Südtirol-Alto Adige tra storia, rivendicazioni e polemiche

Toponimi, doppi passaporti proposti dall'Austria ma anche vitalizi e stipendi d'oro. La Provincia autonoma di Bolzano è tornata a fare discutere.

Bufera in Alto Adige. La polemica questa volta è stata innescata da una decisione presa dal Consiglio provinciale di Bolzano che non è piaciuta per nulla al ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Francesco Boccia: l’ipotesi di cancellare la dicitura italiana Alto Adige sostituendola con Provincia autonoma di Bolzano mantenendo quella tedesca Südtirol. In realtà, ha poi spiegato il presidente bolzanino Arno Kompatscher gettando acqua sul fuoco, le cose non stanno proprio così. «Non esiste nessuna norma che preveda la cancellazione del termine Alto Adige e non potrebbe essere altrimenti dato che questa denominazione è prevista dalla Costituzione italiana con riferimento alla Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, la quale a sua volta è composta dalle due province di Bolzano e Trento», ha detto. In Consiglio «si è solamente discusso sull’opportunità di utilizzare il termine Provincia di Bolzano per riferirsi all’Ufficio di rappresentanza che opera a Bruxelles, ma ciò non comporta alcun tipo di abolizione della denominazione Alto Adige, che continuerà a essere utilizzata quando ci si riferisce al nostro territorio. Dunque, e lo voglio ribadire, non è cambiato nulla».

DECENNI DI TENSIONI MAI SOPITE

Eppure tanto è bastato per accendere gli animi. Tanto che il sindaco di Bolzano Renzo Caramaschi è arrivato a definire il provvedimento «una stupidaggine, una sciocchezza che non serve a nulla. Dannoso perché crea un clima che dà fastidio». Oggi in Alto Adige vivono circa 330 mila persone di lingua tedesca, il 70% degli abitanti. E la votazione del Consiglio provinciale ha fatto riemergere tensioni mai sopite in una regione con una lunga storia di rivendicazioni tra gruppi linguistici.

L’ITALIANIZZAZIONE FASCISTA

L’Alto Adige, strappato agli austriaci durante la Prima Guerra mondiale, divenne nel 1926 la Provincia di Bolzano. Il fascismo cercò di svolgere un’opera di “italianizzazione” mettendo in campo un preciso disegno politico che favoriva l’immigrazione di popolazione di lingua italiana. L’alleanza Hitler-Mussolini convinse i due Paesi a cercare di risolvere la questione una volta per tutte. Nel giugno 1939 in seguito agli Accordi di Berlino fu chiesto alla popolazione di madrelingua tedesca e ladina di scegliere: o mantenere la cittadinanza italiana e cessare ogni rivendicazione oppure scegliere per il Reich trasferendosi oltre il confine e ricevendo una compensazione per le proprietà. Quasi il 70% (185 mila) dei residenti di lingua tedesca della provincia di Bolzano e dei territori limitrofi scelsero la Germania. I cosiddetti optanten però erano stati anche oggetto di una propaganda terrorizzante da parte dei nazisti che avevano paventato deportazioni in Sicilia per i tedeschi che avessero scelto l’Italia. Lo scoppio della guerra mise di fatto fine al progetto di trasferimento. La questione rimase viva dopo il conflitto. Molti sudtirolesi decisero di tornare nelle case di origine anche quando la richiesta dell’Austria di ritornare in possesso della regione venne negata dagli Alleati.

L’ACCORDO DE GASPERI-GRUBER

Nel settembre 1946 l’accordo tra i due ministri degli Esteri di allora, l’italiano Alcide De Gasperi (ai tempi anche presidente del Consiglio) e l’austriaco Kaspar Gruber, voleva risolvere la questione della tutela della minoranza tedesca. Il patto prevedeva una completa uguaglianza di diritti, l’accettazione del bilinguismo, un potere legislativo ed esecutivo regionale autonomo e accordi (in un’epoca pre Unione europea) di libera circolazione, libero scambio e di riconoscimento dei titoli di studio. Nacque in quegli anni il Südtiroler Volkspartei, sorto per rappresentare gli interessi dei gruppi linguistici tedesco e ladino e che dominerà fino a oggi la politica locale.

GLI ANNI DEL TERRORISMO

L’insoddisfazione per la mancata realizzazione di tutti i punti del trattato crearono le basi per un decennio di tensioni che sfociarono nella formazione di gruppi terroristi che si definirono Freiheitskämpfer, “guerrieri della libertà”. Tra 1956 e il 1966 vennero compiuti più di 300 attentati a simboli dello Stato e dell’industrializzazione: centrali elettriche, tralicci dell’alta tensione, stazioni ferroviarie. Dal 1964 il conflitto si inasprì. Nove militari italiani (carabinieri, guardie di frontiera e finanzieri) furono uccisi fra il ’65 e il ’66. La tensione raggiunse il massimo con la strage di Cima Valona del 23 giugno 1967 dove persero la vita tre militari italiani e un altro rimase gravemente ferito. L’azione venne rivendicata dai separatisti del gruppo BSA Befreiungsausschuss Südtirol. Il 30 settembre 1967 alla stazione di Trento una bomba uccise due carabinieri. L’attentato venne attribuito in un primo momento ai separatisti, ma le inchieste successive ipotizzarono il coinvolgimento dei servizi italiani seguendo le trame della strategia della tensione. L’episodio rimane a oggi irrisolto.

IL PACCHETTO E LA FINE DELLE TENSIONI

Spinti anche dalle crescenti tensioni, Italia, Austria e i rappresentanti della minoranza linguistica arrivarono all’approvazione del cosiddetto “pacchetto“. Un’insieme di 137 misure (ratificate nel dicembre 1969 dal parlamento italiano) a tutela della popolazione sudtirolese. La parte più rilevante dell’attuazione del pacchetto era costituita dal rilascio del nuovo Statuto di autonomia con cui la Provincia di Bolzano nel 1972 ottenne di fatto lo status di una Regione con un’autonomia legislativa e amministrativa più ampia rispetto alle competenze di una Regione a statuto ordinario. Di fatto però il contrasto Italia-Austria si chiuse ufficialmente solo nel giugno 1992 quando il ministro degli Esteri austriaco, Alois Mock, consegnò all’ambasciatore italiano Alessandro Quaroni, un documento col quale il governo austriaco prendeva atto che l’Italia garantiva l’autonomia anche alle popolazioni altoatesine di lingua tedesca ponendo così fine a un conflitto diplomatico che era ancora aperto presso le Nazioni Unite dal 1960.

LE RIVENDICAZIONI DEI SEPARATISTI

Da allora la questione altoatesina si è espressa il più delle volte con provocazioni storiche o culturali. Nel 2010 Eva Klotz leader della formazione indipendentista Süd-Tiroler Freiheit e figlia di Georg (noto come il “martellatore della Val Passiria”) ex-terrorista del BSA morto in contumacia in Austria nel 1976, nel 2018 è stata condannata per vilipendio al tricolore: aveva diffuso dei manifesti con immagini e slogan anti-italiani (in uno di questi una scopa spazzava via il tricolore lasciando dietro di sé una scia bianco-rossa, i colori del Tirolo, con la scritta «Il Sudtirolo può rinunciare all’Italia». Mentre nel 2011 Luis Durnwalder, allora presidente della Provincia autonoma, dichiarò: «Non abbiamo nessun motivo per festeggiare l’unità d’Italia».

LE POLEMICHE SUL DOPPIO PASSAPORTO

Nel 2017 il cancelliere austriaco Sebastian Kurz annunciò l’intenzione di offrire cittadinanza e passaporto alla minoranza di lingua tedesca. Da anni lo scontro più acceso riguarda però i toponimi imposti dal governo fascista e non accettate dalla popolazione di lingua tedesca nonostante siano ormai divenuti di uso comune anche a livello internazionale.

Una foto d’archivio di Eva Klotz.

VITALIZI E STIPENDI D’ORO

L’autonomia però hai suoi privilegi, sia che si parli italiano che tedesco. Ha prodotto anche stipendi d’oro per le cariche politiche. Ai tempi del governo Renzi si era già tentato di intervenire sulle retribuzioni definite “esorbitanti” dei sindaci dell’intera Regione. Per fare un esempio, nel 2015 lo stipendio del sindaco di Merano superava quello del collega milanese ed era pari a quello di Roma. Nulla di fatto. Anzi, una delibera regionale della scorsa estate ha riportato le retribuzioni a quelle precedenti alla spending review. Il sindaco di Bolzano guadagnerà 13.312 euro mensili lordi, quello di Trento 9.432 euro. Fino al 2025, la Regione pagherà 10.664.879 euro per gli stipendi dei primi cittadini del Trentino e 14.200.336 euro per gli altoatesini. Poi ci sono i generosi vitalizi, tra cui quello ricevuto dalla “pasionaria” separatista Eva Klotz che ha ricevuto 946.175 euro in quanto ex membro del consiglio provinciale.

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Neonato morto nel Meranese: fermata la madre

La donna è sospettata di omicidio aggravato e occultamento di cadavere.

La procura di Bolzano ha fermato nella serata del 17 settembre una donna accusata di omicidio aggravato nei confronti del proprio figlio e di occultamento di cadavere. Lo comunica una nota della procura in riferimento al ritrovamento di un neonato morto in un cespuglio nel Meranese. La donna è una cittadina della Romania. Sono state sentite alcune persone informate sui fatti e sono stati sottoposti a sequestro alcuni oggetti ed indumenti nonché la stanza nella quale la donna soggiornava per motivi di lavoro. Ulteriori elementi sono attesi dall’autopsia.

IL CORPO RITROVATO DA DUE TURISTI

Il corpo del neonato è stato ritrovato da due turisti, durante una passeggiata, a pochi passi da una trattoria. Oswald Verdorfer, il contadino che ha assistito al ritrovamento del cadavere, ha raccontato: «Due turisti, dopo essersi fermati nel nostro locale, hanno proseguito con il loro cane per la strada. Dopo pochi metri la donna ha notato qualcosa in un cespuglio e ha chiamato l’amico che si è avvicinato e ha scoperto che si trattava di un bambino. A questo punto mi hanno chiamato e non mi è rimasto altro che allertare il 112». Il corpicino era nascosto sotto un cespuglio a un metro, forse un metro e mezzo dalla stradina. In questa stagione qui ogni giorno passano molti turisti durante le loro passeggiate a mezzacosta sopra la val d’Adige.

DISPOSTA L’AUTOPSIA PER STABILIRE LA CAUSA DI MORTE

«Il piccolo», racconta il contadino, «era nudo, ma pulito, un maschietto. Io non me la sono sentita di guardare, ero sotto choc. Il turista invece ha controllato il polso e ha detto che il corpicino era freddo». Il medico intervenuto sul posto ha stabilito che il piccolo era morto da alcune ore. La procura di Bolzano ha disposto l’autopsia per stabilire l’esatta causa di morte e per risalire ad altri elementi utili all’inchiesta. La notizia ha profondamente scosso gli abitanti di Lana, un paesino alle porte di Merano che vive di agricoltura e turismo, anche perché è arrivata appena un giorno dopo un’altra notizia tragica che ha visto vittima un bambino: quella della giovane mamma che, nel Beneventano, è stata arrestata con l’accusa di aver gettato il suo bimbo di appena quattro mesi in un dirupo lungo una strada statale.

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