Israele, la corsa a ostacoli di Gantz per formare un governo

Dopo il fallimento di Netanyahu, il cerino passa all'ex generale che tenta la strada di un esecutivo di minoranza. Ma l'accordo con gli arabi è complicato. In caso non riuscisse nell'impresa si tornerebbe per la terza volta al voto. Lo scenario.

Israele si prepara al terzo voto anticipato in meno di un anno. La prospettiva non è rassicurante, ma è la più probabile dopo la manifesta impossibilità di Benjamin Bibi Netanyahu di creare un nuovo governo. Dal premier uscente – e premier dal 2009 – la palla è passata al generale Benny Gantz.

La sua nuova lista Blu e bianco, schizzata a primo partito in pochi mesi, rappresenterebbe un rinnovamento per Israele. Il guaio risaputo è che neanche la coalizione liberal-nazionalista formata – con frammenti del Labor, del Likud e delle sigle centriste in estinzione – dall’ex comandante dei raid su Gaza ha da sola una maggioranza. Solo un seggio (34) la stacca dal Likud (33) di Netanyahu nella Knesset. Per un governo di minoranza, al generale dagli occhi di ghiaccio serve l’appoggio esterno della Joint List degli arabo-israeliani (13 seggi) e della lista Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman. Oltre che del Labor e dell’Unione democratica (5), di Verdi ed ex socialisti. Ma la sinistra araba punta dritta al voto.

Il leader della Joint List araba Ayman Odeh, artefice del successo alle ultime Legislative in Israele. GETTY.

ARABI IN TESTA ALL’OPPOSIZIONE

Un governo Gantz tenuto in piedi a corrente alternata dagli opposti schieramenti sarebbe fragilissimo. Tanto più che l’ultranazionalista Lieberman, ex falco dei governi Netanyahu e suo killer, non ne vuol sapere di avere lo stesso peso politico della lista unita araba. E viceversa: i tre eletti di Balat, uno dei quattro partiti del cartello tra arabo-israeliani foriero del successo delle ultime elezioni, sono contrari all’appoggio esterno. E anche al brillante loro leader Ayman Odeh conviene andare ancora voto: la disponibilità a discutere il sostegno con Gantz c’è, ma la priorità per la Joint List è capitalizzare il consenso tra gli arabi che compongono il 21% della popolazione israeliana. Il loro ritorno alle urne – grazie a una lista unita – è stata la sorpresa delle Legislative del 17 settembre 2019. Al 13% (in prospettiva anche di più), con un esecutivo di unità nazionale tra Blu e Bianco e il Likud, la lista araba spiccherebbe come primo partito di opposizione – che in Israele ha l’accesso ai dossier dell’intelligence interna. Vale la pena compromettersi con l’elettorato palestinese per la mano tesa a Gantz?

UN BIBI DI TROPPO PER LA GRANDE COALIZIONE

Incontri di Blu e Bianco sono in corso anche con Odeh, ma la strada è molto complicata. Anche per un governo di unità nazionale: le premesse, nei programmi dei due principali partiti, sono molte. Ma Gantz ha posto come condizione, anche in campagna elettorale, l’uscita di scena di Netanyahu da capo del partito e come premier nella rotazione. I malpancisti del Likud, dopo alcuni fuoriusciti verso Bianco e Blu, non sono abbastanza per estromettere il primo ministro più longevo di Israele: Bibi dispone di uno zoccolo duro e anche lui, a questo punto, potrebbe far fallire le consultazioni aperte dal capo di Stato Reuven Rivlin. Il mandato esplorativo gli era stato dato per primo, perché forte di un sostegno parlamentare più esteso grazie agli alleati ultraortodossi (16 seggi di Shas e Giudaismo unito nella Torah) e della lista di ultradestra Yamina (7 seggi). Ma Netanyahu ha dovuto prendere atto del fallimento del suo disegno di formare un nuovo esecutivo, a causa soprattutto della flessione del Likud. E di Potere ebraico rimasto fuori dalla Knesset.

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Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele dal 2009. GETTY.

DELL’INCRIMINAZIONE

A Bibi serviva un governo a settembre come scudo alle incriminazioni per corruzione e abuso di potere che potrebbero arrivare a breve (dopo le udienze preliminari di ottobre) da parte del procuratore generale Avichai Mandelblit, tutt’altro che amico. L’intera campagna elettorale si è giocata sulle pendenze penali che inseguono ormai da anni Netanyahu: arabo-israeliani, Bianco e Blu, e anche Lieberman si sono ricompattati contro il «governo dell’immunità». A questo punto il leader del Likud con un sostegno ancora discreto nel partito può solo sperare in un verdetto morbido del magistrato e – nel frattempo – nel fallimento annunciato di Gantz nelle consultazioni, che potrebbe far sgonfiare il consenso rapidamente accumulato da Blu e Bianco. Il generale che si professa ora sionista di sinistra, e che si è alleato con i centristi di Yair Lapid, sarebbe preferito (46%) dagli israeliani a Netanyahu (40%) come premier, almeno stando agli ultimi sondaggi diffusi a fine ottobre dalle tivù israeliane. Ma i partiti restano inchiodati alle percentuali delle Legislative di aprile e di settembre 2019.

LE DEADLINE PER IL VOTO NEL 2020

L’incriminazione di Netanyahu entro dicembre sbloccherebbe la grave paralisi politico-istituzionale: in Israele diventerebbe possibile un governo di unità nazionale libero da Bibi. Ma il tempo stringe: il leader di Blu e Bianco ha 28 giorni per formare un esecutivo. Alla deadline del 21 novembre, senza una quadra la Knesset avrà l’autorità per proporre entro 21 giorni un suo candidato: la nuova scadenza potrebbe cadere il 22 dicembre. Ma già all’inizio del mese è atteso il verdetto del procuratore generale su Netanyahu. Sulla proposta parlamentare del candidato, il presidente della Repubblica potrà dare altri 14 giorni per tentare di formare un esecutivo sul nome presentato, se ritiene vi siano i presupposti. Al fallimento anche della Knesset di formare un governo, l’assemblea verrà sciolta. Nuove Legislative anticipate, in un caso o nell’altro, potranno allora cadere o alla metà o alla fine di marzo 2020. Con o senza Netanyahu, sarà l’incertezza più lunga vissuta dalla democrazia israeliana. 

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Alle nuove elezioni in Israele Netanyahu teme il capolinea

Il premier ha ancora meno alleati per formare un esecutivo. Lieberman pronto al colpo di grazia. Shaked e Bennett in odore di tradimento. Così si va verso l'ingovernabilità.

Il 17 settembre 2019 Benjamin “Bibi” Netanyahu torna alle elezioni senza cartucce in canna. Nessuno ha voglia di votare ancora, non c’è sorpresa nemmeno per la novità di un voto così ravvicinato, per la prima volta il secondo in un anno in Israele. Tutti – inclusi i candidati – sanno che non è cambiato nulla rispetto al 9 aprile scorso, se non in peggio.

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La campagna è stata sottotono, si teme un’alta astensione, è per forza di cose che si devono rifare le Legislative. Da quelle dell’ultima primavera Netanyahu è diventato il premier più longevo di Israele (battendo i 14 anni di mandato di Ben Gurion). Ma come prolungamento dell’incarico del Netanyahu IV. Non con un nuovo esecutivo che l’ex ministro alla Difesa Avigdor Lieberman, sua eterna spina nel fianco ormai, gli ha negato. L’alleanza del blocco a destra, messo insieme per le elezioni, è franata alla prima, prevedibile querelle sulla leva obbligatoria per tutti tra gli ultraortodossi (esentati e contrari) e gli ultrasionisti laici (favorevoli) di Lieberman. 

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L’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu, decisivo alle elezioni in Israele. GETTY.

ANCORA TESTA A TESTA CON GANZ

Netanyahu era tra i due, e si è dovuto arrendere. A Lieberman si deve la crisi di governo che, nel 2018, proprio a causa delle sue dimissioni portò al primo voto anticipato del 2019. Ed è probabile che il medesimo poi non aspettasse altro, per vendetta oltre che per convinzioni personali, che di far naufragare il Netanyahu V. Ieri come oggi: il problema è lo stesso. Tanto più che Lieberman alla nuova tornata ha firmato un accordo per la cessione dei voti in eccesso (insufficienti per ottenere un seggio in più), come permette il sistema elettorale israeliano, del suo piccolo partito Yisrael Beiteinu, non al Likud di Netanyahu, ma agli avversari della coalizione centrista Blu-bianco Benny Gantz e Yair Lapid. Come ad aprile, secondo i sondaggi i due schieramenti si contendono la vittoria con un testa a testa: circa il 26% dei voti e 35 seggi ciascuno (dei 120 della Knesset), forse qualche decina di migliaia di preferenze in più ancora racimolate dal Likud. Peccato che in Israele non governi chi prende più voti, ma chi forma una maggioranza.

Il premier Netanyahu trascorre gli ultimi giorni della corsa elettorale a ingraziarsi l’elettorato russo-israeliano

IL FATTORE LIEBERMAN. E RUSSO

Nel 2009 fu la leader di Kadima Tzipi Livni a vincere, sulla carta, le Legislative. Ma senza abbastanza alleati – come Netanyahu 10 anni dopo – fu poi il Likud di “Bibi” a imbracciare il timone di una lunga stagione di governo. Per la stessa ragione l’exploit della nuova lista di Gantz e Lapid del 2019 è a questo punto irrilevante ai fini di un nuovo esecutivo. Per formarlo o affossarlo serve piuttosto Yisrael Beiteinu, e in Israele sono in tanti ormai a pensare che Lieberman si appresti a sferrare il colpo di grazia a “Bibi”. Tra le variabili del nuovo voto anticipato, la sua è la più pericolosa: non a caso il premier trascorre gli ultimi giorni della corsa elettorale a ingraziarsi l’elettorato russo-israeliano. Tra il milione e mezzo di ebrei arrivati dalla Russia in Israele (il russo è la terza lingua dopo l’ebraico e l’arabo) ha il suo bacino elettorale il colono Lieberman, originario della Moldavia. Ogni voto per Netanyahu è vitale, specie quelli dell’ex amico: ed eccolo spendersi a promettere pensioni agli immigrati dall’Urss, visitare l’Ucraina e, si dice, presto Mosca.

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Un manifesto elettorale con il leader del Likud, Benjamin Netanyahu, e il presidente russo Vladimir Putin. GETTY.

TRUMP SGONFIA L’IRAN. E “BIBI”.

Il premier israeliano ha bisogno di stringere la mano a Vladimir Putin, per compensare la frenata di Donald Trump sull’Iran. Più che riconoscere Gerusalemme e il Golan territori esclusivi israeliani, e rompere l’accordo sul nucleare con Teheran, il tycoon alla Casa Bianca non poteva. Ma ha sbagliato i tempi, anche per il suo presunto nuovo piano di pace con la Palestina: fino a dopo il voto, Netanyahu non si è potuto impegnare a prendere posizioni su una questione così scivolosa. Meglio continuare, senza suscitare entusiasmi, a predicare l’annessione della Cisgiordania per far felici coloni sionisti e ortodossi. Ma con all’orizzonte le Presidenziali negli Usa del 2020, Trump non può più rimandare un qualche risultato in politica estera: lo spiraglio aperto a G7 di Biarritz, in Francia, per un incontro con il presidente iraniano Hassan Rohani, e nuove trattative, è stato un altro colpo alla corsa arrancante di “Bibi”. E carburante per l’estremismo di Lieberman, per muovere la guerra all’Iran come il falco americano John Bolton.

LE MANOVRE DI SHAKED E BENNETT

Un’altra guerra nella Striscia è al contrario quanto di più cerca di evitare Netanyahu. I raid su Gaza, e contro la Siria e il Libano, in risposta ai razzi lanciati da Hezbollah, sono frizioni: innalzare la tensione mostrando i muscoli fa comodo a molti, ma di più a nessuno. Il no a una nuova operazione militare contro Hamas fu un altro dei motivi di scontro tra Netanyahu e Lieberman. Il primo non è dato conoscerlo, ma risalirebbe alla convivenza nel Likud, negli Anni 90, quando Netanyahu aveva scelto Lieberman come direttore generale del partito e, poi, del primo gabinetto. Già allora i rapporti si sarebbero incrinati, come poi quelli, dal 2006, tra Netanyahu e l’allora capo del suo ufficio, la zarina dell’ultradestra Ayelet Shaked e il braccio destra Naftali Bennett, poi leader di Casa ebraica. È nota anche l’ambizione dei due a sfilare la leadership al premier, che sente aria complotto con Lieberman. Se anche alle urne le manovre di Shaked e Bennett per un’alleanza di ultradestra dovessero rivelarsi un flop, “Bibi” potrebbe trovarsi comunque solo. Al capolinea.

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