Senza Netanyahu Israele verso un governo di unità o di sinistra

A sorpresa dal voto la lista araba è uscita come terza forza. E ha aperto alla trattativa con il centro di Ganz. Come l’ultranazionalista Lieberman, pronto alla grande coalizione. Tutti a patto che Bibi resti fuori.

Tutte le opzioni sono sul tavolo in Israele, meno che una. Come in primavera le due maggiori forze politiche (Likud e Lista blu e bianco) si fronteggiano quasi a parità di seggi (32 contro 31), eppure molto è cambiato dal voto precedente del 9 aprile 2019. Il premier Benjamin Netanyahu ha eroso il consenso del Likud, invece la Lista blu e bianco di Benny Gantz si è consolidata. E stavolta è certo che Avigdor Lieberman non sposterà i 9 seggi della sua lista Yisrael Beiteinu sull’alleanza di centrodestra – almeno finché Netanyahu sarà leader. Per poco, considerato che il premier uscente non ha la più maggioranza per un blocco conservatore religioso e da quasi un anno non riesce a formare un governo: la sconfitta dell’estrema destra di Potere ebraico, fuori dal parlamento, è anche sua. Dalla sera del 17 settembre Israele è meno a destra, e potrebbe andare a sinistra. Anche perché è successo l’impensabile: gli arabi sono andati a votare, e la loro lista sarà il terzo partito alla Knesset.

Israele elezioni governo Netanyahu
Il leadedr della lista araba nita Ayman Odeh. (Getty)

PER LA PRIMA VOLTA UNA LISTA ARABA UNITARIA

A ogni voto in Israele si dice che gli arabi-israeliani potrebbero fare la differenza. Ma solo alle seconde Legislative anticipate del 2019 (per la prima volta tanto ravvicinate in Israele) sono riusciti a mettere da parte la questione trasversale del sionismo, per un voto di unità contro Netanyahu, insieme con la sinistra e con i laici israeliani. La Lista unica che è riuscito a formare Ayman Odeh con le quattro sigle arabe ha guadagnato 13 seggi (più dei sei del Labor e dei cinque dell’Unione democratica dei verdi e dei centristi di Ehud Barak), perché da aprile l’affluenza tra l’elettorato arabo-israeliano è balzata dal 49% al 61%. L’obiettivo era «far fuori Netanyahu»: a centrarlo, ancor più della riconciliazione tra partiti arabi, ha giovato la campagna di odio contro gli arabi scatenata dal premier in testa, dal 2009, a esecutivi sempre più di ultradestra. Una corsa per protesta alle urne che darà a Odeh peso nelle consultazioni con il capo di Stato Reuven Rivlin.

Nelle consultazioni con il presidente della Repubblica la lista araba può sbilanciarsi in favore di Gantz premier

LA PORTA APERTA DI GANTZ

La notte del voto il leader arabo si è sentito al telefono con Gantz che è «pronto a parlare con tutti». Un incontro tra i due è in programma la sera del 18 settembre. Lo scoglio con Odeh, anche per un appoggio esterno, resta l’occupazione israeliana della Cisgiordania. Gantz e l’alleato Yair Lapid hanno il sionismo nel Dna come il Labor. Come l’ultranazionalista laico Lieberman, sono anche favorevoli all’espansione delle colonie. Né escludono l’annessione di parte dei territori palestinesi, proposta in campagna elettorale da Netanyahu. Odeh e Lieberman non possono stare insieme. Ma le liste che Odeh rappresenta non possono neanche convivere con parte della Lista blu e bianco e del Labor: un blocco a sinistra inclusivo di tutte le rappresentanze espresse dal voto resta di difficile costituzione in Israele. Tuttavia Odeh nel colloquio con Rivlin può sbilanciarsi per un governo di unità nazionale, o di sinistra, guidato da Gantz. Senza Netanyahu diverse cose si possono fare. 

Israele elezioni governo Netanyahu
Avigdor Lieberman, decisivo con i suoi 9 seggi per il prossimo governo di Israele. (Getty)

PER UNA SOCIETÀ PIÙ UNITA

Il leader della Lista blu e bianco è l’ex generale delle operazioni su Gaza, ma vuole «iniziare un viaggio per riparare la società israeliana, mettendo da parte le differenze. Lavorare insieme per una società più giusta e più equa». È vero, ha commentato il vice Lapid, che i «cittadini israeliani sono meglio dei loro politici e della loro politica». Nonostante la delusione, all’ultimo voto non ha sfondato la coalizione dell’estrema destra populista (7 seggi) dell’ex ministro di Giustizia Ayelet Shaked, disposta a tornare al governo con Netanyahu e appoggiare leggi ad personam per salvarlo dai processi. Il premier ha stufato anche i coloni che non hanno avuto più sicurezza, né più garanzie economiche e sociali: molti dei voti negli insediamenti sono andati a Lieberman, deciso a sferrare il colpo di grazia a Netanyahu per questioni personali. Come, per ragioni politiche, la lista unita degli arabi: felici per «la fine dell’era Netanyahu e per Potere ebraico fuori dal parlamento».

UN POSSIBILE GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE

Del resto per Odeh, 44enne leader nascente, «si può discutere a un tavolo con Gantz, studiare la mappa politica e decidere». Il 21% della popolazione israeliana chiede di non essere cittadino di serie B. La lista araba ribadisce le richieste di «rinnovare il processo di pace» dei negoziati per due popoli in due Stati e di «più fondi e investimenti per le città arabe». Ma più che un fronte di sinistra, converrebbe loro un governo centrista di unità nazionale tra la Lista blu e bianca di Gantz, il Likud – senza Netanyahu – e Lieberman o quel che resta di verdi e di laburisti. Così gli arabi sarebbero la «prima forza di opposizione. Un lavoro interessante», ha commentato il leader, «che ci renderebbe influenti». Netanyahu si affanna nel mantra, che non attacca più, della «minaccia esistenziale araba». Promette ancora un governo come se avesse i numeri, pronto a mandare il Paese a terze elezioni. Primo super pares, il presidente della Repubblica Rivlin farà di tutto per evitarle.

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Israele ha parlato: Netanyahu deve abdicare

Il premier uscente è il grande sconfitto alle urne. Per bloccarlo si sono mobilitati l'elettorato ebraico e quello arabo. In un voto che spinge il Paese un po' più a sinistra.

L’unico vincitore certo delle elezioni in Israele è Avigdor Lieberman che col suo Yisrael Beiteinu conquista solo una decina di seggi, su 120, ma può decidere liberamente quale governo fare perché ha la golden share della Knesset. L’unico perdente certo è Benjamin “Bibi” Netanyahu perché la sua coalizione di centrodestra ha mancato la maggioranza di ben cinque seggi ed è certo che non sarà più premier, anche se non è escluso che il suo Likud entri in un governo di coalizione. Non sfonda il partito Blue and White di Benny Gantz, che però ottiene gli stessi seggi (32) del Likud e ha ottime probabilità di entrare in una coalizione con discrete possibilità di ottenerne la premiership. Sfonda la Joint List dei partiti arabi che finalmente si presentano uniti e prendono 12 parlamentari. Disastro invece, e per fortuna, di Otza Yehudit, partito para fascista ebraico che non ottiene nessun parlamentare (e Netanyahu era pronto persino a fare un governo con questo gruppo xenofobo e razzista).

Come spenderà ora la sua golden share Lieberman? Nel modo a lui più utile, mettendosi al centro di un governo di coalizione nazionale con Blue and White e col Likud. È questa la proposta che infatti ha subito avanzato ed è quella che gli permette di dominare la scena politica, forse addirittura assumendone la premiership. Ma il Likud e Blue and White accetteranno questa proposta? Gantz ha tutto l’interesse ad accettarla per condizionare da posizioni di centrosinistra l’esecutivo. Più difficile prevedere cosa farà un Likud terremotato dalla sconfitta personale di un Netanyahu che per di più a breve andrà a processo per vari episodi di corruzione. A oggi, la guida del partito non è insidiata a Netanyahu da nessun forte oppositore e quindi Bibi, in un certo senso, “dá sempre le carte”. Ma non è detto che così sarà anche un domani. Né è prevedibile che Lieberman accetti di appoggiare la coalizione di centrodestra di Netanyahu dopo aver provocato elezioni anticipate proprio per averla rifiutata tre mesi fa.

SOFFIA VENTO DI CENTROSINISTRA

Nel complesso è una situazione fluida, dominata però da un dato di fatto ineludibile: per bloccare Netanyahu si è mobilitato sia l’elettorato ebraico che quello arabo con una partecipazione al voto eccellente. È questa mobilitazione ha vinto. Una volta “ferito” il leader del Likud, il sistema elettorale ultra proporzionale di Israele rende complicato costruire una alternativa. Ma il vento di centrosinistra che caratterizza questo voto dovrebbe infine imporsi anche a livello governativo.

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Chi è Lieberman, l’ago della bilancia della politica israeliana

Dal voto del 17 settembre non è uscita una maggioranza definita. E, come ad aprile, la conquista del governo dipende dalle scelte dell'ex ministro della Difesa.

Aveva negato a Benjamin Netanyahu l’appoggio per formare il governo dopo le elezioni di aprile. E, anche stavolta, Avigdor Lieberman, leader del partito di destra russofono Israel Beitenu (nato nel 2009 da una scissione dal Likud) resta l’ago della bilancia. Il futuro politico di Israele è tutto nelle sue mani. Lo dimostrano i primi exit poll delle elezioni del Paese, che lo vedono conquistare tra gli otto e i dieci seggi. Gli stessi che potrebbero rivelarsi essenziali per una maggioranza, sia questa del leader del Likud Bibi o del suo avversario di centro sinistra Benny Gantz, come sembra più probabile.

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LA MAGGIORANZA NEGATA

L’ex ministro degli Esteri e della Difesa Lieberman, nazionalista laico, sei mesi fa, dopo le elezioni per la Knesset (il parlamento) aveva negato l’appoggio al premier più longevo della storia d’Israele (Netanyahu è al potere dal 2009) perché, aveva spiegato, non voleva avere nulla a che fare con un governo basato sul sostegno di rabbini ultraortodossi.

IL SOGNO LAICO-LIBERALE DI LIEBERMAN

Nato in Moldova 61 anni fa, Lieberman ha riscosso notevole popolarità fra gli ebrei immigrati dall’ex Urss per merito della sua avversione alla sinistra socialista. La sua retorica intreccia toni nazionalistici e laicismo profondo. Attento a curare la propria immagine di falco ad oltranza, Lieberman (che da anni invoca la pena di morte per i terroristi palestinesi), si è dimesso dalla carica di ministro della Difesa nel 2018, perché non condivideva l’atteggiamento troppo blando assunto dal governo israelinao verso Hamas a Gaza. Negli ultimi mesi ha cercato di guadagnare sostegno fra i centristi israeliani e anche in parte a sinistra lanciando una dura campagna contro gli ebrei ortodossi, da lui dipinti come una comunità che non contribuisce come dovrebbe né alla sicurezza né all’economia del Paese. Lieberman si presenta come l’artefice di un vasto governo «laico liberale» che includa, oltre al suo partito, anche Blu-Bianco di Ganzt e il Likud.

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I risultati delle elezioni di settembre in Israele

Secondo i primi exit poll, il partito Bianco e Blu di Gantz avrebbe ottenuto 33 seggi contro i 31 del Likud di Netanyahu. Il premier e i suoi alleati non riuscirebbero a formare la maggioranza.

Il partito Blu-Bianco di Benny Gantz è in testa alle elezioni israeliane con 33 seggi alla Knesset contro i 31 attribuiti al Likud del premier uscente Benyamin Netanyahu, secondo i primi exit poll pubblicati dalla tv Canale 13 al termine del voto in Israele. Secondo gli exit-poll la lista di Avigdor Lieberman riceverà 8-10 seggi. La Lista unita araba ottiene un notevole successo, con 11-13 seggi. Ai laburisti di Amir Peretz sono attribuiti 5-6 seggi. La lista di estrema destra Otzmà Yehudit non riesce ad entrare alla Knesset, il parlamento israeliano. La coalizione di destra conterebbe su 54 seggi alla Knesset, quella di centrosinistra guidata da Blu-Bianco di Gantz avrebbe 58 seggi: per entrambe numeri insufficienti per raggiungere la soglia di 61 su 120. ‘Israel Beitenu’ del falco Lieberman si conferma così decisivo per ogni coalizione con i suoi 8/10 seggi.

L’affluenza per eleggere la Knesset è stata più alta rispetto alle politiche di aprile. La percentuale di voto registrata alle ore 20 (ora locale) è stata del 63,7 per cento, corrispondente a 4.071.398 votanti. Un dato che mostra un aumento del 2,4% in più rispetto all’ultimo appuntamento alle urne a cui i 6 milioni degli aventi diritto erano stati chiamati.

PARITÀ NEL VOTO DI APRILE

Il testa a testa era tra il Likud del premier in carica, Netanyahu, 70 anni, e il centro Blu e Bianco, rappresentato dall’ex capo di Stato maggiore Gantz, 60 anni. Entrambi, lo scorso 9 aprile, nella sfida alla conquista della maggioranza parlamentare, avevano ottenuto 35 seggi a testa.

IL NO DI LIEBERMAN A BIBI

Netanyahu, in realtà, aveva già ottenuto la maggioranza in primavera, in coalizione con l’estrema destra e con i partiti religiosi. Ma è mancato l’appoggio del partito di Lieberman che era stato fondamentale nel comporre la squadra precedente, e che, stavolta, ha chiesto come condizione sine qua non per sostenere l’Esecutivo la cancellazione dell’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ortodossi che studiano nei seminari. Una mossa del genere, però, avrebbe fatto crollare il sostegno dei partiti religiosi, su cui la sua presidenza (la più lunga della storia di Israele) si fonda. Da qui, la scelta di andare a nuove elezioni. A rassicurare il leader del Likud, gli ultimi sondaggi, che tratteggiavano una maggioranza di 66 seggi su 120 per la coalizione di destra.

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Il voto in Israele che raffredda i rapporti con gli Usa

Costretto a tornare alle urne, Netanyahu tenta una coalizione con l’estrema destra impresentabile e alleati inaffidabili. Offrendo ministeri in cambio di leggi ad personam per salvarsi dai processi. Mentre Trump si smarca.

È chiaro a tutti in Israele (amici, nemici politici, elettori) che il premier in carica dal 2009 Benjamin “Bibi” Netanyahu è arrivato al secondo voto anticipato del 2019 sotto il ricatto di tre possibili rinvii a giudizio all’inizio di ottobre per le accuse di corruzione e violazione della fiducia pubblica. Il procuratore generale che lo tallona, Avichai Mandelblit, è uno dei tanti ex fedelissimi diventati ostili. Ha negato a Bibi l’ennesimo rinvio delle udienze: la crisi di governo, irrisolta dalla fine del 2018, ha già contribuito abbastanza a trascinare le pendenze legali del premier, che avrà poco tempo per formare un esecutivo, schermandosi con l’immunità e con leggi ad personam. Ministeri in cambio dell’ok a una riforma della giustizia che lo tenga in piedi: la campagna di Netanyahu, svuotata di contenuti, è stata tutta tattica. E con tattica ha iniziato a muoversi anche Donald Trump nei confronti dell’alleato.

TRUMP SI È UN PO’ DEFILATO CON NETANYAHU

Complice il genero ebreo Jared Kushner, Trump è stato molto vicino a Netanyahu dall’arrivo alla Casa Bianca nel 2016. Ma alla seconda corsa elettorale del leader conservatore del Likud il presidente americano è calato sotto coperta. Non hanno giovato a “Bibi”, nell’estate del 2019, le continue aperture di Trump per un incontro con l’omologo iraniano Hassan Rohani e iniziare una mediazione. Ancora meno la cacciata, a settembre, del falco e primo consigliere alla Sicurezza nazionale John Bolton, legatissimo all’ultradestra americana e israeliana, sponsor convinto di una guerra all’Iran. I malumori sono cresciuti in casa Netanyahu verso un alleato che, anche in vista delle Presidenziali americane del 2020, certo non lo può scaricare. Ma che si è sgonfiato nel sostegno, come dimostra il no comment dalla Casa Bianca sulla promessa di Netanyahu di «annettere la Cisgiordania». 

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Benjamin Netanyahu e Donald Trump in un manifesto elettorale per le Legislative in Israele. GETTY.

I REGALI DEGLI USA, POI IL SILENZIO

Anche nel tweet di auguri per le nuove Legislative del 17 settembre Trump se l’è cavata con un futuro «trattato di reciproca difesa». Si tratta dello stesso presidente che due anni prima dichiarò Gerusalemme capitale esclusiva di Israele, pochi mesi dopo trasferì l’ambasciata degli Usa nella città e mandò in fumo l’accordo sul nucleare con l’Iran di Barack Obama, datato 2015. Il terzo regalo di Trump a Netanyahu arrivò nel marzo 2019 – in piena campagna per le Legislative israeliane del 9 aprile – con il riconoscimento della sovranità di Israele sulle alture contese del Golan. Per l’occasione un insediamento della zona fu ribattezzato Ramat Trump, “l’altura di Trump”. Al contrario sulla Cisgiordania gli Stati Uniti tardano a esporsi: il piano di pace sulla Palestina che era tra le grandi ambizioni di Trump è stato congelato fino all’esito delle nuove elezioni israeliane.

Sul raffreddamento tra Trump e Netanyahu si è giocato di sponda durante la campagna elettorale

LA SPY STORY TRA ISRAELE E STATI UNITI

Gira voce che Trump sia spazientito dalle sabbie mobili di Netanyahu, incapace di rivincere dopo tre concessioni enormi. Dovesse saltare come premier, il tycoon è pronto a rimpiazzare l’improbabile piano sulla Palestina con una nuova pax con l’Iran. Ed è inevitabile che sul raffreddamento tra Trump e Netanyahu si sia giocato di sponda durante la campagna elettorale. A ridosso del voto cruciale, un’inchiesta di Politico ha rivelato, attraverso fonti dell’intelligence Usa, di apparecchi (i cosiddetti simulatori di ripetitori Sting Rays, in grado di captare i dati nei cellulari) piazzati nei paraggi della Casa Bianca e di altri palazzi del potere degli States. Trump ha due iPhone criptati dalla National security agency (Nsa), i servizi segreti interni, e un telefono personale che non vuole far toccare. Dalle indagini, gli apparecchi di intercettazione sarebbero riconducibili agli israeliani.

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Manifestazioni in Israele contro un nuovo governo di Benjamin Netanyahu. GETTY.

THE DONALD PRENDE TEMPO, “BIBI” ACCELERA

Tanto Trump quanto Netanyahu escludono le indiscrezioni della spy story tra alleati riportate dalla testata americana. Anche sulla, non casuale, nuova crisi tra l’Arabia Saudita e l’Iran nel Golfo persico gli Stati Uniti più che accendere hanno smorzato i toni: non si risparmieranno nella rappresaglia, ma sono «in corso accertamenti» e un conflitto è «da evitare». Scherzando, in estate il presidente americano aveva raccontato che avrebbe fatto «almeno un paio di guerre, se fosse stato per Bolton», poi lo ha silurato. L’impressione è che alla Casa Bianca si voglia far decantare l’intricata situazione politica di Israele. Netanyahu ha tentato il tutto e per tutto, chiedendo un «mandato chiaro» all’elettorato per il progetto di annessione della parte del Giordano e della fetta della Cisgiordania lungo il Mar morto. In modo da ricompattare sui conservatori i voti dell’estrema destra.

COALIZIONE ANCORA INCERTA

Sono state le prime Legislative della storia di Israele ripetute in un anno. Ad aprile il Likud vinse con una manciata di voti di scarto (26,5%) sulla lista Bianco e Blu di Benny Gantz (26,1%), ma non era poi riuscito a mettere insieme una coalizione con la maggioranza alla Knesset (61 seggi). Il problema si ripone – per tutti – in autunno. Persi i voti degli ultranazionalisti laici di Avigdor Lieberman, boia dell’ultimo esecutivo e del nuovo, i nodi per “Bibi” restano l’appoggio degli impresentabili di Potere ebraico, per l’annessione della Cisgiordania e la deportazione degli arabi, e la fedeltà dei fuoriusciti dal partito dei coloni Casa ebraica, come Naftali Bennett. Entrambi, in cambio di poltrone, sarebbero disposti a far passare le leggi ad personam, ma dei moderati del Likud potrebbero a questo punto lasciare il partito. Mentre la giustizia fa il suo corso Trump, dalla Casa Bianca, attende.

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Alle nuove elezioni in Israele Netanyahu teme il capolinea

Il premier ha ancora meno alleati per formare un esecutivo. Lieberman pronto al colpo di grazia. Shaked e Bennett in odore di tradimento. Così si va verso l'ingovernabilità.

Il 17 settembre 2019 Benjamin “Bibi” Netanyahu torna alle elezioni senza cartucce in canna. Nessuno ha voglia di votare ancora, non c’è sorpresa nemmeno per la novità di un voto così ravvicinato, per la prima volta il secondo in un anno in Israele. Tutti – inclusi i candidati – sanno che non è cambiato nulla rispetto al 9 aprile scorso, se non in peggio.

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La campagna è stata sottotono, si teme un’alta astensione, è per forza di cose che si devono rifare le Legislative. Da quelle dell’ultima primavera Netanyahu è diventato il premier più longevo di Israele (battendo i 14 anni di mandato di Ben Gurion). Ma come prolungamento dell’incarico del Netanyahu IV. Non con un nuovo esecutivo che l’ex ministro alla Difesa Avigdor Lieberman, sua eterna spina nel fianco ormai, gli ha negato. L’alleanza del blocco a destra, messo insieme per le elezioni, è franata alla prima, prevedibile querelle sulla leva obbligatoria per tutti tra gli ultraortodossi (esentati e contrari) e gli ultrasionisti laici (favorevoli) di Lieberman. 

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L’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu, decisivo alle elezioni in Israele. GETTY.

ANCORA TESTA A TESTA CON GANZ

Netanyahu era tra i due, e si è dovuto arrendere. A Lieberman si deve la crisi di governo che, nel 2018, proprio a causa delle sue dimissioni portò al primo voto anticipato del 2019. Ed è probabile che il medesimo poi non aspettasse altro, per vendetta oltre che per convinzioni personali, che di far naufragare il Netanyahu V. Ieri come oggi: il problema è lo stesso. Tanto più che Lieberman alla nuova tornata ha firmato un accordo per la cessione dei voti in eccesso (insufficienti per ottenere un seggio in più), come permette il sistema elettorale israeliano, del suo piccolo partito Yisrael Beiteinu, non al Likud di Netanyahu, ma agli avversari della coalizione centrista Blu-bianco Benny Gantz e Yair Lapid. Come ad aprile, secondo i sondaggi i due schieramenti si contendono la vittoria con un testa a testa: circa il 26% dei voti e 35 seggi ciascuno (dei 120 della Knesset), forse qualche decina di migliaia di preferenze in più ancora racimolate dal Likud. Peccato che in Israele non governi chi prende più voti, ma chi forma una maggioranza.

Il premier Netanyahu trascorre gli ultimi giorni della corsa elettorale a ingraziarsi l’elettorato russo-israeliano

IL FATTORE LIEBERMAN. E RUSSO

Nel 2009 fu la leader di Kadima Tzipi Livni a vincere, sulla carta, le Legislative. Ma senza abbastanza alleati – come Netanyahu 10 anni dopo – fu poi il Likud di “Bibi” a imbracciare il timone di una lunga stagione di governo. Per la stessa ragione l’exploit della nuova lista di Gantz e Lapid del 2019 è a questo punto irrilevante ai fini di un nuovo esecutivo. Per formarlo o affossarlo serve piuttosto Yisrael Beiteinu, e in Israele sono in tanti ormai a pensare che Lieberman si appresti a sferrare il colpo di grazia a “Bibi”. Tra le variabili del nuovo voto anticipato, la sua è la più pericolosa: non a caso il premier trascorre gli ultimi giorni della corsa elettorale a ingraziarsi l’elettorato russo-israeliano. Tra il milione e mezzo di ebrei arrivati dalla Russia in Israele (il russo è la terza lingua dopo l’ebraico e l’arabo) ha il suo bacino elettorale il colono Lieberman, originario della Moldavia. Ogni voto per Netanyahu è vitale, specie quelli dell’ex amico: ed eccolo spendersi a promettere pensioni agli immigrati dall’Urss, visitare l’Ucraina e, si dice, presto Mosca.

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Un manifesto elettorale con il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, e il presidente russo Vladimir Putin. GETTY.

TRUMP SGONFIA L’IRAN. E “BIBI”.

Il premier israeliano ha bisogno di stringere la mano a Vladimir Putin, per compensare la frenata di Donald Trump sull’Iran. Più che riconoscere Gerusalemme e il Golan territori esclusivi israeliani, e rompere l’accordo sul nucleare con Teheran, il tycoon alla Casa Bianca non poteva. Ma ha sbagliato i tempi, anche per il suo presunto nuovo piano di pace con la Palestina: fino a dopo il voto, Netanyahu non si è potuto impegnare a prendere posizioni su una questione così scivolosa. Meglio continuare, senza suscitare entusiasmi, a predicare l’annessione della Cisgiordania per far felici coloni sionisti e ortodossi. Ma con all’orizzonte le Presidenziali negli Usa del 2020, Trump non può più rimandare un qualche risultato in politica estera: lo spiraglio aperto a G7 di Biarritz, in Francia, per un incontro con il presidente iraniano Hassan Rohani, e nuove trattative, è stato un altro colpo alla corsa arrancante di “Bibi”. E carburante per l’estremismo di Lieberman, per muovere la guerra all’Iran come il falco americano John Bolton.

LE MANOVRE DI SHAKED E BENNETT

Un’altra guerra nella Striscia è al contrario quanto di più cerca di evitare Netanyahu. I raid su Gaza, e contro la Siria e il Libano, in risposta ai razzi lanciati da Hezbollah, sono frizioni: innalzare la tensione mostrando i muscoli fa comodo a molti, ma di più a nessuno. Il no a una nuova operazione militare contro Hamas fu un altro dei motivi di scontro tra Netanyahu e Lieberman. Il primo non è dato conoscerlo, ma risalirebbe alla convivenza nel Likud, negli Anni 90, quando Netanyahu aveva scelto Lieberman come direttore generale del partito e, poi, del primo gabinetto. Già allora i rapporti si sarebbero incrinati, come poi quelli, dal 2006, tra Netanyahu e l’allora capo del suo ufficio, la zarina dell’ultradestra Ayelet Shaked e il braccio destra Naftali Bennett, poi leader di Casa ebraica. È nota anche l’ambizione dei due a sfilare la leadership al premier, che sente aria complotto con Lieberman. Se anche alle urne le manovre di Shaked e Bennett per un’alleanza di ultradestra dovessero rivelarsi un flop, “Bibi” potrebbe trovarsi comunque solo. Al capolinea.

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