Stefania Craxi a Salerno per ricordare Bettino: «Con lui l’Italia contava nel mondo, oggi no»

di Erika Noschese

Il mondo socialista si riunisce sotto il segno – e il nome – di Bettino Craxi. Ieri, al Mediterranea hotel, è stato ricordato lo storico leader del Psi, nel corso del convegno, organizzato dal giornalista Gaetano Amtruda, “Craxi ed il governo delle città, il socialismo dei comuni”, promosso dalla Fondazione Craxi nel ventennale della scomparsa dell’ex segretario del Psi e che ha visto la partecipazione di Stefano Caldoro, capo della opposizione di centrodestra in Consiglio regionale della Campania e già esponete del Psi; Carmelo Conte, ex Ministro delle Aree Urbane, ed Enzo Maraio, segretario nazionale del Partito Socialista. ««Su Craxi non è matura la riflessione solo a sinistra per il resto credo che vent’anni siano un tempo sufficiente per riflettere sull’opera e la figura di Craxi – ha dichiarato Stefania, figlia di Bettino e parlamentare di Forza Italia – È un’opera immensa , un lavoro che ha fatto, tutta la vita con passione e con onestà, per il bene del suo Paese e per affermare a sinistra la cultura riformista. Vent’anni sono anche un tempo sufficiente per fare un bilancio tra l’Italia di ieri e l’Italia di oggi, ricordo che l’Italia di ieri cresceva del 4%, diventava la quinta potenza economica mondiale, contava nel mondo, aveva voce nel Mediterraneo. Oggi l’Italia vive un declino che sembra inarrestabile, non contiamo nulla sullo scenario internazionale e ci è scappata di mano perfino la Libia».

Consiglia

La lettera inedita di Craxi da Hammamet a 20 anni dalla morte

L'Italia infestata da razzisti, forcaioli, partiti personali e demagogia. Così scriveva Bettino nel 1999. Una fotografia che vale ancora oggi. Il commento della figlia Stefania e di Cirino Pomicino per L43.

Il 19 gennaio del 2000 moriva ad Hammamet, in Tunisia, Bettino Craxi, all’anagrafe Benedetto. Fu l’epilogo di una parabola umana e politica che ha segnato la storia della Prima Repubblica. Amato e odiato, la sua memoria è ancora un punto dolente del nostro Paese.

BIGLIETTI, MEMORIALI, SMENTITE E FAX

Da quando era in terra tunisina Craxi iniziò a scrivere biglietti, missive, memoriali, smentite, fax a direttori di giornali. Tra le carte inedite degli archivi della Fondazione Craxi c’è questa lettera, scritta un anno prima della sua morte, datata gennaio 1999.

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SAPEVA CHE LA FINE ERA VICINA

Il leader socialista sapeva che la sua fine era vicina e aveva deciso di scrivere ai suoi amici e dedicare loro queste righe.

Ecco la riflessione della senatrice Stefania Craxi, figlia di Bettino, per Lettera43.it.

«ERA LA SUA BATTAGLIA DI VERITÀ»

«Si è detto e scritto tanto su Bettino Craxi negli anni del suo esilio. Celebri sono diventati i suoi fax – i cosiddetti “Fax di Hammamet” – con i quali il leader socialista ha tentato, spesso vanamente, di proseguire la sua “battaglia di verità” e con i quali ha cercato, fino agli ultimi giorni della sua vita, di far sentire la sua voce sui principali fatti e accadimenti che interessavano una politica nazionale sempre più imbarbarita e uno scenario europeo e internazionale nel quale l’Italia arrancava, perdendo posizioni e credibilità.

«ISPIRATO, LUCIDO E CHIARO»

Ricordo alcuni commenti. Dicevano: “Craxi non è più lucido”. Ebbene, basta leggere queste poche righe per comprendere la falsità di tali dichiarazioni, tese a proseguire una campagna di denigrazione, fatta di bugie e falsità, che è la rappresentazione plastica di una stagione infame e infausta come Tangentopoli. Ma non solo. In questa lettera, al pari di tanti suoi scritti dall’esilio, Craxi è meravigliosamente ispirato. Legge il presente con sguardo lucido e chiaro. Ma, ancor più, delinea con fare profetico gli scenari futuri.

«VISIONE PROSPETTICA DELL’ITALIA E DEL MONDO»

Pur vivendo in quella terra tunisina che ebbe a definire “straniera ma non estranea”, in una condizione non certo ottimale per ricevere notizie, confrontarsi e dibattere come abituato a fare per tutta la sua lunga vita, l’esule di Hammamet mantiene una lucidità e una visione prospettica sul futuro dell’Italia e del mondo.

Stefania Craxi durante la registrazione della trasmissione televisiva Porta a Porta dedicata al film Hammamet su Bettino Craxi. (Ansa)

«UNA VOCE FUORI DAL CORO»

Cosa stesse diventando il nostro Paese, quale fosse la condizione del nostro sistema democratico, lo stato di salute delle nostre istituzioni non era allora tema di discussione. La “nuova” Repubblica era rappresentata come il “paradiso terrestre”. Craxi era una voce fuori dal coro. Fastidiosa, insolente e, secondo alcuni, financo rancorosa.

«IMBARBARIMENTO DELLA VITA POLITICA»

La realtà – come il tempo e i fatti si sono incaricati di dimostrare – era ben diversa dalla narrazione del tempo, e oggi, le condizioni in cui versa il Paese, sono sotto gli occhi di tutti. L’imbarbarimento della vita politica, la deriva giudiziaria, la sudditanza della politica verso poteri terzi – verso certo mondo economico e verso certo potere finanziario – tengono in ostaggio il futuro dell’Italia e, su più ampia scala, il destino della stessa Europa.

«È UNA LETTURA SUL NOSTRO PRESENTE»

Rileggere Craxi a 20 anni dalla sua scomparsa non è pertanto un esercizio di accademia. I suoi scritti, i suoi appunti, il suo lascito ideale e il suo bagaglio culturale, rappresentano non un libro di memorie, una mera pagina di storia, ma una lettura sul nostro presente, una chiave con cui poter interpretare un domani tutto da decifrare e tutto da costruire. 

«NODI INSOLUTI ANCHE OGGI»

Sono almeno quattro – alcune contenute in questo bell’appunto – le tematiche che Craxi, inascoltato, pose da Hammamet all’attenzione dell’opinione pubblica e che rappresentano dei nodi insoluti dell’oggi. Spaziamo dall’Europa, il suo processo di integrazione con i suoi tempi e le sue modalità, i trattati capestro e la discussione sull’euro, al rapporto politica-magistratura e politica-finanza, passando per la “questione” istituzionale e l’irrisolto tema del finanziamento e dei costi della politica, fino agli effetti di una globalizzazione selvaggia. Craxi riposa nel piccolo cimitero cristiano ai piedi della Medina. Ma in fondo, come capita ai grandi della storia, continua a vivere.

Paolo Cirino Pomicino. (Ansa)

L’ex ministro della Democrazia cristiana, Paolo Cirino Pomicino, ha commentato così per L43:

«ATTUALITÀ SCONCERTANTE»

«Questa lettera è di una attualità sconcertante ed è una testimonianza di come i politici veri e di qualità sappiano vedere oltre l’orizzonte del futuro prossimo. Bettino chiede ai critici della Prima Repubblica cosa mai è la Seconda Repubblica. Nessuno risponderà perché la Seconda Repubblica è la negazione di ogni cultura politica come dimostrano i nomi dei partiti di oggi in Italia. Nomi sportivi, floreali, faunistici, fantastici o con nomi generici come il termine democratico che nella storia dell’Europa non trova termini simili.

«MEDIOCRITÀ IN PARLAMENTO»

I partiti italiani di oggi, infatti, non trovano riscontro in nessun Paese dell’Europa continentale perché hanno perso ogni identità. Avendola smarrita l’hanno sostituito con il personalismo che ha trasformato in chiave autoritaria tutti i partiti. I partiti personali reclutano la classe dirigente con il criterio della cortigianeria e quindi promuovono la mediocrità. E di conseguenza il parlamento è diventato sempre meno autorevole e credibile.

«IL DEBITO PUBBLICO È TRIPLICATO»

Ma queste sono opinioni mentre i fatti sono ancora più gravi. In 27 anni di Seconda Repubblica il debito pubblico è triplicato, la disoccupazione quasi raddoppiata e la crescita bloccata sin dal 1995. Il Paese ha svenduto le grandi eccellenze manifatturiere e l’intero sistema finanziario scegliendo per l’Italia sotto la guida di incapaci o di alcuni “agenti all’avana” un ruolo di Paese colonizzato.

«IRRILEVANZA INTERNAZIONALE DELL’ITALIA»

Inoltre in questi 25 anni c’è stato un impoverimento di massa che ha colpito il ceto medio mentre quello operaio nonostante lavori si è paurosamente avvicinato alla soglia della povertà. E per completare  questa tragica carrellata che Craxi aveva visto, in verità assieme a pochi altri della Prima Repubblica, si è consolidata una totale irrilevanza dell’Italia sul piano internazionale come ha dimostrato il tragico caso della Libia. Siamo forse il primo Paese industrializzato scivolato in un nuovo Commonwealth in cui non c’è la regina ma la finanza internazionale».

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L’ultimo Craxi raccontato da Andrea Spiri

Un uomo che si macera nella solitudine, tra sofferenza e brama di riscatto, disincantato, vinto. Eppure ancora irriducibile e travolto dalla passione. Per la politica. E la storia. «La battaglia della memoria», diceva il leader Psi, «non gliela faccio vincere». Un estratto.

La Medina, il canto di un muezzin che invita alla preghiera, il saluto dei pescatori, lo sguardo rivolto verso il mare.

Le giornate di Bettino Craxi sono tutte uguali ad Hammamet, scivolano lentamente tra rabbia, speranza e rassegnazione.

L’icona di un vecchio sistema di potere sfugge al malessere che gli procura la mutata condizione esistenziale tenendosi occupato il più possibile. Nuovi lavori e singolari passatempi, ma soprattutto la stesura di un diario che serve a riannodare i fili della memoria.

L’Ultimo Craxi, Diari da Hammamet di Andrea Spiri (Baldini & Castoldi) scava nell’intimo dei pensieri dell’ex presidente del Consiglio, restituendone la spiritualità. Lettera43.it ne pubblica un estratto.

La copertina di L’ultimo Craxi di Andrea Spiri.

Il 18 gennaio 2010, l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, scrisse una lettera alla signora Anna Craxi, vedova di Bettino, ponendo l’accento sull’«epilogo, il cui ricordo è ancora motivo di turbamento, della malattia e della morte in solitudine, lontano dall’Italia», dell’ex primo ministro socialista. «La considerazione complessiva della sua figura di leader politico e di uomo di governo», aggiunse, «non può venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità sanzionate per via giudiziaria, il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere». Furono parole importanti, quelle di Napolitano, pronunciate in occasione del decennale della scomparsa di Bettino Craxi. E da qui conviene ripartire, trascorsi altri due lustri.

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In questi 20 anni, intorno alla figura dell’uomo sepolto ad Hammamet si è combattuta in Italia una «guerra civile»: ci si è ritrovati su fronti opposti, assecondando da un lato la damnatio memoriae e indulgendo dall’altro alla pratica della riabilitazione. Additato con malanimo, oppure osannato come l’ultimo statista del Novecento, egli resta il personaggio più controverso della vicenda repubblicana, l’unico che suscita entusiasmi e risentimenti di portata così emozionale da travalicare il piano della politica. La dinamica si amplifica nell’era dei social, insulti e lodi si rincorrono sgomitando, a dimostrazione che non sempre il trascorrere del tempo riesce a sedimentare le passioni. Siamo così ancora fermi al punto di partenza, alle riflessioni amare formulate dallo studioso Giuseppe Tamburrano – «Mai in Italia un uomo politico e di Stato era passato così rapidamente dal servo encomio al codardo oltraggio» – che trovano punti di convergenza nell’analisi dall’accezione negativa di Giorgio Bocca, secondo il quale «la parabola umana e politica di Craxi è seconda solo a quella di Benito Mussolini, pure lui socialista, anche se può apparirne come la parodia». 

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Certo, gli storici continuano a interrogarsi, a esaminare il contesto, a fare luce su intuizioni e demeriti: l’impegno scientifico ha già rotto gli argini della «memoria maledetta» e offerto piena collocazione nella biografia politica nazionale, tenendo spesso a bada la tentazione di ridurre un lungo percorso al suo traumatico sbocco conclusivo. 

Eppure, affidare il giudizio al distacco della Storia si rivela tuttora operazione complicata: il «caso Craxi» è ancora aperto, resta il nervo scoperto della Repubblica, il riflesso della «cattiva coscienza» italiana che ha forse preteso di immergersi con fare sbrigativo in un lavacro generale da cui si è tentato poi di uscire con nuovi connotati, in un clima di esaltante purificazione, affibbiando il marchio dell’infamia al viaggio senza ritorno di un «fuggitivo». Ma il passato non passa, se non si ha il coraggio di farci i conti, se non lo si analizza fino in fondo, se lo si copre di menzogne. In questo senso, «l’ultimo Craxi» è l’emblema di un passato che continua a inseguire e a interrogare il nostro presente, di una transizione morale e politica incompiuta, di cui ancora oggi fatichiamo a individuare il punto di approdo. 

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Nell’ottobre del 1999, poche settimane prima che tutto avesse fine, ci si interrogava sulla possibilità di consentire all’ex leader socialista un rientro a fini umanitari, per essere curato in un contesto sanitario appropriato alle gravi condizioni di salute. Nella babele di linguaggi e commenti di allora, fanno riflettere le parole di un giovane editorialista della Stampa, Massimo Franco, che si riferisce a Craxi come fosse «l’ombra grande e insieme fragile e malata di un’altra Italia, vicinissima, anzi incombente, eppure rimossa». È questo il punto, evidente – a chi voleva capirlo – già sul finire del millennio. Il nostro Paese non ha fatto i conti con tutto quello che il politico «decisionista» ha rappresentato, con le sue luci e le sue ombre. L’Italia ha preferito rimuovere il problema, piuttosto che affrontarlo con maturità civile. Restando così nel limbo di un’estenuante e ambigua transizione, nella sospensione del tempo. E Bettino, andandosene in Tunisia, si è trasformato nel «grande alibi di tutti», ma non ha certo facilitato il disegno di rimozione; egli non ha voluto consegnarsi all’oblio, utilizzando i pochi strumenti che gli erano rimasti per combattere una «battaglia di verità». 

«L’ultimo Craxi» non è il «decisore» che ha saputo fornire spinta propulsiva al sistema politico del suo Paese; non è il dominus circondato da folle adulanti (o da «nani e ballerine» rapaci e prepotenti) e nemmeno il leader al crepuscolo inseguito dalla pioggia di monetine scagliategli addosso da una piccola folla di individui ululanti. 

La Medina, il canto di un muezzin che invita alla preghiera, il saluto dei pescatori, lo sguardo rivolto verso il mare, a scrutare l’orizzonte, forse nell’illusione di sentirsi più vicino all’Italia. Le giornate di Bettino sono tutte uguali ad Hammamet, scivolano lentamente tra rabbia, speranza e rassegnazione che si rincorrono quasi fossero tessere impazzite di un mosaico da sistemare. L’icona di un vecchio sistema di potere sfugge al malessere che gli procura la mutata condizione esistenziale tenendosi occupato il più possibile. Nuovi lavori e singolari passatempi, ma soprattutto la stesura di un «diario» che serve a riannodare i fili della memoria, a scavare nell’intimo dei pensieri, restituendone la spiritualità. E a lasciare testimonianza scritta di un grande dolore. 

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Il Craxi di Hammamet è un uomo che si macera nella solitudine, tra sofferenza e brama di riscatto, disincantato, vinto. Eppure ancora irriducibile, nella dignità dolorosa, travolto dalla passione. Per la Politica, ovviamente, ma soprattutto per la Storia: «Non posso fare altro… ma la battaglia della memoria non gliela faccio vincere». Le articolazioni storiche, però, si muovono lungo traiettorie disallineate rispetto all’esistenza degli individui: è questo il vero dramma che colpisce Bettino, il quale fatica a rassegnarsi all’idea che tutto stia per finire. 

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Vi spiego come Craxi diventò il nemico assoluto

Agli occhi della cultura comunista il leader del Psi era l’esatto contrario dell’«uomo nuovo» e il Pci lo considerò solo un antagonista senza misurarsi mai con le sue idee. Una frattura a sinistra che scontiamo ancora oggi.

Questo fine settimana la famiglia socialista, rappresentanti di altri partiti (purtroppo non ci sarà il Pd) ricorderanno il ventennale della morte di Bettino Craxi ad Hammamet.

Il film di Gianni Amelio ha cambiato lo stato emotivo del caso Craxi. Molte ostilità preconcette, basta leggere i social, sono rimaste ma la figura del leader socialista ha commosso per il suo tragico destino di capro espiatorio e per la dignità con cui ha affrontato la caduta e la fine. Sono stati pubblicati alcuni libri e di uno di questi mi voglio occupare qui.

Fabio Martini, commentatore politico della Stampa, giornalista di notevole livello, ha scritto per Rubettino (una piccola casa editrice calabrese con un bel catalogo) Controvento che è, a mio parere, il testo analitico più completa dell’intera vita politica, e intima, di Bettino Craxi. È un testo affascinante per la sua straordinaria sobrietà – pur essendo l’autore vicino alle ragioni di Craxi – e per la capacità di ricostruzione oggettiva di fatti e dei ruoli di tutti gli attori di questa drammatica vicenda.

LA PUBBLICISTICA SU CRAXI TROPPO INFLUENZATA DAL GIUSTIZIALISMO

La fine politica e la morte fisica di Craxi sono forse l’emblema più esemplare di come sia stata distrutta una intera stagione democratica. Spesso la pubblicistica, anche per responsabilità della potente corrente giustizialista che domina i giornali e anche i partiti, e purtroppo quelli post-Pci (tranne Massimo D’Alema) – riduce la vicenda del leader scomparso a fatto criminale o gli riconosce, in uno sforzo di equanimità, solo di essere stato un grande leader e di aver fatto una cosa sola significativa, far circondare i marines americani dai carabinieri a Sigonella.

Craxi portò alla ribalta politica un anticomunismo democratico che non si vergognava di sé, privo di sensi di inferiorità, armato culturalmente alla battaglia

Sono affermazioni che hanno valore ma che rivelano una incapacità della politica e degli intellettuali politici di analizzare uno dei passaggi cruciali della storia d’Italia. Martini non fa questo errore. Martini racconta la biografia del più autonomista e anticomunista socialista italiano. È bene tenere a mente queste definizioni. Craxi era un socialista autonomista, sulla scia di Pietro Nenni e di altri grandi leader del Psi (lo era anche Riccardo Lombardi, il mio preferito), ma Craxi portò alla ribalta politica un anticomunismo democratico che non si vergognava di sé, privo di sensi di inferiorità, armato culturalmente alla battaglia. E fu e rimane socialista. Lui.

QUELL’IDEA DI ITALIA MODERNA PORTATA AVANTI DAL LEADER DEL PSI

Dov’era il tratto anticomunista originale di Craxi? Certo era nell’ideologia, nella critica dell’ideologia comunista e nel tentativo di svincolarsi dalla potente e invadente macchina politica messa su in modo straordinario da Palmiro Togliatti. Ma era fondamentalmente nell’idea, lo scrive bene Martini, che l’Italia fosse un grande Paese a cui servivano riforme che abbracciassero la vita istituzionale, la vita economica, il senso comune. In questo senso dire che Craxi fu uno statista o un grande statista, non basta più.

Una riunione del Psi nel 1993 (foto LaPresse).

Craxi tentò una rivoluzione democratica, molto “scostumata”, che cercava di modificare un modello repubblicano uscito dai primi anni del Dopoguerra. Lo fece con paziente lavorìo, con la passione del totus politicus, con uno sguardo alle cose del mondo che lo portarono a scelte gigantesche, dai missili, a Sigonella, alla solidarietà attiva e finanziaria verso i movimenti che si opponevano in Europa e nelle Americhe contro le dittature. La disinvoltura con cui gestì quella che chiamammo la questione morale nacque anch’essa da una intuizione politica (discutibile): la politica deve autofinanziarsi, tutti lo facciamo allo stesso modo, troviamo una strada comune per uscire.

BETTINO NON COLSE IL DILAGARE DEL SENTIMENTO ANTI-CRAXIANO

Craxi andò a sbattere contro tre iceberg. Il primo autoprodotto. Il leader socialista non capì, se non alla fine, quante energie contrarie stava creando e nel suo rifiuto del populismo non colse il sentimento anti-craxiano che dilagava, sollecitato dai partiti avversi, dal Pci, al Msi, alla Lega. Craxi ebbe di fronte a sé l’iceberg rappresentato da un gruppo potente su cui esistono poche ricostruzioni, cioè la procura di Milano, protagonista nella strategia di scardinare l’assetto istituzionale nella pur giusta lotta contro la corruzione. Stiamo parlando della procura più politicizzata del mondo, poi ne verranno anche altre, Palermo compresa, la cui cultura è oggi esemplarmente mostrata dalle posizioni agghiaccianti del dottor Piercamillo Davigo. Infine Craxi si scontrò con l’iceberg comunista. Questo iceberg era, scusate il paradosso, fiammante, soprattutto nella fase in cui si stava sciogliendo. Lo scontro con Enrico Berlinguer, come racconta Martini, creò una rottura emotiva con la sinistra che è tuttora insanabile.

La guerra dentro la sinistra affonda le sue radici nella frattura tra Psi e Pci

Il dato paradossale di questa guerra che non finirà mai, malgrado alcuni di noi cerchino di mettere pace, è che essa appartiene interamente alle ragioni del passato. Il craxismo oggi è superato dal cambiamento radicale della politica. Il comunismo italiano, con la caduta del comunismo sovietico, ha visto venir meno persino le ragioni della scissione del ’21. Eppure lo scontro a sinistra resta aperto. Servirebbe un passo avanti e i libri come quello di Fabio Martini ci aiutano perché portano fatti, analisi, suggestioni. Chi scrive è stato intensamente figlio del Pci e ammiratore di Enrico Berlinguer, ma alla luce di ciò che ha imparato in questi anni trova molte delle scelte di quel periodo completamente errate. Soprattutto quella reazione di lesa maestà per cui il Pci visse l’uomo Craxi come un nemico assoluto.

Da sinistra, Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer negli Anni 80 (foto LaPresse).

LA GRANDE OCCASIONE DEL 1989 BUTTATA DA SOCIALISTI E COMUNISTI

Craxi agli occhi della cultura comunista, soprattutto negli anni berlingueriani, era l’esatto contrario dell’«uomo nuovo», il vero bambolotto di pezza dei militanti del partito che, a mio avviso, non credevano nel regime sovietico ma credevano in una trasformazione sociale che avrebbe portato all’«uomo nuovo». Craxi, invece, era figlio dei tempi, persino troppo figlio di quei tempi, al punto da non capire che stavano finendo. L’89 ci fu la grande occasione per riprendere una strada comune. Craxi non lo capì, gli ex comunisti cercarono scorciatoie. Poi vennero gli anni tunisini e tutti questi ventanni in cui, a parte dichiarazioni importanti di D’Alema e Piero Fassino, nessun dirigente ex Pci ha riflettuto sulla figura del grande antagonista. Io, nei loro panni, avrei fatto meno autocritiche, mi sarei risparmiato frasi buffe – penso a Fassino e Walter Veltroni, tipo: non sono mai stato comunista – ma mi sarei misurato con le idee del vecchio caro nemico. Capire quella guerra a sinistra può a aiutare a ricostruire.

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Hammamet, se l’uomo Bettino oscura il politico Craxi

Gianni Amelio si concentra sull'umanità del leader Psi. Sottrarsi a ogni giudizio e presa di posizione, però, rappresenta una delle debolezze del film.

Gianni Amelio racconta con Hammamet gli ultimi sei mesi di vita di Bettino Craxi, interpretato da un camaleontico Pierfrancesco Favino.

E lo fa senza mai nominarlo: il leader Psi è soltanto “il Presidente”.

Il regista propone il ritratto di un uomo invecchiato e in “esilio”, che trascorre il suo tempo tra problemi di salute e famiglia, dialogando con i suoi ospiti del passato e, ovviamente, di politica.

Il film non dà alcun giudizio sulla figura di Craxi e racconta la permanenza a Hammamet come una sorta di diario-confessione. I personaggi secondari sono solo abbozzati e risultano stereotipati. Anche per questo, senza la presenza di Favino Hammamet faticherebbe a convincere lo spettatore.

Regia: Gianni Amelio; genere: drammatico (Italia, 2020); attori: Piefrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Alberto Paradossi, Federico Bergamaschi, Roberto De Francesco, Adolfo Margiotta, Massimo Olcese, Omero Antonutti, Giuseppe Cederna e con Renato Carpentieri e Claudia Gerini.

HAMMAMET IN PILLOLE

TI PIACERÀ SE: ti piacciono i film che affrontano la recente storia italiana concentrandosi sul lato umano dei protagonisti.

DEVI EVITARLO SE: ti aspetti un film che prenda posizione su una delle figure più discusse della politica italiana.

CON CHI VEDERLO: con chi ha assistito alla caduta del leader socialista e alla fine della Prima Repubblica.

LA SCENA MEMORABILE: Le riflessioni sulla politica di Craxi.

LA FRASE CULT: «Finanziamenti illeciti, chi li ha mai negati! Ma non tutto serviva per la parata!»

La locandina di Hammemet uscito nelle sale il 9 gennaio.

1. NON È UN BIOPIC

La sceneggiatura, scritta da Gianni Amelio in collaborazione con Alberto Taraglio, si è concentrata sul lato più privato e umano degli ultimi sei mesi di vita del politico, malato da tempo di diabete e con un tumore al rene. Il regista ha sottolineato che non si tratta di un film biografico, ma di un progetto che dà spazio agli «spasmi di un’agonia».

Pierfrancesco Favino è Bettino Craxi.

2. L’INCREDIBILE TRASFORMAZIONE DI FAVINO

Pierfrancesco Favino è stato trasformato in Craxi da un team di truccatori italiani che hanno studiato in Inghilterra. Per ottenere l’incredibile livello di realismo, sono stati impiegati molti mesi. L’attore ha sottolineato: «Ricordo che durante il rituale dell’applicazione arrivava il momento, quello in cui venivano messe le sopracciglia finte e indossavo gli occhiali, che era per me il momento dell’oblio di sé, capace di aprire la porta verso qualcosa di nuovo e di diverso. Una porta che, non ci fosse stata, non sarei stato in grado di entrare in un mondo altro e di toccare le cose e le corte che ho toccato». Trovare la giusta voce è stato invece frutto di un lavoro meticoloso basato sulla visione di molti video e interviste.

3. L’UOMO PRIMA DEL POLITICO

Favino ha ammesso di conoscere, prima del film, solo il politico Craxi, non l’uomo. Per addentrarsi nella storia senza prendere posizione o esprimere giudizi, l’attore si è concentrato sul concetto di “eredità” e sulla figura di un padre.

4. LE LOCATION DEL PRESIDENTE

Per aumentare ulteriormente l’aderenza con la realtà, alcune sequenze del film sono state girate nei luoghi in cui ha vissuto Craxi tra cui la casa di Hammamet dove l’ex presidente del Consiglio è rimasto fino alla morte, il 19 gennaio 2000.

L’impressionante trasformazione di Favino.

5. UN FILM DI INNOMINATI

Gianni Amelio ha eliminato tutti i nomi propri dal film. «Non si fanno», ha spiegato il regista, «perché si conoscono anche troppo». La scelta invece di modificarne alcuni e chiamare la figlia Anita invece di Stefania è stata presa pensando alla venerazione del politico nei confronti di Garibaldi.

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Cari ex Pci, su Craxi continuate a sbagliare

Il leader socialista è stato capro espiatorio di un sistema politico. A 20 anni dalla sua morte, bisognerebbe avere il coraggio di riconoscerne la statura.

Ho visto ieri sera Hammamet di Gianni Amelio. Lo davano in due sale dello stesso cinema, tutte e due piene. È un gran film, girato con mano leggera da un regista attento e padrone del suo tempo con attori formidabili, non solo Pierfrancesco Favino, eccezionale, non solo Renato Carpentieri e Omero Antoniutti o il soffertissimo Vincenzo Balzamo di Giuseppe Cederna, ma anche la formidabile Livia Rossi nel ruolo difficile di Stefania Craxi.

FUORI DALLA DAMNATIO MEMORIAE

“Un gran bel film” è una osservazione da spettatore, neppure particolarmente cinefilo che non può sfuggire, tuttavia, alla valutazione politica del lavoro di Amelio. Un primo risultato il regista e i produttori Agostino e Maria Grazia Saccà l’hanno raggiunto togliendo il dibattito su Craxi dal politichese o peggio ancora dalla damnatio memoriae. Quando tanti spettatori vanno al cinema per vedere un film come questo, non vuol dire solo ricatturare l’attenzione di vecchi socialisti e di antichi comunisti, ma tornare a parlare a un pubblico che non ha creduto che la storia italiana sia cominciata con Beppe Grillo e Matteo Salvini.

NON RISOLVE IL “CASO CRAXI”

Il film tuttavia non risolve, né poteva, il “caso Craxi”. È probabile che chi sia entrato nella sala cinematografica con un pregiudizio favorevole al leader Psi lo abbia visto confermato. È credibile che altri abbiano mal digerito l’autodifesa strenua che Craxi fa di sé e alcuni commenti ascoltati in sala a fine proiezione fanno pensare che molti anti-craxiani siano rimasti tali. Tuttavia non credo che Amelio, che non conosco, né Agostino e Maria Grazia Saccà, che non conosco, volessero con il film dare una svolta alla lettura della vicenda umana e politica di Bettino Craxi. Volevano semplicemente raccontare una storia dura, complessa, una tragedia italiana, con le parole e con il punto di vista della “vittima”.

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IL PUNTO DI VISTA DELLA VITTIMA

Perché di questo si tratta: Hammamet racconta il punto di vista della vittima. Uso questo termine deliberatamente perché i vent’anni che ci separano dalla sua morte restituiscono appieno al leader socialista il ruolo di capro espiatorio di un sistema politico e l’obiettivo di una magistratura che si rivelò, anche in quella occasione, totalmente priva di umanità. Craxi è un uomo malato, che si è rifugiato nella sua casa tunisina e che combatte perché la sua storia non diventi storia criminale. Chiama gli altri partiti politici alla comune responsabilità del finanziamento illegale. È incazzatissimo con i comunisti o ex che, secondo lui, si sono avvantaggiati delle azioni di una procura che li aveva risparmiati. Si ribella ai compagni di partito, c’è un netto riferimento a Giuliano Amato, che non lo difendono. Sia Craxi sia Moro, anni prima, hanno la netta consapevolezza che la loro fine potrebbe travolgere non solo partiti, non solo il sistema politico, ma modificare le basi stesse della democrazia. Così è stato. Ma non se ne discute. Il “caso Moro” viene chiuso nella rassegnazione di una fine inevitabile e nel dibattito successivo (il solito) su quanto Stato ci sia dietro gli assassini. Nel “caso Craxi” c’è l’ottusità di chi non vuole uscire dal circuito mediatico-giudiziario.

LA FINE DEI SOCIALISTI

Lasciamo perdere Moro, ora. Il “caso Craxi” porta alla luce poche cose molto chiare. I socialisti dopo la morte del loro capo si sono dispersi, molti sono diventati combattivi militanti di destra. Nel loro orizzonte la storia del Psi inizia e finisce col leader più discusso, al punto che sono rare i dibattiti sull’intera e grandiosa storia socialista italiana. Per tantissimi socialisti il “caso Craxi” è la conferma dell’odio reciproco con i comunisti. Dall’altra parte abbiamo la cultura, e oggi la classe di governo, giustizialista che con i “casi Craxi” ha trovato la legittimazione per creare movimenti politici, per arrivare al governo del Paese, dando il peggio di sé, come si vede quotidianamente. Nel mio mondo, quello ex comunista, alcuni hanno fatto sforzi per restituire a Craxi la dignità del grande capo politico (dispiace molto che i socialisti e la famiglia Craxi tuttora non dicano una parola sui tentativi di Massimo D’Alema, allora premier, e di molti suoi “seguaci” di portare Craxi in Italia senza l’offesa della carcerazione e delle manette). Tuttavia questi ex comunisti “revisionisti” hanno parlato solo a se stessi nel timore che l’anima antisocialista e anticraxiana, molto forte negli ex Pci, potesse ribellarsi.

L’UOMO TORNA AL CENTRO

Il film aiuta invece questo processo. Aiuta a rimettere al centro l’uomo Craxi e il suo discorso politico. E aiuta a fare gesti esemplari. Avevo proposto che un gruppo di ex dirigenti dell’ex Pci si recasse ad Hammamet nel ventennale anche scontando l’eventuale immorale presenza di Salvini. Alcuni dirigenti socialisti hanno chiesto a Zingaretti di capeggiare una delegazione del Pd. Perché tanto silenzio? Perché accettare quest’ultimo ricatto dei perdenti della storia, cioè il mondo giustizialista e grillino, e rifiutare di fare i conti con un uomo, un partito, le sue idee, i suoi errori, l’orrore di una morte annunciatissima. Perché, mi chiedo, noi che siamo stati comunisti dobbiamo, vent’anni dopo, farci rinchiudere nel recinto di una cultura antipolitica guidata da procure e da giornalisti? Deve emergere un punto di vista della politica che, sulla base di una seria ricostruzione – attendo di leggere il libro di Fabio Martini –, possa avviare una riconciliazione fra tutte le sinistre dove non ci siano più figli di un dio minore, uomini di malaffare, puri senza macchia.

hammamet-craxi

LO SPESSORE UMANO DELLA POLITICA

Il “caso Craxi” non si chiuderà mai e non si deve chiudere mai. Il film ci parla anche dello spessore umano che dovrebbe avere la politica. Noi stiamo vivendo anni atroci in cui l’avversario non è solo nemico ma un “oggetto” che deve essere annichilito. Chi ha visto il film capisce quanto dolore si crea, quando dolore si sparge (quel gruppo di gitanti ad Hammamet che insultano Craxi), quando ci allontaniamo da una società veramente civile.

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Per capire Craxi bisogna conoscerne gli errori

Due furono quelli che ne determinarono la fine politica. Il primo fu avere troppo tollerato nel Psi personaggi a dir poco improbabili. Il secondo aver sottovalutato la forza organizzativa e l'istinto di sopravvivenza del Pci.

Per ricordarsi in modo chiaro di Bettino Craxi uomo politico occorre avere almeno 50 anni e quindi circa metà degli italiani ricordano il leader socialista italiano, scomparso il 19 gennaio de 2000 a 65 anni in esilio ad Hammamet in Tunisia, poco e male, e i più non lo ricordano affatto. Morì da latitante con due condanne per finanziamento illecito della politica e con quattro processi ancora in corso. Tuttavia c’è chi ritiene gli vada restituito un posto più dignitoso nella storia politica del Paese, a incominciare dal posto che gli spetta nella storia della sinistra italiana.

A un condannato? Si può rispondere con un’altra domanda: quanti capi di partito avrebbero potuto e magari dovuto essere come lui condannati per finanziamento illecito della politica, per soldi arrivati illegalmente al partito, dall’Italia o dall’estero, e non certo a loro insaputa? Sarebbe giusto rispondere a entrambe le domande, e non solo alla prima. Le colpe principali di Bettino Craxi furono probabilmente due, e ne determinarono la fine politica. La prima implica anche responsabilità morali e fu quella di avere troppo tollerato nel suo partito, il Psi, personaggi a dir poco improbabili, in un clima dove abbondavano “nani e ballerine” come ebbe a dire il ministro socialista Rino Formica negli anni 80, cioè sicofanti e profittatori. Ma Bettino era convinto di poter gestire questa corte forte delle proprie capacità e del fatto di essere, insieme a Filippo Turati che mai però riuscì a portarsi dietro tutto il socialismo italiano, l’unico leader capace di far marciare i socialisti italiani sui binari del socialismo democratico europeo, non peninsulare massimalista e velleitario, ma con orizzonti più ampi e obiettivi più chiari. Craxi aveva capacità e forza di governo che a Turati, più pensatore che capo, in parte mancavano.

LE ANIME DEL SOCIALISMO ITALIANO

Non si capisce Craxi, e non si capisce nemmeno il Pietro Nenni dopo il 1956, se si dimentica che il socialismo italiano ebbe sempre almeno due anime se non cinque, diviso fra socialdemocratici di stampo europeo e massimalisti, spesso ancor più rivoluzionari quest’ultimi (a parole) dei comunisti, che del massimalismo socialista diventarono l’ala organizzata e disciplinata, e in pochi anni di totale ispirazione sovietica. Già ben presenti a fine 800, i socialdemocratici si affermarono rapidamente in Germania subito dopo il ciclone bellico che aveva lacerato nel 1914-18 la grande famiglia socialista europea, e in risposta (anche armata) al bolscevismo russo. Non si sa se la socialdemocrazia si sarebbe allora affermata anche in Italia, perché il fascismo, uscito in pieno inizialmente dalla costola del socialismo italiano, chiuse a partire dal 1923 la partita. Ma è certo che dal 1912 al 1914 furono i massimalisti con Benito Mussolini a guidare il Psi, tornando alla testa (senza Mussolini) nel 1919 quando a Bologna al XVI Congresso aderirono per acclamazione all’Internazionale Comunista moscovita; nel ’22 Turati e i moderati furono espulsi.

LA CELEBRE PROFEZIA DI TURATI

È rimasta famosa la profezia che Turati lanciò parlando il 19 gennaio del 1921 al XVII Congresso socialista di Livorno, quello che vide la scissione comunista in risposta all’appello bolscevico. Il mito della rivoluzione russa non sarebbe durato a lungo, disse Turati; si sarebbe innervato, per durare, sulla forza del nazionalismo russo, diventandone l’ultima incarnazione; se innescata anche in Italia, la rivoluzione bolscevica avrebbe portato una durissima reazione, essendo l’Italia certo non sviluppata come la Germania, ma neppure arretrata come la Russia, ma una via di mezzo dove la borghesia non avrebbe accettato il bolscevismo. Tutto vero. Sessant’anni dopo (1982), uno che a Livorno c’era e da protagonista comunista, Umberto Terracini, disse alcune cose che non piacquero al suo partito e le disse anche Camilla Ravera, un’altra che da comunista a Livorno c’era: dissero che allora Turati aveva ragione, e i comunisti torto.

Craxi fu, in Italia e non solo, il grande protettore degli apostati ed esuli del comunismo

È partendo da questo che Craxi commise il suo secondo grave errore: la sottovalutazione della forza organizzativa e dell’istinto di sopravvivenza del Pci. Craxi aveva uno schema mentale piuttosto semplice con cui misurare i rapporti con il comunismo, italiano e sovietico, e ne traeva una conclusione altrettanto semplice: sono partiti con il piede sbagliato e, avendo fallito le grandi promesse, hanno perso la partita. Come dargli torto? Craxi fu, in Italia e non solo, il grande protettore degli apostati ed esuli del comunismo. «È lui che ci ha aiutato, dal Pci solo alcune buone parole di Giorgio Napolitano, perché il Pci parlava con la Cecoslovacchia ufficiale, non con noi», diceva il cecoslovacco Jiri Pelikan. Craxi, il cui ego come spesso accade ai leader politici non era certo di modeste dimensioni, pensava che lui stesso, se medesimo, e la Storia avrebbero risolto l’equivoco comunista. Il suo piccolo (e non tanto piccolo) trionfo su scala italiana doveva essere la caduta del Muro di Berlino nel novembre del 1989 e tutto quanto ne seguì, ma fu invece l’inizio della sua fine. La causa fu il combinato-disposto fra “nani e ballerine” e tutto il conseguente, e l’istinto di sopravvivenza di un partito, e di una cultura, che il detestato Palmiro Togliatti, l’uomo che copriva di insulti nell’aprile 1932 la memoria di un Turati da pochi giorni scomparso, aveva modellato come una macchina da guerra, non ancora del tutto spompata.

Yasser Arafat osserva un ritratto di Bettino Craxi.

C’è un passaggio illuminante nella prima biografia di Massimo D’Alema nuovo segretario PDS (così si chiamava dal 1991 l’ex Pci dopo la scissione di Rifondazione), uscita nel 1995 a firma di Giovanni Fasanella e Daniele Martini. «Eravamo – diceva D’Alema – come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, e lì c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista…. L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia». Concetti analoghi, un po’ meno strategici e bellicosi, avevano già espresso anni prima altri esponenti Pci o ex Pci, tra cui già nel 1987 l’ex segretario generale Cgil, Luciano Lama.

IL RAPPORTO CONFLITTUALE COL PCI

Per capire Craxi resta fondamentale il suo rapporto conflittuale con il Pci, e con il comunismo in genere e sovietico in particolare. La storia delle relazioni con la Dc è cosa diversa, una ripresa del centrosinistra con meno ambizioni e più cinismo, dove un partito indebolito da troppe correnti e da 40 anni ininterrotti di governo – grazie a un Pci troppo legato a Mosca per governare in un Paese della Nato e deciso a rimanere nell’Alleanza – poteva accomodare un’alternanza socialista mantenendo però ben salde le leve del potere economico e finanziario nell’ampio mondo di grandi imprese e banche Iri. Entrambi, socialisti e democristiani, utilizzarono abbondantemente in quell’ultimo scorcio di Guerra Fredda la spesa pubblica italiana per governare, con un salto di qualità negativo per il debito che il Paese non ha più saputo recuperare.

Con il Pci fu per Craxi diverso, una storia assai più lunga nel tempo. Gli ex comunisti si sono già abbondantemente cosparsi il capo di cenere, più in privato che in pubblico ma è umanamente comprensibile, per una serie di scelte discutibili, la prima delle quali fu continuare a credere nella Rivoluzione sovietica anche quando questa, a partire dal 1924-1926, si trasformava in uno strumento del nazionalismo russo e di un gruppo dirigente semi-asiatico attorno a Stalin. La forza del mito russo, la prima grande rivoluzione del 900 secolo si pensava delle rivoluzioni, era comunque irresistibile. Craxi rimase invece fedele a quanto Turati, già nell’ottobre del 1919, diceva al citato XVI Congresso, a Bologna, preconizzando il “triste effetto” dell’ottobre russo: miseria, terrore, “mancanza di ogni libero consenso”, militarizzazione dell’economia, “una rivoluzione a oltranza per la quale” il popolo russo “è manifestamente immaturo” e avvio di “una infinita odissea di dolori”, mentre un graduale riformismo socialdemocratico rispettoso delle libertà avrebbe potuto portare ben altri risultati. Ma non c’era un granché in Russia come tradizione rispettosa delle libertà, e il Grande Partito non ha certo cambiato le cose.

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Una proposta agli ex Pci: il 19 gennaio andiamo ad Hammamet

La comunità socialista sarà in Tunisia per ricordare Bettino Craxi. È l'occasione per fare un gesto forte di riconciliazione. E mettere da parte le divisioni, una volta per tutte.

Tra il 17 e il 19 di gennaio la comunità socialista ricorderà ad Hammamet la morte di Bettino Craxi. Sono passati 20 anni, ma per i socialisti è una ferita aperta e per chi socialista non è stato, addirittura ha avversato Craxi, da tempo è iniziato un tentativo di ricostruirne la vicenda politica dando al leader del Psi meriti che in vita gli furono negati, fino al punto che fu lasciato morire in Tunisia malgrado potesse essere curato, e forse salvato, in Italia. Craxi è uno dei “grandi” della politica italiana. I socialisti non devono aversene a male se questo riconoscimento che si va facendo strada spesso non è accompagnato da una generale adesione alle sue scelte, anzi si accompagna ad una critica di alcune sue scelte. Il tema ancora bruciante è, però, il rapporto fra Craxi e la sua memoria e il vasto mondo, ormai disperso, degli ex comunisti, ovvero, più correttamente, degli ex Pci.

SERVE UN GESTO DI RICONCILIAZIONE

Io credo che sia giunto il tempo che un gruppo di ex comunisti, ovvero di ex Pci, partecipi in questa veste al ricordo di Craxi ad Hammamet. Qualcuno potrebbe andarci da solo oppure coinvolto nelle diverse delegazioni che le diverse famiglie socialiste stanno organizzando. Ma il fatto politico, l’evento che potrebbe avviare la definitiva riconciliazione fra ex Pci e ex Psi (che in parte è già avvenuta nella comune militanza a sinistra di questi anni), sarebbe se la partecipazione alla commemorazione vedesse in prima fila (è un modo di dire, si può stare anche in fondo) un gruppo di ex Pci. Il funerale di Craxi 20 anni fa si fece in Tunisia. La famiglia rifiutò l’offerta del premier Massimo D’Alema del funerale di Stato in Italia, Marco Minniti, sottosegretario di quel governo, e Gavino Angius, capogruppo al senato del partito ex comunista, si recarono in Tunisia. Poi negli anni successivi c’è stato molto silenzio e l’acredine reciproca ha creato nuove ferite. Molti socialisti sono passati a destra sostenendo di farlo in nome di Craxi che a destra, viceversa, non sarebbe mai passato. Anche i figli di Craxi hanno avuto atteggiamenti diversi, intransigente la figlia Stefania, partecipe di una comune esperienza politica Bobo, mio caro amico.

Craxi e il craxismo sono rimasti nell’immaginario collettivo sia come simbolo di un ardito riformismo sia, al contrario, come espressione di una eccessiva prepotenza della politica

Ora vedremo se Gianni Amelio, nel film che dicono sia magistralmente interpretato da Favino, saprà dare l’immagine giusta del leader socialista. C’è tuttavia un punto di fondo che a sinistra si deve comprendere. Non è vero che bisogna “scurdarsi o passato”. I grandi fenomeni popolari o di opinione pubblica restano nella memoria. Craxi e il craxismo sono rimasti nell’immaginario collettivo sia come simbolo di un ardito riformismo sia, al contrario, come espressione di una eccessiva prepotenza della politica. Gli ex Pci, che hanno accettato che si facesse strame della propria storia, dovrebbero assumere come regola di vita intellettuale e politica quella di non lasciar marcire la propria memoria e di non lasciare irrisolte le grandi questioni. Il craxismo è stata la più grande questione che la sinistra abbia avuto davanti a sé in anni cruciali, enfatizzata addirittura dal diverso atteggiamento nel caso del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro.

AD HAMMAMET UNA DELEGAZIONE POST PCI CI DEVE ESSERE

Ad Hammamet una delegazione post Pci ci deve essere. Chi deve organizzarla? Ci sono tanti dirigenti di quel partito che fanno ancora politica o che hanno smesso da poco che possono farsi promotori di questa iniziativa. Può farlo una organizzazione culturale, una assemblea. Io sono nessuno, ma se ci fosse questa iniziativa parteciperei volentieri. Il tema da lanciare è la scelta dell’ unilaterale “riconciliazione” con la figura di Craxi. Tempo fa ho usato un verbo che non è piaciuto perché ho scritto che i comunisti devono “riabilitare” Craxi. Riconosco che fu una espressione infelice il cui senso politico era chiarissimo. Oggi dico ai miei che dobbiamo fare un gesto forte di riconciliazione, che scaverà come una talpa buona, fra le nostre radici: andiamo ad Hammamet, chiunque ci sia, anche se lì ci saranno quelli del cappio. Andiamo ad Hammamet con la famiglia socialista, non guardando alle sue divisioni (le nostre sono persino maggiori) ma pensando che nel futuro questo gesto può produrre unità.

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Cari ex compagni, è il momento di riabilitare Craxi

Il leader socialista era figlio del riformismo italiano e interprete della sua idea più aggressiva con una visione che tuttora è legittimo non condividere. Ma sarebbe un gesto esemplare chiedere rispetto per la sua figura. E se Davigo non è d’accordo, pazienza.

Fra qualche settimana, comunque all’inizio del nuovo anno, vedremo nelle sale il film di Gianni Amelio dedicato a Bettino Craxi.

Chi l’ha visto ne parla molto bene ed elogia l’interpretazione di Pierfrancesco Favino, già straordinario interprete di tanti film, fra cui Il Traditore di Marco Bellocchio che racconta la storia di Masino Buscetta.

Fra qualche mese è anche l‘anniversario, 20 anni, della morte di Craxi quindi è normale e positivo che alcuni organi di stampa, in primo luogo il Corriere della Sera se ne occupino, diffusamente. Il Corriere lo ha fatto ieri con un articolo di Pigi Battista e un dibattito fra storici, Giovanni Scirocco, Silvio PonsRoberto Chiarini. Chi ha letto questi testi ha trovato sicuramente riflessioni di grande interesse.

IL DIBATTITO PIENO DI LUOGHI COMUNI SU CRAXI

C’è un doppio tema che accende la discussione sulla figura di Craxi ed è da un lato la sua demonizzazione criminale e dall’altro, non slegato da esso, il riproporsi delle ragioni della contrapposizione fra Craxi e il Pci e ancora oggi fra il socialismo che si richiama al suo leader e i post comunisti.

La riforma radicale di politica e istituzioni è l’unica salvezza contro la destra che dilaga sia nelle forme del sovranismo leghista sia nelle idee della destra tradizionale di Giorgia Meloni

È una discussione difficile, ancora piena di acrimonie, di luoghi comuni, di incapacità di guardare lontano, sia all’indietro, sia, soprattutto, davanti. Ovviamente non è possibile un giudizio definitivo che metta pace fra i contraddittori. Per tanti Craxi resta un innovatore vittima del giustizialismo, per altri il simbolo della corruzione della politica. Né è facile rasserenare gli animi fra la componente comunista e quella socialista che negli anni di Craxi e Berlinguer si divisero in modo irrevocabile.

PER LA SINISTRA LA SOCIALDEMOCRAZIA ERA L’UNICA PROSPETTIVA

La beffa della storia è che oggi molte di quelle ragioni di divisione sono irrilevanti. La socialdemocrazia, ancorché cadente, era l’unica prospettiva  per la sinistra di fronte a un comunismo fallimentare  e persino di fronte all’italo-comunismo. È chiaro a tutti che dopo il 2008 si è fatta strada l’idea socialista che non c’è salvezza fuori da una logica che porti la sinistra a fare a cazzotti con il capitalismo (idea di Lombardi) senza aspirare alla fuoriuscita.

LEGGI ANCHE: Finanziamento ai partiti, Rino Formica: «Siamo fermi al discorso di Craxi del 1992»

È chiaro davanti a noi che la riforma radicale di politica e istituzioni è l’unica salvezza contro la destra che dilaga sia nelle forme del sovranismo leghista sia nelle idee della destra tradizionale di Giorgia Meloni che sembra destinata a grandi successi elettorali. Infine, come dato saliente e clamoroso, appare sempre più chiaro che nella lettura ex post delle vicende che portarono l’Italia al fascismo una  responsabilità cade sulla testa dei comunisti che si scissero dal Psi. Quella scissione è storicamente spiegabile ma oggi nessuno che si dica comunista la farebbe.

CRAXI NON È UNA PAGINA DI STORIA CRIMINALE

Craxi in questo contesto che cosa è stato? Non è stato il malandrino politico che ha preso il potere. Prima e dopo di lui altre figure meritano questa definizione, soprattutto in questi anni recenti. Craxi è stato un grande leader della sinistra che ha intuito come pochi la crisi della politica e delle istituzioni, che ha capito il grado di sofferenza del sistema economico, che ha colto come il movimento sindacale dovesse rinnovarsi anche a prezzo di durissime lacerazioni. È stato un leader socialdemocratico occidentale, più encomiabile per aver accettato dal cancelliere Helmut Schmidt la proposta di mettere i missili di quando venne elogiato per aver consentito a Sigonella di impedire l’arresto di terroristi palestinesi. Comunque ognuno la pensi come vuole.

Craxi è stato un grande leader della sinistra che ha intuito la crisi della politica e delle istituzioni, che ha capito il grado di sofferenza del sistema economico, che ha colto come il movimento sindacale dovesse rinnovarsi anche a prezzo di durissime lacerazioni

Il tema di oggi non è la classifica dei meriti e dei demeriti. Il tema di oggi è che dobbiamo farla finita con questa discussione primordiale e primitiva. Craxi non è un pezzo di storia criminale. Questo giudizio non riguarda solo lui, riguarda l’intera Prima Repubblica. La vittoria del “mostri” che da anni invadono le stanze del potere nasce dall’aver accettato questa lettura della storia italiana.

IL GIUSTIZIALISMO NON HA GRANDI PADRI

I magistrati sono diventati storici, maestri di morale, leader di massa. Prevalentemente sono gli stessi che hanno tradito Giovanni Falcone quando aspirava a diventare, legittimamente, capo della Procura antimafia. Il giustizialismo non ha grandi padri. Non lo era Falcone, basta leggere tutti i suoi scritti, non lo era neppure Paolo Borsellino, uomo d’ordine ma non uomo da guerra civile strisciante.

LE DUE IDEE SBAGLIATE DEGLI EX COMUNISTI

Gli ex comunisti hanno pensato due idee sbagliate. Ne hanno, ne abbiamo avute tante, ma le prime due sono queste: l’idea che la fine del comunismo fosse anche merito nostro e fosse una gioia e che la fine di Craxi liberasse il campo dal nemico interno. Il comunismo è caduto malgrado i comunisti italiani, che erano cosa diversa ma che non avevano mai intaccato quel sistema.

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Craxi era figlio del riformismo italiano e interprete della sua idea più aggressiva, con una visione che è legittimo tuttora non condividere. È per questo che io penso che che un gesto esemplare che riguardi la “riabilitazione” sia Craxi sia necessario. Immagino che alcuni dirigenti ex Pci scrivano un breve documento e dicano che Craxi era un nostro compagno da cui abbiamo dissentito ma che chiediamo a tutti di rispettare e ammirare per le sue idee. Se Davigo non è d’accordo, chissenefrega.

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Finanziamento ai partiti, Rino Formica: «Siamo fermi al discorso di Craxi del 1992»

L'inchiesta su Open riapre il dibattito su denaro e politica. Lo storico esponente del Psi non ha dubbi e punta il dito contro la solita ipocrisia italiana. Con la differenza che nella Prima Repubblica era «condivisa e istituzionalizzata» mentre ora «tutti fanno i giustizialisti quando si tratta degli altri». L'intervista.

«Che cosa insegnano le ultime inchieste della magistratura sulle fondazioni legate ai partiti? Che anche una forma di ipocrisia può entrare in crisi». Parola di Rino Formica, 92 anni, già ministro e fra i massimi esponenti del Psi di Bettino Craxi. Anche se da Mani Pulite è passata un’era geologica «e le regole del finanziamento ai partiti sono profondamente cambiate, siamo sempre allo stesso punto». 

Rino Formica in una foto degli Anni 80 (LaPresse).

DOMANDA: Qual è il punto da cui non ci saremmo mossi in tutti questi anni?
RISPOSTA. Il punto è la pretesa di mettere le brache alla realtà, facendo finta che sia diversa da quel che è. Per dirla in modo diverso: siamo sempre alla finzione che un’attività politica possa essere svolta in modo spirituale, senza una necessità di organizzazione. Al contrario, la politica ha sempre bisogno di organizzazione, strutture, lavoro. E richiede inevitabilmente denaro, a meno di immaginare che sia tutto spontaneo o risolvibile a livello di volontariato.

Veramente il denaro può arrivare dai privati, purché in modo diretto e alla luce del sole.
Non è così. Il finanziamento a un partito apre la porte a ipotesi di reato, come il traffico di influenze e altre cose del genere. Ci si domanda sempre: perché quel privato finanzia un partito? Quale sarà il suo interesse occulto? Insomma, se uno spende soldi per il suo divertimento va bene, perché incrementa il Pil. Se invece vuole finanziare un’attività politica perché ha fiducia verso un partito o un singolo politico allora è oggetto di sospetto e riprovazione.

Il famoso discorso di Craxi alla Camera del 1992, quando disse che tutti i partiti sapevano e si comportavano alla stessa maniera è sempre attuale. Solo che allora, a differenza di oggi, nessuno si alzò per smentirlo

Non ci dobbiamo cautelare dal rischio che un privato finanzi un partito per ottenerne un vantaggio personale?
Ma quello è un reato. Se in cambio di quel finanziamento ottiene un beneficio illecito va processato e condannato. Ma qui parliamo di un’altra cosa. Non conosco le carte dell’inchiesta sulla Fondazione renziana Open, ma da quanto leggo sui giornali mi pare sia contestato il finanziamento illecito.

Davvero non vede un miglioramento del rapporto fra soldi e politica dai tempi di Mani Pulite?
Al contrario, vedo un peggioramento sostanziale, che si è consumato con il passaggio da una ipocrisia condivisa e istituzionalizzata, com’era quella della Prima Repubblica a un finzione espressa a livello individuale: tutti continuano a comportarsi sempre allo stesso modo, però fanno i giustizialisti quando si tratta degli altri. Il famoso discorso di Craxi alla Camera del 1992, quando disse che tutti i partiti sapevano e si comportavano alla stessa maniera è sempre attuale. Solo che allora, a differenza di oggi, nessuno si alzò per smentirlo.

Intende dire che i bilanci dei partiti di quel tempo erano tutti falsi? 
Non solo erano falsi, ma erano anche avallati dagli uffici di presidenza delle Camere che avevano il compito di controllare. Tutti sapevano che i partiti ricevevano contributi privati in aggiunta al contributo pubblico e tutti facevano finta di non vedere. Poi con la Seconda Repubblica quella tolleranza generale è venuta meno e questo spiega la proliferazione delle fondazioni politiche. 

Nel senso che sono nate fondamentalmente per raccogliere soldi per i partiti?
Ne sono convinto. A parte quelle con una struttura vera e propria, che svolgono con continuità attività culturali importanti e riconosciute. Ma si contano sulle dita di una mano.

Come se ne esce?
È difficile, perché l’attitudine a infrangere le regole per poi fare la morale agli altri è un tratto tipico del nostro Paese. E per cambiare la mentalità di un Paese ci vuole tanto tempo, mentre la politica pretende soluzioni immediate. Ma vale sempre la pena di combattere l’ipocrisia, riconoscendo che la politica ha i suoi costi, specie se è una politica riformista.

Addirittura?
Certo. Quando ero ragazzo i più anziani mi spiegarono che la differenza fra conservatori e riformisti era che i primi lasciavano marcire i problemi mentre i secondi lavoravano per affrontarli nel modo più tempestivo. È soprattutto questa attività che richiede risorse. E un Paese che non fa riforme, in tempi così complessi, è destinato a precipitare nel caos. 


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