e la perfetta coscienza delle asimmetrie fra i due mercati peseranno certamente. Non c’è che da aspettare e vedere. Ma la vittoria del nuovo partito conservatore nazional-brexista-populista (in omaggio al nuovo elettorato delle Midlands) non è che l’ennesima incarnazione del vecchio nazionalismo inglese, condiviso dalle classi superiori e inferiori, e anzi in queste ultime spesso ancora più tenace. Di nuovo, a rafforzarlo, c’è solo l’immigrazione. Il resto è un déja-vu.

L’insularità degli inglesi, il loro rifiuto di prendere gli stranieri sul serio, è una follia che di tempo in tempo costadecisamente caro

George Orwell

Senza perdersi dietro le cronache delle ultime settimane con interviste “alla gente”, basta ricordare quanto diceva Alexis de Tocqueville quando confrontava il francese ansioso che guarda in alto nel timore che qualcuno possa essergli superiore, e l’inglese che unicamente «abbassa il suo sguardo per contemplare con soddisfazione». Oppure, uscendo dall’800, l’epitaffio sulla Brexit può essere quello di George Orwell, quando diceva in The Lion and the Unicorn (1941), splendido e affettuoso ritratto del suo Paese e dei suoi connazionali, che l’errore degli inglesi è non avere mai preso sul serio i continentali, ritenendosi troppo superiori. La classe operaia, diceva, detesta gli stranieri (vedi ancora le Midlands). «L’insularità degli inglesi», aggiungeva Orwell, «il loro rifiuto di prendere gli stranieri sul serio, è una follia che di tempo in tempo costadecisamente caro».

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Come cambiano i tempi della Brexit dopo la vittoria di Johnson

BoJo promette il divorzio da Bruxelles il prima possibile. Voto a Westminster forse già prima di Natale. Dal primo febbraio via al periodo di transizione, con l'obiettivo di raggiungere un'intesa commerciale entro giugno. A quel punto l'uscita diventerebbe effettiva da gennaio 2021.

Con la schiacciante e difficilmente prevedibile, almeno nelle proporzioni, vittoria del partito conservatore alla elezioni nel Regno Unito, il processo verso la Brexit è destinato a subire un’inevitabile accelerazione. Boris Johnson intende presentare al voto di Westminster l’accordo sul divorzio da Bruxelles il prima possibile, forse già entro Natale, vale a dire sabato 21 dicembre. Il via libera definitivo, in ogni caso, arriverebbe solo a gennaio. «Dalle urne è emerso un mandato per la Brexit, che noi onoreremo entro il 31 gennaio» ha detto Johnson di fronte a Downing Street nel discorso della vittoria, ringraziando gli elettori e impegnandosi a «lavorare senza risparmio» anche per una programma di politica interna su temi come sanità, sicurezza e «fine dell’austerità».

IL PERIODO DI TRANSIZIONE A PARTIRE DAL PRIMO FEBBRAIO

Dato per scontato che, avendo i Tory la maggioranza assoluta, l’intesa questa volta passerà, proprio il 31 gennaio, come promesso ripetutamente dal premier in campagna elettorale, sarà il Brexit day. Dal giorno dopo, infatti, inizierà il periodo di transizione che si protrarrà, con tutta probabilità, fino alla fine del 2020.

LA NUOVA INTESA COMMERCIALE GIÀ ENTRO LA FINE DI GIUGNO?

In questo lasso di tempo la situazione resterà identica all’attuale, rimarranno in vigore leggi e accordi tra l’Ue e il Regno Unito fino a quando non ne saranno negoziati altri. In particolare quelli commerciali. Secondo la Bbc, la nuova intesa commerciale tra Bruxelles e Londra dovrebbe essere pronta entro il 30 giugno 2020 e portata in parlamento entro dicembre dello stesso anno.

L’IPOTESI DI UN’ESTENSIONE DEL PERIODO DI TRANSIZIONE

Se sarà ratificata, dal primo gennaio 2021 la Brexit sarà davvero effettiva e tra Unione europea e Regno Unito sarà in vigore un nuovo accordo commerciale (e non solo). Se dovesse essere bocciata, il Regno Unito dovrà chiedere un’estensione del periodo di transizione oppure a gennaio 2021 lascerà del tutto l’Unione senza alcuna intesa. Con un largo sostegno alle spalle, in ogn caso, per Boris sarebbe più semplice perseguire una “hard Brexit” basata su un vago accordo di libero scambio, sull’esempio del modello canadese: una soluzione che allontanerebbe decisamente Londra dall’Europa e la spingerebbe verso l’anglosfera dominata dagli Stati Uniti.

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Chi è Dominic Cummings, lo spin doctor dietro la vittoria di Johnson

No euro da sempre, ex assistente di Gove, è l'uomo che ha inventato gli slogan Take Control e Get Brexit Done e che ha trasformato la campagna tory in perfetti meme.

Stratega e esperto social, inventore di slogan, ma anche di traiettorie politiche, creatore di video tormentoni e di nuovi consensi. Se c’è un uomo dietro al trionfo di Boris Johnson alle elezioni britanniche è lui: lo sconosciuto Dominic Cummings. Con cinque parole, Take control’ e ‘Get Brexit done‘, ha consacrato nel 2016 Johnson come leader della campagna pro-Leave e oggi ne ha fatto il vincitore assoluto della politica del Regno Unito. Cummings, è la mente dei nuovi Tory, inviso ai politici conservatori paludati che ha saputo parlare alla pancia della Gran Bretagna con messaggi semplici ma evidentemente efficaci.

PRIMO OBIETTIVO: ELIMINARE FARAGE

Ex consulente dei Tory, classe 1972, l’uomo con lo zainetto che stamani alle sette è stato ripreso dalla telecamere di mezzo mondo mentre bussava al numero 10 di Downing street come un cittadino qualsiasi ha puntato la sua strategia comunicativa, oggi come tre anni fa, su un uso massiccio dei social e un linguaggio aggressivo e non convenzionale. Aver sostituito Get changecon ‘Take control’ nello slogan per il referendum sulla Brexit impresse una virata netta alla campagna anti-Ue, mettendo in ombra persino il re dei brexiteer Nigel Farage che, non è un caso, è uscito da questa tornata elettorale senza neanche un seggio. Gli addetti ai lavori raccontano che uno degli obiettivi di Cummings era proprio silurare Farage e il suo Brexit Party. «Se vogliamo marginalizzare quel partito dobbiamo fare campagna elettorale sul concetto niente più ritardi, realizziamo la Brexit», scrisse Cummings ai suoi in un sms ad ottobre, svelando per la prima volta l’ormai storico ‘Get Brexit done‘.

DA SEMPRE ANTI EURO, IN COPPIA PERFETTA CON BOJO

Che fosse un tipo tosto a Westminster lo avevano capito già nel 2003, quando cominciò la sua crociata contro l‘euro. I suo avversari lo deridevano chiamandolo «adolescente brufoloso», nonostante avesse 31 anni. Lui tirava dritto e sentenziava: «Avere l’euro significherebbe perdere il controllo della nostra economia». Brexit ante-litteram. Nel 2010 diventò assistente di Michael Gove al ministero dell’Istruzione e la sua carriera nel partito conservatore iniziò a decollare fino a diventare il guru elettorale di Johnson. A «match made in heaven», una coppia perfetta che, almeno per quanto riguarda la comunicazione politica, ha dato il meglio di sé nelle ultime settimane prima del voto.

LA STRATEGIA CHE GENERA MEME HA FUNZIONATO

La parodia del popolarissimo film di Natale ‘Love Actually’ (‘Brexit Actually‘), che gli avversari hanno deriso e bollato come un becero tentativo di distrarre l’opinione pubblica dai temi veri, è stato un colpo da maestro. Ed effettivamente ha distolto l’attenzione dall’ultimo scivolone di Johnson, pescato ad ignorare la foto di un bambino malato di polmonite che dormiva sul pavimento di un ospedale. Una strategia che per i Tory più snob e tradizionalisti è roba da meme (‘meme-generating behaviour‘, l’ha definita il Guardian) ma che forse proprio per questo ha regalato il Regno a Boris Johnson con numeri che per i conservatori non si vedevano dai tempi di Margaret Thatcher.

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Che ne sarà di questa little England dopo i cicloni Johnson e Brexit

Ci ritroviamo una nazione corsara ai confini dell'Ue. Decisa a strappare business al Continente. Ma ora il Regno Unito potrebbe disgregarsi sotto la spinta indipendentista della Scozia. Le (brutte) notizie per l'Europa dal voto britannico.

Partita chiusa. Boris Johnson ha vinto la sua scommessa. Jeremy Corbyn non solo ha subìto la peggiore sconfitta laburista dal 1935 perdendo una sessantina di seggi, ma ha confermato in pieno il pessimo giudizio di chi dalle file stesse del Labour lo accusava di avere una strategia sbagliata e confusa. E i liberal democratici che si illudevano con Jo Swinson di decuplicare i deputati da 12 (o 21, contando i transfughi raccolti dalle file dei conservatori soprattutto) a 120, dovranno accontentarsi di 11, e risultano travolti dal ridicolo.

A BORIS INTERESSA SOPRATTUTTO LA SUA STATURA

Ci sarà la Brexit anche se difficilmente sarà così rapida e radicale come Johnson ha promesso infinite volte perché ora l’obiettivo è dimostrare che il Regno Unito affronta il nuovo cammino senza scosse e i conservatori costruiscono così le premesse per un’altra vittoria quando si tornerà alle urne, fra cinque anni salvo sorprese. Chi conosce Johnson sa bene che assai più della Brexit gli importa entrare fra i primi ministri di lunga durata come Margaret Thatcher e Tony Blair e raggiungere una statura che non sfiguri accanto a quella del suo idolo Winston Churchill.

CLAMOROSI ERRORI DI CORBYN

Brillante nei risultati, con una quarantina di seggi in più rispetto a quelli ottenuti al voto anticipato del giugno 2017 da Theresa May e una maggioranza parlamentare tranquilla di circa 30 seggi, la vittoria di Johnson è dovuta però prima di tutto ai clamorosi errori di Corbyn che ha dimostrato di avere una lettura della realtà profondamente distorta dall’ideologia politica. E si è illuso di trasformare quello che il Paese sentiva come un secondo referendum sulla Brexit sotto le spoglie di voto per il rinnovo del parlamento di Westminster in una svolta politico-culturale e nell’avvio della sua Inghilterra verso il socialismo laburista, nazionalizzazioni comprese.

UNA SANGUINOSA SCONFITTA LABURISTA

«È colpa di Corbyn, colpa di Corbyn», diceva dopo i pessimi exit poll l’ex ministro laburista dell’Interno Alan Johnson, buttandola in grottesco. «I corbinisti tireranno fuori la tesi che la vittoria è un concetto borghese, e che il solo obiettivo dei veri socialisti è una gloriosa sanguinosa sconfitta». Resta il fatto che in molti comizi, l’ultimo due giorni prima del voto a Liverpool, Corbyn ha parlato del suo sogno di una nuova Gran Bretagna e citato la Brexit solo di sfuggita in un inciso. Proprio fuori strada.

HANNO LASCIATO GLI ANTI-BREXIT SENZA UN LEADER

L’errore fondamentale di Corbyn viene da lontano ed è quello di avere lasciato senza leadership un potenziale voto maggioritario – il Paese secondo tutti i sondaggi era ormai 55 a 45% piuttosto critico della Brexit nonostante il referendum del 2016 – che andava invece organizzato motivato e sostenuto. Ma Corbyn stesso è sempre stato pro Brexit, una sua brexit socialista, perché se per molti conservatori Bruxelles è da rifiutare perché troppo dirigista e non abbastanza liberista, per Corbyn era da rifiutare in quanto non abbastanza socialista.

UN GOVERNO DI COALIZIONE ERA POSSIBILE

Quindi ha deciso di fare un campagna elettorale tutta contro l’austerità imposta per 10 anni dai conservatori, per il rilancio del Nhs, il servizio sanitario nazionale, e per una visione da «socialismo in un solo Paese» in questa Europa troppo capitalista. La stessa promessa di tenere un secondo referendum in caso di vittoria alle Politiche del dicembre 2019 gli è stata alla fine imposta dal suo gruppo parlamentare, a netta maggioranza filo Ue. Una vera vittoria è sempre stata impossibile; era in teoria possibile però un governo di coalizione a guida Corbyn che sarebbe stato tenuto insieme solo per il tempo necessario a tenere un secondo referendum. Gli elettori hanno preferito un taglio netto.

DI FIANCO A JEREMY DUE VETERO SOCIALISTI

Per capire Corbyn basta un’occhiata ai suoi due uomini di fiducia al vertice del labour, Seumas Milne e Andrew Murray, perché sempre i collaboratori più stretti rivelano la vera natura del capo. Milne e Murray, entrambi di estrazione alto borghese, sono due vetero socialisti molto ideologizzati, con un giudizio decisamente favorevole per esempio di quella che fu l’Unione sovietica (secondo Milne il Muro di Berlino era un giusto baluardo della Guerra fredda e la Germania Est un Paese efficiente e ricco che faceva star bene il suo popolo, come l’Urss del resto), e con una visione che in altri tempi sarebbe passata terzomondista.

Il gioco politico assegnava a Corbyn il ruolo di anti Brexit e non avendo raccolto il guanto ha perso malamente il duello

L’unica attenuante alla confusione mentale di Corbyn e che c’è nel Labour, soprattutto nell’elettorato popolare delle Midlands e dell’Inghilterra del Nord, c’era e c’è un consistente filone pro Brexit che arriva a un quarto circa del potenziale elettorato laburista e che lui non ha voluto antagonizzare. Perché in fondo è come loro. Ma il gioco politico gli assegnava il ruolo di anti Brexit, visto che i conservatori sono diventati con Johnson e anche prima il Conservative Brexit Party, e non avendo raccolto il guanto ha perso malamente il duello. Harold Wilson aveva ugualmente nel 1975, anno del primo referendum britannico sull’Europa, un partito diviso e seguì ugualmente una politica ufficiale di non scelta, ma tutti sapevano che in privato era pro Bruxelles e fu decisamente più abile e molto meno ideologizzato.

JOHNSON, TROPPE PROMESSE DI SPESA PUBBLICA

Johnson ha avuto una strategia semplice e quindi chiara. «Facciamo la Brexit». Anche lui ha fatto molte promesse di spesa pubblica che in realtà si ridurranno assai. Ha condotto una campagna che ha puntato a fare breccia nei collegi storicamente laburisti del Nord dell’Inghilterra. E qui ha raccolto il nerbo dei nuovi seggi conservatori, portando al suo partito elettorati da generazioni laburisti, in nome della Brexit e solo di quella Brexit che Corbyn si è rifiutato di valutare bene. La corsa alla successione a Corbyn era già aperta, nel Labour, prima del voto.

E LA SCOZIA MINACCIA IL REGNO UNITO

C’è poco da aggiungere. Forse il buon successo dei nazionalisti scozzesi in Scozia, che rende ora la richiesta di un nuovo referendum locale per l’indipendenza più pressante. Fortememnte filo Ue, dicono di non poter accettare il distacco dall’Europa. Ma non sarà facile. Johnson resterà a lungo a Downing Street, ma chi in queste ore mastica amaro sostiene che potrebbe essere l’ultimo premier del Regno Unito, destinato a disunirsi proprio sulla questione europea. Non sarà semplice.

TRADITA L’EREDITÀ DI CHURCHILL

Per quanto scontato, per quanto abituati a Bruxelles a una Londra che spesso ha remato contro e quindi alla fine meglio fuori che dentro, il risultato è una brutta notizia per l’Europa. Se è un buon risultato per il Regno Unito, oltre che per l’attuale partito conservatore che portò nel 1973 il Paese nel Mec, solo il tempo potrà dirlo. Certamente non è un risultato che ha seguito l’eredità lasciata da Winston Churchill. Il premier della Seconda guerra mondiale ha lasciato una posizione molto chiara e filoeuropea e senza tentennamenti fin dal discorso alla Albert Hall del 1947. Nella sua visione il Regno Unito avrebbe appoggiato il disegno europeo dall’esterno se fosse riusciuto a mantenere l’Impero, ed entrando con decisa e piena partecipazione se l’Impero fosse sparito. Vedremo ora che cosa la “little England”, nazione corsara ai confini della Ue e decisa a diventare un porto franco per strappare business al Continente, riuscirà a fare.

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La previdenza dei medici prenderà un altro bidone tipo Brexit?

L'Enpam fa diversi investimenti all'estero. Come quando acquisì il 50% della sede di Amazon a Londra. Ma la vittoria del sì al referendum nel 2015 causò una grossa minusvalenza. Ora ci riprova in Germania, a Stoccarda. Proprio mentre la locomotiva d'Europa rallenta. Forse manca il fiuto per gli affari?

L’Enpam è la cassa di previdenza dei medici italiani, investe i soldi dei suoi contribuenti con la finalità di mantenere e sviluppare il patrimonio, circa 21 miliardi, che questi ultimi gli hanno affidato a fini pensionistici.

Gli investimenti che Enpam fa ogni anno sono di varia natura, dall’obbligazionario all’azionario, ma la parte da leone lo fa l’immobiliare che, pur variando di anno in anno, vale circa il 30% del totale (limite di legge). Enpam da alcuni anni ha deciso di rivolgere i suoi investimenti immobiliari anche all’estero.

II primo investimento in assoluto è stato in Inghilterra. Infatti la Cassa di previdenza, a ridosso dell’avvio del processo per la Brexit, ha portato a termine I’acquisizione del 50% della sede di Amazon a Londra.

Purtroppo l’inaspettato successo dei al referendum sulla Brexit del giugno 2016 ha determinato una rilevante minusvalenza in casa Enpam, sia per effetto dell’andamento del mercato immobiliare, sia dell’andamento del tasso di cambio, lasciando il sospetto che all’epoca sia stato più accorto il venditore, uno dei principali fondi di investimento canadese.

Più o meno, è quello che è accaduto al Vaticano quando recentemente, attraverso il fondo Centurion e con il denaro dell’Obolo di San Pietro, ha comprato un palazzo a Londra perdendo molti soldi in poco tempo.

Ora l’Enpam ritenta con un secondo investimento. E ha comperato, questa volta in Germania, a Stoccarda, un immobile di oltre 50 mila metri quadri investendo 240 milioni di euro. Con l’operazione Enpam pare scommettere su un rapido rilancio dell’economia tedesca, proprio in un momento in cui i dati confermano il rallentamento della locomotiva d’Europa e gli investitori internazionali iniziano a prendere beneficio dei risultati finora raggiunti (il venditore è stato un fondo della compagnia assicurativa coreana Samsung Life).

Solo il futuro darà indicazioni sulla bontà della scommessa, non piccola, realizzata. La vicenda londinese lascia però qualche perplessità sulla capacità di prevedere l’andamento dei mercati internazionali in casa Enpam.

La speranza è che Antirion, la Società di gestione del risparmio guidata come amministratore dall’intermediario israeliano Ofer Arbib attraverso cui Enpam realizza gli investimenti immobiliari, abbia questa volta studiato meglio il mercato; e con lui gli advisor dell’operazione, anche in questo caso Colliers Deutschland GmbH coinvolta nella faccenda inglese come advisor. Del resto se Arbib, già per tanti anni punto di riferimento di Colliers in Italia, vuole proseguire in queste campagne estere, è giunto il momento di dare prova del suo fiuto per gli affari.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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La posizione dell’Ue dopo le elezioni nel Regno Unito

Dopo il voto Bruxelles mostra di avere fretta sulla Brexit. Il presidente del Consiglio Ue Michel: «Londra ratifichi l'accordo quanto prima».

«Mi congratulo con Boris Johnson e mi aspetto che il Parlamento britannico ratifichi il prima possibile l’accordo» negoziato sulla Brexit. Sono le parole del presidente del Consiglio Ue Charles Michel che è stato tra i primi a commentare i risultati delle elezioni nel Regno Unito. L’Ue «è pronta a discutere gli aspetti operativi» delle relazioni future, ha aggiunto, spiegando che i leader avranno una discussione sulla Brexit il 13 dicembre.

GENTILONI: «HA PERSO UNA SINISTRA NOSTALGICA»

Il commissario europeo Paolo Gentiloni ha scelto Twitter per commentare il voto, in particolare la debacle laburista: «Vince Johnson cavalcando l’onda di Brexit. Perde l’illusione di una sinistra nostalgica. Speranza e fiducia nell’Unione europea. Oggi più che mai».

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Il discorso di Johnson dopo la vittoria alle elezioni in Gran Bretagna

Il leader dei Tory: «Realizzerò la Brexit entro gennaio, senza se e senza ma». Lunedì rimpasto di governo, la prossima settimana la Regina approverà l'accordo di divorzio fra Londra e Bruxelles.

Dopo la vittoria schiacciante alle elezioni anticipate in Gran Bretagna, il leader dei conservatori Boris Johnson ha tenuto un discorso a Londra ai suoi sostenitori, invitando tutti a ripetere in coro lo slogan della sua campagna per il voto: «Get Brexit done!». E la promessa verrà mantenuta, non ci sono più dubbi.

«Con questo mandato finalmente realizzeremo la Brexit, metterò la parola fine a tutte le assurdità degli ultimi tre anni e usciremo dall’Unione europea entro gennaio, senza se e senza ma», ha ribadito il primo ministro.

I risultati delle urne danno ai Tory «la più grande vittoria dagli Anni 80, quando molti di voi non erano neanche nati. Adesso uniamo il Paese», ha detto ancora Johnson, ben consapevole che anche gli indipendentisti scozzesi si sono rafforzati e puntano a chiedere un nuovo referendum per staccarsi dal Regno Unito e restare nell’Ue.

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LibDem sotto choc, la leader Jo Swinson perde anche nel collegio

Scalzata per 149 voti dall'indipendentista scozzese Amy Callaghan. Ma per il momento non si è dimessa.

Choc anche per i LibDem nelle elezioni britanniche: la 39enne neo-leader del partito più radicalmente anti-Brexit, Jo Swinson, che aveva cercato di proporsi addirittura come una rivale diretta di Boris Johnson e di Jeremy Corbyn, non solo non è riuscita a far avanzare la sua formazione, ma è stata bocciata anche a livello personale nel collegio di Dumbartonshire East: scalzata per 149 voti da Amy Callaghan, indipendentista scozzese dell’Snp. Swinson, per il momento, non ha tuttavia annunciato le proprie dimissioni da capo del partito.

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La parabola di Corbyn al capolinea dopo il crollo laburista

Il grande sconfitto del voto nel Regno Unito difficilmente avrà un'altra chance. Paga le ambiguità sulla Brexit e una leadership mai così incerta.

Una sconfitta così, dalle parti del Labour, non si vedeva da quasi un secolo. Per la precisione dal 1935. E un fiasco di tali dimensioni, difficile anche solo da prevedere alla vigilia, non può che ricadere sulle spalle di Jeremy Corbyn, il cui futuro, all’indomani del voto del 12 dicembre, sembra già essere scritto.

DALLE RETROVIE AL CENTRO DELLA SCENA

Per decenni più noto alle piazze dei militanti che non nei palazzi, alla Camera dei Comuni, dove pure siede da quasi 37 anni, Corbyn è sempr stato l’eterno backbencher: uno di quelli seduti agli ultimi banchi, la retrovia dei battitori liberi, fra gli indisciplinati della sinistra laburista. A 70 anni suonati, il compagno Jeremy, sembrava essersi abituato al centro della scena, ma ora sarà gioco forza costretto a un passo indietro obbligatorio.

L’IDEALISMO CHE NON LO HA MAI ABBANDONATO

Alfiere del ‘no all’austerity’, pacifista e socialista mai pentito, Corbyn è arrivato all’ultima chance politica della vita con gli stessi sogni, gli stessi pregi e difetti, gli stessi abiti sdruciti della gioventù. Solo la barba si è fatta grigia, da rossa che era. E il sorriso si è come addolcito: da nonno ribelle, caro ai molti giovani millennials apparsi a frotte, nella sorpresa un po’ stizzita dei media di establishment, ad acclamarlo fin dalla campagna del 2017 al grido “Jez, we can!”. Nato a Chippenham, nel Wiltshire, figlio di un ingegnere e di una insegnante di matematica conosciutisi sulla trincea repubblicana durante la Guerra civile spagnola, Jeremy è cresciuto in un clima di attivismo politico destinato a segnarne tutte le scelte future.

LE MILLE BATTAGLIE COMBATTUTE IN PRIMA LINEA

Dopo essere stato funzionario sindacale, è diventati deputato nel collegio londinese di Islington a 34 anni. Le sue cause hanno spaziato dai diritti dei lavoratori alla pace in Irlanda del Nord e in Palestina. Per Nelson Mandela, allora in cella nelle galere di un regime razzista sudafricano trattato coi guanti dai governi di Margaret Thatcher, si è fatto pure arrestare. Paladino del disarmo nucleare, ostile all’interventismo militare (in Iraq, Afghanistan, Libia, ma anche nei Balcani), è altrettanto radicale nella vita privata. Vegetariano, astemio e ambientalista, si è sposato tre volte: dalla seconda moglie, Claudia Bracchitta, italiana, ha avuto tre figli e ha divorziato nel 1999, pare uno screzio sull’iscrizione di uno dei ragazzi a una scuola privata, da lui considerata off limits. La consorte attuale è cilena e gli ha portato in dote il micio El Gato.

LA SCALATA UN PO’ A SORPRESA ALLA LEADERSHIP LABURISTA

La svolta nel suo destino è arrivata nel 2015, quando è stato eletto a sorpresa leader dei laburisti, sull’onda del rifiuto dilagante nella base verso gli ex blairiani liberal in carriera. L’anno dopo ha stravinto una seconda sfida malgrado il fuoco amico di gran parte della nomenklatura interna. E la bandiera del Labour è rimasta così nelle sue mani, sia contro Theresa May sia contro Boris Johnson, in barba agli alti e bassi della Brexit, alle critiche alla sua leadership incerta, alle polemiche sull’atteggiamento che gli è stato imputato rispetto a certi rigurgiti di antisionismo (ma anche di antisemitismo di sinistra) nel partito.Ma il suo punto debole è probabilmente rimasto il rapporto con la platea più vasta degli elettori, la maggioranza silenziosa. Anche se pareva aver fatto breccia tra i disillusi e gli sconfitti della globalizzazione, come fra gli under 30. Il risveglio, tuttavia, è stato traumatico e adesso è difficile credere che la parabola di Jeremy non sia giunta al capolinea.

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I timori di expat e italo-inglesi dopo il voto che avvicina la Brexit

Le voci dal Regno Unito nel giorno del trionfo di Johnson. Tra le incertezze dei piccoli imprenditori e le paure di chi di Londra ha fatto la propria seconda casa.

Con il voto britannico che ha spianato – una volta per tutte – la strada alla Brexit, le future norme sull’immigrazione restano la principale preoccupazione tra gli expat italiani nel Regno Unito. Ma anche fra la generazione dei ‘vecchi’ italo-inglesi, sullo sfondo di elezioni svoltesi Oltremanica in una giornata grigia e piovosa di dicembre. Qualcuno di loro ha votato. Qualcuno non lo ha fatto o non lo può fare, perché non è suddito di Sua Maestà e non ha chiesto il passaporto, anche se magari sull’isola ci vive da decenni.

UN’INCERTEZZA CHE SPAVENTA GLI INVESTITORI

Il voto del 12 dicembre è stato qualcosa di molto simile a un secondo referendum sul divorzio da Bruxelles, nota Alessandro Belluzzo, presidente della Camera di Commercio italo-britannica e londinese d’adozione, che parla di «elezioni legate alla Brexit, non c’è stato spazio per altro. La priorità per il Paese è superare quest’incertezza, radicale, persino violenta. Noi eravamo contrari, ma se il popolo ha deciso così, dobbiamo accettarlo». Un nodo cruciale è quello degli investimenti. «Gli imprenditori», insiste Belluzzo, «hanno bisogno di certezze, di una cornice economico-sociale chiara entro cui operare. Dal voto per la Brexit abbiamo registrato una diminuzione d’interesse per questo Paese. Prima c’era più voglia di provarci, ora chi viene per investire o lavorare ha molti più dubbi e domande».

Ho vissuto qui per 40 anni, ma nonostante abbia una moglie inglese e figli con passaporto inglese mi chiedo quale sarà il mio futuro

Salvatore Calabrese

Questi timori sono condivisi anche da chi del Regno ha fatto una seconda patria. «La Brexit fa paura, soprattutto a chi è arrivato qui nel secondo dopoguerra e sente il Regno Unito come fosse casa sua», spiega Gianna Vazzana, del patronato Acli, dalla sede di Clerkenwell Road, accanto alla chiesa cattolica italiana di San Pietro, nel cuore di quella che fu la mini Little Italy di Londra fin dall’arrivo dei primi rifugiati ai tempi di Giuseppe Mazzini e poi delle prime comunità di migranti. «Gente che magari non ha mai preso la doppia cittadinanza, e ora teme di doversene andare», aggiunge. Ipotesi estrema, improbabile. Eppure evocata anche da Salvatore Calabrese, celebre barman e oggi consulente del più antico albergo della capitale, il Brown’s Hotel. «Ho vissuto qui per 40 anni, ma nonostante abbia una moglie inglese e figli con passaporto inglese mi chiedo quale sarà il mio futuro».

UNA CAMPAGNA ELETTORALE DAI TONI «VIOLENTI»

Lui non ha votato, e comunque non avrebbe saputo chi scegliere. «Ho sempre detto che politica e religione non devono entrare nei miei bar, ma in questi giorni è stato impossibile. Non si è parlato che di politica. Sono state le elezioni più imprevedibili che io ricordi. Boris Johnson è un personaggio divisivo, piace ed è detestato alla stessa maniera». A fare da contraltare al trionfo del premier c’è la disfatta del leader laburista Jeremy Corbyn, che «rispetto a due anni fa non ha potuto contare sull’effetto sorpresa, e forse ha pagato anche qualche incertezza sulla Brexit», dice Dimitri Scarlato, direttore d’orchestra e membro di ‘The 3 million’, un movimento nato per tutelare per i diritti dei cittadini europei nel Regno.

Se potessi chiederei al premier di smettere di dire tutte le bugie che ho sentito

Alessandro Gallenzi

La Brexit ha «spaccato il Paese», ma ne ha pure evidenziato gravi lacune amministrative, accusa Alessandro Gallenzi, fondatore della casa editrice Alma. «Piccole aziende come la mia sono rimaste al buio, nonostante le nostre ripetute richieste di chiarimento e, se potessi, chiederei» alla politica «di smettere di dire tutte le bugie che ho sentito». O se non altro di moderare certi toni «aspri, di fortissima contrapposizione», fa eco Lazzaro Pietragnoli, consigliere del Labour nel municipio circoscrizionale di Camden. Lui, in campagna elettorale, è stato coinvolto direttamente, secondo la tradizione britannica del porta a porta. Ma ne parla come di «una campagna più negativa che positiva, in cui entrambi i leader si sono preoccupati soprattutto di spiegare perché non votare l’avversario».

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Anche se vincerà Johnson non ci sarà Brexit prima del 2023

Al voto del 12 dicembre la vittoria dei Tory appare scontata. La promessa di BoJo è «uscita comunque con accordo o no a fine 2020». Ma non sarà così

Il voto britannico del prossimo 12 dicembre rappresenta comunque una svolta. Assai più importante di quando, con una lunga marcia di avvicinamento durata 12 anni e bloccata due volte dal veto francese, Londrà aderì alla Cee nel 1973.

Se giovedì 12 vince alle politiche il partito Tory, diventato ormai il Conservative Brexit Party (e le probabilità maggiori sono che vinca) è l’uscita (più lenta del previsto probabilmente, ma comunque un’uscita) da qualcosa di assai più integrato e anche politicamente significativo di quanto non fosse l’Europa comunitaria del 1973. Se, miracolosamente per i pro-Ue, i Tory non arrivano alla maggioranza restando tuttavia sicuramente il maggior partito, sarebbe comunque un fatto di grande importanza e la quasi certa fine della Brexit perché, privi di alleati, non riuscirebbero a formare il governo. E gli altri sono impegnati a tenere un nuovo referendum.

Alle 23 ora italiana di giovedì 12 dicembre gli exit poll daranno le prime indicazioni e due ore dopo ci saranno i primi risultati parziali di alcuni collegi ritenuti particolarmente significativi. Si tratta di una ventina di circoscrizioni, nella zona suburbana londinese e nel Sud Ovest dell’Inghilterra dove i conservatori potrebbero perdere alcuni seggi a favore del voto filo-Ue. Ugualmente molta attenzione ci sarà sui seggi tradizionalmente laburisti delle Midlands e dell’Inghilterra settentrionale dove il partito Tory potrebbe, anzi, dovrebbe in nome della Brexit strappare vari seggi tradizionalmente laburisti ma a maggioranza contrari “da sinistra” all’Unione europea. Vincere qui è per il premier Boris Johnson indispensabile per assicurarsi una sufficiente maggioranza nel rinnovato del parlamento di Westminster.

ESISTE IL FRONTE PRO BREXIT, NON ESISTE QUELLO ANTI BREXIT

La linea ufficiale laburista è stata di “equidistanza” fra pro Europa e anti Europa, puntando invece su altri nodi, tipo il servizio sanitario nazionale la casa e l’impoverimento diffuso; è una “equidistanza” comprensibile, per alcuni aspetti, visto che un quarto circa degli elettori laburisti non ama Bruxelles e nelle circoscrizioni indicate sfiora la maggioranza, ma certamente poco utile in una competizione dove il tema Brexit è stato dominante ed è stato difficile far finta che così non fosse.

Laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi non sono mai stato così disuniti come in questa campagna elettorale

La forza dei Tory e di Boris Johnson è che hanno monopolizzato con un partito unito e “normalizzato” tutto il fronte pro Brexit, fatto fuori praticamente l’inventore della formula Nigel Farage, che farà fatica secondo i sondaggi a prendere una manciata di deputati e forse nessuno, e lanciato un chiaro e pressoché unico messaggio, con un contorno di promesse fantasmagoriche di spesa pubblica. Il messaggio è «facciamo la Brexit, rispettiamo la democrazia», cioè il referendum del 2016.

Boris Johnson.

Il fronte opposto, laburisti e liberaldemocratici essenzialmente, più i nazionalisti scozzesi, non è mai stato così disunito come nella campagna elettorale; non offre nessuna garanzia di aver saputo concentrate bene collegio per collegio i voti sul candidato remain più vicino alla vittoria; e tantomeno offrire una visione e parole d’ordine comuni. Insomma, c’è un fronte pro Brexit ma non uno anti Brexit.

CORBYN HA POCHISSIME CHANCE DI DIVENTARE PRIMO MINISTRO

Jeremy Corbyn ha fatto campagna molto più su programmi e slogan economico-sociali. L’unica cosa chiara sul tema centrale, la Brexit, la dice quando assicura che, se vincerà, negozierà in pochi mesi un nuovo trattato, per vari aspetti sulla falsariga, si pensa, di quello che da tempo regola i rapporti fra Oslo e Bruxelles e per altri più stretto, e lo sottoporrà subito a un nuovo referendum con un quesito semplice: o il nuovo trattato di collaborazione dall’esterno con la Ue o il remain, cioè cancellare tutto e avanti come membro a pieno titolo dell’Unione. Ma l’unica cosa certa è che Corbyn non vincerà.

Corbyn rimane ancorato a idee più da Quarta internazionale (Trotzky) che da moderno Paese industriale dell’Occidente

Corbyn è il meno popolare dei leader che il Labour abbia mai avuto. Ritenuto una brava persona, assai più affidabile a livello personale di Boris Johnson «autore di una carriera fatta di bugie», come scrive il più autorevole commentatore politico del Financial Times, ma ancorato a idee più da Quarta internazionale (Trotzky) che da moderno Paese industriale dell’Occidente. Al suo fianco ha poi portato al vertice del partito esponenti della sinistra radicale come Seumas Milne, che ex colleghi giornalisti del Guardian definiscono un public school leftist, cioè un radical chic (la public school in Gran Bretagna è la scuola privata di rango), o come Andrew Murray, anch’egli di alti natali ma senza public school, fortemente anti occidentale e anti Israele e con molta nostalgia del ruolo ahimé finito di un’Unione sovietica guardiana della pace.

Jeremy Corbyn.

Corbyn ha in teoria qualche chance di diventare primo ministro di un governo di coalizione con liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi cementato da poca amicizia e molta convenienza, che potrebbe rinegoziare la Brexit sottoporla a nuovo referendum e poi andare a nuove elezioni visto che solo su questo saranno d’accordo. Sarebbe una possibilità teorica se il responso di giovedì sarà un altro hung parliament, un parlamento impiccato, bloccato senza nessuno dei due partiti con almeno 326 seggi, e con una somma fra laburisti liberaldemocratici e scozzesi che arrivi almeno attorno a 330. Ma i sondaggi danno oggi a Johnson attorno a 350 deputati, per quanto sia molto aleatorio nel sistema uninominale secco britannico trasformare una intenzione di voto in seggi, e su queste cifre, se confermate, la partita è chiusa. Andrew Hawkins di ComRes, fra i più seguiti centri di sondaggio commerciale e politico, parla di 30 deputati in più rispetto al’insieme dell’opposizione.

TUTTI I SONDAGGI DANNO LA VITTORIA SICURA DEI TORY

I mercati finanziari scommettono già su una vittoria dei Tory, il mondo delle scommesse politiche, come noto in Gran Bretagna floridissimo e più che mai nel 2019, un po’ meno. La forbice è tra un 65% di scommesse a favore di Johnson e un 35% circa per Corbyn, ma attenzione, non conta solo il numero, contano molto le cifre impegnate, molto molto più alte sul lato Johnson. Quanto ai seggi a Westminster, gli scommettitori viaggiano su 338-344 per i conservatori mentre al massimo scommettono su 221+46+22 fra laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi, quindi 289 che, anche con l’aggiunta di una dozzina di indipendenti, non arriverebbero al minimo matematico di 326.

Le trattative per arrivare da quello che è ora solo un contratto di divorzio a un’intesa commerciale complicatissima richiederà anni, tutti i tre anni

Sembra quindi, secondo l’arte delle previsioni e anche in parte secondo l’aria che si respira, una partita chiusa, che sarà chiusa solo però nella notte del 12-13 dicembre. Una volta vinto, Johnson prenderà il suo tempo. La promessa di oggi, per scaldare i seguaci, è «uscita comunque con accordo o no a fine 2020», ma non sarà così. Le trattative per arrivare da quello che è ora solo un contratto di divorzio a un’intesa commerciale complicatissima richiederà anni, tutti i tre anni, fino al 2022, ipotizzati dal divorzio. E fino ad allora il Regno Unito sarà commercialmente parte della Ue. E poi si voterà nel 2024 e Johnson vuole restare a Downing Street almeno due mandati come Margaret Thatcher e Tony Blair e vorrà una Brexit che faccia meno danni possibili alla sua rielezione. L’uscita subito? Già prometteva di uscire il 31 ottobre vivo o morto e poi di non chiedere una proroga fino al 31 gennaio, vivo o morto, e ha fatto entrambe le cose, vivo o morto. La sua è appunto «una carriera fatta di bugie»

QUELLE FALSE CITAZIONI DI CHURCHILL FATTE DA JOHNSON

Nella campagna referendaria del 2016, dove Johnson era portabandiera del leave, fu molto utilizzata una citazione da Winston Churchill, estratta si diceva da un dibattito parlamentare dell’11 maggio 1953, con Churchill premier che parlava della Ced , la Comunità europea di difesa fra alcuni Paesi del continente che il parlamento francese avrebbe silurato nell’agosto 1954. Non ne faremo parte, diceva effettivamente Churchill, come da resoconti parlamentari, «perché siamo con l’Europa ma non dell’Europa». La citazione ampliava nel 2016, attribuendolo sempre a Churchill, questo concetto. E lo completava con un sonoro e churchilliano «se la Gran Bretagna deve scegliere fra l’Europa e i mari aperti, sceglierà sempre i mari aperti».

Winston Churchill.

Si trattava di un falso. Le elaborate distinzioni su che cos’è il Regno Unito e che cos’è l’Europa e quale sia il giusto rapporto erano sì di Churchill, ma in un articolo scritto nel 1930 per l’americano Saturday Evenening Post. E la frase sugli oceani fu detta non nel ’53 in parlamento ma in uno scatto di rabbia nel maggio 1944 a un Charles De Gaulle chiamato da Algeri a Londra per illustrargli il piano Overlord (Normandia) e che poneva troppe condizioni. È arcinoto che Churchill a più riprese e con forza, dal 1947 al 1961, spinse per la piena e convinta adesione di Londra al progetto europeo. Ma Johnson, che ha scritto un libro su Churchill per crescere all’ombra del mito (ottobre 2015) ha avuto bisogno della sua versione. Falsa.

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Elezioni nel Regno Unito, l’assalto finale di Corbyn a Johnson

Il leader laburista tenta di rimontare nei sondaggi negli ultimi giorni di campagna. Mentre il premier Tory si sforza di tenere le distanze da Trump, a Londra per il vertice Nato. Lo scenario.

Al summit della Nato che si è aperto a Londra il 3 dicembre, Boris Johnson non ha in programma bilaterali ufficiali con Donald Trump.

Foto e strette di mano saranno inevitabili nella due giorni. Anche qualche scambio di battute, e un incontro alla fine probabilmente si farà: Trump pressa, il premier britannico deve fare gli onori di casa per il compleanno dei 70 anni dell’Alleanza atlantica.

Ma nella settimana che precede il voto anticipato del 12 dicembre non vuole accostarsi troppo al presidente americano. Il rivale laburista Jeremy Corbyn è in rimonta, martella da mesi l’opinione pubblica con la storia del «Trump britannico» e Oltremanica non c’è nessuno di più inviso di lui. Dicono che anche la regina Elisabetta lo odi. Troppo sbracato, il tycoon, anche per una certa destra inglese che mal digerisce gli atteggiamenti esagitati così simili di BoJo.

LA FORTEZZA BRITANNICA CHE SOGNA JOHNSON

A questo proposito, il leader dei Tories è sotto attacco anche per aver cavalcato maldestramente l’attentato sul London Bridge. Ha annunciato frontiere blindate e lo screening dei passaporti per tutti. Ma non potrebbe fare altrimenti: da tempo non si vedeva una campagna così mediatica nel Regno Unito, ognuno si gioca il tutto per tutto. Johnson, ancora davanti di 10 punti ai laburisti, fomenta l’elettorato euroscettico. L’ultima mossa è il programma di visti d’ingresso simili a quelli degli Usa, anche per cittadini dell’Ue che una volta compiuta la Brexit entro il 31 gennaio 2020 (e trascorso il periodo di transizione entro il 31 dicembre 2020) dovranno pagare per un weekend a Londra. Naturalmente, esibendo un passaporto biometrico, perché la carta d’identità facilmente falsificabile non basterà più. Schedati, nella fortezza britannica potranno restare al massimo tre mesi. «Tolleranza zero» per gli irregolari.

Regno Unito elezioni Johnson Corbyn Brexit
Il leader del Labour, Jeremy Corbyn in corsa per le Legislative anticipate del 2019. GETTY.

LA STRUMENTALIZZAZIONE DELLA TRAGEDIA DEL LONDON BRIDGE

A chi, nel Labour e tra i LibDem, gli rinfaccia che il terrorismo viene più dall’interno che da fuori confine, BoJo risponde contestando le misure troppo blande sui detenuti come nel caso dell’attentatore ucciso il 29 novembre. Un attacco allo Stato poco opportuno che, nella composta Londra capace di essere eroica oggi come ieri – contro i nazifascisti come contro l’Isis -, gli è costato l’accusa di strumentalizzare una tragedia nazionale a fini politici. Nella «totale mancanza di rispetto per le vittime e i loro famigliari», rimproverano i LibDem. Sui fatti di Londra anche lo scatenato Corbyn ha mantenuto i toni bassi, lasciando parlare il padre del 25enne Jack Merritt morto nell’attacco, e che era impegnato nella riabilitazione dei detenuti come attentatore Usman Khan. «Jack sarebbe livido nel vedere la sua morte, e la sua vita, usate per perpetuare l’agenda di odio che ha sempre combattuto», ha scritto in una lettera al Guardian che ha fatto molto scalpore. Boris Johnson

Il premier britannico Boris Johnson.

PAROLA D’ORDINE: TOLLERANZA ZERO

Per Johnson vale il detto di Oscar Wilde: «Bene o male, basta che se ne parli». In un’intervista alla Bbc aveva scaricato sul Labour la responsabilità del rilascio del 28enne Khan, condannato per terrorismo nel 2012 e in libertà vigilata dal 2018 con il braccialetto elettronico. Su detenuti pericolosi come lui, britannico di origini pakistane legato gruppi jihadisti, il premier si è impegnato ad abbandonare «il sistema di rilascio automatico a breve». «Bisogna essere realisti», ha tuonato. E quindi tolleranza zero anche sul suolo britannico per chi commette reati gravi, è il messaggio che BoJo vuol far passare nel rush elettorale per i cittadini affamati di sicurezza. Guai però a toccare il tasto della sanità pubblica, un pilastro del Regno Unito che porta o toglie milioni di voti. Proprio lì Corbyn semina il panico, sventolando ai comizi 451 pagine di dossier su presunte trattative dei premier May e Johnson per svendere il servizio sanitario agli Usa, dopo la Brexit.

IL TOTEM DELLA SANITÀ PUBBLICA

Nominato premier, per prima cosa quest’estate Johnson ha promesso quasi 2 miliardi per risanare una ventina di strutture sanitarie. E in autunno ha rincarato la dose annunciando 15 miliardi di euro di investimenti in 40 nuovi ospedali. Uno specchietto per le allodole anche per il think tank britannico Nuffield Trust specializzato in sanità, che se da un lato non rileva piani del governo per cedere degli asset alle corporation americane, dall’altro con la Brexit stima un mercato allargato per le case farmaceutiche di Oltreoceano. Per Johnson c’è un altro buon motivo per non farsi riprendere troppo accanto a Trump: anche sulla difesa del clima, diventato un trend di massa, i due leader hanno posizioni diverse. Il paradosso è che Trump, accanito fan della Brexit, non smette di cercare il premier britannico e di sbilanciarsi sul voto inglese. Un assist perfetto al Labour.

Il premier britannico Boris Johnson con il leader del Labour, Jeremy Corbyn ai funerali delle vittime dell’attentato di Londra.

L’ULTIMA DI CORBYN? RINAZIONALIZZARE BRITISH TELECOM

Il rosso Corbyn nero sondaggi veleggia tra il 33 e il 34% mentre i Tory di Johnson sul 42-43%. Ma lo «stalinista», come lo addita BoJo, è un mago delle rimonte. In campagna Corbyn, Johnson e Trump sono più simili di quanto non si creda e l’elettorato è molto fluido: nulla è ancora detto, frenano gli analisti. Sono chiaramente fuochi d’artificio da campi opposti: l’ultimo di Corbyn è il piano per «rinazionalizzare British Telecom, assicurare la banda larga gratis a tutti, tassare giganti della Rete come Google, Amazon e Facebook». Uno choc per i mercati: all’annuncio le azioni di Bt, privatizzata da Margaret Thatcher, sono crollate al 3,7%, per mezzo miliardo di valore bruciato. Ma le telecomunicazioni sono il «core business del 21esimo secolo, guai a lasciarlo alle multinazionali», ammetterebbe anche BoJo.

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Cosa prevede la stretta di Johnson sui turisti Ue nel Regno Unito

Introduzione di un visto elettronico e obbligo di munirsi di passaporto: il giro di vite del premier conservatore in caso di vittoria alle elezioni del 12 dicembre.

Boris Johnson prepara la stretta sul turismo. Con ricadute pesanti su tutti i viaggiatori stranieri, inclusi quelli provenienti dall’Unione europea. In caso di vittoria alle elezioni anticipate nel Regno Unito del 12 dicembre, il premier conservatore è pronto a complicare la vita ai cittadini Ue in viaggio per Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, equiparandoli agli extracomunitari.

SERVE IL VIA LIBERA TRE GIORNI PRIMA DEL VIAGGIO

L’intenzione è quella di introdurre – a partire dal primo gennaio 2021 – l’obbligo di compilare preventivamente un modulo elettronico simile allEsta statunitense per varcare il confine. Se il via libera all’ingresso nel Regno Unito non arriverà almeno tre giorni prima dell’arrivo in qualsiasi aeroporto o porto britannico, il cittadino Ue sarà rimandato a casa. Addio viaggi dell’ultimo minuto, dunque.

VADE RETRO PASSAPORTO ITALIANO

Non solo. La carta di identità non sarà più sufficiente, servirà il passaporto. In questo senso, la ministra dell’Interno Priti Patel, esponente euroscettica della destra più radicale in casa Tory, se l’è presa in particolare con le carte d’identità di Italia e Grecia, che ha definito facili da falsificare. Inoltre, sarà vietato l’ingresso nel Regno Unito ai condannati per una serie di reati – ancora non specificati -, e verrà applicato un sistema di conteggio volto a calcolare quanti cittadini Ue sono entrati e quanti sono usciti dal Paese in un certo periodo di tempo ed evitare soggiorni superiori ai tre mesi permessi dal visto turistico.

I SONDAGGI PREOCCUPANO JOHNSON

La condizione necessaria perché questa stretta sull’immigrazione europea annunciata da Johnson diventi realtà è che il premier conservatore vinca le elezioni del 12 dicembre, ottenendo la maggioranza assoluta in parlamento, e metta in atto la Brexit, ovvero l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Gli ultimi sondaggi, realizzati prima dell’attentato sul London Bridge, hanno innescato qualche accenno di preoccupazione in casa Tory sulla certezza di potersi aggiudicare la maggioranza assoluta dei seggi, vitale per la Brexit. Cala infatti il vantaggio (pur largo) attribuito ai conservatori sui laburisti: per Opinum, da 19 a 15 punti; per Bmg, addirittura fino al 6%. Con un massiccio recupero di voti del partito di Jeremy Corbyn ai danni delle terze forze, liberaldemocratici in testa.

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Le carte di Corbyn, tra voto giovanile e indipendentisti scozzesi

I 4,1 milioni di nuovi elettori sono un'ottima notizia per il leader laburista, popolarissimo tra i ventenni. Mentre l'Snp apre a un'alleanza progressista contro Johnson.

Oltre 4 milioni di nuovi elettori. A loro si aggrappa il partito laburista di Jeremy Corbyn per rovesciare il tavolo e sorprendere il premier conservatore Boris Johnson alle elezioni britanniche del 12 dicembre. Il dato rappresenta un record, nel 2017 furono 2,9 milioni. Su questo voto giovanile fa leva il Labour contro i conservatori favoriti dai sondaggi. Di quei 4,1 milioni di nuovi elettori i tre quarti sono under 34: una platea che 2 anni fa aveva quasi fatto saltare il banco portando i laburisti a un 40% non previsto da nessuno, con tassi di consenso pro-Corbyn fra i ventenni a livelli da plebiscito. Il dato va preso con le molle, anche perché le nuove iscrizioni vanno validate. Ma comunque rischia di minacciare i piani di BoJo, che per vincere le elezioni (e onorare la promessa di attuare la Brexit entro Natale) ha bisogno di assicurarsi una maggioranza assoluta di seggi nella nuova Camera dei Comuni. Al Labour e al resto delle opposizioni potrebbe invece anche bastare il risultato di un parlamento frammentato.

OCCHI PUNTATI SULLA SANITÀ

Per recuperare consensi Corbyn ha giocato la carta di una conferenza stampa sulla difesa della sanità pubblica (Nhs), uno dei suoi cavalli di battaglia più popolari. E ha svelato 451 pagine di documenti riservati sui negoziati preliminari fra i governi Tory e l’amministrazione di Donald Trump sui temi di un futuro accordo bilaterale di libero scambio post Brexit che sembrano almeno in parte accreditare lo scenario d’ipotetici cedimenti a infiltrazioni delle corporation Usa negli ospedali del Paese. La conferma che «la Nhs sarà messa in vendita», nelle denunce laburiste liquidate da Johnson come «assurdità e bugie». Corbyn poi ha incassato l’apertura degli indipendentisti scozzesi dell’Snp – potenzialmente cruciali nel parlamento del dopo 12 dicembre – all’idea di «un’alleanza progressista»: l’appoggio a un eventuale governo Corbyn di minoranza cementato dall’obiettivo comune di un secondo referendum sulla Brexit, pur con la condizione-capestro ripetuta dalla first minister di Edimburgo, Nicola Sturgeon, di un parallelo bis referendario sulla secessione della Scozia pure nel 2020.

TORNANO LE ACCUSE DI ANTISEMITISMO

Segnali di incoraggiamento che tuttavia non cancellano il coro ostile anti-Jeremy dei media mainstream, rilanciato dalle accuse di appeasement verso «il veleno» di certi rigurgiti «anti-ebraici» scagliate il 26 novembre contro il numero uno laburista dal gran rabbino del Regno Unito, Ephraim Mirvis. Accuse da cui Corbyn ha tentato di difendersi in un’affannata intervista alla Bbc di fronte alle incalzanti domande di Andrew Neil, ex firma del conservatore Spectator, condannando con forza l’antisemitismo. Ma ostinandosi a non rinnovare le scuse rivolte alla comunità ebraica un anno fa. Scuse che invece Boris s’è d’un tratto affrettato a fare, dopo essersi rifiutato per mesi, sui fenomeni d’islamofobia imputati ai Tory. Un modo per lasciare al solo Corbyn l’etichetta di “cattivo”.

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Non fidatevi di Johnson né di chi lo dà sicuro vincitore

Il premier britannico, noto per la sua inaffidabilità fin da quando era giornalista, non è così amato come alcuni sondaggi potrebbero far pensare. E i risultati potrebbero vedersi in un voto anticipato che s'annuncia sul filo.

La Brexit non è soltanto un programma politico monotematico che ha fatto ormai dei conservatori un Brexit party. Le elezioni politiche anticipate che si stanno avvicinando (12 dicembre) sono sia un secondo referendum sia una persona, una fisionomia umana non sgradevole, un po’ sovrappeso e tozza, uno stile spesso efficace ma non sempre ispiratore di vera fiducia, ricco di promesse di un futuro radioso ma vago. Tutto questo si chiama Boris Johnson.

È un ruolo al quale l’ex sindaco di Londra, piuttosto popolare, ed ex inefficace ministro degli Esteri , deputato dal 2015, si prepara da 30 anni. Ha incominciato a farlo come corrispondente per cinque anni da Bruxelles del Daily Telegraph, quotidiano ufficioso e quasi ufficiale del nazionalismo conservatore britannico. Boris arrivava a Bruxelles nel 1989 pochi mesi prima che vi arrivasse, per un quotidiano italiano, anche l’autore di queste note. Gli uffici erano vicini, Boris sempre favorevole a una pausa dal computer e a una birra, pronto alla battuta, e fonte inesauribile di pettegolezzi comunitari. Della cui attendibilità tuttavia, facevano presto capire i suoi colleghi britannici, non c’era garanzia. Maliziosamente qualcuno ricordava che aveva incominciato poco più di un anno prima il suo percorso nel giornalismo al Times, abituale trampolino dei rampolli della storica élite del Paese – Johnson ovviamente ha fatto Eton, e poi Oxford – , ma era stato licenziato dopo un’intervista in parte inventata. Bruxelles era una destinazione per lui naturale, perché lì era cresciuto, figlio di uno dei primi eurodeputati britannici, poi funzionario Cee.

BORIS, UN CABARETTISTA CON BRUXELLES NEL MIRINO

L’attuale premier era nella Bruxelles dei corrispondenti il perno di alcune serate cabarettistiche che soprattutto i britannici, come noto appassionati del palcoscenico, organizzavano per la comunità dei giornalisti, e affini, e dedicate ovviamente a smitizzare e ridicolizzare la burocrazia europea, che offriva ampi spunti. Cavalcò alla grande all’inizio della sua corrispondenza la storia della standardizzazione europea non solo dei preservativi, ma anche, di conseguenza sosteneva lui, delle dimensioni di ciò che lo strumento profilattico doveva preservare. Era ovviamente una pochade, nata da una mossa comunitaria per garantire standard sanitari minimi al suddetto prodotto gommoso, capaci di assicurare protezione contro l’epidemia di Aids allora agli inizi. Non c’entravano “misure” o cose simili, ma Johnson usò il tutto per ridicolizzare Bruxelles. Era una delle sue tattiche preferite.

I suoi interventi più che porre precise domande ai portavoce erano mirati a far ridere la platea, citando stranezze comunitarie che poi gli articoli sul Telegraph riportavano, enfatizzavano, travisavano

Boris, quando voleva, era la star dell’ampia sala stampa al quotidiano briefing di mezzogiorno nel palazzo Berlaymont e, dal 2001, nel vicino palazzo Breydel, dove il tutto si trasferiva per disinfestare il Berlaymont dalle oltre 1.000 tonnellate di amianto nascoste nelle strutture, e rifarlo ex novo. I suoi interventi più che porre precise domande ai portavoce erano mirati a far ridere la platea, citando stranezze comunitarie che poi gli articoli sul Telegraph riportavano, enfatizzavano, travisavano. Con buon successo fra molti lettori euroscettici e conservatori. Per capire il binomio Boris-Europa occorre ricordare che nel novembre di quell’anno cadeva il Muro di Berlino, e rapidamente tutto il mondo europeo cambiava paradigma, accelerava, e andava oltre quel modello di mercato comune. Occorre anche ricordare qualcosa di quando e come era avvenuto l’ingresso britannico nella Cee.

IL PERCORSO EUROPEO DI LONDRA, DA CHURCHILL A THATCHER

Winston Churchill aveva tracciato nel primo Dopoguerra, anticipando gli inviti continentali a unirsi ai tentativi europeisti, una linea chiara, che però ancora oggi una parte dei suoi connazionali si rifiuta di accettare: se riusciamo a salvare una quota sufficiente dell’Impero stiamo per conto nostro, diceva Churchill che pure sollecitava i continentali a unirsi fra loro; se lo perdiamo ci uniamo agli altri, ma in modo convinto e cercando di essere fra i leader. Dopo vari no all’Europa del governo di Clement Attlee, nazional-laburista e timoroso che i democristian-centristi continentali limitassero l’esperimento socialista britannico, furono i conservatori con due collaboratori e allievi di Churchill, Harold Macmillan ed Edward Heath, a iniziare a fine Anni 50 la lunga marcia che, anche per i ripetuti veti francesi, si concluderà solo nel 1973. Il motivo della conversione era lampante: il mercato comune funzionava, la Gran Bretagna nel 1951-1973 aveva avuto con il 2,7% per anno la crescita media più bassa fra tutti i Paesi Ocse; Germania, Francia e Italia si erano attestate sul 5% annuo o sopra.

LA CONTRADDIZIONE MAI RISOLTA TRA COMMERCIO E POLITICA

Già allora era chiaro però che se c’era una netta maggioranza a favore del mercato comune, con Margaret Thatcher assolutamente in prima fila per trasformarlo 10 anni dopo o poco più nel mercato Unico, c’erano forti resistenze alla cessione di sovranità politica che inevitabilmente lo stesso mercato, comune e poi unico, alla fine implicava. In un discorso emozionale del 1962, ricco di riferimenti al Commonwealth e alla comunità mondiale anglofona, il leader laburista Hugh Geistkell aveva ricordato che il progetto europeo era «la fine di 1.000 anni di indipendenza» per le isole britanniche e invitato a riflettere. Nel 1975 il referendum sulla Ue voluto dal nuovo governo laburista di Harold Wilson passava con una maggioranza del 67%. Ma il Regno Unito, e gli inglesi in particolare, non hanno mai risolto la contraddizione tra il desiderio commerciale di stare nel grande mercato europeo e il desiderio politico di restare pienamente indipendenti. Non a caso una buona quota di funzionari britannici dell’Ue ha sempre remato contro qualsiasi cosa potesse limitare l’autonomia di scelta del Parlamento e dell’amministrazione britannica.

Margaret Thatcher ed Edward Heath in una foto del 1975: la leader conservatrice tiene in mano una pubblicazione intitolata ‘Britain In Europe, The Benefits Of Membership’.

Non appena fu chiaro, e fu chiaro subito nel 1989, che la fine del sistema sovietico implicava non solo l’allargamento, che da Londra ampi settori politici favorivano sperando si trasformasse in una diluizione della Ue, ma anche l’approfondimento di strutture e obiettivi sul piano politico, scattò la reazione. E incominciò a organizzarsi l’armata anti-Ue che conta ora il 12 dicembre di vincere lo scontro decisivo. Thatcher doveva cedere nel 90 la premiership, messa in minoranza nel partito proprio dai filo-europei. Ma avrebbe da allora, e in crescendo, coltivato un lascito fortemente anti-Bruxelles («nel corso della mia vita tutti i guai sono venuti dal Continente», dichiarava nel 1999) di cui Johnson è oggi esponente e bandiera.

TUTTO RIDOTTO A UNA QUESTIONE DI ORGOGLIO NAZIONALE

Esponente autorevole? Non tutti i suoi articoli da Bruxelles erano propaganda e falsità. Se prendiamo ad esempio uno (Delors plan to rule Europe) scritto del maggio 1992 sul piano Delors di riforma della Commissione e del Consiglio, con evidente estensione dei poteri, Johnson ammette che si stava cercando di affrontare «un problema reale» anche se per Londra, aggiungeva, «in modo inaccettabile». E il suo articolo di addio a Bruxelles, marzo 1994, era un elenco di casi nei quali Londra aveva subìto scelte collettive e si concludeva con la previsione che i britannici avrebbero tollerato sempre meno decisioni prese «in a foreign city». Il tutto era ridotto a orgoglio nazionale, senza mai negare che l’interesse economico fosse invece sul lato dell’appartenenza alla Ue. Amato e scelto come premier con un voto da quasi i due terzi dei 160 mila iscritti al partito, considerato dal gruppo parlamentare il più attrezzato a realizzare dopo oltre tre anni inutili l’attesa Brexit, Johnson non gode nel suo Paese di profonda stima.

BOJO VISTO DAL SUO EX DIRETTORE AL TELEGRAPH

«Non è un uomo in cui si possa credere, che ispiri fiducia o rispetto, salvo che come superlativo esibizionista», scriveva nel 2012 il suo ex direttore del Telegraph, Max Hastings, uno dei più noti e autorevoli giornalisti britannici. «La sua elevazione alla premiership», aggiungeva nel giugno 2019, «vorrà dire la fine di ogni pretesa britannica di essere un Paese serio». I sondaggi di opinione danno Boris e i conservatori ampiamente vincenti. La media delle scommesse, sondaggio forse più attendibile, dice che c’è al 60% la vittoria conservatrice e al 30% un hung parliament, un risultato senza vincitori, da cui emergerebbe un governo di coalizione con il leader laburista Jeremy Corbyn, persona onesta dicono a Londra ma troppo complicato (vuole anche lui un nuovo socialismo britannico), per parlare chiaro al Paese. Corbyn ha dopo il voto potenziali alleati, anche se adesso giurano che mai lo aiuteranno. Johnson no.

IL PALLOTTOLIERE CONSERVATORE E QUEI NUMERI SUL FILO

Se i pronostici spesso danno Boris vincitore, e anche con ampio margine, i numeri parlamentari invitano alla prudenza. A Westminster la maggioranza è di 326 deputati, ne servono almeno 330 per un minimo di margine; i conservatori uscenti erano 298, e tra Scozia e area londinese più Southwest England i Tory potrebbero perdere ancora circa 25 seggi. Devono quindi portarne via nelle Midland e nel Nord inglese circa 50, ai laburisti essenzialmente. Forse sarà semplice. E forse non sarà una passeggiata.

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Johnson e Corbyn in trincea, tra Brexit ed elezioni di dicembre

A sorpresa i due leader pareggiano nell’agguerrito duello tivù per le Legislative. I progressisti perdono consensi tra i Libdem. Mentre il Labour non si decide sul divorzio dalla Ue.

ll fermo immagine più esaustivo del sorprendente duello in tivù del 19 novembre tra Boris Johnson e Jeremy Corbyn è sul pubblico che ride. Più volte e a più riprese, fragorosamente. Che si ricordi in Gran Bretagna non si era mai riso tanto a un dibattito tra leader politici, come al primo duello andato in scena Oltremanica tra un primo ministro e un capo dell’opposizione. Lo scontro in vista del turbolento voto nazionale del 12 dicembre 2019 ha avuto quasi 7 milioni di spettatori incollati allo schermo (5 milioni in più dei faccia a faccia tra i leader minori) e l’inatteso risultato di un pareggio. Nei sondaggi il premier pirotecnico è in vantaggio di almeno 10 punti (42%) sul capo dei laburisti (32%), Le previsioni di YouGov sul duello erano ancora più sbilanciate verso il leader dei conservatori (37%): appena il 23% del campione si immaginava che Corbyn potesse fare meglio di “BoJo”. Invece la percentuale si è quasi ribaltata con un 49% di gradimento per Corbyn e un 51% per Johnson. 

IL NUCLEARE SULLA BREXIT

Anche la Bbc è del parere che non ci siano vincitori. Corbyn si è dimostrato aggressivo quanto il premier per la turbo Brexit: lo ha attaccato da mastino sulla sanità, proponendo al pubblico affamato una svolta. Ma la verità è che tutti sono stufi e nessuno ha un’idea di come andranno le Legislative più drammatiche della democrazia britannica: l’elettorato è mobile, disilluso, frammentato. lo dimostra anche la bufera sui Libdem, terzo partito rivelazione delle Europee di quest’anno, scatenata dalla leader Jo Swinson «pronta se necessario a usare l’atomica», ha dichiarato in tivù subito dopo il duello. E ci mancava il nucleare: Swinson aveva molti punti a suo favore (prima donna in capo ai Libdem, più giovane leader politico britannico di sempre, calamita degli anti-Brexit) per calare la carta del rinnovamento, ma si sta alienando molte simpatie per l’imprudenza nelle dichiarazioni. Dall’estate i Libdem sono scesi dal 20% al 15% nei sondaggi.

Jeremy Coryn, leader laburista.

I LIBDEM HANNO UN PROBLEMA

Swinson, europeista thatcheriana, vuol marcare le distanze dalla sinistra. Ma la scelta non paga. La leader indipendentista Nicola Sturgeon, scozzese come Swinson, è inorridita dal «test di virilità nauseante» del bottone dei Libdem sull’atomica: «La mia risposta a uccidere milioni di persone sarebbe stata no». Un fossato tra Swinson e la socialista Sturgeon, rossa governatrice di Edimburgo, significa minor compattezza nelle barricate a Westminster contro la Brexit: gli indipendentisti scozzesi sono una forza cruciale anche nel parlamento di Londra. Con “BoJo” al governo hanno anche ripreso a puntare i piedi sulla secessione: nel dibattito il premier uscente ha accusato Corbyn di volersi alleare con i nazionalisti scozzesi di Surgeon, per chiedere un referendum, e ha ammesso che «preservare il Regno Unito è più importante che compiere la Brexit». Una priorità: la deregulation nell’isola è uno dei rischi peggiori – e concreti – della Brexit.

Al duello Corbyn ha demolito il piano dei 40 nuovi ospedali promessi dal leader conservatore

LA BATTAGLIA SULLA SANITÀ

I sostenitori più accaniti del leave lo antepongono anche all’unità nazionale. Sarebbe una catastrofe e Johnson frena, ma così rischia di perdere consensi verso il Brexit Party (5%) di Nigel Farage. Viceversa, in Scozia diversi elettori conservatori – pro remain – come già dei deputati potrebbero mollare i tory. Da parte sua Corbyn nega di spalleggiare gli scozzesi, ma certo sui temi sociali è più vicino ai separatisti di Edimburgo che non ai Libdem: il suo Labour anticapitalista fa la guerra alla «società di miliardari e di persone molto povere», è per la «fine dell’austerità» e per un welfare granitico. Al duello Corbyn ha demolito il piano dei 40 nuovi ospedali promessi dal leader conservatore. Un documento (smentito da Johnson) proverebbe incontri segreti tra l’ultimo governo e investitori statunitensi pronti a entrare nel sistema sanitario britannico, con nuovi accordi commerciali bilaterali, non appena verrà archiviata la Brexit.

Brexit Irlanda del Nord Ulster Johnson
Il nuovo premier britannico Boris Johnson all’Ue per l’accordo sulla Brexit. GETTY.

ELETTORATO INSOFFERENTE

L’impopolarità di Swinson tra i progressisti è acqua al mulino del Labour, che tuttavia sull’uscita dall’Ue non riesce a inviare messaggi chiari. Neanche al faccia a faccia: incalzato da “BoJo”, Corbyn ha affermato di voler rinegoziare una Brexit migliore con Bruxelles e di sottoporla a un nuovo referendum, con l’opzione anche di restare nell’Ue. Ma non ha detto se è per leave o per il remain. Schierarsi, equivarrebbe a perdere la fronda dei laburisti euroscettici, preziosa anche per i tory. Ma allora non c’è da stupirsi se alla dichiarazione di «voler unire il Paese, non dividerlo» il pubblico è scoppiato a ridere. Come all’esclamazione di Johnson: «La verità è importante per le elezioni!». Spenti i riflettori, gli spettatori hanno commentato di non poterne più dei politici. Ben vengano le belle intenzioni, ma poi Labour, scozzesi e Libdem troveranno una sintesi per la convivenza? E le promesse di BoJo hanno fondamento, la Brexit è possibile entro il 31 gennaio? 

Un’altra insidia del voto la localizzazione dell’elettorato britannico pro e contro la Brexit

VOTO A MACCHIA DI LEOPARDO

Come David Cameron, l’ex sindaco di Londra si gioca la carriera politica sulla tabella di marcia. Battuto da Westminster, Johnson ha mandato il Paese alle urne per ricompattare i tory sul leader e crearsi un parlamento amico. È verosimile che la spunterà: anche scendendo sotto il 42% di Theresa May è molto difficile che il Labour arrivi al 40% del 2017. Ma sarà una vittoria di misura tra una popolazione sempre più lacerata: un’altra insidia è la localizzazione dell’elettorato britannico in macroaree pro e contro la Brexit. Scozia e Londra (e altre città inglesi) per il remain, come oltre la metà dell’Irlanda del Nord tornata calda. Galles e Inghilterra per il leave. E nel sistema elettorale britannico, conta il prevalere di una forza sull’altra nei collegi, non importa con quale percentuale. L’80% di un collegio vale i deputati del 51% di un altro. Il prossimo match tra “BoJo” e Corbyn è il 6 dicembre, verso le Legislative di un altro voto schizofrenico sulla Brexit.

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