Bosnia Erzegovina, viaggio nel campo profughi di Bihać

L'associazione milanese Ipsia ha ideato l'iniziativa Social Cafè. Per coinvolgere 2 mila migranti sempre più ai margini in città. Il reportage.

«Che cosa fate di solito per rilassarvi? Se io potessi essere al vostro posto, mi sdraierei su un bel letto pulito. E leggerei i libri che voglio, ascolterei le canzoni che mi piacciono». Fahrad fa una domanda dopo l’altra, mentre con gesti meccanici passa le tazze piene di bollente agli uomini in fila davanti a sé. Sono tutti maschi soli che vengono da Pakistan, Afghanistan, Bangladesh. E che, come lui, sono ospiti del campo profughi Bira, un gigante di cemento alla periferia di Bihać, a Nord Ovest della Bosnia Erzegovina. Fahrad racconta del suo passato in Pakistan, dei suoi 22 anni, del sogno di diventare giornalista, mentre il vapore del čaj nero gonfia il chiosco del Social Cafè, quell’isola di normalità progettata dall’associazione milanese Ipsia, in collaborazione con Caritas e Acli milanesi. E che, dallo scorso 21 dicembre, avversa l’uniformità di uno dei più aridi campi profughi della rotta balcanica con la bevanda più antica del mondo. «Distribuiamo tè tutti i giorni, per tre ore. Sembra una banalità, invece è un momento atteso. Restituisce ai migranti una parentesi di vita semplice, che è la cosa che a loro manca di più» racconta Greta Mangiagalli, cooperante della Ong milanese. «La formula di un Social Cafè per richiedenti asilo è stata testata la prima volta nel 2016, in Serbia, nel centro profughi di Bogovadja. Da quell’esperienza, la scelta di tentare l’esperimento anche qui, al Bira. L’aspetto fondamentale non è tanto l’offerta di tè. Non si tratta di pura distribuzione, ma di un rito per aiutare le persone a sentirsi nuovamente persone, e non solo numeri».

A uno dei tavoli allestiti per il tè, alcuni ragazzi disegnano, riprendendo i colori delle proprie bandiere.

La rotta balcanica inizia a formarsi tra il 2014 e il 2015, quando la crisi migratoria raggiunge il suo picco. I profughi (provenienti soprattutto da Afghanistan, Bangladesh, Pakistan, Siria, Iraq e Iran) la considerano un’alternativa più veloce, più economica e meno pericolosa rispetto a quella del Mediterraneo centrale. La Balkan Route si trasforma così nel cammino più battuto. Solo nel 2015, viene percorsa da oltre 160 mila persone. I ritmi rimangono questi, almeno finché non viene ufficialmente chiusa nel marzo del 2016, quando l’Unione europea stringe un accordo con la Turchia per fermare il flusso. Al governo di Erdogan vengono dati 3 miliardi di euro per stringere le maglie e trattenere i profughi nei propri confini, senza farli approdare sulle coste greche. E i risultati si fanno subito vedere: nel gennaio del 2017 solo 1.500 persone si mettono in viaggio. Un anno prima, nello stesso periodo, erano in 70 mila. Ma i problemi non spariscono, anzi. Con la chiusura dei confini si crea un imbuto umano nei paesi dell’ex Jugoslavia. Chi si era messo in viaggio quando le frontiere erano ancora libere resta bloccato ed è a partire da quella fase (anno 2017) che la Bosnia, pur non essendo meta ambita, diventa un cortile di stallo. Chi non intende tornare indietro, aspetta lì il momento propizio per entrare nei paesi dell’Unione (soprattutto Italia, Germania, Francia, Spagna, Belgio) attraverso vie illegali. A partire dal 2018, secondo i report forniti dalle Nazioni unite, sono giunte in Bosnia 25.506 persone (dati disponibili fino a luglio 2019). Oltre un terzo di loro viene dal Pakistan (34%). Il 12% viene dall’Iran, seguito da Afghanistan (11%), Siria (10%), Iraq (9%) e Bangladesh (4%). Nel Paese, oggi, ci sono dai 5 ai 7mila profughi: di questi, circa 1.500 si trovano al Bira (i numeri cambiano però ogni giorno, a seconda di quanta gente arriva e di quanta ne parte per tentare di attraversare il confine croato).

Un ragazzo in posa davanti al chiosco del Social Cafè, dove ogni giorno sono servite oltre 600 tazze di tè.

NEI BAR DI BIHAĆ, DOVE I MIGRANTI NON POSSONO ENTRARE

Gli oltre 120 litri di tè fumante serviti ogni giorno hanno assunto ancora più significato da quando molti negozianti, in città, hanno deciso di osteggiare l’ingresso dei migranti nei locali. L’insofferenza degli abitanti di Bihać ha preso il posto di un iniziale moto solidale, sopravvissuto finché la crisi non ha assunto un carattere permanente e finché i furti commessi da alcuni profughi non hanno macchiato l’immagine di tutti loro. Nella maggior parte dei casi, l’avversione è fatta di occhiate e di commenti, ma non mancano manifestazioni più esplicite. Come il cartello appeso all’entrata di un negozio di alimentari, che recita «Migrants are strictly forbidden entry», vietato l’ingresso ai migranti. O come le caffetterie in centro, dove i camerieri non devono prendere ordinazioni dai profughi. Pena il licenziamento. «Mi è capitato di sedermi al tavolo con alcuni ragazzi afgani e di sentirmi dire che sarei stata servita soltanto io, unica occidentale. Ho chiesto spiegazioni, il cameriere era in imbarazzo, diceva che c’era in gioco il suo posto di lavoro», racconta la volontaria di una Ong. «I migranti accanto a me hanno assistito alla scena a testa bassa, mi chiedevano di smettere di cercare una soluzione, perché sono abituati a trattamenti del genere».

Vietato l’ingresso ai migranti. L’avviso è appeso alla porta di un negozio di alimentari, poco lontano dal centro di Bihać,

IL RITUALE DEL TÈ AL BIRA

In un contesto in cui anche sedersi al bar è diventato un lusso, il tè preparato al Bira diventa un infuso di normalità. Quando intorno alle 10 del mattino il personale incaricato apre la porta del chiosco e i grandi tormentoni afgani e pakistani riecheggiano dalla cassa bluetooth sbattendo contro le pareti dello stabilimento, è segno che il rito ha inizio. Uomini di tutte le età escono dagli anfratti di cemento. A decine si raccolgono attorno al Social Café, per aiutare a sistemare tavoli e panchine di legno. Senza più parlare dispongono tutto per quella parentesi di vita qualunque, tanto concentrati che a guardarli da fuori pare diano inizio a una danza coordinata, a un rituale che fa da collante tra le centinaia di storie e ambizioni che hanno portato sulle spalle, dai loro Paesi fino all’Europa. Dall’inizio della crisi migratoria, sono molte le persone che si sono interessate all’universo dei campi profughi lungo la rotta balcanica. Giornalisti, ricercatori, studiosi. Una moltitudine di specialisti dell’osservazione che ha tenuto viva l’attenzione su un movimento migratorio epocale. Ma che, al contempo, dà agli ospiti di questi mondi in pausa la sensazione di essere animali da laboratorio e non più uomini comuni. «Sono stanco di parlare con i giornalisti. Vengono qui con le telecamere per qualche giorno, ascoltano, scrivono, ma poi non cambia nulla», racconta Hafiz, seduto al tavolino allestito per il tè. «Non ce la faccio più a descrivere il dramma che viviamo, tanto è inutile. A volte penso che mi è rimasto solo il corpo, mentre la testa è stata annullata. Il mio pensiero, la mia parola non contano, quando la polizia mi ferma per strada e se non sto zitto entro cinque secondi vengo picchiato. Conosco uomini nella mia situazione che hanno tentato il suicidio, ma sono stati salvati. Mi chiedo: perché almeno non lasciano che ci uccidiamo se queste sono le condizioni in cui dobbiamo vivere?».

Un ragazzo parla con la sua famiglia grazie al suo smartphone, strumento di salvezza per gran parte di loro.

QUEL FILO DIGITALE CHE LEGA I MIGRANTI AI LORO CARI

Durante il rituale del tè, qualcuno, come Hafiz, ne approfitta per sfogarsi, altri si danno ai giochi da tavolo o scrivono pensieri dedicati alle madri, preferendo rimanere in silenzio. Molti, invece, si lasciano assorbire dalle conversazioni su Messenger con genitori, figli, mogli. E tutti quegli affetti lasciati diversi confini più in là. Attraverso il display dei loro smartphone, centinaia di uomini si tengono allacciati alle vite dei loro cari. Ogni matrimonio, ogni nascita, ogni lutto che scandisce la loro storia familiare si fa digitale, finisce per prendere la misura dei loro schermi. A volte gli avventori del Social Cafè ammazzano l’attesa del turno tentando di saltare la fila. Qualcuno chiede la precedenza dichiarando di avere fretta perché in partenza per il game, per la traversata del confine croato. Qualcun altro lamenta mal di testa, acciacchi vari ed eventuali, pur di essere servito prima. «È un bene che abbiano ancora l’astuzia di mentire», dice una volontaria Ipsia. «Significa che sono vivi, che non si sono ancora trasformati in automi».

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