La Germania pensa alla fase 2: i tre scenari post coronavirus

Dopo il primo piano di aiuti, il gruppo di Saggi di Berlino lavora alla ripresa. L'ipotesi più ottimistica prevede un calo del Pil del 2,8% nel 2020 seguito da +3,7% nel 2021. Il peggiore, un andamento a U con un -4,5% quest'anno e uno scarso +1,1% il prossimo. Tutto però dipenderà dalla durata dell'emergenza sanitaria.

Coronexit. Cioè, come se ne esce? Nonostante debba ancora affrontare il picco dei contagi da coronavirus e con esso la vera emergenza sanitaria, la Germania pensa già a come avviare la ripresa.

Per ora niente di concreto, visto che in ogni caso le prossime settimane saranno decisive per capire quale sarà davvero la tempistica, ma nel frattempo bisogna immaginare i diversi scenari.

Il punto di partenza è la situazione economica attuale e il piano provvisorio per affrontarla che per ragioni di cose è comunque flessibile. Berlino ha già pianificato oltre 150 miliardi di euro di deficit (circa 4,5% del Pil, per un totale di 400 miliardi) per quest’anno, abbandonando il dogma del pareggio di bilancio.

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Mercoledì primo aprile il governo di Angela Merkel ha deciso di prolungare le misure di social distancing almeno fino alla settimana dopo Pasqua. In teoria il 20 aprile dovrebbero riaprire asili e scuole e potrebbero essere allentate anche le misure restrittive per le attività commerciali. Il 14 aprile ci sarà in ogni caso un altro aggiornamento sull’efficacia dei provvedimenti attuati e saranno prese le decisioni opportune.

INEVITABILE LA RECESSIONE NEL PRIMO SEMESTRE 2020

Qualche giorno fa il Consiglio di esperti che supporta il governo per le questioni economiche ha rilasciato un rapporto che fotografa la situazione e fissa alcuni criteri per immaginare il domani. La diffusione del virus ha fermato l’inizio della ripresa economica e l’economia tedesca si ridurrà significativamente nel 2020. Quanto dipende molto dalla durata del lockdown e dalle risposte della politica. Il presidente dei Saggi (sono chiamati così) Lars Feld ha affermato testualmente che «l’incertezza sugli sviluppi futuri è enorme a causa della situazione insolita». Nel rapporto vengono descritti tre scenari per il 2020/21 che si differenziano appunto in base alla durata delle misure restrittive e all’emergenza sanitaria e a quanto velocemente ci sarà la ripresa in seguito. Comunque sia la recessione almeno nel primo semestre di quest’anno è inevitabile.

LE IPOTESI CON UN ANDAMENTO A “V”

Nello scenario più ottimistico il Consiglio di esperti prevede una caduta del Prodotto interno lordo del 2,8% nel 2020, mentre il prossimo anno il Pil potrebbe aumentare del 3,7%. In base alle informazioni attuali appare lo scenario più probabile, con la situazione economica che si normalizza nuovamente durante l’estate. Non a caso, gli interventi del governo Merkel adottati fino a oggi sono basati su questa previsione. A Berlino però hanno ben presente anche gli altri modelli. Se l’economia seguisse un andamento a V, cioè con una caduta più evidente per un periodo relativamente breve – ed è il secondo scenario – i rischi sarebbero maggiori. In questo caso, infatti, con arresti della produzione su larga scala o misure di politica sanitaria prolungate, si assisterebbe a un calo del Pil del 5,4% nel 2020 e già nel 2021 si potrebbe recuperare con una crescita del 4,9%.

IL WORST CASE SCENARIO A “U”

Lo scenario più problematico, rappresentato da una U, vale a dire con un periodo lungo tra caduta e ripresa, e potrebbe verificarsi secondo il rapporto dei Saggi se le misure restrittive dovessero proseguire oltre l’estate e la ripresa economica non avesse inizio fino al prossimo anno. Viste con gli occhi di adesso quindi le misure politiche adottate dal governo Merkel potrebbero non essere sufficienti. È il worst case scenario che tutti temono, con un netto peggioramento delle condizioni finanziarie che insieme con l’incertezza consolidata potrebbe frenare investimenti e consumi. Un disastro con un calo del Pil del 4,5% quest’anno e una risalita minima dell’1% in quello successivo.

LA PRIORITÀ RESTA LA TUTELA DELLA SALUTE

Quindi, come se ne esce? I Saggi tedeschi, come tutti quelli che si rispettano, non danno risposte definitive e si limitano a sottolineare come la priorità sia la tutela della salute: fornire ai malati assistenza e limitare efficacemente la diffusione del virus. Per questo va finanziato il sistema sanitario. «Il prerequisito per un ritorno alla crescita è il contenimento delle infezioni del coronavirus in modo che la vita sociale ed economica si normalizzi», ha detto ancora Feld, aggiungendo che una strategia di normalizzazione comunicata in maniera chiara può stabilizzare sia le aspettative dei mercati finanziari sia quelle di aziende e famiglie.

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In questo contesto il ruolo della politica e del governo Merkel sarà quello di sostenere la ripresa dopo la crisi economica in tre modi: preservando la capacità imprenditoriale, garantendo incentivi a settori come le costruzioni e potenziando la digitalizzazione di aziende e pubblica amministrazione. Questa almeno è la teoria, ribadita anche da un altro dei Saggi, Volker Wieland, che ha ripetuto come sia importante pianificare una strategia di uscita anche consultando epidemiologi e virologi: «L’economia e la vita dei cittadini non possono essere bloccate indefinitamente. Bisogna trovare il modo di riportare le persone al lavoro, anche se con restrizioni».

GLI SCONTRI NELLA COALIZIONE CONGELATI, MA NEL 2022 SI VOTA

Come si comporterà davvero il governo di Angela Merkel, la cancelliera che in questa settimane di crisi è ritornata a guadagnare enorme popolarità, è ancora tutto da vedere. Vale sempre il discorso di come si svilupperà l’epidemia e di come riusciranno in Germania a contenere l’emergenza. Per ora la comunicazione è stata in larga parte efficace e chiara, il peggio però deve ancora arrivare. Senza dimenticare che il governo è di coalizione e anche se le divergenze politiche soprattutto in tempi di coronavirus tra i conservatori di Cdu-Csu e i socialdemocratici della Spd sono state momentaneamente accantonate, il 2022 è anche l’anno delle elezioni e dell’addio annunciato di Frau Merkel. Forse.

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Piccoli imprenditori, donne, famiglie: come si articola il piano tedesco anti Covid-19

Sostegni alle Pmi e agli autonomi, comprese le prostitute. Aiuti economici ai nuclei con figli, potenziamento della rete per tutelare chi è vittima di violenza. Si tratta solo di un primo pacchetto. Ora Berlino studia come affrontare il post emergenza.

La scorsa settimana il il governo federale tedesco, il Bundestag e il Bundesrat, hanno approvato a tempo di record un pacchetto di aiuti di 750 miliardi (che comprendono un deficit da 156 miliardi per il 2020) per affrontare la crisi e la parola d’ordine è che nessuno deve essere tralasciato.

Al di là della complessità dei provvedimenti che interessano tutti i settori dell’economia, a partire dalla grande industria e che vedranno la Germania rompere, almeno temporaneamente, il tabù del pareggio di bilancio, la cancelliera Angela Merkel ha ringraziato dalla quarantena ogni cittadino che è impegnato nel suo piccolo nella lotta in senso lato al coronavirus.

E Hubertus Heil, il socialdemocratico ministro del Lavoro, ha affermato che il governo e la democrazia tedesca faranno di tutto «per garantire la sicurezza sociale in questo Paese». In sostanza, il pacchetto si basa su punti che coinvolgono anche le categorie più deboli, come lavoratori autonomi, famiglie e donne.

GLI AIUTI AI PICCOLI IMPRENDITORI E AGLI AUTONOMI

Soprattutto i piccoli imprenditori e i cosiddetti lavoratori autonomi, dall’idraulico all’artista di strada, potranno accedere agli aiuti senza troppe complicazioni burocratiche, con una procedura veloce e semplificata. Per le aziende con un massimo di cinque dipendenti il governo tedesco ha previsto una sovvenzione una tantum fino a 9.000 euro per tre mesi, che può essere estesa per altri due. Per quelle con un massimo fino a 10 dipendenti la somma sale fino a 15 mila euro. Per le piccole aziende colpite dalla crisi vengono inoltre concessi sgravi fiscali e adottati altri provvedimenti anti-insolvenza, insieme a incentivi per accedere a nuova liquidità. Nel caso di fallimento anche dei singoli di lavoratori autonomi verrà tenuta in considerazione la cornice critica per attenuarne gli effetti negativi.

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Un aiuto fondamentale, soprattutto per quelle piccole imprese che operano per esempio nel settore della gastronomia e sono con un piede già nella fossa, è quello del divieto da parte di chi affitta i locali di interrompere il contratto per i debiti di locazione derivati dall’obbligo di chiusura o comunque dalle limitazioni imposte. Al momento il provvedimento vale fino alla fine di giugno poi si vedrà. In generale il pacchetto governativo dà dei limiti temporali che dovranno essere rinnovati.

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La cancelliera tedesca Angela Merkel si è messa in quarantena per essere entrata in contatto con un medico positivo al coronavirus. (Ansa)

IL SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE E PER LA CURA DEI FIGLI

Il coronavirus ha mandato all’aria anche il ritmo delle famiglie, con asili e scuole chiusi, bambini e ragazzi a casa, e genitori costretti o al lavoro oppure tra le quattro mura casalinghe, con effetti preoccupanti su molti fronti. Come ha sottolineato la ministra per la Famiglia, la socialdemocratica Franziska Giffey, la perdita dei guadagno è attualmente una preoccupazione esistenziale per molte famiglie e il governo federale ha adottato anche in questo caso misure per mitigare le perdite. Coloro che devono prendersi cura dei propri figli a causa della chiusura della scuola o dell’asilo e non sono in grado di andare al lavoro saranno quindi risarciti con un compenso del 67% del loro stipendio netto mensile (fino a un massimo di 2.016 euro), per un massimo di sei settimane.

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Le famiglie a basso reddito possono ricevere invece un supplemento mensile per figlio fino a 185 euro. Se e in quale importo viene attribuito l’aiuto dipende da diversi fattori: dal reddito, dalle spese di alloggio, dalle dimensioni della famiglia e dall’età dei bambini. Per esempio una famiglia con due figli che paga un affitto di 1.000 euro può ricevere il contributo se il reddito lordo è compreso tra 1.600 e 3.300 euro. Chiunque riceva questo tipo di aiuto per bambini è inoltre esente da tasse per il nido e può richiedere ulteriori benefici per l’istruzione e la partecipazione. In realtà, e questo vale indipendentemente dal reddito, in tutti i Länder gli asili sono ancora in funzione per i figli di genitori che lavorano in settori considerati rilevanti per il sistema, dai medici ai poliziotti, dai camionisti ai giornalisti, dalle cassiere ai farmacisti.

Scuole chiuse a Neustadt (Getty Images).

DONNE VITTIME DI VIOLENZA TUTELATE

Crisi, social distancing e altre restrizioni alla vita sociale hanno aumentato anche in Germania il rischio di violenza domestica. Le donne sono le più colpite e le varie organizzazioni pubbliche e private stanno già segnalando maggiori richieste di aiuto rispetto al periodo antecedente il lockdown.

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Berlino e i governi regionali hanno annunciato che forniranno maggiore sostegno ai centri di accoglienza e ai centri di consulenza. Una sorta di “schermo di protezione sociale” sarà potenziato in breve tempo attraverso, per esempio, l’affitto di camere d’albergo o appartamenti vacanti. Per la ministra Giffay «è importante che le donne ricevano protezione e consulenza rapidamente e in modo non burocratico e adesso è il momento di soluzioni pragmatiche e non convenzionali». In pratica viene mantenuta la rete di appoggio, che va dai numeri telefonici di assistenza alle strutture già esistenti, associata alla già avviata strategia di espansione delle Frauenhäuser (le case-rifugio), a appunto alle misure di emergenza che prevedono la possibilità di affittare a breve termine alberghi e appartamenti con soluzioni adottate in autonomia dalle autorità regionali e locali.

PIANO DI AIUTI VALIDO ANCHE PER LE PROSTITUTE

Il ministero della Famiglia (il cui nome completo è ministero per la Famiglia, gli Anziani, le Donne e i Giovani) ha messo anche in evidenza le difficoltà delle donne che lavorano nel settore della prostituzione, legalizzata in Germania, che a causa della crisi è crollato, con i sigilli ai bordelli.

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Anche in questo caso valgono comunque gli aiuti di cui sopra per le piccole imprese e i lavoratori autonomi. Difficile dire in ogni caso se il pacchetto complessivo del governo sarà sufficiente a salvare tutti o a contenere comunque le perdite, per aziende e singoli. Altro ancora è poi il discorso sulla tenuta sociale nell’intero Paese con le sue differenze regionali. Molto dipenderà da quanto durerà il lockdown e dalla velocità di reazione della ripresa. Fondamentali in questo senso sono già le discussioni politiche ed economiche, già avviate, su come preparare il futuro immediato una volta esaurita l’emergenza.

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Il whatever it takes di Berlino contro il Covid-19 sacrifica l’Ue

Il super piano annunciato dalla Germania per arginare l'emergenza coronavirus vale oltre 350 miliardi. Con un massiccio ricorso al deficit. Una pietra tombale sulle velleità di chi, Italia in testa, sperava negli eurobond.

L’umanità sta affrontando una pandemia, non è la prima volta. Servirà tempo, ma metteremo anche questa pagina alle nostre spalle.

Siamo ancora nella fase iniziale, quella in cui i singoli Paesi si rassegnano all’idea di avere una emergenza da gestire. Di recente anche Stati Uniti e Gran Bretagna hanno dovuto abbandonare il negazionismo e smettere di sminuire il problema Covid-19.

Peraltro, storicamente, nei Paesi in cui i contratti di lavoro offrono meno tutele (non garantendo lo stipendio a chi è a casa in malattia) la diffusione delle epidemie è più veloce, perché chi non sta bene è indotto a recarsi comunque al lavoro. Anche così si spiega il recente cambio di rotta di Uk e Usa.

LE ARMI SPUNTATE DELLE BANCHE CENTRALI

L’andamento dei mercati è uno dei tanti aspetti della crisi, le principali Banche centrali si sono tutte mosse lanciando piani di acquisto di titoli e allentando, dove possibile, le condizioni in termini di tassi. Non è servito a molto, finora, ed è naturale che sia così: il costo del denaro e la disponibilità di liquidità sono molto importanti davanti a una crisi finanziaria, in questo caso però la preoccupazione non è il fallimento delle banche, ma quello dell’economia reale. Se stare a casa è l’unica forma di difesa dal virus, dobbiamo difenderci dai danni provocati dallo stare a casa: il fatturato zero.

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Troppe aziende non sarebbero in grado di sopravvivere, troppe persone perderebbero il lavoro, servirebbe poi un’enorme quantità di tempo per ricostruire un sistema economico che rischia di collassare se lasciato preda del solo “restiamo a casa”.

L’ALLENTAMENTO DEI VINCOLI UE

Ecco perché il prossimo passo sarà salvare l’economia. Come? Con provvedimenti simili a quello italiano (nella direzione, non certo nell’entità): coperture per i lavoratori, dilazioni fiscali, dispositivi di protezione dai licenziamenti, tutele per le imprese. Come si realizza? Gli Stati raccoglieranno le risorse emettendo quintali di nuovi titoli. Non a caso la Commissione Ue ha aperto alla sospensione del patto di Stabilità e ai suoi vincoli sull’indebitamento. Ecco che allora la disponibilità delle banche centrali a fare ingenti acquisti si rivelano importanti, almeno come prerequisiti per poter lanciare questa rete di salvataggio all’economia. E l’annuncio di oggi della Fed di essere pronta ad «acquisti illimitati» racconta molto, in proposito. In Italia (e non solo, vedi lettera di appello) molti si chiedono se queste risorse non potrebbero essere reperite su base europea, emettendo degli eurobond o dei coronavirus-bond. La situazione potrebbe essere un ottimo pretesto per fare un salto in avanti su questo fronte, ma è molto complesso: gli strumenti di tutela dell’economia sono prevalentemente di carattere fiscale, e la fiscalità è separata, ogni Paese ha la propria.

IL PIANO RECORD DELLA GERMANIA

Ecco allora che a sparigliare, rompendo gli indugi, è la Germania. Il Paese storicamente più avverso a fare debito, lancia un mega piano di sostegno all’economia. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, è stato molto chiaro: il governo si aspetta 35 miliardi di euro in meno di entrate fiscali, ma la necessità di potenziare la Sanità richiede risorse che non possono essere rimandate: gli ospedali devono essere in condizione di aumentare le capacità lavorative, e gli attuali 28 mila posti di terapia intensiva (con oltre 29 letti ogni 100 mila abitanti, più del doppio dell’Italia e della media, la Germania è oggi di gran lunga il Paese con la maggior accoglienza ospedaliera intensiva d’Europa) verranno raddoppiati per far fronte alla pandemia. Vengono stanziati aiuti per tutti quelli che perdono il lavoro: dipendenti, ma anche gli autonomi e piccole aziende. Cinquanta miliardi di euro vengono messi a disposizione per salvaguardare la liquidità delle piccole imprese, altri 100 miliardi di euro come garanzia per crediti, perché le aziende possano ricevere aiuti.

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Il senso di tutto questo si riassume bene in poche righe: «Faremo tutto il necessario per salvaguardare posti di lavoro, le aziende e la salute dei cittadini. E possiamo permetterci di farlo, con decisione e senza esitazioni, perché negli ultimi 50 anni abbiamo rispettato i parametri e questo ora ci dà facoltà di agire». Il piano, nel suo complesso, vale oltre 350 miliardi di euro. Uno sforzo notevole anche per un Paese come la Germania, e probabilmente la pietra tombale sulle velleità di chi, consapevole che proteggere l’economia comporterà un’ulteriore espansione del debito pubblico, sperava negli eurobond.

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Il sedativo Merkel è agli sgoccioli. E non è un buon segno

La Germania ereditata e governata dalla Cancelliera è sul viale del tramonto. La crisi della Cdu e della Spd da un lato, la minaccia della AfD dall'altro lo confermano. Senza contare la debolezza politico-strategica dell'Ue che pesa soprattutto su Berlino.

A complicare la scena a Berlino non c’è soltanto la sfida dei nazionalisti della super-destra di Alternative für Deutschland ai democristiani tedeschi, Cdu e Csu, insidiati nel loro elettorato più conservatore. 

Non c’è soltanto la crisi profonda dei socialdemocratici della Spd, con il peso elettorale passato dal 43% del 1980 al 20% delle ultime Politiche del 2017. E non c’è soltanto uno scenario politico completamente diverso da quello super-stabile dell’epoca, mezzo secolo fa, in cui democristiani e socialisti avevano insieme il 90% dei suffragi elettorali, qualcosa andava ai liberali e il resto erano peanut, se c’era qualcosa. Oggi, presi insieme, democristiani e socialdemocratici raccolgono meno del 50% delle preferenze. 

Ma insieme alla diversa aritmetica parlamentare, già un rompicapo, vi è un quarto elemento: non c’è più, o sta rapidamente svanendo, il mondo di sicurezze multilaterali che hanno assicurato alla Germania il suo miracolo e del quale restano ormai una Nato malconcia e un’Unione europea che la Germania deve o rafforzare, assumendo (con altri, ma come perno del tutto) la leadership del suo rinnovamento, o lasciare languire. Come in sostanza sta facendo da anni. 

IL RAPPORTO DELLA GERMANIA CON L’UE È DESTINATO A CAMBIARE

Sta per forza cambiando anche l’idea stessa di Germania, così come forgiata negli anni (felici) della Pax americana e della Guerra Fredda; e parallelamente dovrà cambiare il rapporto tedesco con l’Unione europea, che così utile è stata per reinserire la Germania – opera compiuta con gli Anni 60 ma mai in realtà conclusa – nel circuito delle nazioni democratiche e civili. Oggi siamo a un bivio: per difendere gli interessi tedeschi occorre davvero “più Europa” o basta parlarne a mo’ di giaculatoria e poi fare il meno possibile? Alla maggioranza dei tedeschi piacciono cose difficilmente conciliabili: in sintesi, avere i vantaggi di una grande e ricca nazione, comandare rispetto, ma senza noblesse oblige, continuando a farsi schermo di un’Europa ormai matrimonio di convenienza e sulla quale, parlando di amore, si sorride.  

AKK, VITTIMA ILLUSTRE DELL’INSTABILITÀ PARLAMENTARE

A fare clamore sono state nei giorni scorsi le dimissioni da leader della Cdu e da candidata cancelliera di Annegret Kramp-Karrenbauer, da sei mesi ministra della Difesa, in precedenza premier della Saarland, e soprattutto erede designata da Angela Merkel per la cancelleria al voto politico del 2021. È stata vittima autorevole dell’instabilità parlamentare citata. Causa immediata delle dimissioni, come noto, è il pasticcio in Turingia, dove AfD è diventata al voto regionale di fine ottobre 2019 il secondo partito dopo la sinistra della Linke che in Turingia con il 31% dei voti è ai vertici nazionali, irripetibili per ora negli agli altri 15 Länder.  L’ultra-destra ha come l’ultra-sinistra di die Linke la sua roccaforte nei Länder ex Ddr, all’Est, ma a differenza della sinistra ha rotto gli argini anche in Länder importanti dell’Ovest.

AfD replica il “sovranismo” e i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare

In Turingia AfD ha raddoppiato a fine ottobre i seggi, da 11 a 22, mentre la Cdu ne ha persi 13 ed è stato un chiaro travaso di voti. Dopo oltre tre mesi di trattative si è arrivati a un governo locale guidato dai piccoli liberali e sostenuto da Cdu ed AfD. Il leader AfD locale, Björn Höcke, è però particolarmente controverso, un tribunale ha sentenziato l’anno scorso che può essere legalmente definito fascista, e addirittura alcuni leader AfD ne hanno chiesto l’espulsione per troppo…nazismo. Più di così, difficile dire. AfD replica il “sovranismo” e, fra l’altro, i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare. Subito dopo il caso Turingia Kramp-Karrenbauer ha dovuto lasciare. 

SI APRE LA BATTAGLIA PER SUCCEDERE A MERKEL

Personaggi Cdu di rango come il giovane ministro della Sanità Jens Spahn e l’ex deputato Friedrich Merz, un pezzo da 90 nel partito e da sempre avversario di Merkel, da tempo osteggiavano Kramp-Karrenbauer, ritenendola poco adatta alla difficile situazione e poco attenta ai rischi della destra, che va secondo loro svuotata recuperando l’elettorato transfuga, cioè spostando Cdu e Csu a destra. «Merkel ha sempre dato il meglio di sé nella gestione delle crisi», sostiene Andreas Rödder, storico di fama, professore a Magonza e uno dei pensatori della Cdu. Solo che questa ultima crisi arriva alla fine della sua parabola politica, all’inizio del 15esimo anno di governo. Sta già manovrando per far emergere un nuovo delfino, Armin Laschet  premier del potente Land del Nordreno-Westfalia, un moderato rispetto a Merz e Spahn, ma non sarà un’operazione facile. Markus Söder, premier bavarese e presidente Csu, la Dc bavarese partito gemello della Cdu, potrebbe essere il kingmaker, o addirittura il candidato finale. Söder è anti-immigrazione, non noto per particolare simpatia europeista, e certamente non sarebbe un erede dell’attuale cancelliera. Intanto tutta l’impostazione politica di Frau Merkel va rivisitata. Il mondo non è più quello di ieri.

LA DIPLOMAZIA ECONOMICA DELLA GERMANIA

La Germania federale nasceva insieme alla Nato, nel 1949, all’inizio della Guerra Fredda. Grazie alla Nato sul piano strategico e poco dopo alla Ceca e al Mec sul piano economico riprendeva il suo posto nel consesso delle nazioni, con un asse preferenziale con Parigi, archiviando una inimicizia storica più che tragica. Da allora Berlino ha giocato le sue carte economiche a tutto tondo, partendo dall’Europa ovviamente, seguendo una diplomazia globale ma strettamente economica, quasi da Grande Svizzera, saldamente però all’interno di un sistema collegiale, Nato e Cee e poi Ue e infine l’euro, che come ogni moneta di rango è all’incrocio fra economia e strategia. Merkel ha ereditato la riunificazione tedesca di Helmut Kohl e le riforme economiche di Gerhard Schröder e le ha governate. Ma senza grandi strategie per un dopo che inevitabilmente è arrivato, come lei stessa da ultimo ha riconosciuto.  

IL MULTILATERALISMO È SOTTO ATTACCO

Il pilastro strettamente strategico, militare, cioè la Nato, oggi più che mai vacilla. Donald Trump, il neonazionalista presidente americano, insofferente dei legami multilaterali che limitano nella sua mentalità la forza americana, l’ha definita «obsoleta». E in parte lo è, dopo la fine dell’Urss. Ma anche senza l’Urss la Russia potenza militare resta un problema, soprattutto per un Paese come la Germania per metà nelle grandi pianure del Centro Europa. Un Trump rieletto il 3 novembre del 2020 e deciso a disegnare la “sua” America, che farà della Nato? Ma non c’è solo questo grosso interrogativo.

La maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, una domanda di fondo: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica?

«L’Ue come entità sovranazionale di 27 Paesi», ha scritto recentemente l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer descrivendo i rischi dell’Unione, «è il modello di ordine multilaterale attualmente sotto attacco e in declino». La Germania di oggi ha prosperato in questo modello, come altri Paesi ma, data la sua storia e altre realtà, con vantaggi ancora maggiori. Negli anni Merkel il modello è stato, come dire, narcotizzato, con il concetto di “più Europa” proiettato nel lontano futuro. Un po’ perché, come successo altrove, si è capito che i sogni federalisti andavano meglio collegati con la realtà degli Stati-nazione. Un po’ perché la netta maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, la domanda di fondo della Germania contemporanea: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica? Intanto le difficoltà a Berlino rischiano di ritardare quanto già concordato a Bruxelles, a partire da banche, immigrazione e bilancio Ue. Il primo luglio la presidenza di turno sarà tedesca, ma non c’è da aspettarsi una grande leadership .

BERLINO È LA PRIMA A RISENTIRE DELLA DEBOLEZZA DELL’UE

Tuttavia vari episodi recenti dimostrano che il mondo non è più molto  amico dell’Unione, che non si può restare a guardare e soprattutto non può farlo Berlino, che ha come gli altri e più degli altri nella Ue la sua migliore difesa. Si tratta delle pressioni di Trump sulle sanzioni all’Iran, della minaccia di Trump di sanzioni alla Turchia di Erdogan dopo le sue mosse in Siria, dell’autorizzazione data dalla Casa Bianca al Tesoro americano per sanzionare anche le imprese europee che non si fossero adeguate a queste sanzioni, finora sospese, delle pressioni cinesi per ottenere spazio alla sua alta tecnologia nel disegno delle nuove infrastrutture 5G in Europa. La debolezza politico-strategica dell’Ue spinge Washington e Pechino a fare la voce grossa con gli europei. La Russia intanto è lì con le sue forze armate, forte strategicamente e debole economicamente, l’esatto contrario dell’Unione. Il primo Paese a subire i contraccolpi di questa debolezza politico/strategica è la Germania. Ma non è chiaro chi possa, a Berlino, trarne le conclusioni, mentre la stagione del «grande sedativo» Angela Merkel, come l’ha definita Der Spiegel, sta finendo, e non bene.    

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Haftar minaccia di chiudere i porti e i campi petroliferi dell’Est della Libia

Alla vigilia della conferenza di Berlino, le forze fedeli al generale annunciano il blocco dei porti e dei pozzi. La condanna della Noc e l'allarme dell'Onu.

Chiudere i porti e i campi petroliferi nell’Est della Libia e tagliare l’export di greggio. La nuova minaccia del generale Khalifa Haftar arriva alla vigilia della conferenza di Berlino che potrebbe essere disertata, secondo le ultime indiscrezioni, dal premier Fayez al Serraj pronto a inviare solo una delegazione.

La stretta è stata annunciata all’agenzia libica Lana da Al Haliq Al Zawi, leader della tribù Zouaiya della Libia orientale.

Al Zawi ha dichiarato che sono già stati chiusi il giacimento di Al Sarir e bloccato il porto petrolifero di Zueitina, e «domani assisteremo alla sospensione delle attività in tutti i giacimenti petroliferi e quindi alla sospensione di tutti i terminal nella parte Est del Paese».

«DECISIONE PURAMENTE POPOLARE»

«La chiusura dei giacimenti e dei terminal petroliferi è una decisione puramente popolare», ha commentato il portavoce delle forze pro-Haftar Ahmed Al-Mismari alla televisione libica Al-Hadath. «Sono stati i cittadini a decidere».

LA CONDANNA DELLA NOC

La minaccia è stata condannata, sabato mattina, dalla National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera nazionale libica, che ha definito l’ordine «criminale». «Il settore petrolifero e del gas», si legge in una nota pubblicata sul sito della Noc, «è la linfa vitale dell’economia libica e l’unica fonte di reddito per il popolo libico. Il petrolio e le strutture petrolifere appartengono al popolo libico. Non sono carte da giocare per risolvere questioni politiche», ha dichiarato il presidente Mustafa Sanalla. Lo stop prolungato a produzione ed esportazione, mette in guardia la Noc, provocherà il «crollo del tasso di cambio, un aumento enorme e insostenibile del disavanzo nazionale, la partenza di appaltatori stranieri e la perdita della produzione futura che potrebbe richiedere anni per ripristinare. I principali beneficiari di questo atto saranno altri stati produttori di petrolio e il danno sarà interamente per i libici. È come dare fuoco a casa tua».

L’ONU: «BLOCCO PETROLIO AVRÀ EFFETTI DEVASTANTI»

La missione Onu in Libia esprime «profonda preoccupazione per gli attuali sforzi per interrompere o compromettere la produzione di petrolio» nel Paese. «Questa mossa avrebbe conseguenze devastanti prima di tutto per il popolo libico che dipende dal libero flusso di petrolio», si legge in un comunicato dell’Unsmil, «e avrebbe effetti terribili per la situazione economica e finanziaria già deteriorata del Paese».

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Perché il bacio tra Breznev e Honecker ha segnato per sempre il Muro di Berlino

Il leader socialista sovietico e quello tedesco furono immortalati il 5 ottobre del 1979 durante le celebrazioni del trentennale della Ddr. Una foto diventata prima murale nel 1990 e poi icona del Novecento. La storia.

Era il 5 ottobre del 1979 e si celebravano i 30 anni dalla nascita della Repubblica democratica tedesca. Leonid Breznev, segretario del Partito comunista sovietico, aveva appena concluso il suo discorso pubblico. Ed Erich Honecker, segretario del Partito socialista della Germania, gli si avvicinò a braccia spalancate per congratularsi con lui. Si trovarono uno di fronte all’altro. E non si opposero allo scambio di quel “bacio fraterno socialista“. Una particolare forma di saluto in voga tra i leader dei Paesi marxisti-leninisti, che serviva a dimostrare il feeling esistente tra i capi politici fedeli all’area Est, in un mondo tenuto sotto scacco dalla Guerra fredda.

FOTO STORICA DIVENTATA MURALE NEL 1990

Quando quelle due bocche maschili si appoggiarono piano l’una sull’altra, la folla di presenti se ne stava tutta intorno, a festeggiare e a testimoniare quel rito figlio della tradizione di sinistra. Tra chi osservava c’erano decine di fotografi. Ma, tra tutti, soltanto il francese Regis Bossu riuscì a immortalare lo schiocco di labbra diventato un’icona del Novecento. Quello scatto ha fatto il giro del mondo. E la sua fortuna non è finita lì. Ha raccolto nuova linfa vitale trasformandosi in un murale nel 1990, grazie al talento creativo dell’artista russo Dmitri Vrubel. Il titolo è My God, Help Me to Survive This Deadly Love (Dio, aiutami a sopravvivere a questo amore letale). Ancora oggi è il più fotografato dai turisti su quel che resta oggi del Muro di Berlino.

UN RITO MOLTO… COMUNISTA

Il bacio fraterno socialista è un rituale che consiste in un abbraccio e in una serie di tre baci reciproci sulle guance o, più raramente, sulla bocca. La tradizione, che proviene dalla Chiesa ortodossa, è stato adottata dai leader politici comunisti. Per questo motivo, quando Honecker andò ad abbracciare Breznev e poi si passò alla bocca, non ci fu nulla di così eclatante. Ma ciò che porta alla fama qualcosa e qualcuno, spesso, ha una logica insondabile.

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I dati sul gap economico tra Germania Est e Ovest a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino

Nell'ex Ddr residenti in calo, maggiore invecchiamento della popolazione e meno giovani. Più disoccupati e reddito medio inferiore del 20%. Le infografiche sul divario.

C’è un paradosso, in Germania, che mostra un Paese ancora diviso a metà, nonostante il 9 novembre 2019 l’orologio della storia abbia segnato il 30esimo anniversario dalla caduta del Muro di Berlino. Un simbolo che ha separato Repubblica democratica tedesca e Repubblica federale di Germania per 28 anni, ma questo periodo ha segnato il Paese forse più della fine della Guerra fredda. E i dati infatti dimostrano che la Ddr esiste ancora.

Nel rapporto annuale sullo Stato dell’unità tedesca pubblicato nel 2018, le autorità del Paese hanno scritto che il “recupero” dei länder dell’Est procede più lentamente del previsto. Non solo. Il 57% dei residenti dell’ex Germania Est si considera cittadino di Serie B. Il primo dato per capire questo scollamento è quello della popolazione. Oggi, con la sola eccezione di Berlino, i distretti orientali mostrano residenti in calo, invecchiamento e diminuzione dei tassi di natalità.

  • La popolazione in Germania in numero di residenti per chilometro quadrato (fonte: ergebnisse.zensus2011.de)

Tra il 1989 e la metà degli Anni 2000 il numero di figli per donna è sceso da 1,58 a 0,78, salvo poi crescere leggermente negli ultimi anni, con un sorpasso solo nel 2017, quando le regioni orientali hanno superato quelle della ex Germania Ovest con 1,61 bambini per donna contro 1,57. Con questa inerzia demografica l’Est si trova ora con un’età media più alta: 46-48 anni contro i 40-44 dell’Ovest. L’altra mancanza endemica ha riguardato i giovani. Si stima che negli ultimi 30 anni siano passati dall’Est all’Ovest almeno 1,9 milioni di persone nate dopo il crollo del Muro.

  • La percentuale di giovani sotto 18 anni.

DISOCCUPAZIONE, L’EST DOPPIA IL DATO NAZIONALE

Lo spettro delle “due Germanie” si fa ancora più vivo osservando i dati economici e lavorativi. Una delle imprese più difficili per i governi di Berlino è stata quella di far riassorbire la disoccupazione. Basti pensare che nel 2019 nei cinque länder che componevano la Ddr il tasso delle persone senza lavoro si è attestato al 6,9%, oltre il doppio della media nazionale ferma al 3,1%.

  • La percentuale di disoccupati in Germania.

Dati analoghi anche sul fronte della disoccupazione giovanile. Secondo i dati dell’Eurostat nel 2019 la percentuale di lavoratori tra 15 e 24 anni senza lavoro si attestava al 6,2% a livello nazionale, mentre nei cinque land della ex Ddr, senza contare Berlino, il tasso cresceva al 7,8%, un divario anche più ampio se si conta il 5,8% della ex Germania Ovest.

  • La disoccupazione giovanile in Germania in %.

OLTRE 3 MILA EURO DI DIFFERENZA NEI SALARI

Anche il fronte economico non sorride appieno all’ex Repubblica democratica. Il governo federale tedesco ha calcolato che il Pil pro capite è cresciuto per tutto il Paese e che il divario è sceso, ma comunque resta: nel 1990 quello dei cittadini dell’Est era meno della metà – il 43% – di quello degli abitanti dell’Ovest, mentre nel 2018 è diventato il 75% di quello dei vicini. Mentre il reddito medio dell’Est è inferiore del 20% rispetto a quello dell’Ovest. Nel 1989 la forbice tra i salari era al suo apice (4.432 euro) e otto anni dopo, nel 1997, si è dimezzata passando a 2.092 euro. Ma con l’inizio degli Anni 2000 è tornata a crescere: nel 2016 è stata infatti di 3.623 euro.

  • Il Pil dei singoli länder in milioni di euro.

C’è un altro dato che separa Est e Ovest e riguarda la presenza di cittadini stranieri. L’ex Ddr ha mostrato uno scarso fattore attrattivo per i migranti e i tassi ti presenza sono molto bassi. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’emergenza profughi del 2015, la percentuale di stranieri sulla popolazione tedesca si è attestata intorno a 5,8%, superando i 10 milioni di residenti non tedeschi nel 2017. Numeri che però non hanno attecchito a Est. Quasi tutti i länder hanno infatti indici che si fermano intorno al 2%.

  • Percentuale di presenza straniera in rapporto alla popolazione.

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Il muro di Berlino in 10 film

Il 9 novembre del 1989 la Germania tornava a essere un Paese unito. Per celebrare la riunificazione, ecco le pellicole che raccontano i drammi e i controsensi di un blocco di cemento che ha segnato la storia.

Il 9 novembre di 30 anni fa la Germania tornava a essere un Paese unito. Spariva l’ufficiale suddivisione tra Est e Ovest, almeno sulla carta e nelle intenzioni. Ma quella spartizione territoriale che per circa 28 anni aveva scavato un solco tra due mondi irriducibili si è affievolita solo molti anni dopo, e forse mai del tutto. È infatti sopravvissuta nei ricordi di chi ne subì le conseguenze più dure. E nelle quotidianità stravolte dei tedeschi che, da un giorno all’altro, si sentirono stranieri in un Paese che era sempre stato il loro. Ma il faccia a faccia tra Repubblica democratica e Repubblica federale si è impresso anche nelle pellicole degli artisti e dei registi, che tradussero in linguaggio cinematografico la realtà di una nazione divisa a metà dalla logica bipolare.

GOODBYE LENIN

È il 1989 quando Christiane, una fervente comunista che vive nella Germania dell’Est va in coma, dopo aver visto il figlio Alex picchiato e arrestato dalla polizia durante una delle sempre più frequenti manifestazioni di piazza. Mancano ormai pochi giorni alla caduta del muro di Berlino. La donna esce dal coma soltanto otto mesi dopo, quando il mondo attorno è ormai cambiato. I suoi figli, però, fanno di tutto per difendere i suoi nervi deboli. Come? Nascondendole la caduta del muro e convincendola che la realtà è rimasta identica a come lei l’aveva lasciata. La pellicola ha vinto numerosi riconoscimenti, tra cui il premio César nel 2004 come miglior film dell’Unione europea e, nello stesso anno, il premio Goya come miglior film europeo. Anno di uscita: 2003. Regia di Wolfgang Becker. Principali interpreti: Daniel Brühl e Katrin Sass.

Un frame del film Goodbye Lenin
Un frame del film Goodbye Lenin

IL CIELO SOPRA BERLINO

Negli Anni Ottanta due angeli vagano per Berlino. Si mettono in ascolto dei pensieri dei passanti. In particolare, si interessano ai pensieri formulati da una donna incinta, da un pittore, da un uomo che pensa alla sua ex fidanzata. Il loro compito è preservare per sempre la realtà, memorizzare in che modo Berlino cambia e attraversa il costante flusso della storia. Presentato nel 1987 al 40esimo Festival di Cannes, ha vinto il premio per la migliore regia. Anno di uscita: 1987. Regia di Wim Wenders. Interpreti principali: Bruno Ganz e Otto Sander.

LE VITE DEGLI ALTRI

Nel 1984 il capitano della Stasi Gerd Wiesler ha il compito di spiare Georg Dreyman, scrittore teatrale e intellettuale ritenuto un pericoloso dissidente e un potenziale traditore del governo comunista. In molti spingono Wiesler, che svolge ogni suo compito in modo impeccabile, a trovare delle prove per accusare Dreyman. L’operazione di spionaggio ha un risvolto sentimentale. È fortemente sostenuta dal ministro della cultura Bruno Hempf, che vuole Dreymann fuori dai piedi per avere la sua compagna, l’attrice Christa-Maria Sieland. La spia Wiesler entra così nella vita dello scrittore e della sua compagna. Ma il suicidio di un amico della coppia gli restituisce un’immagine nuova della Germania Est e del suo stesso ruolo. Nel 2007 la pellicola ha vinto l’Oscar come miglior film straniero. Anno di uscita: 2006. Regia di Florian Henckel von Donnersmarck. Interpreti principali: Ulrich Mühe, Martina Gedeck, Sebastian Koch e Ulrich Tukur.

SONNENALLEE

Micha e Mario sono due cari amici e vivono nella Sonnenallee, la strada del sole. Sono due giovani in attesa del diploma, che si chiedono se intraprendere la carriera universitaria o meno. La loro quotidianità è fatta dei primi amori adolescenziali, di ore passate ad ascoltare i Rolling Stones (vietati dal regime) e di lotte contro gli abusi della Ddr. Anno di uscita: 1999. Regia di Leander Haussmann. Interpreti principali: Alexander Scheer e Alexander Beyer.

Un frame del film Sonnenallee

FUNERALE A BERLINO

Harry Palmer è un agente del servizio segreto inglese che ha il compito di far attraversare il muro di Berlino a Stock, un colonnello dell’Urss che vuole abbandonare la causa comunista e passare a Ovest. Dietro il consiglio dell’esperto di fughe Kreuzmann, Palmer decide di far nascondere il colonnello nella bara di un criminale nazista, sostituendo Stock con la salma. Ma a confine attraversato, si scopre che dentro la bara giace il corpo senza vita di Kreuzmann. E a Palmer resta il compito di scoprire chi sia stato il traditore. Anno di uscita: 1966. Regia di Guy Hamilton. Interpreti principali: Michael Caine, Paul Hubschmid, Oskar Homolka ed Eva Renzi.

Una scena del film “Funerale a Berlino”

IL TUNNEL

Già finito nei guai per le sue attività eversive nella Germania dell’Est, il nuotatore professionista Harry Melchior riesce finalmente a fuggire nella repubblica federale tedesca. Ma, una volta in salvo, decide di costruire un tunnel sotterraneo per permettere anche alla sua famiglia di passare alla zona Ovest. Il progetto però incontra diverse difficoltà, tra cui il tradimento dei suoi stessi amici. Anno di uscita: 1987. Regia di Antonio Drove. Interpreti principali: Jane Seymour, Peter Weller, Manuel de Blas e Fernando Rey.

Una scena del film “Il Tunnel” di una fuga finita male

IL SILENZIO DOPO LO SPARO

La ribelle Rita è una donna che, dopo un passato da terrorista nella Raf, gruppo di estrema sinistra, fugge nella Repubblica democratica tedesca. Qui incontra Tatjana, l’amica cara che invece sogna una vita nella zona Ovest. Con la caduta del muro, i nodi vengono però al pettine: Rita deve fare i conti con la legge e con il suo passato e tutta la sua vita ne sarà stravolta. Anno di uscita: 2000. Regia di Volker Schlöndorff. Interpreti principali: Bibiana Beglau, Nadja Uhl e Martin Wuttke.

IL SIPARIO STRAPPATO

Un rinomato fisico statunitense sceglie di mettersi a collaborare con gli scienziati sovietici, dimostrando di voler sposare la causa comunista. I colleghi e la stessa fidanzata restano attoniti quando l’uomo si stabilisce nella Germania Est per continuare le sue ricerche scientifiche. C’è però chi sospetta, e forse a ragione, che la sua nuova scelta di campo non sia poi così cristallina come lo studioso vuole far credere. Anno di uscita: 1966. Regia di Alfred Hitchcock. Interpreti principali: Paul Newman, Julie Andrews e Lila Kedrova.

LA SPIA CHE VENNE DAL FREDDO

Tratto dall’omonimo romanzo di John Le Carrè, la pellicola vede protagonista una spia inglese. Il suo compito è eliminare il capo dello spionaggio tedesco orientale. Per entrare nel giro si lega a una ragazza iscritta al Partito comunista britannico. Il suo sistema di valori, però, crolla quando la ragazza muore e lui comprende di essere solo una pedina in un gioco molto più grande di lui. Nel 1967 la pellicola ha vinto ai Bafta come miglior film britannico, miglior attore britannico a Richard Burton, migliore fotografia e migliore scenografia. Anno di uscita: 1965. Regia di Martin Ritt. Interprete principale: Richard Burton.

Il protagonista de “La spia che venne dal freddo”

UNO, DUE, TRE

Il protagonista di questa commedia è un direttore della filiale della Coca Cola a Berlino Ovest, col sogno di esportare la celebre bibita scura e gasata anche nei Paesi che ruotano attorno all’orbita sovietica. Ma le sue ambizioni sono messe in secondo piano da un altro e più urgente problema: il matrimonio della figlia del suo capo con un comunista nella Berlino Est. Il film ha ricevuto una nomination ai Premi Oscar 1962 (miglior fotografia) e due nomination ai Golden Globe 1962. Anno di uscita: 1961. Regia di Billy Wilder. Interprete principale: James Cagney.

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Il muro di Berlino in dieci canzoni

Il simbolo per eccellenza della Germania divisa ha ispirato artisti da tutto il mondo. Per celebrare i 30 anni dalla riunificazione tedesca avvenuta il 9 novembre del 1989, ecco le colonne sonore che raccontano il crollo del blocco di cemento.

Ce ne sono alcune che parlano di libertà, di amore, di voglia di resistere contro tutti e tutto. Altre che sono un inno al cambiamento e al bisogno di ribellarsi per non soccombere. In occasione della caduta del muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre del 1989, ecco dieci canzoni per ricordare un evento che ha segnato la storia. E ha influenzato il modo in cui oggi leggiamo il nostro stesso mondo.

SCORPIONS – WIND OF CHANGE

Il “vento del cambiamento” ha ispirato una delle più celebri canzoni degli Scorpions. Il leader della band tedesca, Klaus Meine, ha composto Wind of change nel settembre 1989, per narrare dei cambiamenti politici che stavano sconvolgendo l’ordine bipolare. Era proprio in quei mesi che Berlino si preparava alla «magia del momento in una notte gloriosa».

NEIL YOUNG – AFTER BERLIN

«Won’t you help me make my way on home, after Berlin?». Non vorrai aiutarmi a costruire la via di casa, dopo Berlino? Questa è la domanda che si pone Neil Young in After Berlin, la canzone scritta nel 1982. Quando mancavano ancora sette anni alla caduta del Muro che spezzava la Germania, la star canadese mise in note una Berlino in cui «o ti rinchiudono fuori o ti rinchiudono dentro».

LUCIO DALLA – FUTURA

Scritta da Lucio Dalla nel 1979, Futura racconta di un uomo e di una donna qualunque, il cui amore è ostacolato dal muro di Berlino. Il cantautore bolognese ha steso il testo proprio mentre si trovava nella città divisa, traendo ispirazione dalla vista dell’imponente costruzione di cemento, che sarebbe stata abbattuta solo dieci anni dopo.

ARCADE FIRE – SURF CITY EASTERN BLOC

I blocchi stradali e la paura di essere arrestato sono al centro di Surf City Eastern Bloc, la canzone del 2009 degli Arcade Fire che vede protagonista un ragazzo in fuga da Berlino Est e diretto a Berlino Ovest. Il regime e le minacce nulla possono contro la voglia di libertà che anima un giovane uomo.

DAVID HASSELHOFF – LOOKING FOR FREEDOM

È rimasta in cima alle classifiche tedesche per otto settimane, quell’estate del 1989. Looking for freedom, la hit di David Hasselhoff, (il beniamino di Baywatch e Supercar), ha conquistato il pubblico della Germania poco prima che il Muro fosse abbattuto. Merito del suo testo dedicato alla «ricerca della libertà, una ricerca che ancora va avanti, da quando ho lasciato la mia città natale».

YANN TIERSEN – GOODBYE, LENIN (SUMMER 78)

Goodbye, Lenin (Summer 78) di Yann Tiersen è il sottofondo che accompagna le immagini dell’omonimo film uscito nel 2003. Ma la scia strumentale partorita dal genio creativo del compositore francese ha finito per diventare essa stessa una delle colonne sonore che, più naturalmente, vengono collegate al muro di Berlino.

EDOARDO BENNATO – FRANZ È IL MIO NOME

Franz è il mio nome di Edoardo Bennato, datata 1976, racconta di un uomo che «vende la libertà, a chi vuol passare dall’altra parte della città». «West Berlino» diventa, nella voce del cantautore napoletano, un luogo aperto ai desideri, e ai sogni «proibiti fino a ieri». Una distinzione che con la caduta del Muro diventerà sempre più sfumata.

DAVID BOWIE – HEROES

Heroes è tra le canzoni più belle di sempre e David Bowie la compose nel 1977, proprio a Berlino, un luogo che aveva significato per lui rinascita artistica e personale. Quando un giorno fu preso dall’ispirazione e i suoi occhi si posarono su una coppia concentrata nel proprio amore, i versi che fecero la storia della musica gli uscirono di getto: «Stavamo vicino al Muro, e i fucili spararono sopra le nostre teste. E noi ci baciammo, come se niente potesse cadere, e la vergogna stava dall’altra parte. Oh, noi possiamo batterli, sempre e per sempre».

PINK FLOYD – A GREAT DAY FOR FREEDOM

«Nel giorno in cui cadde il muro, gettarono a terra i lucchetti. E coi bicchieri alzati ci fu un urlo poiché la libertà era arrivata». Con queste parole inizia la canzone dei Pink Floyd del 1994, dedicata al crollo del muro di Berlino. Il testo, scritto cinque anni dopo la caduta, sottolinea in realtà la delusione seguita alle tante speranze disattese dopo lo storico evento.

SEX PISTOLS – HOLIDAYS IN THE SUN

Composta dai Sex Pistols nel 1977, Holidays in the sun vide la genesi grazie a una vacanza sull’isola di Jersey finita male. Sbattuta fuori da lì, infatti, la band britannica ripiegò su Berlino. Una città dove i musicisti riuscirono a trovare riparo dalla difficile quotidianità di Londra, come ha ricordato il leader John Lydon, alias Johnny Rotten: «Essere a Londra in quel periodo ci faceva sentire come prigionieri in un campo di concentramento. La cosa migliore che potevamo fare era quella di cambiare campo di prigionia. Berlino e la sua decadenza furono una buona idea. La canzone nacque così. Amo Berlino. Amavo il muro e la pazzia del posto. I comunisti guardavano all’atmosfera da circo di Berlino ovest, che non dormiva mai, e quella sarebbe rimasta la loro immagine dell’occidente».

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Germania, la frattura tra Est e Ovest a 30 anni dal Muro

Berlino si è aperta. Rossa e solidale, attrae migliaia di alternativi. L’ex Ddr, però, è rimasta chiusa. E guarda all'ultradestra. Un bilancio per l’anniversario del 1989, oltre i festeggiamenti e la retorica.

Come per ogni grosso anniversario del 1989 le celebrazioni per la caduta del Muro popolano per più di una settimana Berlino. Installazioni e concerti davanti alla Porta di Brandeburgo, proiezioni in 3D ad Alexanderplatz, giochi di luce sulla Sprea e lungo i chilometri dei 28 anni di barriera, esposizioni e rievocazioni sulla Ddr disseminate in tutti i quartieri: il giubileo del 30ennale va in scena nella capitale dal 4 al 10 novembre 2019, alcune mostre si prolungano fino al 30ennale della riunificazione tedesca nel 2020. Viverlo dovrebbe essere un must per gli europei (anche dall’ex Germania Ovest) chiamati a comprendere la svolta («Wende») del 1989 che ha spostato a Est il cuore dell’Ue. Mentre per i tedeschi dell’ex Ddr la trasformazione dalla caduta del Muro è ancora una quotidianità. Incompiuta quanto combattuta, si scopre dalle testimonianze e dalle cronache dalle città delle Ddr che restano definite, nel bene e nel male, dall’eredità di un regime socialista.

LE LOTTE DELLA ROSSA BERLINO

A Berlino la rossa («povera ma sexy» agli occhi dell’ex sindaco storico post- Wende, Klaus Wowereit) resistono i valori anti-capitalisti e della solidarietà contro la spinta della gentrificazione e della speculazione. Il fenomeno è di aree centrali come Mitte o la multietnica Kreuzberg (l’ex settore Ovest del Checkpoint Charlie), piuttosto che delle estreme periferie, e contiene anche l’espandersi delle estreme destre. La metropoli che da 30 anni cambia visibilmente pelle vive male l’arrivo delle multinazionali e sfida i colossi privati immobiliari. «Google fuck off» è la scritta propagata a Kreuzberg alla notizia di un grande campus per start up della compagnia della Silicon Valley al posto di una vecchia centrale elettrica. Alla fine, diventata una Casa per l’impegno sociale con associazioni benefiche e piattaforme per raccogliere fondi per minori bisognosi. Scacciata dal popolo, alla fine del 2018 Google ha ridimensionato il progetto aprendo solo degli uffici in centro.

Berlino muro 30 anni Germania Est anniversario
Il murales del bacio tra Brezhnev e Honecker dell’artista russo Dmitri Vrubel, nell’East side gallery di Berlino, per le celebrazioni del 1989. GETTY.

ESPROPRIARE E NAZIONALIZZARE

Non lontano da Kreuzberg, sempre nell’ex settore Ovest, si è vinta la battaglia per sottrarre l’ex aeroporto di Tempelhof (quello del dirigibile Zeppelin e poi del ponte aereo americano) agli appetiti dei grandi costruttori. Grazie a un referendum del 2014, le piste sono conservate come parco pubblico e gli hangar, poco più di un anno dopo, hanno accolto una cospicua parte dell’ondata di profughi dai Balcani verso la capitale tedesca.

A Berlino il mercato del lavoro cresce del 13%, quasi doppio della media nazionale

Sarà più dura, ma da giugno 2019 un’altra petizione con oltre 77 mila firme (ne bastavano 20 mila) pende al Senato della città-Stato per ottenere con una consultazione popolare l’esproprio di centinaia di migliaia di appartamenti ai grandi fondi immobiliari. Poi per la loro nazionalizzazione in un’azienda comunale. Nel mirino dei residenti raccolti attorno a gruppi come Il referendum sugli affitti ed Espropriare Deutsche Wohnen c’è innanzitutto l’omonimo gigante privato intestatario di 112 mila abitazioni.

MENO AFFITTI, PIÙ LAVORO

Anche a Prenzlauer Berg delle ex comuni gentrificate si dimostra contro la bolla immobiliare che fa esplodere gli affitti raddoppiati in 10 anni. Per evitare un referendum bloccato dai ricorsi delle società immobiliari (entrambe le parti si appellano ad articoli della Costituzione, il 14 e il 15) l’Amministrazione tenta la strada del tetto ai canoni fino al 2025. Ma di per sé socialdemocratici (Spd), comunisti (Linke) e Verdi al governo a Berlino appoggiano la mobilitazione, in altri contesti rivoluzionaria. Si è sfilato a ottobre, sotto i preparativi per l’anniversario del 9 novembre 1989, allo slogan: «Prima un tetto, poi l’esproprio». Si manifesta regolarmente anche contro lo sgombero di locali alternativi da immobili occupati. Nella capitale a 30 anni dalla riunificazione il mercato del lavoro cresce il quasi doppio (13%, Prognos 2019) che della media nazionale (7%). Berlino è meno povera, ma per principio resta comunarda e anti-consumista.

Proiezioni delle proteste del 1989 sull’ex quartier generale della Stasi, a Berlino. GETTY.

L’EST RESTA CHIUSO E DIFFIDENTE

La metropoli tedesca diretta verso i 4 milioni di abitanti, libera dal Muro che spaccava l’Europa, è diventata un brillante modello di convivenza multietnica. Un’oasi di integrazione circondata da 12 milioni di ex cittadini dell’Est che – anche tra le nuove generazioni – spingono nella direzione opposta. La presa dei programmi autoritari delle estreme destre in Land come – si  è visto dalle Regionali del 2019 – la Turingia, la Sassonia e il Brandeburgo è il rovescio della medaglia del lascito del regime della Ddr all’interno del tessuto sociale.

Il numero di abitanti dell’ex Ddr resta ai livelli del 1905, complice lo spopolamento al crollo del regime

La chiusura verso l’esterno, in un territorio ancora pressoché estraneo all’immigrazione a differenza dell’Ovest, è il riflesso dal timore per gli stranieri dopo 40 anni di isolamento dall’Occidente. I tedeschi dei Land dell’Est – nonostante la costante, graduale crescita economica dal 1990 – restano i meno soddisfatti della qualità della vita e dei servizi, conferma anche l’Atlante del successo 2019 di Deutsche Post.

LA FRATTURA CON L’OCCIDENTE

Berlino attrae. Gli altri Land dell’Est no, e continuano a volgersi all’orbita dell’ex Urss da dove l’immigrazione non fa paura. Dai rilevamenti dell’Istituto di Ricerche Economiche di Dresda, dove il Comune ha dichiarato l’«emergenza nazismo», il numero di abitanti dell’ex Ddr resta ai livelli del 1905, complice lo spopolamento al crollo del regime. Gli attacchi di neonazi (omicidi e ferimenti politici, attentati, aggressioni agli stranieri) montano in tutta la Germania, ma nell’Est ancora di più. È mancato il decollo dal 1989 anche perché l’opinione pubblica risponde in maniera diversa dell’Ovest ai trend. Una delle cartine di tornasole è il fallito boom degli ambientalisti tra i 20enni – più richiamati dall’estrema destra di AfD. In controtendenza anche dalle ultime Amministrative a Berlino, dove migliaia di voti sono migrati ai Verdi dalla Linke e dalla Spd. Ma se la Berlino aperta e marxista guarda ancora a Rosa Luxemburg, l’altra ex Ddr preferisce la Russia sovranista di Vladimir Putin.

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Il ricordo di Ehrman e la domanda che fece cadere il muro di Berlino

Nei giorni del 30esimo anniversario della riunificazione tedesca l'ex corrispondente dalla Ddr per l'Ansa ha ripercorso le domande che simbolicamente diedero il via alla fine.

A quella conferenza stampa arrivò in ritardo, ma Riccardo Ehrman pose le domande giuste e soprattutto capì la portata delle risposte di Guenter Schabowski: e si precipitò a dettare la notizia decisiva per la caduta del Muro di Berlino «prima di tutti gli altri». «Ma il capo ebbe paura di un abbaglio, e tenne ferma la notizia per una ventina di minuti…».

Il giornalista, che 30 anni dopo si è sentito trasformato «in una notizia», era all’epoca corrispondente dell’Ansa dalla Ddr, e di domande ne fece tre, ha raccontato in un’intervista trent’anni dopo. L’effetto fu straordinario: la caduta della frontiera di cemento che per 28 anni aveva diviso la capitale tedesca in due blocchi.

«Era una noiosa conferenza stampa, come tutte quelle del regime comunista della Germania orientale. Durò quasi due ore. Il portavoce, Schabowski, aveva parlato di cose fatte e da fare e aveva anche accennato, nello stesso tono monocorde di sempre, al fatto che era possibile che il regime avesse commesso qualche errore». Fu qui che Ehrman ebbe il merito di sollevare l’argomento cruciale dell’incontro con la stampa del 9 novembre 1989, che di lì a poche ore avrebbe cambiato la storia del mondo.

VERSO L’ANNUNCIO DI UNA RIVOLUZIONE

«Prendendo spunto da quella affermazione», ha ricordato Ehrman, che proprio il 9 novembre 2019 ha compiuto 90 anni, la mia domanda, quando finalmente mi fu concessa la parola, fu: “Non crede che avete commesso degli errori nel promulgare una nuova legge sui viaggi che non è tale, ma solo una conferma di tutto quello che succedeva prima?”. Più tardi Schabowski mi disse che quella domanda lo avevo fatto irritare molto. Alla conferenza stampa rispose: “Noi non facciamo errori”. E tirò fuori dalla tasca un foglietto, con cui annunciava appunto che tutti i cittadini tedeschi orientali potevano varcare tutte le frontiere, senza passaporto». Era l’annuncio di una rivoluzione.

LE DUE DOMANDE CHE CAMBIARONO LA STORIA DEL MURO

«Fino ad allora», ha raccontato ancora Ehrman, «una cosa del genere era un miraggio per gli ‘ossi’», ovvero i cittadini dell’Est. «E fu a questo punto che io aggiunsi altre due domande: “Vale anche per Berlino ovest?” “Sì – fu la risposta – per tutte le frontiere”. Quindi l’ultima: “E da quando?”. Schabowski rimase un momento interdetto: ‘Su questo foglio non c’è scritto, però sicuramente da questo momento”. Commise un errore, perché io ho la copia del foglio, che mi regalò lui stesso nel 2002, e lì c’è scritto ‘ab sofort’, che in italiano significa ‘da subito‘».

IL TENTATIVO DI PATERNITÀ DELLA BILD

La ricostruzione di quell’incontro con i giornalisti in Germania è stata a lungo dibattuta: la paternità di questa ultima decisiva domanda viene infatti rivendicata anche da un giornalista della Bild. Il riconoscimento formale da parte del governo tedesco andò però proprio ad Ehrman, insignito della croce al merito. Willy Brandt, incontrandolo un giorno, gli disse: «Domanda breve, effetto enorme». Non basta però saper porre le domande, bisogna anche riuscire a comprendere le risposte. «Si stava dando notizia della caduta del muro, ma nessuno l’aveva capito», ha spiegato ancora Ehrman, «I colleghi tedeschi, così abituati alle fanfaronate del regime comunista, avevano creduto fosse un’altra sparata propagandistica. Per me non lo era. Io ho creduto a quell’annuncio, come del resto fece il portavoce della missione diplomatica della Germania occidentale, che corse come me al telefono. Ricordo che prima di entrare nella cabina telefonica gli chiesi: “Pensi che sia possibile?”. Lui mi rispose “ohneZweifel”, “senza dubbio”. E telefonò a Kohl, che si trovava in visita ufficiale a Varsavia. Rientrò di corsa a Bonn!».

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