Israele, le cose da sapere sul nuovo governo Gantz-Netanyahu

A dettare l'inaspettata alleanza è stato il Covid-19. Ma l'esecutivo potrebbe non avere vita facile a causa dei processi a carico del primo ministro uscente e dei fragili equilibri interni.

Israele è l’unico Paese al mondo in cui l’agenda politica e la formazione stessa del nuovo Esecutivo post elezioni è stata dettata dal Covid-19 che ha imposto una compagine di governo che era stata rifiutata dagli stessi protagonisti (e in modo convinto dai loro elettori) per ben tre campagne elettorali nel giro di 18 mesi: l’alleanza piena tra Benny Gantz e Benjamin Netanyahu. Una alleanza resa possibile ora solo da una clamorosa e inaspettata giravolta -secondo molti commentatori opportunistica- di Gantz, che in solitaria e in pieno disaccordo con i propri principali alleati della formazione Bianco e Blu, ha deciso di abbandonare il cardine stesso delle sue tre campagne elettorali: il netto rifiuto della possibilità che Netanyahu possa diventare premier o addirittura entrare in un governo a causa dei tre processi con gravi accuse di corruzione e conflitto d’interessi che inizieranno il 24 maggio. Dopo la giravolta, ora, Gantz sostiene esattamente l’opposto: che Netanyahu è pienamente legittimato a diventare premier per i primi 18 mesi della legislatura, per poi passargli la staffetta della premiership.

A NETANYAHU LA SCELTA DEL PROSSIMO PROCURATORE GENERALE

Non solo, Gantz oltre a concedere a Netanyahu il premio considerevole del primo turno nella staffetta della premiership, ha anche ceduto su un punto politico dirimente, sul quale le trattative in una prima fase erano naufragate: la nomina del prossimo Procuratore Generale. In Israele, dove vige la Common Law, è il governo a nominare questa figura centrale e potentissima (è stato l’attuale Procuratore Generale Avichai Mandelblit, che da qui a poco è in scadenza, a incriminare Netanyahu) ed è evidente che Netanyahu si vuole premunire e nominare un successore di proprio gradimento che abbandoni le accuse contro di lui.

PRIMA L’INTERESSE PUBBLICO

Dunque, un cedimento radicale di Gantz su tutti i fronti, le cui motivazioni sono da attribuite solo alla pandemia del Covid 19: «Alla luce delle circostanze molto speciali che lo Stato di Israele deve affrontare, tre campagne elettorali in un anno e mezzo, una crisi e una polarizzazione sociale, una crisi sanitaria derivante dalla diffusione del coronavirus, una crisi economica derivante in parte da una crisi sanitaria e dall’incertezza giuridica, riteniamo che sia da preferire l’interesse pubblico per l’istituzione del governo di emergenza»

CON LA BENEDIZIONE DEL LABOUR

Prevedibile lo scandalo dei suoi principali alleati, per nulla convinti di questa giravolta a 180 gradi, tanto che Yair Lapid, già fondatore e capo di Yesh Atid, partito dell’Alleanza “Bianca e Blu” e Moshe Ya’alon, anche lui già capo di Stato Maggiore delle Forze Armate di Israele, hanno denunciato l’accordo e voteranno con i loro parlamentari contro il nuovo governo. Di parere opposto invece il Labour di Amir Peretz, che ha portato alla quasi scomparsa il partito che pure fu leader della politica israeliana per più di di 50 anni ottenendo nelle ultime elezioni solo 3 seggi e che ora ottiene ben due dicasteri sostenendo il governo.

SCELTE DA PRENDERE ALL’UNANIMITÀ

Letteralmente partorito dal Covid 19, questo strano esecutivo avrà vita non facile, anche perché è palese la radicale sproporzione tra il clamoroso successo ottenuto da Netanyahu e la fragilità della scelta solitaria e per molti commentatori opportunistica di Gantz. Sproporzione che si rifletterà sulle scelte di un governo pletorico (ben 36 ministri su 120 deputati della Knesset) che dovranno essere sempre prese all’unanimità, col diritto di veto di ogni componente e che vedranno da una parte i 17 ministri del Likud forti di una più che decennale esperienza di governo, mentre i 17 ministri del gruppo di Gantz sconteranno la propria totale inesperienza di governo.

L’INCOGNITA DEI RICORDI ALLA CORTE SUPREMA

Va notato però che non è detto che questo “governo Covid” possa realmente decollare: lunedì 4 maggio infatti la Corte Suprema di Israele si pronuncerà sui ricorsi presentati da alcuni movimenti che sostengono che, se condannato, Netanyahu non può guidare il Governo. Gantz e Netanyahu sostengono che la Corte Suprema non può deliberare su un quesito che spetta unicamente alla politica e al Parlamento affrontare e sciogliere. Ma non è detto che la Corte Suprema sia del loro parere.

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Lo “storico” piano di Trump per il Medio Oriente è già nelle secche

La maggior parte dei Paesi arabi lo rigetta. Mentre Netanyahu attacca Gantz e Olmert accusandoli di «favorire il terrorismo». Solo un cambio di governo in Israele potrebbe riaprire il dialogo tra Gerusalemme e Ramallah.

Come previsto, lo «storico piano di pace per il Medio Oriente» presentato due settimane fa da Donald Trump è finito nelle secche.

Netto, radicale e irremovibile il rifiuto a considerarlo anche solo una base di discussione da parte palestinese.

Durissima la reazione negativa da parte della maggior parte dei Paesi arabi e islamici; presa di distanza netta da parte dell’Unione europea e infine –ma non per ultimo – tiepido, tiepidissimo e guardingo l’appoggio da parte dei Paesi arabi che non l’hanno condannato: Egitto, Arabia Saudita e Qatar.

LA RESISTENZA DI ABU MAZEN

Trump tace al riguardo e invano l’ambasciatrice Usa alle Nazione Unite Kelly Craft dice ad Abu Mazen che «il nostro piano di pace non è un prendere o lasciare, ma l’inizio di una conversazione, non la fine». Abu Mazen non intende sentire ragione ed è volato alle Nazioni Unite nel vano tentativo di fare approvare dal Consiglio di Sicurezza una risoluzione presentata da Indonesia e Tunisia di condanna del piano Trump. Obiettivo mancato per mancanza di una maggioranza, anche prima dello scontato veto da parte degli Stati Uniti, seguito da una dichiarazione netta del presidente della Anp: «Non possiamo accettare il ruolo degli Usa come unico mediatore, il loro piano rafforza il regime di Apartheid di cui pensavamo di esserci sbarazzati molto tempo fa». Poi, sventolando davanti al Consiglio di Sicurezza la mappa dei confini tra i due Stati presentata da Trump chiosa: «Lo Stato che ci darebbero è come il formaggio svizzero: pieno di buchi!». L’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon ha liquidato il leader della Anp senza mezzi termini, chiedendogli in maniera ben poco protocollare le dimissioni: «Non ci saranno progressi verso la pace finché Abu Mazen rimarrà sulle sue posizioni: solo quando si dimetterà Israele e i palestinesi potranno fare passi avanti!».

NETANYAHU CONTRO GRANTZ E OLMERT

Impasse totale dunque, mentre ci si continua a chiedere a quale ratio risponda un piano di pace trumpiano così sbilanciato a unico favore di Israele, mentre l’opposizione israeliana a Bibi Netanyhau (che è ovviamente entusiasta della mossa di Trump) si defila da quel piano, tanto che Benny Gantz ha inviato alla Nazioni Unite il suo amico Ehud Olmert (ex premier e oggi privato cittadino) per contattare direttamente Abu Mazen, evidentemente per avviare un discorso di riavvicinamento da usare nella terza campagna elettorale consecutiva in Israele. Furibonda la reazione di Netanyhau che ha accusato Gantz e Olmert di «favorire il terrorismo», a riprova che un auspicabile cambio di governo in Israele potrebbe quantomeno riaprire un dialogo tra Gerusalemme e Ramallah, seppellendo definitivamente il ben poco “storico” piano di Trump.

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Israele, la palude fino a marzo 2020 (e oltre?)

Fumata nera per le larghe intese. Sciolta la Knesset si torna tra quattro mesi, per la terza volta in un anno. Nel livore tra Lieberman e Netanyahu, e tra Netanyahu e Gantz, vince la delusione tra gli elettori.

Il primo pensiero, nella disillusione, corre al portafoglio. In Israele per le terze Legislative anticipate in un anno si bruceranno altri milioni di dollari. Centinaia, per un campagna elettorale che il 2 marzo 2020 riprodurrà con ogni probabilità lo stallo del 9 aprile e del 17 settembre 2019. Altre settimane di caccia alle streghe da una parte, e di mobilitazione infuocata ad personam dall’altra. Di parti politiche che difficilmente si salderanno insieme. Sarà un altro referendum contro Benjamin “Bibi” Netanyahu: il primo ministro più longevo – e ostinato – di Israele che non si fa da parte a dispetto dei processi. Anzi proprio a causa di essi, e per l’incapacità degli oppositori di tradursi in alternativa politica. Per i quasi 6 milioni di elettori israeliani qualcosa di mai visto prima. Per ritmo di chiamate al voto e per prosciugamento della politica.

CAMPAGNA DI PROMESSE E FANGO

Yair Lapid, della coalizione Blu e bianco, ha invitato a «tenere lontano i bambini dalla campagna dell’odio, della violenza e del disgusto in televisione». Nelle ultime settimane si sono susseguiti gli incontri tra la sua lista centrista e il Likud di Netanyahu per un’intesa di governo mancata, prima dello scioglimento del parlamento. L’unica possibilità di evitare le urne era una grande coalizione tra le due grandi forze testa a testa – ma senza maggioranza -, posto che Lapid e il coleader Benny Gantz possono unire la Lista degli arabi-israeliani e l’ultradestra sionista di Avigdor Lieberman contro Netanyahu, ma mai in un loro governo. Così falliti i tentativi del Likud, e poi di Blu e bianco, di formare un esecutivo la sera del 10 dicembre Netanyahu, Lapid e il generale Gantz ancora si scapicollavano in tivù. A giurare la loro volontà eterna di mettere in piedi un governo di unità nazionale. E di non sperperare altri soldi pubblici.

Israele terze elezioni 2020 Netanyahu
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) in campagna per le Legislative del 2020. GETTY.

I BLUFF DI NETANYAHU E GANTZ

Il premier e leader conservatore avrebbe chiamato a raccolta i suoi legali, valutando la possibilità di non cercare l’immunità sui tre procedimenti penali (per corruzione, frode e abuso d’ufficio) che lo riguardano. Dato che il nodo per un esecutivo bipartisan con Blu e bianco era la sua testa da premier. A meno che, era filtrato negli ultimi giorni, lo stesso non rinunciasse allo scudo legale (automatico per i parlamentari, non per i primi ministri in Israele) e sottinteso a ogni legge ad personam sulla giustizia nella nuova Legislatura. Gantz e Lapid avrebbero aperto in questo senso, come tentativo estremo: il massimo che potevano concedere senza «rinunciare ai principi fondamentali» che li avevano «portati in politica». A condurre due campagne sull’impresentabilità di Netanyahu. Non se ne è fatto ben presto di nulla: quantomeno “Bibi” bluffava, e forse non soltanto lui.

Queste terze elezioni hanno tre sole ragioni: corruzione, frode e abuso d’ufficio

Biano e blu

SUBITO IN CORSA ELETTORALE

Alla mezzanotte dell’11 dicembre, termine ultimo per approvare un nome di premier condiviso, la Knesset si è sciolta, deliberando come ultimo e indispensabile atto nuove elezioni il 2 marzo prossimo. Poche ore prima dal Likud era arrivato l’annuncio di primarie il 26 dicembre, per ricompattare il partito su Netanyahu leader. E ancora premier: da “Bibi” nessuna comunicazione sull’attesa rinuncia alla sua richiesta di immunità in parlamento. In compenso, mentre i deputati erano riuniti per indire l’ennesimo voto, Netanyahu assente rilanciava sui social l’imperativo a «vincere e vincere bene» contro la «cospirazione di Ganz e dei leader arabi a forzare per il voto». È già campagna elettorale, anche a Blu e bianco sono ripartiti alla carica sulle «sole tre ragioni per queste terze elezioni, trasformate da una festa per la democrazia a un momento di vergogna: corruzione, frode e abuso d’ufficio».

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Il leader israeliano della coalizione Blu e bianco Benny Gantz. GETTY.

A MONTE ANCHE I PIANI DI LIEBERMAN

Non sbaglia – per una volta – Lieberman, l’ex ministro della Difesa arcinemico di Netanyahu e causa un anno fa della caduta del governo, quando rinfaccia ai leader del Likud (32 seggi) e a Blu e Bianco (33 seggi) di «non aver mai voluto davvero un governo di unità». E di aver portato Israele a «nuove elezioni inutili» con una «battaglia dell’ego in corso da mesi». Lieberman avrebbe voluto un governo di larghe intese – senza Netanyahu premier – tra le due principali forze, appoggiato esternamente dalla sua lista laica e ultranazionalista (otto seggi). Ma a patto che fosse tenuta fuori dal nuovo esecutivo la destra ultraortodossa (Shas e Giudaismo unito nella Torah), contraria alla leva obbligatoria chiesta insistentemente da Lieberman anche per gli ultraortodossi. Causa, questa, delle sue dimissioni da ministro, insieme alle campagne mancate su Gaza e al  suo odio per Netanyahu.

“BIBI” ARRETRA ANCORA, MA NON CEDE

Lieberman pregusta da un pezzo la caduta in disgrazia del premier dal 2009. Al terzo voto in un anno non ha perso l’occasione per scagliarsi contro di lui («io ho valori, tu solo interessi») in un velenoso post su Facebook. Ma la sua architettura non poteva compiersi: il Likud fatica non poco a disfarsi di “Bibi”, e di riflesso degli ultraortodossi alleati negli ultimi governi. Al netto di contestatori in ascesa come l’ex ministro Gideon Saar, corso a sfidare Netanyahu alle primarie, il consenso per il leader appare solido tra i conservatori . E gli ultraortodossi sono utili a Netanyahu come ministri e deputati per far passare leggi ad personam. Ne ha disperatamente bisogno: l’esecutivo ad interim che si trascina da un anno non ha i deputati per ottenere l’impunità. E “Bibi” ci spera, nonostante tutto: negli ultimi sondaggi Gantz e Lapid sono avanti a 37 seggi (33 il Likud), ma la maggioranza è lontana. Come gli elettori.

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L’incriminazione di Netanyahu aggrava la crisi in Israele

Tempi bui anche per il capo di Stato Rivlin. Né Bibi né l’avversario Gantz sono in grado di formare un governo. Così il premier accusato di tre reati resta in sella. Fino al voto anticipato di aprile. E forse anche dopo.

Un nuovo primato aggrava la peggiore crisi politica di Israele. Come era nell’aria, Benjamin “Bibi” Netanyahu, a 70 anni il più longevo primo ministro israeliano, è anche il primo premier incriminato durante il mandato. Nell’anno del record del bis delle Legislative, che dall’aprile del 2019 è probabile diventeranno un ter, a marzo 2020. «Giorni duri, cupi negli annali della storia di Israele», anche per il capo di Stato Reuven Rivlin che in questi frangenti dovrebbe essere una roccia. L’annuncio dell’incriminazione del leader del Likud Netanyahu, per bocca del procuratore generale Avichai Mandelblit, è piovuto all’indomani del fallimento del capo dellopposizione Benny Gantz nel tentare di formare un governo. Era stato incaricato da Rivlin, dopo il premier, ma anche il generale della coalizione Blu e Bianco ha dovuto rimettere il mandato. Dal voto anticipato di settembre è impossibile formare un esecutivo. Entro metà dicembre spetta al parlamento della Knesset proporre un candidato premier che raccolga un’improbabile maggioranza. 

LA CORSA ALL’IMMUNITÀ

Altrimenti, e sarà così, si tornerà al voto anticipato entro tre mesi. Netanyahu non sembra aver intenzione di mollare. Ha tenuto botta in tre anni di indagini, con la moglie Sara incriminata e poi condannata per appropriazione di fondi pubblici. Restare primo ministro è l’unica arma per far approvare alla Knesset leggi ad personam che gli risparmino il carcere (e può intanto attivare la procedura per l’immunità da parlamentare). In Israele un premier è tenuto a dimettersi solo alla condanna definitiva in terzo grado, per la quale occorreranno anni. Anche se certo per “Bibi” non è politicamente opportuno insistere: l’opinione pubblica è sensibile ai procedimenti giudiziari. E il Likud – con consensi in calo e dei fuoriusciti – è rimasto leale al leader. Ma il tentativo del governo Netanyahu di far passare una nuova legge sull’immunità, dopo il penultimo voto ad aprile, fece storcere il naso anche a parte dei conservatori. E fu subito abbandonato.

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Il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit. GETTY.

LA PALUDE DI NETANYAHU E GANTZ

Grazie alla «caccia alle streghe» lamentata da Netanyahu, Gantz e l’alleato Yair Lapid drenano voti verso il cartello centrista partorito meno di un anno fa. La loro campagna era centrata sulle indagini contro Netanyahu per corruzione, frode e abuso d’ufficio, non sul conflitto con la Palestina. Sulla guerra a Netanyahu si era compattata anche la Lista unita degli arabi israeliani. Ma, come il Likud, Gantz e gli altri non hanno una maggioranza sufficiente per governare, non ancora almeno. E per molto: anche i sondaggi di novembre danno un quadro sostanzialmente invariato dalla scorsa primavera. Blu e Bianco (33) ha scavalcato il Likud (32), ma di appena un seggio: e per Gantz, senza il blocco di sostegno della destra estrema e religiosa, raggiungere gli indispensabili 61 seggi è ancora più dura che per Netanyahu. Lista araba e l’ultranazionalista sionista Avigdor Lieberman , l’ex ministro della Difesa killer di “Bibi”, sono incompatibili.

Netanyahu è accusato di aver elargito per anni incentivi dal ministero delle Telecomunicazioni per un valore di oltre 250 milioni di dollari

LE MANOVRE CON I TYCOON

La via d’uscita alla palude esiste: è un governo di grande coalizione tra Blu e Bianco e Likud. Impossibile però senza la testa di “Bibi”. A rigor di logica con l’incriminazione i tempi dovrebbero essere maturi: Mandelblit l’ha disposta per tutti i capi di accusa esaminati («un tentato colpo di Stato» per Netanyahu) e i reati contestati sono particolarmente odiosi. In particolare la corruzione del caso 4000 è infamante: Netanyahu è accusato di aver elargito per anni incentivi dal ministero delle Telecomunicazioni per un valore di oltre 250 milioni di dollari. Verso l’azienda telefonica Bezeq proprietaria anche di un sito web di news, in cambio di una copertura di notizie favorevole. La stessa manovra sarebbe stata intavolata – ma non realizzata – con il tycoon della free press Aron Mozes: non attraverso un’offerta di finanziamenti ma di modifiche legislative favorevoli. Per le quali il premier israeliano è accusato di abuso d’ufficio nel caso 2000

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Likud). GETTY.

BIBI RISCHIA FINO A 13 ANNI 

La frode riguarda invece il caso 1000 e, nello stile, è più simile allo scandalo della moglie Sara che faceva la bella vita a spese dello Stato. Gli indizi portano la procura generale a pensare che il premier israeliano (in carica dal 2009 e già primo ministro tra il 1996 e il 1999) abbia ricevuto regalie per quasi 200 mila dollari tra sigari, gioielli e champagne: «La sua catena di fornitori», ha precisato Mandelblit. Miliardari, nel caso di “Bibi”, incluso il produttore di Pretty Woman di origine israeliana Arnon Milchan, in cambio di visti d’ingresso e altri favori. Se condannato, il leader del Likud potrebbe scontare fino a 10 anni per corruzione e un massimo di tre anni per la frode e l’abuso di potere. Come Lieberman i flop elettorali, il procuratore generale designato proprio da Netanyahu aspettava da tempo questo momento: ha comunicato le incriminazioni di fronte alle telecamere, annunciò di scavare sui casi un mese prima del voto del 9 aprile.

L’interesse pubblico ci richiede di vivere in un Paese dove nessuno è al di sopra della legge

Avichai Mandelblit

IL LIMBO DELL’INTERIM

Mandelblit è uno dei nemici di Netanyahu, da tempo si è distaccato dal premier sempre più spregiudicato non soltanto politicamente. «L’interesse pubblico», ha chiosato, «ci richiede di vivere in un Paese dove nessuno è al di sopra della legge». Per i laburisti le 63 pagine della superprocura sul premier sono «la più grave incriminazione contro un funzionario eletto nella storia di Israele». Un «giorno triste» anche per Gantz e i suoi: Blu e Bianco ha postato il video di 11 anni fa di Netanyahu di condanna contro l’allora primo ministro Ehud Olmert (nel Likud e poi in Kadima) accusato all’epoca di corruzione. Olmert si dimise, prima del verdetto e dei 16 mesi di carcere, e fu rimpiazzato proprio da “Bibi”. Ma per il successore potrebbe andare diversamente. Le tappe verso un vero governo sono una via crucis per i cittadini israeliani. Ma l’interim in mano a Netanyahu dalla crisi di fine 2018 è un limbo perfetto per restare in sella, nonostante tutto.

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Israele, la corsa a ostacoli di Gantz per formare un governo

Dopo il fallimento di Netanyahu, il cerino passa all'ex generale che tenta la strada di un esecutivo di minoranza. Ma l'accordo con gli arabi è complicato. In caso non riuscisse nell'impresa si tornerebbe per la terza volta al voto. Lo scenario.

Israele si prepara al terzo voto anticipato in meno di un anno. La prospettiva non è rassicurante, ma è la più probabile dopo la manifesta impossibilità di Benjamin Bibi Netanyahu di creare un nuovo governo. Dal premier uscente – e premier dal 2009 – la palla è passata al generale Benny Gantz.

La sua nuova lista Blu e bianco, schizzata a primo partito in pochi mesi, rappresenterebbe un rinnovamento per Israele. Il guaio risaputo è che neanche la coalizione liberal-nazionalista formata – con frammenti del Labor, del Likud e delle sigle centriste in estinzione – dall’ex comandante dei raid su Gaza ha da sola una maggioranza. Solo un seggio (34) la stacca dal Likud (33) di Netanyahu nella Knesset. Per un governo di minoranza, al generale dagli occhi di ghiaccio serve l’appoggio esterno della Joint List degli arabo-israeliani (13 seggi) e della lista Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman. Oltre che del Labor e dell’Unione democratica (5), di Verdi ed ex socialisti. Ma la sinistra araba punta dritta al voto.

Il leader della Joint List araba Ayman Odeh, artefice del successo alle ultime Legislative in Israele. GETTY.

ARABI IN TESTA ALL’OPPOSIZIONE

Un governo Gantz tenuto in piedi a corrente alternata dagli opposti schieramenti sarebbe fragilissimo. Tanto più che l’ultranazionalista Lieberman, ex falco dei governi Netanyahu e suo killer, non ne vuol sapere di avere lo stesso peso politico della lista unita araba. E viceversa: i tre eletti di Balat, uno dei quattro partiti del cartello tra arabo-israeliani foriero del successo delle ultime elezioni, sono contrari all’appoggio esterno. E anche al brillante loro leader Ayman Odeh conviene andare ancora voto: la disponibilità a discutere il sostegno con Gantz c’è, ma la priorità per la Joint List è capitalizzare il consenso tra gli arabi che compongono il 21% della popolazione israeliana. Il loro ritorno alle urne – grazie a una lista unita – è stata la sorpresa delle Legislative del 17 settembre 2019. Al 13% (in prospettiva anche di più), con un esecutivo di unità nazionale tra Blu e Bianco e il Likud, la lista araba spiccherebbe come primo partito di opposizione – che in Israele ha l’accesso ai dossier dell’intelligence interna. Vale la pena compromettersi con l’elettorato palestinese per la mano tesa a Gantz?

UN BIBI DI TROPPO PER LA GRANDE COALIZIONE

Incontri di Blu e Bianco sono in corso anche con Odeh, ma la strada è molto complicata. Anche per un governo di unità nazionale: le premesse, nei programmi dei due principali partiti, sono molte. Ma Gantz ha posto come condizione, anche in campagna elettorale, l’uscita di scena di Netanyahu da capo del partito e come premier nella rotazione. I malpancisti del Likud, dopo alcuni fuoriusciti verso Bianco e Blu, non sono abbastanza per estromettere il primo ministro più longevo di Israele: Bibi dispone di uno zoccolo duro e anche lui, a questo punto, potrebbe far fallire le consultazioni aperte dal capo di Stato Reuven Rivlin. Il mandato esplorativo gli era stato dato per primo, perché forte di un sostegno parlamentare più esteso grazie agli alleati ultraortodossi (16 seggi di Shas e Giudaismo unito nella Torah) e della lista di ultradestra Yamina (7 seggi). Ma Netanyahu ha dovuto prendere atto del fallimento del suo disegno di formare un nuovo esecutivo, a causa soprattutto della flessione del Likud. E di Potere ebraico rimasto fuori dalla Knesset.

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Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele dal 2009. GETTY.

DELL’INCRIMINAZIONE

A Bibi serviva un governo a settembre come scudo alle incriminazioni per corruzione e abuso di potere che potrebbero arrivare a breve (dopo le udienze preliminari di ottobre) da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit, tutt’altro che amico. L’intera campagna elettorale si è giocata sulle pendenze penali che inseguono ormai da anni Netanyahu: arabo-israeliani, Bianco e Blu, e anche Lieberman si sono ricompattati contro il «governo dell’immunità». A questo punto il leader del Likud con un sostegno ancora discreto nel partito può solo sperare in un verdetto morbido del magistrato e – nel frattempo – nel fallimento annunciato di Gantz nelle consultazioni, che potrebbe far sgonfiare il consenso rapidamente accumulato da Blu e Bianco. Il generale che si professa ora sionista di sinistra, e che si è alleato con i centristi di Yair Lapid, sarebbe preferito (46%) dagli israeliani a Netanyahu (40%) come premier, almeno stando agli ultimi sondaggi diffusi a fine ottobre dalle tivù israeliane. Ma i partiti restano inchiodati alle percentuali delle Legislative di aprile e di settembre 2019.

LE DEADLINE PER IL VOTO NEL 2020

L’incriminazione di Netanyahu entro dicembre sbloccherebbe la grave paralisi politico-istituzionale: in Israele diventerebbe possibile un governo di unità nazionale libero da Bibi. Ma il tempo stringe: il leader di Blu e Bianco ha 28 giorni per formare un esecutivo. Alla deadline del 21 novembre, senza una quadra la Knesset avrà l’autorità per proporre entro 21 giorni un suo candidato: la nuova scadenza potrebbe cadere il 22 dicembre. Ma già all’inizio del mese è atteso il verdetto del procuratore generale su Netanyahu. Sulla proposta parlamentare del candidato, il presidente della Repubblica potrà dare altri 14 giorni per tentare di formare un esecutivo sul nome presentato, se ritiene vi siano i presupposti. Al fallimento anche della Knesset di formare un governo, l’assemblea verrà sciolta. Nuove Legislative anticipate, in un caso o nell’altro, potranno allora cadere o alla metà o alla fine di marzo 2020. Con o senza Netanyahu, sarà l’incertezza più lunga vissuta dalla democrazia israeliana. 

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