L’annuncio trumpiano della morte di al-Baghdadi e la nostalgia di Obama

Il racconto dettagliato del tycoon è stato fuori luogo e inutile. Confrontarlo con le parole usate dall'ex presidente sulla fine di bin Laden fa capire la distanza siderale - e umana - tra i due.

Domenica mattina ho ascoltato Donald Trump annunciare la notizia della morte del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi che nel corso di un blitz Usa si è fatto esplodere in un tunnel con i suoi tre figli. Al Baghdadi era certamente un assassino crudele, nemico del mondo occidentale e mediorientale, responsabile di genocidi, sistematiche esecuzioni eseguite davanti alle telecamere, indicibili violenze contro le donne. 

UN LINGUAGGIO GRATUITAMENTE CRUENTO

Eppure, del racconto del raid mi ha profondamente colpito il linguaggio gratuitamente cruento usato da Trump. «È morto dopo essersi nascosto in un tunnel senza uscita, piagnucolando e urlando. È morto come un cane, come un codardo». Ha poi aggiunto dettagli macabri sulla condizione dei cadaveri gravemente mutilati. Il presidente Usa ha seguito il video del blitz, dopo aver giocato a golf, e questo è stato il suo commento: «La qualità del video era perfetta, è stato come guardare un film». Ha quindi confrontato la sua “vittoria” con quella di Barack Obama, quando venne ucciso Osama bin Laden: «Fu un buon colpo, ma questo è il più grosso di tutti».

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UCCIDERE UN CAPO TERRORISTA NON SIGNIFICA ELIMINARE IL TERRORISMO

Qualcuno però ha ricordato al presidente che l’uccisione dei leader terroristici non significa mettere fine al terrorismo. «Il pericolo è che il presidente Trump decida ancora una volta di distogliere lo sguardo dall’Isis solo perché è morto il suo capo», ha sottolineato Jennifer Cafarella dell’Institute for the Study of War di Washington al New York Times. «Purtroppo, ammazzare i leader non significa distruggere le organizzazioni terroristiche. Dovremmo avere imparato la lezione: dopo l’uccisione di Osama bin Laden al Qaeda ha continuato a espandersi globalmente».

QUANDO OBAMA ANNUNCIÒ LA MORTE DI BIN LADEN

Ora, il leader dell’Isis era un nemico, un bruto, un violento. È morto facendosi saltare in aria con tre figli piccoli. Mi sembra che già questo sia sufficiente. Insultarlo, descrivere come i quattro cadaveri si fossero disintegrati nel tunnel, esultare per una morte così estrema, confrontare la morte del califfo con quella di bin Laden è inutile e di pessimo gusto. Mi è però venuto il dubbio che potesse essere il linguaggio utilizzato da tutti i presidenti americani quando stanano e riescono a eliminare un nemico di quella portata. Per questo sono andata a risentirmi il messaggio che Barack Obama mandò agli americani quando venne ammazzato bin Laden.

L’annuncio della morte di Osama bin Laden di Barack Obama.

Non avrei dovuto: confrontare i due presidenti è come confrontare un piatto di gnocchi fatti in casa dalla nonna con un cheesburger di un fast food qualsiasi. Obama aveva annunciato senza dettagli la morte dello sceicco del terrore, sottolineando il fatto che l’America non fosse in guerra con l’islam, e che l’azione era guidata dalla necessità di indebolire al Qaeda che si era macchiata dell’attentato alle Torri Gemelle in cui morirono 3 mila persone. Il suo tono era deciso, ma pacato. Aveva ricordato agli americani che la loro forza stava nell’unità come popolo e sottolineato come la morte di bin Laden non significasse la fine del terrorismo, insomma non bisognava abbassare la guardia. Parlò per una decina di minuti senza accettare domande dai giornalisti presenti e lasciò il podio, in silenzio. Ecco, Barack Obama manca.

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Trump e la politica estera in Medio Oriente dopo il disimpegno Usa in Siria

Il presidente ha sempre criticato l'interventismo dei Bush e dei Clinton. Una linea vicina a quella del primo Obama. L'analisi.

La crisi siriana ha evidenziato in maniera chiara la strategia di Donald Trump nello scacchiere mediorientale. E la presunta uccisione del leader dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi con ogni probabilità non farà che rinforzare la sua narrazione. Nonostante le critiche, il presidente americano ha deciso di mantenere una linea di disimpegno: una linea nettamente ribadita lo scorso mercoledì quando in una conferenza stampa alla Casa Bianca Trump non ha risparmiato bordate alla politica estera interventista condotta dai suoi predecessori. Questa visione non è stata un fulmine a ciel sereno.

DA SEMPRE CONTRO LE STRATEGIE INTERVENTISTE DI BUSH E CLINTON

Si tratta, a ben vedere, di una prospettiva che il tycoon porta coerentemente avanti dai tempi della campagna elettorale del 2016. All’epoca, Trump vinse anche grazie alla promessa di porre un freno alle cosiddette “guerre senza fine” in cui Washington era rimasta impelagata nel corso degli ultimi due decenni. Non a caso, l’allora candidato repubblicano criticò a più riprese le strategie mediorientali proattive e bellicose promosse dai Bush e dai Clinton

Donal Trump è stato criticato per il suo disimpegno in Siria.

LA CONTINUITÀ DI TRUMP CON IL PRIMO OBAMA

In quest’ottica, Trump non ha fatto che rinverdire l’originario messaggio elettorale di Barack Obama nel 2008, quando l’allora senatore dell’Illinois aveva condotto la propria campagna elettorale garantendo un celere ritiro delle truppe americane dal pantano iracheno. Esattamente come Trump oggi, anche Obama ha infatti sempre considerato il Medio Oriente uno scenario insidioso e da evitare. E nonostante non sia sempre riuscito a mantenere fede a questo proposito il presidente democratico ha costantemente cercato di frenare le ambizioni interventiste dell’establishment di Washington.

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Il caso siriano fu emblematico. Non solo nell’estate del 2013 Obama rifiutò un intervento militare contro Bashar al Assad, attirandosi per questo le critiche del suo stesso segretario di Stato John Kerry, ma nei mesi successivi ribadì a più riprese di non voler inviare soldati americani sul territorio siriano. Solo nell’autunno del 2015 si decise a mandare gradualmente dei militari: una scelta tuttavia presa obtorto collo, tanto che dovette sottolineare come quelle truppe non sarebbero rimaste coinvolte in combattimenti sul campo.

LA PARTITA IN VISTA DELLE PRESIDENZIALI 2020

Insomma, nel 2016, Trump ha di fatto ripreso questa linea di disimpegno e grazie a essa è riuscito a conquistare quote elettorali sempre più restie ad accettare l’interventismo americano in giro per il mondo. D’altronde, il problema delle “guerre senza fine” sta tornando alla ribalta anche nella campagna elettorale in vista delle Presidenziali del 2020. Nonostante gran parte degli attuali candidati alla nomination democratica abbiano duramente criticato il disimpegno trumpiano dalla Siria, va sottolineato come molti di questi (Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Pete Buttigieg) abbiano invocato nei mesi scorsi un veloce (ancorché poco dettagliato) ritiro dei soldati statunitensi dal Medio Oriente (a partire dallo scacchiere afghano). La questione potrebbe del resto rivelarsi particolarmente dirimente nella contesa per la conquista del fondamentale voto operaio: un voto che i democratici stanno cercando di sottrarre a Trump e che risulta negli ultimi tempi caratterizzato da profonde istanze di natura isolazionista.

Donald Trump e Vladimir Putin al G20 di Osaka.

LA CARTA RUSSA IN MEDIO ORIENTE

Ciò detto, non è soltanto un ragionamento di carattere elettorale quello che muove Trump in Siria. L’inquilino della Casa Bianca ritiene infatti che il Medio Oriente non sia un’area strategica per gli Stati Uniti. Uno degli obiettivi per cui il presidente americano non ha mai nascosto di lavorare a una distensione nei rapporti con la Russia è costituito dall’intenzione di assecondare i progetti egemonici di Vladimir Putin in Medio Oriente. Solo in questo modo, secondo Trump, sarebbe possibile mantenere la stabilità nell’area, garantendo al contempo a Washington un risparmio delle proprie risorse.

I DUBBI E LE INSICUREZZE DEL PARTITO REPUBBLICANO

Va da sé che una parte dell’establishment americano non veda questa linea di buon occhio. Svariati esponenti dello stesso Partito repubblicano – a partire dal senatore del South Carolina, Lindsey Graham – ritengono che il disimpegno non faccia che rafforzare Mosca a danno degli Stati Uniti. Una critica che, ai suoi tempi, veniva rivolta anche a Obama. Il problema è tuttavia che i falchi di Washington non paiono avere una strategia troppo chiara, soprattutto sul dossier siriano: non è ancora definita la linea che vorrebbero portare avanti in alternativa ai desiderata del presidente. Per mantenere un’influenza geopolitica rilevante, gli Stati Uniti dovrebbero aumentare considerevolmente la propria presenza militare in Siria: una prospettiva che, oltre all’impopolare sforzo bellico, implica anche un progetto di ingegneria istituzionale che rischierebbe di naufragare in un disastro in stile iracheno.

Donald Trump e John Bolton.

Tra l’altro, non è un mistero che Trump nutra da sempre profondissimo scetticismo verso i cambi di regime e i piani di nation building: uno scetticismo che lo ha, per esempio, portato in rotta di collisione con il suo ormai ex consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, silurato lo scorso settembre.

TRUMP ALLA RICERCA DI UN COMPROMESSO CON IL GOP

Il presidente ha comunque cercato di trovare un compromesso con le ali più interventiste del Partito repubblicano e, almeno per quanto riguarda la Siria, ha alla fine acconsentito a lasciare sul territorio un numero esiguo di soldati statunitensi. Anche perché l’obiettivo della Casa Bianca in questo frangente non è di natura puramente isolazionista: l’idea è infatti quella di mantenere un coinvolgimento politico e diplomatico nell’area. Un discorso simile vale anche per l’Afghanistan, da cui Trump vorrebbe andarsene definitivamente entro novembre del 2020. Il ritiro sta subendo fortissimi rallentamenti, visti i timori del Pentagono che paventa un rafforzamento del terrorismo.

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