Cosa si muove dietro la fusione tra Bpm e Ubi

I vecchi campanili di Cuneo, Bergamo e Brescia mettono fuorigioco il potente Bazoli. E Castagna, ad della Popolare di Milano, prepara da tempo gli organigrammi del neonato polo bancario. Anche se gli manca un nucleo stabile di azionisti. I retroscena.

L’estate è finita, ma non i sommovimenti bancari che per tutto il tempo l’hanno accompagnata, fino ai recenti exploit settembrini che hanno avuto in Mediobanca il loro epicentro. Un risveglio en plein air segnalato anche da due ampi articoli sul nuovo patto di Ubi apparsi in contemporanea lunedì 30 settembre sulle pagine dei supplementi economici de la Repubblica e del Corriere della sera. Qualcosa sta dunque accadendo. E non è sicuramente merito della politica o del governo Conte bis. Mentre parecchi operatori stanno scommettendo sul vero secondo o terzo polo bancario, gli animatori di questa campagna muovono le loro pedine. Leonardo Del Vecchio scalda i muscoli per prepararsi forse a sferrare l’attacco finale a Mediobanca e i vecchi campanili di Ubi mettono fuorigioco il loro mentore Giovanni Bazoli per creare finalmente un nuovo asse di azionisti forti in vista delle prossime aggregazioni. E a quanto risulta a Lettera43.it Giuseppe Castagna, amministratore delegato della Popolare di Milano, starebbe già preparando da tempo gli organigrammi della futura UbiBpm.

PER MORGAN STANLEY MATRIMONIO POSITIVO

Al suo fianco solo i più fidati, ma fare i conti senza l’oste sarà più difficile. Dopo anni di tentativi e marce in dietro sul chi comanderebbe nella nuova compagine, oggi il numero uno di Piazza Meda è tornato ad aprire a una possibile fusione che stando alle sue dichiarazioni «avrebbe senso». Gli organigrammi sarebbero pronti e il report di Morgan Stanley valuterebbe in positivo un matrimonio con Ubi. Ma come fa la Popolare i Milano a fondersi con Ubi in assenza di un nucleo stabile di azionisti? E cosa ne pensa il nuovo patto stipulato dai soci di Ubi dopo questa rivoluzione che mette in sicurezza la banca e la governance dell’ex popolare del Nord?

NUOVO PATTO CHE CONTROLLERÀ IL 17% DI UBI

Lo stesso Castagna non riesce a trattenerersi e, come riportato dalle agenzie, puntualizza che «se uno vuole prendere un’iniziativa, è importante avere azionisti con cui confrontarsi». E quindi? Perché Castagna ha lanciato questi messaggi? Lui non ha un nucleo stabile di azionisti. Semplicemente lo auspica. Diversa la situazione per Ubi. I vecchi campanili di Cuneo, Bergamo e Brescia hanno dato vita a un nuovo patto che controllerà di fatto oltre il 17% della banca. Un addio al potente Bazoli che ormai non ha più voglia di occuparsi di queste vicende? Può darsi.

GENTA E SANTUS, ATTORI CHIAVE

Tuttavia questa rivoluzione della banca ha vari attori e strateghi. Da una parte il tattico Giandomenico Genta, presidente della fondazione Crc (Cassa di risparmio di Cuneo), e dall’altra il notaio bergamasco Armando Santus. Abbattuti quindi i campanili, ora Ubi ha un azionariato definito, che sulla carta ambisce a proiettare l’ex popolare nel gotha delle banche nazionali. Gli ingredienti ci sono tutti. Victor Massiah è al suo ultimo mandato e finora si è sempre dimostrato un manager capace e cauto, cosa che gli ha consentito di portare a buon fine i processi di integrazione. Di fatto il nuovo patto è una garanzia di rafforzamento per la governance della banca.

AFFRONTARE MEGLIO LE PRETESE DELLA BCE

Contare su un nocciolo duro di azionisti in grado di avere una visione strategica unitaria (certamente non proprio quella che sta caratterizzando UniCredit, tanto per fare un esempio) significa affrontare meglio un’economia fortemente globalizzata nonché i fari puntati con sempre più attenzione della Banca centrale europea (Bce) attenta a guardare nelle pieghe dell’organizzazione e del management del sistema bancario italico. Ma si sa. Le integrazioni sono lunghe e difficili. E le prossime non saranno da meno con economie di scala che faranno venire i brividi al tenace Sileoni, l’attivissimo capo della Fabi, la Federazione autonoma bancari italiani.

MODELLI DI BUSINESS DA RIVEDERE

Fusioni a parte, i banchieri stanno scaldando i motori, ma le banche devono rivedere i loro modelli di business. Impresa non semplice vista anche la concorrenza esterna dei grandi big della tecnologia e dell’e-commerce. Qualcosa dovrà cambiare anche sul fronte interno e mentre la finanza si agita nel suo piccolo recinto, Gianluigi Paragone si esercita a sbertucciare le banche e il loro rapporto verso i clienti, accusate nella sua introduzione di usare comunicazioni fatte con gli stessi slogan e di promuovere addirittura la debitizzazione. Sotto i riflettori della sua impietosa introduzione ci va a finire proprio la fochetta di Ubi, pubblicità atipica visto i tempi, ma che dimostra quanto le banche debbano rivedere la comunicazione commerciale. Troppa creatività a volte stroppia. E vista l’imminenza delle fusioni bisognerà pensare a qualcosa di nuovo per i clienti.

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