La fascinazione del M5s per i regimi e l’uomo forte

Ora la Mecca grillina è Pechino. Ma prima di Xi Jinping i pentastellati si erano infatuati di Maduro, di Putin, considerato fino al 2014 un nemico, e pure di Trump. Prima della parentesi obamiana di Grillo.

I due incontri che Beppe Grillo ha avuto con l’ambasciatore cinese in Italia, la favola dello Xinjiang pacificato pubblicata sul Blog del comico mentre il New York Times denunciava la ferocia della repressione di Pechino sugli uiguri, il silenzio del ministro degli Esteri Luigi Di Maio sulle proteste di Hong Kong riportano alla luce il delicato tema dell’infatuazione dei grillini per leader discussi e discutibili e per regimi non esattamente liberali.

L’ultima è per Xi Jinping, o meglio presidente «Ping» come lo chiamò Di Maio.

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CINQUE STELLE PER MADURO

Prendiamo per esempio il sottosegretario agli Affari Esteri, Manlio Di Stefano. Per il deputato pentastellato, i «peggiori bar di Caracas» della pubblicità emanano profumi inebrianti. Tanto che nel marzo 2017, con Vito Petrocelli, vicepresidente del Comitato italiani all’estero e Ornella Bertorotta, nella passata legislatura capogruppo alla commissione Affari esteri del Senato, volarono in Venezuela. Scopo della missione: raccogliere voti tra gli italiani all’estero. Risultato: una imbarazzante quanto convinta sfilata al fianco delle più alte sfere dell’esecutivo di Nicolás Maduro.

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L’ennesima gaffe pentastellata frutto di chi ha sempre faticato a distinguere tra Cile e Venezuela, Pinochet e Chávez? Non questa volta. A gennaio 2019, i l M5s si astenne dal voto europeo che riconobbe Juan Guaidò legittimo presidente del Paese. Fabio Massimo Castaldo dichiarò: «Non siamo né pro né contro Maduro, difendiamo i diritti umani». E il solito Di Stefano sentenziò: «L’Italia non riconosce Guaidò». Non stupisce del resto visto che già nel 2016 Davide Casaleggio aveva indicato come modello per la democrazia diretta proprio il Venezuela.

Una foto postata sul suo profilo Instagram di Luigi Di Maio dell’incontro con i Gilet gialli.

LE AFFINITÀ ELETTIVE CON I GILET GIALLI

Il mantra del M5s in politica estera è sempre stato quello della non ingerenza. Motivo per cui Di Stefano strigliò il presidente francese Emmanuel Macron colpevole di aver definito illegittimo il governo Maduro. «Il principio di non ingerenza», disse il 5 stelle nel gennaio 2019, «è sacro. Qualsiasi sia la nostra visione delle cose, di Maduro, del chavismo e dei rapporti politici in America latina, qualsiasi cambiamento in Venezuela deve avvenire in un contesto politico, democratico e non violento».

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Evidentemente non fu ingerenza l’incontro, qualche settimana dopo, tra Luigi Di Maio e i Gilet gialli che mettevano a ferro e fuoco Parigi. «Mi dispiace che Macron l’abbia vissuta come una lesa maestà», disse il capo politico grillino, all’epoca vicepremier, «ma è giusto che una forza politica che non condivide le idee politiche di En marche abbia la possibilità di dialogare con un’altra forza politica che correrà alle Europee. Quindi andiamo avanti». Insomma, la «millenaria democrazia» francese, come la definì Di Maio, doveva farsene una ragione. Anche se poi l’affinità tra grillini e gilet si ruppe. Parigi tra l’altro aveva già mal digerito la battaglia contro il cosiddetto «neocolonialismo francese» in Africa e il Franco Cfa portato avanti da Alessandro Di Battista.

DALLA RUSSIA CON AMORE

Un altro eroe per i grillini è senz’altro Vladimir Putin. «Meno male che c’è Putin», scriveva su Facebook lo scorso 25 gennaio Di Battista, evidenziando come, senza l’egoarca russo, «ci sarebbe stato un intervento armato Usa» in Venezuela. Non una boutade di un attivista senza più ruoli in parlamento visto che il programma esteri del 2017 puntava al recupero delle relazioni con Mosca. «Un disastro economico che non ci possiamo permettere», si legge, un Paese «decisivo nelle relazioni internazionali». Un fascino, quello per la Russia, che viene da lontano e ben radicato nel M5s. Nell’aprile 2015 Beppe Grillo concedette una intervista torrenziale a Rt, emittente finanziata dal Cremlino. E, accompagnato da Di Battista e Di Stefano, incontrò Sergej Razov, ambasciatore russo a Roma. Poi ci fu l’invito di una delegazione pentastellata al congresso di Russia Unita, il partito di Putin.

QUANDO PUTIN ERA IL NEMICO

Ma non finisce qui. Addentrandoci nell’aneddotica, come dimenticare la denuncia di Marta Grande: «Della crisi in Ucraina si è smesso di parlare, non fa più notizia, siamo stati informati a senso unico», disse a Montecitorio nel 2014, rivelando le «tremende operazioni di bassa macelleria cui la follia del governo ucraino sta sottoponendo i cittadini russi, perseguitati, massacrati e torturati». Di più. Per Grande gli ucraini stavano letteralmente divorando i russi. Faceva riferimento a una foto raccapricciante diventata virale che però si rivelò una fake news: il soldato che addentava un braccio arrostito proveniva dal backstage del film russo Noi veniamo dal futuro. E dire che fino al 2014 la Russia era considerata il nemico, vuoi per l’amicizia tra Putin e Silvio Berlusconi, vuoi per la repressione nei confronti dei media. Esemplare il post del 2007 con cui il Blog eleggeva Anna Politkovskaja Woman of the Year in polemica con il Time che aveva scelto Putin come Person of the Year. Poi le cose cambiarono.

IL VAFFA DI TRUMP AI MEDIA

I grillini del resto sono trasversali. Il loro amore per l’uomo forte li porta contemporaneamente a spasimare per Putin e per Donald Trump. «È stato un grande. Ha fatto un V-Day. Era su tutti i giornali in modo incredibile: era contro le donne, i gay, l’aborto ma ha vinto», esultò Grillo il giorno dell’elezione del tycoon.

Beppe Grillo.

«Questo vuol dire», spiegava il co-fondatore del Movimento, «che i grandi giornali non sono più letti da nessuno. Mentre quelli della Rete, che vengono definiti imbecilli, scemi, barbari, demagoghi, sono quelli che si sono creati un giro di informazione sotto i radar dei media. Perché i blog capivano ciò che stava accadendo». In una intervista al Journal du Dimanche del 2017 Grillo definiva Trump un «moderato». E pensando a lui e a Putin diceva di sentirsi ottimista: «La politica internazionale ha bisogno di uomini di Stato forti come loro. Lo considero un beneficio per l’umanità». E dire che Grillo nel 2008 e nel 2012 aveva salutato come un successo la vittoria di Barack Obama. Anti-putinani ieri, putiniani oggi. Obamiani ieri, filo-trumpiani oggi. Magari tra un po’ Pechino, oggi Mecca, sarà bollato come regime liberticida. Basta aspettare.

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La visita di Grillo all’ambasciata cinese e l’imbarazzo del governo

Dopo l'incontro del fondatore del M5s con Li Junhua nella sede diplomatica di Pechino a Roma erano arrivate critiche e domande da parte di Lega e Pd. Il ministro degli Esteri nonché capo politico grillino Di Maio alla Camera: «Non è andato a nome dell'esecutivo. Non siamo tenuti a risponderne».

Una visita che non è certo passata inosservata. Finendo per imbarazzare il governo. Beppe Grillo all’ambasciata cinese di Roma: l’incontro datato 23 novembre si è portato dietro diverse polemiche politiche. Tanto da costringere l’esecutivo a una spiegazione ufficiale in parlamento.

FACCIA A FACCIA DI OLTRE DUE ORE E FOTO SU FACEBOOK

I fatti: il fondatore e guru del Movimento 5 stelle ha trascorso oltre due ore sabato nella sede diplomatica del quartiere Parioli e la sera prima a cena aveva avuto un incontro con l’ambasciatore di Pechino Li Junhua.

Un piacevole incontro ieri con l'Ambasciatore della Cina Li Junhua. Gli ho portato del pesto e gli ho detto che se gli…

Posted by Beppe Grillo on Sunday, November 24, 2019

Nulla di particolarmente segreto, visto che Grillo ha pubblicato una foto su Facebook a testimoniare il faccia a faccia. Con questo commento ironico: «Un piacevole incontro con l’ambasciatore della Cina Li Junhua. Gli ho portato del pesto e gli ho detto che se gli piacerà dovrà avvisarmi in tempo perché sarei in grado di spedirne una tonnellata alla settimana, sia con aglio che senza, per incoraggiare gli scambi economici!».

IL BLOG CHE NEGA LA REPRESSIONE SUGLI UIGURI

Ma in un momento di gravi tensioni tra Cina e Hong Kong, e nei giorni in cui il Blog di Grillo ha sposato la propaganda di Pechino negando la repressione degli uiguri, diversi politici hanno chiesto chiarimenti.

È andato là a parlare di cosa? Di business di telecomunicazione, di internet, di 5G, di piattaforma Rousseau, di via della Seta?


Matteo Salvini

Il leader della Lega Matteo Salvini in diretta Facebook non si è lasciato sfuggire l’occasione di attaccare gli ex alleati: «Sono democratico e ognuno è libero di incontrare chi vuole, ma vi sembra normale che un capo politico come Grillo, in un momento in cui ci sono tanti dossier economici aperti, vada a incontrare una-due-tre volte l’ambasciatore cinese?». Poi l’ex ministro dell’Interno si è chiesto: «È andato là a parlare di cosa? Di business di telecomunicazione, di internet, di 5G, di piattaforma Rousseau, di via della Seta? E poi parlano di conflitti d’interessi degli altri».

QUARTAPELLE (PD): «INQUIETANTE DA CHI ERA PRO TIBET»

Lia Quartapelle, capogruppo del Partito democratico in commissione Esteri, in un’intervista a La Stampa a proposito della situazione di Hong Kong aveva detto: «C’è questa novità inquietante di Grillo che pare addirittura sposare la posizione cinese. Anche io sono stata in ambasciata e ho espresso la mia preoccupazione per Hong Kong. La cosa bizzarra è che Grillo ci sia andato due volte e non abbia rilasciato dichiarazioni. Lui, che un tempo era pro Tibet e anche pro uiguri, adesso non dice nulla. Comunque il problema non è lui, la politica si fa nelle sedi istituzionali».

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Lia Quartapelle del Pd. (Ansa)

Non spetta al governo rispondere di questo tipo inviti di esponenti della società civile nelle sedi diplomatiche


Luigi Di Maio

E nella sede istituzionale della Camera Luigi Di Maio, ministro degli Esteri ma anche capo politico del M5s fondato da Grillo, ha detto rispondendo a una domanda durante il Question time: «Il signor Grillo ha ricevuto un invito dell’ambasciatore cinese, ed è andato non rappresentando il governo». Di Maio ha aggiunto che «non spetta all’esecutivo rispondere di questo tipo inviti di esponenti della società civile nelle sedi diplomatiche, che peraltro avvengono regolarmente non solo in Italia, ma anche negli altri Paesi».

DI MAIO A SALVINI: «E LE SUE VISITE IN RUSSIA?»

Alla trasmissione Agorà invece Di Maio aveva replicato così a Salvini: «Capita spesso che un ambasciatore voglia incontrare una personalità italiana. Perché scandalizza questa visita di Grillo quando non c’è alcuna possibilità che lui sia andato a portare la pozione del governo italiano. Piuttosto sono rimasto colpito dalle visite di Salvini in Russia».

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Perché è giunto il momento che il Pd dialoghi con il M5s e Beppe Grillo

Sarebbe un errore chiudere la porta al M5s. Il cofondatore cerca di salvare la propria creatura e la sua disperazione può offrire la possibilità di un dialogo difficile ma, se serio, molto utile.

Beppe Grillo ancora una volta tiene in piedi Luigi Di Maio e soprattutto lo costringe a mantenere in vita l’alleanza con il Pd, anzi gli suggerisce di dar vita a un progetto comune. Gli interventi tampone del padre fondatore ormai non si contano più e a stento riescono a impedire il crollo di una baracca che, nelle mani di Di Maio e di Casaleggio junior, appare sempre più destrutturata.

LA CRISI DEL GRILLISMO

La crisi del grillismo è evidente ed è stata prevedibile (e prevista). Il successo elettorale con le responsabilità di governo ha fatto venir fuori l’amalgama mal riuscito del blocco elettorale pentastellato, la fragilità del gruppo dirigente, l’incauta alleanza con il vorace Matteo Salvini che se li è mangiati pezzo dopo pezzo durante il primo governo Conte. L’autogol estivo del capo della Lega ha dato al Movimento 5 stelle la possibilità di un nuovo inizio che è stato accolto di malagrazia da Di Maio, vedovo inconsolabile della destra e soprattutto prigioniero di Salvini. 

GLI SFORZI DI GRILLO E TRAVAGLIO

In questi mesi molti elettori di destra dei 5 stelle se ne sono andati con il capo della Lega ed è facile ipotizzare che quelli rimasti siano in gran parte “nativi” 5 stelle o elettori di sinistra giunti al grillismo per protesta verso la leadership del Pd e dei partiti affini. Questa situazione, per tanti aspetti disperata, avrebbe dovuto condurre Di Maio e gli altri a fare di necessità virtù, invece la leadership 5 stelle ha continuato ad accontentarsi della rendita di posizione, via via più ridotta, garantita dal governo e dalla guida del Movimento sperando nello “stellone”. Solo i due padri fondatori, Beppe Grillo e Marco Travaglio, hanno cercato di far quadrare il cerchio spingendo quel che resta del movimento a una solida alleanza con la sinistra e soprattutto a una riaffermata opposizione a Matteo Salvini.

GLI ERRORI DI VALUTAZIONE DELLA SINISTRA

A sinistra la discussione sui 5 stelle non è mai terminata anche se sarebbe più opportuno dire che non è mai iniziata. L’unico punto di analisi che i leader di sinistra più dialoganti hanno è la presenza nel grillismo di una base elettorale popolare con molti contatti con il vecchio popolo della sinistra. Osservazione intelligente ma culturalmente poverissima. Hanno ignorato invece l’aspetto programmatico che sorreggeva questo movimento, la sua logica antipartitica, il suo rifiuto della democrazia, la predilezione per il putinismo, l’amore per la decrescita infelice con la distruzione di fabbriche, come si è visto con l’atteggiamento tenuto sull’Ilva di Taranto. Insomma la massiccia presenza di popolo nei 5 stelle, peraltro espressione politica del potere giudiziario, non faceva sorgere una piattaforma di sinistra, ancorchè azzardata.

I GRILLINI VANNO SFIDATI SUI PROGRAMMI

Ora la situazione sta cambiando. Il popolo in gran parte se ne è andato, le posizioni più stupide nel movimento sono flebili, si fanno pressanti le richieste perché quel che resta dei 5 stelle apra un dialogo in profondità con la sinistra. Accettare o rifiutare? Sarebbe un errore rifiutare. È evidente che lasciati da soli i 5 stelle moriranno nel giro di una o due tornate elettorali. Ma nessuno di noi sa dove finiranno quei voti. Mi sembra difficile immaginare che, sic et simpliciter, tornino o vengano per la prima volta a sinistra. Perché questo “miracolo” si compia è necessario un atteggiamento con i 5 stelle che li sfidi sui programmi nel quadro di una ipotesi di alleanza non più solo anti-salviniana. È necessario che il gruppo dirigente del Pd legga meno i giornali e i post sui social dei più noti giornalisti dell’Espresso-Repubblica o di quelli, i cerchiobottisti, che da anni inseguono la chimera di una formazione destra-sinistra che non c’è mai stata né mai ci sarà.

IL PD SI COMPORTI DA PARTITO SERIO

La sinistra deve avere una propria strategia che significa chiedere un dialogo sulla base di punti irrinunciabili sia di carattere politico-istituzionale sia di carattere programmatico. Niente da inventare. Ci sono in tutti i documenti e in tutte le interviste che i leader del Pd o affini hanno fatto in questi due anni. Servirebbe solo comportarsi da partito serio e seriamente prendere in parola, per la prima volta, Beppe Grillo. La sua disperazione nel tentativo finale di salvare la propria creatura può consegnare la possibilità di un dialogo difficile ma, se serio, molto utile. Matteo Renzi non ci sta? Vada con Salvini.

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La strategia di Grillo dietro l’incontro con Di Maio

Il fondatore torna in campo per blindare il capo politico del M5s ma anche l'accordo col Pd. E zittire le sirene leghiste. Mettendo il cappello sulla transizione pentastellata. Con Casaleggio più defilato. Lo scenario.

Luigi Di Maio è e resta il capo politico del Movimento 5 stelle. Allo stesso modo, però, l’alleato di governo rimane il Pd e le sirene leghiste vanno messe a tacere. Sono questi i due concetti principali che emergono dell’incontro tra Di Maio e Beppe Grillo. Il fondatore del M5s blinda Di Maio, assicurandogli di essere lui al timone nella fase più delicata, ma fa lo stesso con l’intesa coi dem. Quello di Grillo è un ritorno in campo quasi obbligato per evitare l’implosione del M5s. E che, al momento, vede defilato Davide Casaleggio, più scettico rispetto a un percorso a braccetto con il Pd. Sarà Grillo, dunque, il garante della transizione che porterà il Movimento agli Stati generali della prossima primavera. Una buona notizia per l’ala riconducibile a Roberto Fico e anche per chi guarda al governo con il Pd con convinzione maggiore di Di Maio.

VERSO UN DIRETTORIO SOTTO MENTITE SPOGLIE

Di Maio ora è chiamato ad accelerare, entro metà dicembre, su quella formazione del “team del futuro” che sarà fatto di 12 referenti tematici e 6 referenti organizzativi. Ed è in quest’ultima tranche che potrebbe concentrarsi quella divisione di poteri che in tanti, tra i cinque stelle, ora pretendono. Tanto che più che di facilitatori si parla anche di una sorta di “triumvirato” che abbia le funzioni che furono del direttorio. Grillo aveva già incontrato, singolarmente, scontenti e vecchia guardia, manifestando loro il rischio che un leader si circondi di yes man. Questa volta, però, il fondatore “vigilerà” anche sulla linea politica. Con la Lega non si torna, è il messaggio. Grillo lo ha detto chiaramente a Di Maio, consapevole dei sospetti – circolati tra alcuni big del Movimento – che il ministro degli Esteri non sia convinto della strada comune del Pd e che, in questo suo scetticismo, si ritrovi perfettamente con Alessandro Di Battista.

Non siamo più quelli che eravamo dieci anni fa, mettetevelo in testa. È l’ entropia la nostra matrice, dal caos vengono le idee meravigliose, e ci saranno

Beppe Grillo

Non è detto che l’intervento di Grillo sia risolutivo. Qualcuno, nel Movimento, sperava nello strappo del fondatore rispetto a Di Maio. E, anche su Facebook, non mancano le proteste di qualche eletto alla blindatura di Di Maio. Certo, nel video l’ex comico torna a ribadire la fine del Movimento conosciuto finora. «Non siamo più quelli che eravamo dieci anni fa, mettetevelo in testa. È l’ entropia la nostra matrice, dal caos vengono le idee meravigliose, e ci saranno», è l’appello di Grillo ad attivisti ed eletti. Parole che nel disegno del fondatore si potrebbero tramutare in una svolta filo-Pd in Emilia-Romagna.

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Come è andato l’incontro tra Di Maio e Beppe Grillo

La riunione tra il leader e il guru del M5s finisce in distensione: «Siamo d'accordo su tutto», dice il ministro. E Beppe lo conferma ma aggiunge: «Sarò più presente per aiutarlo».

Perfettamente allineati, fiducia reciproca confermata. O almeno così dicono. L’incontro tra Luigi Di Maio e Beppe Grillo, tenutosi a Roma, all’hotel Forum, si è concluso dopo un’ora e mezza. «Siamo d’accordo su tutto, abbiamo smentito le leggende metropolitane di questi giorni», ha detto Di Maio prima di partire per la Sicilia, dove riprenderà il tour cominciato il 22 novembre. E Grillo ha speso parole di elogio per il leader del Movimento da lui fondato e di cui si fa garante: «Lavora 25 ore al giorno e non può essere sostituito per nessuna ragione, anzi va sostenuto». Poi però ha aggiunto una postilla: «Io ci sarò di più e gli darò una mano». Se non è commissariamento, poco ci manca. «Una persona deve poter decidere e fare scelte importanti. Un referente ci vuole», ha aggiunto Grillo all’interno di una nota diramata dopo l’incontro.

NUOVO CONTRATTO DI GOVERNO

I due hanno discusso del nuovo corso governativo del M5S. «Non possiamo essere gli stessi di prima, dobbiamo guardare avanti con grande entusiasmo», hanno sottolineato Di Maio e Beppe Grillo, convenendo sull’ipotesi di avanzare la proposta di un nuovo contratto di governo «a partire da gennaio» per finalizzare «progetti ambiziosi e di alto livello, con lo scopo di intervenire su tematiche fondamentali del nostro Paese e non solo come il clima, salario minimo, il reddito universale, l’intelligenza artificiale, l’energia, le infrastrutture». Secondo il capo politico e il garante, «il mondo è già cambiato», questo «è un momento di grande entusiasmo» e il futuro bisogna progettarlo insieme.

GRILLO: «SERVE EUFORIA»

«È un momento magico. Noi non possiamo continuare a fare dei Facebook in cui si dice questo qua non va bene. Adesso le cose devono essere chiare, il capo politico è lui, quindi non rompete i coglioni perché sennò ci rimettiamo tutti», ha poi ribadito Beppe Grillo in un video con Di Maio pubblicato su Facebook. «Siamo in un momento di caos, ma il caos è nella nostra natura, è nel caos che vengono fuori le belle idee. Il discorso è che non possiamo essere gli stessi, pensare come eravamo. Noi eravamo meravigliosi. Ma dobbiamo essere straordinariamente euforici», ha aggiunto. Grillo ha poi parlato delle elezioni in Emilia-Romagna: «Ci andiamo per beneficenza. Come dai un euro a uno non puoi dare un piccolo voto anche a noi per beneficenza? Così magari facciamo da tramite tra una destra un po’ pericolosetta e una sinistra che si deve formare anche lì», ha detto. Con la sinistra, però, c’è l’idea di continuare a collaborare per «progetti alti, bellissimi. Sui trasporti, su come costruire le cose, su cosa è la città… È un momento magico».

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C’è speranza per il Movimento 5 stelle? La risposta nel libro Snaturati di Marco Morosini

Il partito sta sta attraversando una crisi profonda. A partire dalla leadership di Luigi Di Maio. Nel suo ultimo libro l'ex ghostwriter di Beppe Grillo, ripercorre la sua metamorfosi.

«Il Movimento 5 stelle è morto con Gianroberto Casaleggio». Il de profundis di Manuela Sangiorgi sindaca dimissionaria di Imola riassume gli umori del popolo pentastellato. «Abbiamo visto appropriarsi di ruoli apicali da parte di persone senza arte né parte», ha tuonato Sangiorgi, ricordando l’emorragia di consensi di quella che era la prima forza politica del Paese. Nel mirino la leadership di Luigi Di Maio, la decisione di andare al governo col Pd. La metamorfosi dal Vaffa al Palazzo, tradendo una a una tutte (quasi) le stelle appuntate nel nome. Ma davvero non si può fare niente per fermare la degenerazione del Movimento? Per avere delle risposte bisogna riavvolgere il nastro. Tornando all’inizio, all’utopia del potere dal basso, dell’uno vale uno, all’ambientalismo senza se e senza ma.


In questo cammino a ritroso Lettera43.it si è fatta guidare da Marco Morosini, già ispiratore e ghostwriter di Beppe Grillo dal 1992 docente di Politiche ambientali al Politecnico federale di Zurigo, che in occasione del decennale del M5s, il 4 ottobre 2019, ha pubblicato Snaturati. Dalla social-ecologia al populismo – (auto)Biografia non autorizzata (Castelvecchi editore). Tra le pagine di questo saggio abbiamo cercato i motivi della crisi profonda che sta attraversando il Movimento.

Davvero si può dire che il Movimento è morto con Casaleggio?

Gianroberto vive nell’opera che ha creato. Ma quest’opera è deragliata. Il 29 ottobre 2004 Gianroberto venne a casa mia a Milano. Un hippy-juppie, un po’ Woodstock, un po’ Cernobbiom devoto all’ideologia digitalista fiorita in California decenni orsono e per questo chiamata “ideologia californiana”, che descrivo e commento in Snaturati. Beppe mi chiedeva il mio parere sulla idoneità di Gianroberto a lavorare con noi. Gianroberto si disse convinto che grazie alle sue capacità nel web-marketing e alla popolarità di Beppe si sarebbe potuto creare in Italia qualcosa di simile a MoveOn.org il movimento politico di sinistra statunitense che non mira a prendere il potere, ma a influenzare la società e favorire l’elezione di candidati progressisti. Questo era proprio quello che io e Beppe facevamo da 13 anni. Quindi il mio parere fu positivo. Nel gennaio del 2005 la Casaleggio Associati cominciò a realizzare Il Blog di Beppe Grillo. Quattordici anni dopo il Movimento, ormai deragliato, formò il governo Lega-5 stelle, che incarna tutto ciò che MoveOn combatte.

Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo.

Cosa è cambiato con la morte del co-fondatore?

Man mano che Il Blog di Beppe Grilloguadagnava influenza costatavo nei suoi post e anche negli spettacoli di Beppe una inversione a U rispetto ai contenuti di un quindicennio di lavoro insieme. E ciò ancor di più dopo la scomparsa di Gianroberto. Invece della consapevolezza della complessità di ogni fenomeno, c’era ora il semplicismo: ogni problema complesso ha una soluzione semplice, ma è impedita da “loro”. In tanti anni io e Beppe avevamo imparato che “loro” non esiste e che ognuno è il “loro” di qualcun altro. Ora, invece, il “loro” emergeva come causa di tutti i mali.

Poi il timone è passato, per via ereditaria, a Davide Casaleggio. Quanto ha snaturato il M5s?

Dell’erede di Gianroberto molti grandi giornali nel mondo hanno dato una descrizione inquietante. Aldo Giannuli, il politologo che fu strettamente legato al M5s, disse a Il Mattino il 7 aprile 2018 che «il colpo di Stato che ha dato vita al secondo Movimento alla fine del 2017 cominciò nell’estate del 2016». Ossia appena dopo la morte di Gianroberto. 

Com’è cambiato il ruolo di Beppe Grillo all’interno del Movimento?

Il ruolo di Beppe fu minore di quello che sembra. Anche di quello che sembra a lui stesso. Il M5s è la creatura solo di Gianroberto. Il suo fiuto captò il dirompente potenziale politico social-ecologico di 13 anni di lavoro del sodalizio Grillo-Morosini, dal 1992 al 2005. Gianroberto si rivolse a noi a ragion veduta. Fu molto abile a reclutare Beppe nel suo progetto di partito e a cambiare la nostra agenda politica passando, come dice il sottotitolo di Snaturati «dalla social-ecologia al populismo». La social-ecologia è sia uno strumento analitico per sviscerare i legami tra ingiustizia sociale e aggressione alla natura, sia un approccio e programma politico per porre fine a queste piaghe che possono portare alla distruzione della nostra civiltà così come la conosciamo. In Francia la parola “social-ecologie” è nel logo del Partito socialista. Da noi, invece,  siamo ancora  ancora al “taglio delle poltrone”.

Quali sono stati i suoi errori più gravi?

A Beppe raccontai spesso le idee dei pensatori che hanno riflettuto sulla tecnica. Appena ci conoscemmo nel 1992 gli consigliai il libro di Neil Postman Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia uno dei libri che lo influenzarono di più. «Technopoly» dice la presentazione «è lo stadio in cui la tecnologia, autoleggitimata e onnipresente, rende invisibile e irrilevante il mondo del pensiero tradizionale». Va notato che Technopoly fu pubblicato nel 1992, quando pochissimi vedevano nuvole nere nel cielo digitale. Sensibilizzato da Postman, da altre letture e da me, Beppe criticò per un decennio, dal 1992 al 2004, il fideismo tecnologico. Attenzione, dicevamo, non è tutto oro quello che luccica, guardiamo anche la faccia nascosta della tecnica, impariamo dall’esperienza. «Abbiamo più che la paura, abbiamo l’esperienza» è una frase chiara di chi raccomanda politiche di precauzione tecnologica.

Poi cosa accadde?

Dal 2005 Beppe cominciò a celebrare le nuove tecnologie con lo zelo di un convertito. Sembrava un ragazzino incantato da nuovi balocchi. Nel 2005 Gianroberto inculcò in Beppe la sua fede nel potere taumaturgico del digitale. Poco dopo uscì su Internazionale l’articolo Ho visto il futuro. Fu un manifesto del potenziale politico delle tecnologie digitali. Scrivendo quel testo forse un po’ ci credevo anch’io. Quattordici anni fa in pochi presagivano la faccia oscura del digitale. Beppe era in copertina, nudo, con i piedi nell’acqua sulla spiaggia davanti alla sua villa di Bibbona, vicino a Livorno. Le intimità erano coperte da un computer nero, aperto a metà. Sulle orecchie aveva una cuffia con microfono. Il suo viso esprimeva sfida. Il Blogera ancora in embrione, ma la faccia di Beppe diceva profeticamente: siamo nudi, ma con quest’arma vinceremo. L’élite 5 stelle non sembra riflettere sull’ambivalenza della tecnica. Ciò non stupisce perché questa mancanza di riflessione domina anche nei media, nella popolazione nella maggiorparte degli intellettuali. La “rivoluzione digitale” è ancora percepita da tutti non come un fenomeno ambivalente, ma come un cesto di balocchi portato da Babbo Natale.

La copertina di Internazionale dedicata a Beppe Grillo.

Nel libro Snaturati lei parla dei V-Day come punti di rottura. In che senso?

I due V-Day del 2007 e del 2008 mi lasciarono perplesso. Dopo un quindicennio nel quale, grazie al nostro lavoro insieme, il discorso di Beppe aveva guadagnato spessore e perso volgarità, egli tornava al vaffanculo. La denigrazione di tutti i partiti, i politici, i giornalisti e i giornali faceva di ogni erba un fascio. Delegittimava l’intera politica e l’intera stampa, ossia le due principali istituzioni con le quali possiamo contrastare il dominio degli strapoteri economici, della pubblicità e dell’ideologia consumista.

Alessandro Di Battista, Davide Casaleggio e Luigi dI Maio mentre abbraccia Beppe Grillo per i risultati elettorali, 5 Marzo 2018.

E così già nel 2008 cominciò la muta del futuro M5s…

Si tratta di una vera e propria inversione ad U dell’agenda politica originaria che dal 1992 avevamo portato avanti per 16 anni. Io e Beppe avevamo spiegato per anni che una crescita economica infinita su un Pianeta non infinito non è possibile, e avevamo denunciato la fallacia del Pil come indicatore di benessere. Lo stesso fa il giovane e valente ministro ministro dell’Istruzione, il professor Lorenzo Fioramonti, influenzato anche da noi, con il suo libro Presi per il Pil. Anni dopo, nel 2019, il primo capo del governo del Movimento 5 stelle, l’avvocato Giuseppe Conte, paragona l’economia italiana a una Ferrari che in autostrada dovrebbe ulteriormente accelerare la sua corsa. All’inizio del 2019 il governo Lega-5 stelle promette addirittura un «un boom economico», «un anno bellissimo» e una crescita economica del 3%, pur sapendo che nel 2019 essa sarà vicina allo zero.

L’ultimo articolo che ha scritto con Beppe Grillo si intitolava Perché non voto. È ancora attuale?

Nel 2008 il nostro ultimo articolo insieme Perché non voto fu quasi un testamento politico. Esso affermava tre linee strategiche di politica economica, ecologica e sociale per le future legislature: «Il programma si può riassumere in una parola: meno. Meno energia: 2000 watt pro capite invece di 5000 watt – entro il 2050. Meno materiali: 20 tonnellate pro capite all’anno, invece di 40. Meno lavoro: 20 ore di lavoro a settimana, invece di 40». La soluzione più ragionevole per rallentare la corsa verso la catastrofe ecologica e economica è di ridurre di molto le nostre produzioni e i nostri consumi materiali. Con le buone. L’altra soluzione è che sìano la natura e i conflitti a farceli ridurre con le cattive. Voi cosa scegliereste?

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