Il fallimento del decreto liquidità non è colpa delle banche

La finanza, per quanto diabolica possa essere, è comunque più veloce a rispondere tempestivamente alle esigenze straordinarie dettate dal coronavirus. I suoi provvedimenti e le sue decisioni, per quanto sbagliate possano essere, non conoscono la burocrazia della politica.

Questa settimana facciamo, un po’ per scherzo e un po’ come provocazione,  un sondaggio con voi sulla in(efficienza) di questo governo nell’affrontare una emergenza e risolvere il “problema” della sopravvivenza delle piccole imprese del nostro Paese attraverso il decreto liquidità che, come abbiamo già sostenuto la settimana scorsa, è stato finora un bluff.

Un fallimento che, vi sembrerà strano leggerlo da un mio scritto, mai come in questo caso, non è responsabilità delle banche. La finanza, per quanto diabolica possa essere, è comunque più veloce a rispondere tempestivamente alle esigenze straordinarie dettate dal coronavirus. I suoi provvedimenti e le sue decisioni, per quanto sbagliati possano essere, non conoscono la burocrazia della politica.

Le banche hanno continuato a fare le “banche”, con i loro deliri di onnipotenza, le loro inefficienze e i loro paradossi che spesso sono border line tra il drammatico e il grottesco. Ma qualcuno le ha messe in condizioni di esprimere il meglio (o il peggio) del loro repertorio di bugie, arroganze, incompetenze e imbarazzi.

DOVE HA FALLITO IL GOVERNO?

Ad ogni modo perché tanta inefficienza politica nella gestione di tale “problema”? Lo voglio chiedere a voi, cari lettori,  attraverso l’analisi di uno degli strumenti basici della gestione manageriale di una organizzazione : il problem solving. Il problem solving è la più complessa di tutte le funzioni cognitive e consiste nell’abilità di trovare una soluzione a qualsiasi tipo di problema. È un bravo problem solver colui che sa affrontare qualsiasi tipo di situazione e sa risolvere le difficoltà che incontra nel percorso che lo porta alla realizzazione dei propri obiettivi. Un “problema” può essere definito come una  qualsiasi variazione  fra ciò che è previsto in uno standard concordato (obiettivo) e ciò che sta accadendo nella realtà (consuntivo). Ad esempio, il governo voleva dare un aiuto alle imprese (obiettivo) e invece finora quasi nessuno ha ricevuto euro (consuntivo). Il metodo più comunemente utilizzato nel processo di soluzione del “problema” prevede sette fasi :

  1. Identificare (capire) il problema. Il 70% degli insuccessi dipendono da questa fase perché non si riesce a focalizzare l’attenzione sul vero “problema”;
  2. Analizzare il problema. È la fase più lunga e consente di scoprire le cause, le ragioni del problema, capire perché si è verificato. È la fase in cui si deve cercare di ottenere quante più informazioni possibili; 
  3. Generare soluzioni valide . In questa fase scatta la fantasia, l’immagizione. Talvolta, sempre che sia valida, la soluzione potrebbe essere pure quella di non fare nulla;
  4. Valutare le alternative attraverso l’analisi costi-benefici. È la fase in cui c’è bisogno dei “tecnici”, degli “esperti” e delle “task force”;
  5. Scegliere la soluzione giusta. È la fase che fa la differenza tra un manager/politico scarso e un manager/politico bravo;
  6. Ottenere l’autorizzazione (dal capo, dal parlamento, ecc). È la fase che si tende ad evitare quando non si e’ certi di aver fatto fatto bene le fasi precedenti;
  7. Implementare. Significa azione, realizzazione, fare. Occorre curare con attenzione tale fase perché potrebbe inficiare l’intero processo anche qualora quella soluzione sia quella giusta;
  8. Monitoraggio del piano fino a ottenere il risultato desiderato. È la fase di verifica della soluzione del problema. Se nonostante l’implementazione ci accorgiamo che sussiste lo sfasamento tra obiettivo e consuntivo, allora occorre ripartire dalla fase 1 e magari renderci conto che il problema era un altro.

Secondo voi in quale delle 8 fasi del processo di problem solving ha fallito il governo?

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Le banche nella doppia crisi: tra rischio violenza e emergenza economica

I sindacati: «Istituti non preparati. Possibili tensioni nei giorni dell'erogazione dei finanziamenti». Il Viminale conferma l'allarme. Allertati i prefetti. Per Patuelli (Abi) il settore potrebbe vivere un «cataclisma».

C’è la paura della violenza che si potrebbe scatenare per ottenere i finanziamenti e quella per la ricaduta in un’altra crisi dopo essere riusciti a superare quella gravissima del 2008. Le banche sono di fronte a «un rischio doppio» dice il presidente dell’Abi (associazione bancaria italiana) Antonio Patuelli, dovuto alla «crisi emergenziale che si sovrappone a una situazione economico-produttiva non di grandi numeri per il Pil, di stagnazione». Ma a far paura è soprattutto la lettera inviata alla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, dai segretari generali di Fabi, First-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca e Unisin che temono episodi di «violenza contro le lavoratrici e i lavoratori bancari»da lunedì per le richieste di fondi previste dal decreto imprese.

Il segretario Fabio Sileoni ha firmato la lettera al ministro Lamorgese per avvertire dei rischi di sicurezza per il settore (Fabi)

PREFETTI ALLERTATI PER LA SICUREZZA

I sindacati hanno chiesto «un intervento volto a rafforzare la sicurezza sociale, a tutela della sicurezza di chi si trova sui posti di lavoro e della clientela bancaria tutta». C’è «massima attenzione» da parte del Viminale, ha fatto sapere il ministro dell’interno. Tutti i prefetti sono stati da tempo allertati affinchè sia garantito un adeguato dispositivo di sicurezza sugli istituti in un passaggio così delicato. E l’attenzione, spiegano al ministero, continuerà ad essere elevata anche in seguito.

I SINDACATI: «ALCUNE BANCHE NON SONO PRONTE A RIAPRIRE»

Nella loro lettera a Lamorgese i segretari generali Lando Sileoni (Fabi), Riccardo Colombani (First-Cisl), Giuliano Calcagni (Fisac-Cgil), Massimo Masi (Uilca-Uil) ed Emilio Contrasto (Unisin) ricordano che «lunedì mattina partiranno le procedure per erogare i finanziamenti garantiti dallo Stato, introdotti col decreto legge numero 23 dell’8 aprile 2020, per poter aiutare imprese e professionisti in difficoltà economica a causa dell’emergenza Covid-19». «Secondo le informazioni in nostro possesso – proseguono – alcune banche non sono ancora pronte, poiché non hanno predisposto le circolari interne né hanno modificato le procedure per poter accogliere le richieste da parte della clientela».

Il convegno della Fabi, la federazione nazionale dei lavoratori bancari.

«FAREMO I NOMI DI CHI È IMPREPARATO»

Una situazione che, a loro dire, “potrebbe generare tensione fra i clienti che si recheranno nelle filiali e i bancari, sfociando in fenomeni di violenza che già sono stati registrati, a danno delle lavoratrici e dei lavoratori bancari, in queste ultime settimane”. “Monitoreremo costantemente la situazione sull’intero territorio nazionale – avvertono – e denunceremo prontamente situazioni critiche e pericolose, così come faremo i nomi delle banche che effettivamente si riveleranno impreparate»

PATUELLI: «RISCHIO CATACLISMA»

Anche Patuelli, intervistato da Radio Radicale, ha speso parole per i lavoratori del settore: Coloro che lavorano in banca stanno facendo un superlavoro, quindi, invece di criticarli in anticipo bisognerebbe ringraziarli». «Quando c’è un incendio non bisogna discutere ma correre con i secchi a spegnerlo e il coronavirus è peggio di un incendio», ha dichiarato. «Bisogna constatare però che i pompieri e i volontari vengono ringraziati, i bancari invece criticati». Il presidente Abi ha anche precisato come «le banche stavano finendo di smaltire i costi di una crisi economico-finanziaria nata nel 2008 e scoppiata in Italia nel 2011, i numeri di Bankitalia non sono frivoli ma corretti, quindi vi è il rischio di un cataclisma».

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Quelle misure solo all’apparenza ostili al sistema bancario

Il governo pensa di aver evitato col “decreto liquidità” potenziali manovre subdole ai danni della economia reale. Ma cosi non è.

Il governo pensa di aver fatto il muscolare con le banche attraverso l’inserimento nel “decreto liquidità” di misure di contenimento di potenziali manovre subdole che avrebbero potuto inficiare l’utilizzo dei soldi messi a disposizione della economia reale e della emergenza. Ma cosi non sarà. Perché ci sono dei precedenti. Ci sono, infatti, due misure all’interno del decreto liquidità che, all’apparenza, potrebbero sembrare ostili al sistema bancario. Solo “all’apparenza” però. Seguitemi.

IL DIVIETO DI UTILIZZARE I FINANZIAMENTI PER ESTINGUERE PRESTITI PREESISTENTI

La prima misura riguarda il divieto per le banche di utilizzare i finanziamenti concessi per effetto del provvedimento per estinguere prestiti preesistenti. La seconda invece prevede che non possano accedere alle misure previste dal decreto le imprese che alla data del 31 gennaio 2020 avevano una posizione già classificata a: sofferenza; partite incagliate; esposizioni scadute e/o sconfinanti; inadempienze probabili. Tali provvedimenti sono stati pensati e giustamente deliberati per non consentire alle banche di approfittare della garanzia statale (tra il 80% e il 100%) per trasferire il pregresso rischio insolvenza dai loro conti economici alle nostre tasche di contribuenti. Ma forse i “tecnici e gli esperti” che hanno preparato il decreto non sanno o hanno dimenticato che nei bilanci delle banche ci sono milioni di crediti che, sebbene formalmente regolari (“in bonis”) per non pagare gli accantonamenti prudenziali previsti dalla disciplina degli accordi interbancari di Basilea, sono di fatto “crediti deteriorati”.

LA SCURE DEL TERRORISMO PSICOLOGICO DI MANAGER E CONSULENTI

Ecco, proprio su questi crediti e nei confronti di questi imprenditori si abbatterà (iniziano ad arrivarci molte segnalazioni al riguardo) la scure del terrorismo psicologico dei manager e consulenti finanziari che si manifesterà con una subdola formula (tra poco la leggerete) attraverso la quale i funzionari di banca minacceranno di catalogare quel credito come “sofferenza” nel caso non venga estinto (o comunque ridotto) immediatamente con parte del nuovo finanziamento. Ma tutto ciò, come già anticipato, non è una novità. Le banche, da sempre, nonostante la conferma anche da parte della Corte di Cassazione (ordinanza 26770/2019), hanno continuato ad erogare finanziamenti sotto forma camuffata di “mutuo di scopo”, un contratto ritenuto appunto nullo anche dalla corte suprema e stipulato per consentire al mutuatario di ripianare la propria esposizione debitoria nei confronti della banca mutuante o di altri istituti di credito. E se lo hanno fatto finora perché non dovrebbero continuare a farlo? Come?

UN ESEMPIO CHE PUÒ AIUTARE A CAPIRE

Ve lo spiego con un esempio recuperato dal cassetto della memoria di un ex bancario che ha scritto Io so e ho le prove. La banca concede il finanziamento di 25 mila euro a un imprenditore che è solo formalmente “in bonis” ma che la banca vorrebbe cacciare a calci perché non riesce a rimborsare un precedente prestito di 10 mila euro. E gli dice: «Caro imprenditore, a fronte dei 25 mila euro che hai ottenuto, io nel frattempo ti sbocco solo 10 mila euro che tu, però, canalizzi su un conto corrente di una altra banca e solo tra 15 giorni, quando farai ritornare qui quei soldi per estinguere il tuo prestito mal condotto, io ti metterò a disposizione gli altri 15 mila euro». Una manovra surrettizia e scorretta che aggirerà il divieto senza che nessuno se ne possa accorgere. Occhi aperti, mi raccomando.

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Mes e liquidità: traduzione dal banchese all’italiano

Il linguaggio usato dagli addetti ai lavori è a volte più criptico di quello dei politici. Un esempio? L'intervista rilasciata dal presidente Abi a Il Dubbio. Una guida per leggere tra le righe.

Il “banchese”, ancor più del “politichese”, è un linguaggio difficile da comprendere. Criptico, talvolta subdolo, è utilizzato dal popolo dei banchieri/bancari per confondere i cittadini italiani che, comunque, hanno la corresponsabilità di essere gli ultimi in Europa in termini di cultura ed educazione finanziaria.

Una miscela esplosiva che spesso viene sottovalutata anche dai media che riportano frasi, dichiarazioni e interviste di addetti ai lavori nella piena consapevolezza che non solo non saranno capite dai lettori ma probabilmente anche da chi le pubblica senza le opportune didascalie e i relativi sottotitoli.

INIEZIONE DI LIQUIDITÀ DIETRO PIENA GARANZIA DELLO STATO

Prendiamo ad esempio l’intervista rilasciata da Antonio Patuelli, presidente dell’Abi (Associazione Bancaria Italiana) a il Dubbio. Cosa ha voluto dire? Quali messaggi ha lanciato? Cercheremo di decriptarli. In sostanza si tratta di 7.500 battute utilizzate per affermare solo due concetti. Il resto è fuffa. Innanzitutto Patuelli ha ribadito che la crisi post-pandemia sarà finanziata con una iniezione di liquidità che le banche metteranno in circolo solo dietro garanzia piena dello Stato. In altri termini se il governo ha deciso di aiutare anche chi, secondo gli schemi bancari, non è meritevole di credito deve assumersi l’onere di restituire quanto ottenuto dal singolo cittadino (lavoratore autonomo o dipendente) o dalla impresa «a prima chiamata», cioè dietro semplice richiesta della banca anche dopo il mancato pagamento di una sola rata di rimborso del prestito.

LEGGI ANCHE: Attenzione, col Mes ci si lega mani e piedi a Berlino

Solo per inciso occorre ricordare che il merito del credito attualmente stabilito dal sistema bancario secondo l’accordo interbancario di Basilea, è abbastanza rigido e prevede che un cittadino o impresa non possa accedere ad alcun finanziamento anche se non ha pagato una sola rata del prestito ottenuto per pagare il materasso acquistato da Mastrota in tivù!

L’ORIENTAMENTO PRO-MES

In secondo luogo Patuelli esprime la sua opinione sulla classica domanda che in questi giorni si sta ponendo una percentuale molto bassa del popolo italiano: Mes o euro(corona)bond? Da dove prenderanno i soldi i Paesi dell’Eurozona per sostenere le misure straordinarie di sostegno dovute alla pandemia? Domanda a cui abbiamo già risposto la settimana scorsa. A ogni modo Patuelli, ex politico che oggi fa il banchiere, afferma: «Se un privato fa i debiti, non può scaricarli sulla comunità. Vale anche per gli Stati….» e contrariamente a quanto da lui sostenuto nel novembre scorso, lascia percepire che il suo orientamento è pro Mes. Sarà forse perché vuole ammorbidire i controllori della Bce che, dal congedo di Mario Draghi, sono stati abbastanza rigidi e cattivi con le banche italiane?

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Da Renzi a Confindustria e Figc: chi vuole riaprire il Paese

Mentre il governo ha intenzione di prorogare le misure anti-coronavirus e i virologi chiedono di continuare il lockdown, il leader di Italia viva spinge per la ripresa delle attività produttive e delle scuole. Seguendo gli industriali, l'Abi e il mondo del calcio.

A giudicare dalle reazioni indignate che ha scatenato la sua proposta di riaprire quanto prima il Paese imparando a «convivere» con il coronavirus, Matteo Renzi sembra essere inciampato clamorosamente.

L’idea del leader di Italia viva non solo è stata duramente attaccata dai virologi, ma non ha nemmeno avuto seguito nel mondo politico. Insomma tutti – maggioranza e opposizione – paiono concordare su un punto: non è ancora il momento di far cessare la quarantena.

Anche se non si va molto oltre, visto che mancano ancora proposte concrete su come, prima o poi, il Paese debba ripartire. La proroga del lockdown, almeno fino al 18 aprile, dovrebbe essere approvata poco prima del 3 aprile, cioè alla scadenza delle misure previste dal Dpcm del 9 marzo.

TUTTI CONTRO RENZI

La proposta di Renzi è stata attaccata da tutte le parti. Matteo Salvini, che solo un mese fa si appellava a Sergio Mattarella per chiedere di riaprire il Paese, ha tagliato corto: «Non è il momento». Sempre dalla Lega, gli ha fatto eco Gian Marco Centinaio: «Ancora una volta da Renzi una proposta che fa capire quanta incapacità di ascolto ci sia da parte sua. Mentre la comunità scientifica implora il “tutto chiuso”, lui lancia l’ennesima provocazione della disperazione». Fredda Forza Italia, che affida la replica ad Antonio Tajani: «Si ascolti solo la voce degli scienziati, bisogna tutelare la salute dei cittadini». Tranciante anche Carlo Calenda: «Caro Matteo, la tua dichiarazione è poco seria».

L’ex ministro dello Sviluppo economico su Twitter ha ribadito la sua posizione: «La politica sul #coronavirus ha preferito annunci e retorica. Vogliamo affrontare la riapertura? Facciamo gruppo di lavoro subito governo/opposizione + tecnici. Cagnoli per strategia e Ricciardi per sanità. E i segretari di partito, così chiacchierano di meno e lavorano di più».

MAGGIORANZA COMPATTA: NESSUNA APERTURA

E se l’intento del leader di Italia viva era aprire qualche crepa nella maggioranza pare fallito, perché dal Movimento 5 stelle (Luigi Di Maio: «Per la riapertura dobbiamo attendere il parere degli esperti del comitato scientifico: per non annunciare date che poi possono essere smentite», ha detto a Storie italiane su RaiUno) a Liberi e Uguali (Nicola Frattoianni: «Non abbiamo bisogno di apprendisti stregoni irresponsabili») è stato un fiorire di critiche. Il ministro per gli Affari regionali, il dem Francesco Boccia ha definito il tema della riapertura «un dibattito legittimo», che però deve avvenire considerando la situazione sanitaria attuale. La priorità insomma è: «Raddoppiare le terapie intensive, curare nel miglior modo possibile gli italiani, rafforzare gli ospedali e rafforzare le regioni che sono in particolar modo in condizioni maggiormente critiche, e rafforzare tutti il Centro-Sud nel caso che i contagi aumentino, far arrivare il cibo in ogni casa».

L’IPOTESI DI RIPARTENZA A SCAGLIONI

Forse Renzi, che non è nuovo a simili ballon d’essai, ha intuito però che, mentre il mondo politico e la comunità scientifica impongono una cosa, il Paese sta iniziando a chiederne un’altra. Se così fosse, Italia viva si farebbe portatrice degli interessi di quella parte della società che è per la riapertura immediata. E l’intervista di Renzi rilasciate ad Avvenire («Le fabbriche devono riaprire prima di Pasqua») non lasciano spazio a dubbi. «Se non ripartiamo ora», ha rincarato la dose anche nella sua ultima newsletter, «moriremo di fame, non di Covid. E dunque bisogna ripartire. I giovani potranno uscire prima degli anziani. Brutto dirlo ma è così. Se hai più di 70 anni riacquisterai le tue libertà dopo i ragazzi di 20. Scrivere queste cose fa male. Ma non scriverle significa disertare davanti al compito che ha un politico: indicare una via, non cercare solo il consenso».

CONFINDUSTRIA VENETO: «AL LAVORO ANCHE I SETTORI NON ESSENZIALI»

Sulla stessa lunghezza d’onda, e non è certo una novità, l’intera Confindustria che ha battagliato a lungo con il governo nella definizione del decreto Serra Italia. Dal Veneto, una delle regioni più colpite dall’epidemia, Enrico Carraro, presidente degli industriali, intervenendo a Studio24 su RaiNews24, ha detto: «Le imprese non essenziali devono poter continuare al lavorare perché c’è bisogno che la macchina del Paese continui, c’è bisogno di fare versamenti alil fronte dello stop al lockdownlo Stato, ci sono problemi impellenti. Se andiamo avanti così tutto il Paese si blocca. Così non reggiamo, bisogna pensare da subito come ridare ossigeno al Paese».

L’ALLARME DI VINCENZO BOCCIA

Il più duro, in merito, era stato proprio il numero 1 di Confindustria, Vincenzo Boccia, che commentando il Serra Italia aveva detto: «dall’emergenza economica si entra nell’economia di guerra». E, ancora: «Se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuole dire che produciamo 150 mld al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni trenta giorni. L’economia non deve prevalere sulla salute ma dobbiamo far sì che tantissime aziende per crisi di liquidità non riaprano».

ABI: «LE BANCHE RESTINO APERTE»

Tira dritto anche l‘Associazione bancaria italiana che da giorni sta battagliando con i sindacati che avrebbero preferito la chiusura degli istituti di credito per garantire la sicurezza agli impiegati. «Chiediamo», si legge nella lettera che le sigle sindacali hanno indirizzato al presidente del Consiglio, dopo avere incassato il rifiuto di Abi, «la chiusura per 15 giorni di tutti gli sportelli bancari su tutto il territorio nazionale». Ma Abi si è limitata a replicare che «le banche si sono impegnate ad adottare le necessarie soluzioni organizzative per mantenere la distanza interpersonale di almeno un metro nonché l’adozione di ulteriori misure per ridurre il rischio di contagio», mentre continua a diramare inviti ai clienti di non recarsi direttamente allo sportello se non strettamente necessario.

LA FIGC IN PRESSING PER RICOMINCIARE IL CAMPIONATO

Scalpita per ripartire anche il mondo del calcio italiano: «La priorità è terminare i campionati entro l’estate, senza compromettere la stagione 2020-21», ha detto Gabriele Gravina, presidente della Figc, parlando a Radio Cusano Tv Italia, aggiungendo: «Il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha dichiarato che proporrà il blocco delle attività sportive fino alla fine di aprile compresi gli allenamenti, aspetterei la decisione del Consiglio dei ministri». Ancora più duro il Presidente della Lega Serie A, Paolo Dal Pino, che al governo ha ricordato i numeri macinati dal settore: «Il calcio produce 3 miliardi di euro di ricavi e un indotto di 8, oltre a una contribuzione fiscale e previdenziale di 1 miliardo di euro». E dato che non sarà intenzione dei club ripartire con gli stadi vuoti, è chiaro il pressing perché la quarantena finisca per tutti.

IL NODO DELLE SCUOLE E LO SCREENING DI MASSA

E le scuole? Renzi anche in questo caso aveva dettato una sua tempistica: «Si torni a scuola il 4 maggio. Almeno i 700 mila studenti delle medie e i 2 milioni 700 mila delle superiori. Tutti di nuovo in classe, mantenendo le distanze e dopo aver fatto comunque tutti un esame sierologico una puntura su un dito e con una goccia di sangue si vede se hai avuto il virus». Anche questa proposta è stata bocciata dalla quasi totalità del mondo scientifico che continua a ripetere che non si potrà lasciare le proprie abitazioni fino a quando l’epidemia non sarà passata. Eppure, alla possibilità dello screening di massa ci si sta davvero lavorando. In prima linea è l’Università di Torino con i virologi del dipartimento di Scienze veterinarie che propone un test del sangue per scovare chi ormai è immune e decidere sulla base di questi dati quanti e quali soggetti fare uscire di casa per primi. Del resto, si sta consolidando l’ipotesi che l’80% delle persone che hanno contratto il Covid-19 lo abbiano fatto in modo asintomatico. Avremmo quindi una platea che va dalle 250 mila alle 300 mila unità che potrebbero tornare al lavoro. Questo, naturalmente, nella speranza che i nostri anticorpi conservino memoria della battaglia vita contro il coronavirus. Una speranza cruciale.

LA POSIZIONE DELL’ISS

L’Istituto superiore di Sanità invece prende tempo. «Arriviamo fino a Pasqua e poi guardiamo i dati per stabilire come procedere. Va vista l’evoluzione dell’epidemia», ha ribadito in una intervista a Repubblica il presidente Silvio Brusaferro. Mettendo in guardia: anche quando i casi di coronavirus scenderanno a zero, la vita non tornerà come prima finché non verrà trovato un vaccino o un farmaco efficace contro la malattia. Sulle riaperture, ha aggiunto Brusaferro, «il problema è capire quali forme di apertura garantiscono che la curva non ritorni a crescere. Certamente le riaperture avverranno in modo graduale e dovremo organizzarci per essere capaci di intercettare rapidamente eventuali nuove persone positive. Stiamo anche valutando un’idea degli inglesi, quella dello ‘stop and go’. Prevede di aprire per un certo periodo e poi chiudere di nuovo». Tra le ipotesi al vaglio anche la possibilità di tenere a casa «anziani e malati fragili».

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Sfruttare il cambiamento nell’era post Covid-19

A emergere sarà chi saprà innovare quando gli altri si affideranno alla routine. Una breve guida per non farsi trovare impreparati.

Fino a ieri, i piccoli imprenditori di cui tanto si parla in questi giorni e che rappresentano da oltre 30 anni il mio ambito di studio professionale, si confrontavano con un livello di complessità significativamente superiore a quello di qualche anno fa ma comunque il cambiamento era vissuto come un elemento occasionale e sporadico, uno choc. Dopo la stagione del coronavirus sarà tutto diverso: il sistema economico mondiale avrà perso buona parte della sua stabilità e linearità, trovandosi ad essere sollecitato da un cambiamento epocale. Il cambiamento diventerà un elemento strutturale e necessario del sistema. Le situazioni di cambiamento, caratterizzate quindi da una storica discontinuità e incertezza, saranno gli ambiti in cui i piccoli imprenditori saranno maggiormente chiamati in causa e messi alla prova.

INDIVIDUARE OPPORTUNITÀ DOVE ALTRI VEDONO RISCHI

È in queste situazioni che si vedrà maggiormente chi sarà in grado di fare la differenza, chi identificherà opportunità laddove altri vedranno rischi, chi attiverà e farà attivare energie straordinarie. In sintesi chi innoverà quando gli altri si affideranno alla routine. In particolare saranno modificate tutte le architravi relazionali tra clienti e fornitori che si fonderanno su un concetto di “fiducia” costruito con un processo completamente diverso rispetto a quanto finora visto. Cadrà il concetto che il consumatore debba essere ascoltato, magari con indagini di customer satisfaction pilotate e fasulle (di cui abbiamo più volte parlato su queste colonne) e si affermerà sempre di più il processo che vede il cliente operare di “iniziativa” utilizzando le relative piattaforme di recensioni. La conferma ci arriva da una ricerca realizzata congiuntamente dalla piattaforma di recensioni on-line Trustpilot e Canvas8, la massima autorità Usa in tema di ricerche sui comportamenti dei consumatori, in cui sono stati forniti nuovi dati sul ruolo decisivo che le recensioni assumono nella questione della fiducia online dei consumatori. In particolare è emerso che:

  • Il 62% dei consumatori smetterebbe di usare le piattaforme di recensione, se venisse a sapere che queste permettono alle aziende di censurare le recensioni.
  • A livello globale, sette utenti su 10 esprimono la loro preoccupazione per la possibilità stessa che viene data ai brand di censurare le recensioni negative su una piattaforma qualsiasi, ritenendo che ciò possa avere un impatto sulla libertà di parola degli utenti (40%) o che possa addirittura causare loro una perdita di denaro (49%).
  • Oltre la metà dei consumatori si insospettisce di fronte a un’azienda con un punteggio perfetto, perché ritenuto troppo buono per essere autentico. Il 56% degli utenti continuerà a prendere in considerazione un prodotto o un servizio a 5 stelle, ma farà qualche ricerca in più prima di decidere di acquistare.
  • Il 64% dei consumatori preferisce acquistare da un’azienda che dà risposte e interagisce con il proprio pubblico, piuttosto che da una all’apparenza perfetta.
  • In molti ritengono che le aziende possano cambiare nel tempo – in meglio o in peggio – e, dunque, tendono a dare maggior peso ai feedback più recenti da parte dei consumatori; il 64% degli utenti afferma di voler dare più fiducia a un’azienda che complessivamente ha meno recensioni ma più recenti.

Basta per i venditori-furbi (penso alle banche) per non voltarsi indietro e guardare al passato con malinconia o addirittura con rabbia?

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Ora sulle agevolazioni per il coronavirus le banche non complichino tutto

Sono arrivate le misure del governo per aiutare le imprese. Ma occhio alle modalità di richiesta. Per gli imprenditori devono essere semplici e accessibili. Gli istituti di credito invece di solito fanno di tutto per rendere difficile la vita del cliente.

Il 13 marzo, in questa rubrica, avevamo formulato quattro proposte che il governo avrebbe dovuto imporre al sistema bancario a fronte di un vantaggio in termini di defiscalizzazione di alcuni asset delle banche. Forse sarà stato un caso, ma sembra che siamo stati ascoltati.

MORATORIA PER LE RATE DEI MUTUI

Avevamo chiesto la sospensione per almeno un anno dell’ammortamento del capitale (non solo degli interessi) sui finanziamenti rateali (ipotecari e chirografari) e il governo ha decretato una moratoria di nove mesi per il pagamento delle rate dei mutui ottenuti per acquisto della prima casa a favore di coloro che, con una semplice autocertificazione da esibire in banca, dichiarino una perdita di fatturato superiore al 33% dei ricavi dell’ultimo trimestre 2019.

PAGAMENTO LEASING SOSPESO FINO A SETTEMBRE

Non solo, ma per le piccole imprese e le partite Iva il decreto stabilisce che, per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale (anche leasing), il pagamento delle rate o dei canoni di leasing in scadenza è sospeso fino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate è dilazionato senza nuovi o maggiori oneri.

EXTRA FIDO PER TUTTI E NON SOLO

Avevamo chiesto che il sistema bancario accordasse massivamente a tutte le imprese un extra fido pari almeno al 20% di quanto già concesso sotto forma di prestito a breve termine (scoperto di conto, anticipo crediti, anticipo fornitori, eccetera) e il decreto Cura Italia ha sancito:

  • misure di sostegno finanziario dello Stato, fino al 33% dei prestiti erogati per anticipi su crediti (Anticipo fatture, riba, export, eccetera) esistenti alla data del 29 febbraio;
  • per nove mesi dal provvedimento, lo Stato fornisce una garanzia per prestiti fino a 5 milioni di euro volta a investimenti e ristrutturazioni di situazioni debitorie;
  • in favore delle imprese che hanno sofferto una riduzione del fatturato, Cassa depositi e prestiti è autorizzata a concedere liquidità, anche nella forma di garanzie di prima perdita su portafogli di finanziamenti. La garanzia dello Stato è rilasciata in favore di Cdp fino a un massimo dell’80% dell’esposizione assunta.

NIENTE REVOCA PER CIÒ CHE È GIÀ STATO CONCESSO

Avevamo chiesto di imporre al sistema bancario il divieto di richiedere una integrazione del valore dei titoli dati in pegno come garanzia per la concessione di prestiti e l’esecutivo ha stabilito che nessuna banca potrà revocare (e quindi tanto meno decurtare) i fidi a breve (scoperto di conto corrente, anticipo crediti, anticipo import, eccetera) già concessi.

REVISIONE DELLE REGOLE DI BASILEA

Avevamo chiesto la revisione immediata delle regole di Basilea in merito agli accantonamenti obbligatori che le banche devono effettuare in base alla “rischiosità” delle imprese a cui sono stati concessi finanziamenti e gli organi di governo finanziario europeo hanno già deciso e comunicato alle banche italiane i nuovi criteri che allargano le maglie degli obblighi di assorbimento di capitale.

IL PUNTO ORA: LE MODALITÀ DI RICHIESTA

Ora arrivo il bello, però. Tutte queste disposizioni necessitano di provvedimenti attuativi che disciplinino le modalità di richiesta e di accesso alle agevolazioni previste. Ecco il punto: le modalità di richiesta! Devono essere semplici e accessibili dato che a causa dell’emergenza sanitaria gli imprenditori non possono andare né ai Caf né dal commercialista e non possono presentarsi neppure negli uffici pubblici. E nelle banche.

LE BANCHE CERCANO SEMPRE DI DISTRARRE IL CLIENTE

È qui che il governo deve far valere la sua voce nei confronti del sistema bancario che, ricordiamolo, ha una capacità intrinseca di complicare anche la semplice richiesta di un estratto conto al solo scopo di dissuadere l’interessato ad avanzarla. Il compito del bancario è sempre stato, in altre simili occasioni (Lehman Brothers, Parmalat) quello di “distrarre” il cliente, rendergli la vita difficile, stancarlo sulla possibilità di richiedere le facilitazioni spingendolo a rinunciare (e nel frattempo le rate di mutuo vengono addebitate) se non, ancora più subdolamente, costringendolo, nel caso di accettazione della misura, a sottoscrivere un “qualche prodotto” che non ha niente a che fare con l’agevolazione.

DIRITTI CONCESSI SOLO AI MENO CONCILIANTI

Solo con i clienti più ostili, arrabbiati e poco concilianti si abbassano le braghe e ti concedono il tuo diritto. Un ossimoro, vero, ma state attenti perché il buonismo del momento è solo un alibi degli ipocriti. La storia ce lo insegna.

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Coronavirus, Crédit Agricole: tutte le misure adottate per lavoratori e clienti

Crédit Agricole in Italia sta seguendo tutte le istruzioni delle Autorità e ha adottato numerose misure per proteggere i propri..

Crédit Agricole in Italia sta seguendo tutte le istruzioni delle Autorità e ha adottato numerose misure per proteggere i propri dipendenti, clienti e stakeholder contro la diffusione del coronavirus. Sono più di 5.500 attualmente i colleghi che stanno lavorando in smart working, con la quasi totalità delle strutture centrali. Per quanto riguarda i clienti, invece, chi è titolare di un mutuo casa potrà richiedere la sospensione della quota capitale per sei mesi, eventualmente prorogabile in relazione alla durata dell’emergenza. Per supportare le difficoltà delle aziende oltre alla possibilità di sospendere il pagamento delle rate in quota capitale è stata prevista anche la facoltà di richiedere la proroga delle linee esistenti e l’attivazione di nuove linee di credito per il sostegno delle necessità correnti.

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SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE

Il Gruppo ha aderito a tutte le iniziative per aiutare le famiglie a fronteggiare la situazione di crisi, a partire dai provvedimenti a supporto delle ex-zone rosse, e sta studiando ulteriori interventi di sostegno, di concerto con i provvedimenti governativi e dell’Associazione bancaria italiana. Uno di questi è la sospensione della quota del mutuo per sei mesi, provvedimento che si affianca a quanto previsto dal decreto legge Cura Italia, estendendo a tutti i titolari di mutuo l’accesso all’iniziativa. Per tutti i clienti, anche in questo particolare momento, sono a disposizione i propri gestori e consulenti, dotati di cellulare aziendale e in grado di interagire a distanza, anche con il servizio di Consulenza Web Collaboration, oltre al potenziamento di tutti i Servizi Multicanale (Home Banking e App Mobile) e del Servizio Clienti (al Numero 800771100).

SOSTEGNO ALLE IMPRESE

Il Gruppo Crédit Agricole Italia ha attivato anche una serie di interventi a favore delle imprese presenti su tutto il territorio nazionale che abbiano subito un danno alla loro attività economica a seguito della emergenza coronavirus. Le iniziative prevedono la possibilità di sospendere il pagamento delle rate in quota capitale dei finanziamenti chirografari e ipotecari, della quota capitale dei canoni dei contratti di leasing finanziario in essere oltre che all’allungamento della durata dei finanziamenti stessi. La sospensione potrà avere una durata fino a 12 mesi. Per supportare le difficoltà temporanee è inoltre prevista la possibilità di richiedere la proroga delle linee a breve termine esistenti oppure l’attivazione di nuove linee di credito per il sostegno delle necessità correnti. Per maggiori dettagli o per altre necessità finanziarie urgenti è possibile rivolgersi al proprio Gestore anche a distanza via telefono o via mail. La banca implementerà anche ulteriori iniziative previste nel Decreto Legge Cura Italia.

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AGOS: L’IMPORTANZA DI INVESTIRE NELLA TECNOLOGIA

Agos, in linea con il Gruppo, ha garantito la piena operatività delle proprie linee di business, affrontando efficacemente i molteplici risvolti operativi della crisi. Circa 1.600 lavoratori hanno attivato la modalità dello smart working, la quasi totalità dei dipendenti della sede di Milano e di Lucca insieme ai dipendenti delle altre strutture sul territorio. La rete delle proprie Filiali è intervenuta inoltre, modificando l’operatività per favorire la gestione della clientela da remoto. Avere investito nella tecnologia e nella cultura organizzativa ha consentito ad Agos di affrontare con efficienza questa situazione straordinaria.

AMUNDI ASSICURA LA CONINUITÀ DEI SERVIZI

Per quanto riguarda Amundi Sgr le attività e i servizi sono assicurati grazie all’attivazione del proprio business continuity plan: tutti i 350 collaboratori dell’azienda stanno lavorando in smart working. Grazie alle misure adottate Amundi in Italia è pienamente operativa e può assicurare la continuità dei servizi in favore dei propri clienti.

IL RECOVERY SITE DI CACIB

Crédit Agricole Corporate & Investment Bank (Cacib) ha attivato subito allo scoppiare dell’emergenza il recovery site e la maggior parte della popolazione è stata dotata di dispositivi tecnologici per il lavoro da remoto. Attualmente la quasi totalità dello staff sta lavorano da casa o al recovery site, e negli uffici, seppur ancora aperti, sono state messe in atto tutte le misure restringenti per assicurare l’accesso alle poche persone autorizzate, nel pieno rispetto delle norme igienico sanitarie previste dall’ISS e nella tutela della salute di tutti i dipendenti.

INDOSUEZ: LE SOLUZIONI PER LA MOBILITÀ DEI PROPRI DIPENDENTI

Indosuez, restando sempre al fianco dei propri clienti per garantire loro il miglior servizio, in ottemperanza alle recenti disposizioni regolamentari, ha attivato diverse soluzioni di mobilità per i propri dipendenti in Italia per far fronte all’emergenza sanitaria consentendo al contempo la continuità del business.

Le Compagnie Crédit Agricole Vita e Crédit Agricole Assicurazioni già dal 23 febbraio per far fronte all’emergenza hanno esteso lo smart working al personale che disponeva degli strumenti necessari. Successivamente le Compagnie hanno provveduto, in tempi brevissimi, a recuperare le dotazioni informatiche e ad oggi il 100% del personale può lavorare da remoto garantendo la completa continuità operativa.

Crédit Agricole Leasing Italia ha garantito il pieno livello di servizio alla Rete ed ai clienti, con un ricorso allo smart working per il 100% dei colleghi e contemperando l’applicazione delle nuove regole in tema di sicurezza e sanità con la necessità di supportare le aziende in questo momento molto delicato.

Eurofactor sta garantendo un servizio completo ai clienti attraverso il ricorso allo smart working per il 100% dei collaboratori

Per quanto riguarda CACEIS Il business continuity plan della banca, attivato sin dal 24 febbraio scorso, prevede che parte dello staff della banca lavori da remoto in smart working per poter garantire la piena continuità operativa. A partire dall’11 marzo, in osservanza delle più recenti disposizioni delle Autorità, la modalità lavorativa in smart working è stata estesa a tutti i dipendenti. CACEIS, con tali misure adottate, è comunque in grado di garantire la continuità del servizio, a beneficio dei propri clienti

Per Il Village By CA l’organico si alterna tutti i giorni tra personale in ufficio e smart working. Agli abitanti è stato chiesto di rispettare alcune regole ed effettuare il più possibile smart working. Per le startup circa 165 persone in smart working su 187.

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L’idea dei Covid-Bond europei contro la crisi finanziaria da coronavirus

Emissioni di debito comuni. Per trasformare la pandemia in un'opportunità di coesione. E poi aumento del Quantitative easing, denaro da distribuire a tasso zero e "maglie più larghe" alle banche. Le proposte di Perrotta di Banca Generali.

La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, ha chiesto ai leader politici dell’Unione europea di agire con urgenza contro gli effetti economici dell’emergenza coronavirus. Altrimenti si rischia «uno scenario come quello della grande crisi finanziaria del 2008». Ma i mercati guardano con il fiato sospeso proprio alla riunione del direttivo della Bce, in programma giovedì 12 marzo.

BISOGNA AFFRONTARE UN NEMICO CHE NON RISPARMIA NESSUNO

Per Generoso Perrotta, Head of Financial Advisory di Banca Generali, occorrono almeno tre mosse per soccorrere l’economia dell’Eurozona di fronte alla pandemia: «Poiché Covid-19 non rispetta i confini, perché non trasformare questo momento drammatico in un’opportunità di coesione, visto che dobbiamo affrontare un nemico che non risparmia nessuno?».

Generoso Perrotta, Head of Finacial Advisory di Banca Generali.

DOMANDA. Lunedì 9 marzo Piazza Affari ha bruciato circa 50 miliardi di capitalizzazione, martedì altri 13. Tutta colpa del coronavirus?
RISPOSTA. Abbiamo assistito a un fortissimo riprezzamento finanziario del ciclo economico. Il coronavirus porta con sé due choc: uno sul lato dell’offerta, l’altro sul lato della domanda. Molto interconnessi fra loro. Una minor capacità produttiva determina minori consumi in valore assoluto, e questa dinamica va monitorata con attenzione nelle prossime settimane. Ma…

Ma?
Se anche le Borse martedì avessero chiuso con il segno più, non sarebbe stato altro che l’inizio di un consolidamento della performance dei mercati finanziari da sei mesi a questa parte.

Si spieghi meglio.
La performance negativa dei mercati, secondo noi, al momento sconta esclusivamente il forte scollamento dei mercati equity rispetto al ciclo economico reale. Sono due anni che il ciclo è tendenzialmente fermo. Oggi le stime danno mezzo punto percentuale di Pil in meno a livello globale e purtroppo ci saranno due o tre attori che contribuiranno in maniera fortemente negativa a questa tendenza: l’Italia, l’Eurozona e poi la Cina, che sicuramente avrà una crescita inferiore alle attese. Il -3% di Piazza Affari segnato martedì non è un’ulteriore capitulation dei mercati equity europei, ma va letto in un contesto più ampio a cui bisogna abituarsi per le prossime tre o quattro settimane.

La pandemia si è sommata a valutazioni finanziarie su alcuni settori che si erano scollate rispetto allo stato reale dei fondamentali economici

Sta dicendo che il coronavirus ha fatto scoppiare una bolla?
Diciamo che la pandemia si è sommata a valutazioni finanziarie su alcuni settori che si erano probabilmente scollate rispetto allo stato reale dei fondamentali economici. Covid-19 si somma e va a modificare le stime sugli utili futuri. Questo è un aspetto molto importante. È il punto cruciale che emergerà tra la metà e la fine del mese aprile, quando avremo i risultati economici delle aziende nel primo trimestre 2020. Risultati che sicuramente saranno rivisti al ribasso.

E poi?
Poi avremo le guidance sulle successive tornate di utili. Già oggi abbiamo delle avvisaglie non positive da player globali come Apple e General Electric. Quindi serve una certa prudenza nel considerare questi livelli di mercato come livelli di entry point. Secondo noi questi non sono livelli di entry point. Potrebbero confermare di esserlo, ma è utile aspettare i due elementi che citavamo prima per poter guidare clienti e consulenti nel consigliare soluzioni d’investimento per il medio-lungo periodo.

Che importanza ha il fattore tempo per tutelare e proteggere risparmi e investimenti?
È determinante in entrambi i casi. Per capire quanto Covid-19 abbia pesato sulla crescita economica globale, occorre sicuramente che passi il secondo trimestre 2020. Una prima stima abbastanza accurata sarà possibile durante il periodo estivo. Chiaramente, le stime e il tempo necessario vanno misurati una volta contenuta l’epidemia. Poi si faranno i conti. Quantificare l’impatto di Covid-19 sui primi settori che già oggi dicono di averne sofferto, e poi sui relativi indotti, è un lavoro molto importante. Ma per farlo occorre attendere gli utili del primo trimestre e poi avere dagli attori stessi una stima sul secondo e terzo trimestre.

Il momento può essere “sfruttato” per indirizzare gli investimenti verso una maggiore sostenibilità

Quali sono i settori da tenere d’occhio perché potrebbero offrire nuove opportunità?
Può sembrare cinico, ma oggi chi fa il nostro mestiere deve guardare ai movimenti dei mercati anche come a un’opportunità. Alla luce di quanto accaduto, è possibile impostare investimenti con un’asset allocation tradizionale, che quindi scelga tra bond, equity e cash. Ma al tempo stesso che vada più in profondità, per scegliere all’interno dei vari settori su quali temi puntare. Il momento può essere “sfruttato” per indirizzare gli investimenti verso una maggiore sostenibilità.

Ci sono settori che “reggono” meglio degli altri?
I settori più resilienti oggi sono il real estate e le utility più legate alle rinnovabili. Mentre sono estremamente penalizzate le utility più legate ai combustibili fossili. Inoltre, guardando al futuro, occorre diversificare sempre di più gli investimenti, sia a livello geografico sia a livello di valute. La crisi della supply chain mette ulteriormente in discussione una globalizzazione che per alcuni aspetti è ancora fortunatamente presente nella nostra vita quotidiana.

Giovedì si riunisce il consiglio direttivo della Bce: cosa dovrebbe fare l’Eurotower?
La Bce ha pochi margini di manovra in termini di tassi d’interesse, però l’opera iniziata da Mario Draghi ha sicuramente aperto una strada che Christine Lagarde dovrà continuare a perseguire. In tre mosse.

Come?
Anzitutto aumentando il Quantitative easing. In questi giorni abbiamo avuto un allargamento degli spread a livello globale che va affrontato dagli investitori finali con soluzioni indirette, non comprando singole emissioni, al fine di ridurre il rischio specifico. L’allargamento ha coinvolto anche i subordinati e in parte le obbligazioni dei Paesi emergenti. La Bce può innanzitutto aumentare il Qe per cercare di ridurre la volatilità dei mercati finanziari. Considerando anche il fatto che il taglio dei tassi operato dalla Fed al momento non ha avuto quell’effetto. Con il Qe, invece, la Bce andrebbe direttamente sul mercato secondario a comprare titoli e gli operatori finanziari, gli investitori istituzionali e anche i privati che possiedono bond percepirebbero immediatamente un effetto ricchezza che li tranquillizzerebbe.

La Bce può mettere a disposizione delle banche commerciali una quantità di denaro da distribuire a tasso zero

Qual è la seconda mossa?
Anziché far girare elicotteri che distribuiscono banconote, la Bce può mettere a disposizione delle banche commerciali una quantità di denaro da distribuire a tasso zero, dando questo chiaro input alle banche. Oggi la liquidità c’è, ma le banche chiedono comunque un minimo di tasso d’interesse. La Bce potrebbe quindi usare il canale bancario commerciale come uno strumento di trasmissione di base monetaria.

E la terza mossa?
Dire al sistema di non aumentate lo stock di debito “pericoloso”, concendendo alle banche delle maglie un po’ più larghe. Ossia sospendere temporaneamente le misure di controllo degli organi di vigilanza. Questo potrebbe fare sì che le banche debbano preoccuparsi di meno di alcuni stock di debito come quello domestico italiano, che soprattutto gli istituti commerciali hanno in pancia. Di sicuro la Bce non potrà stare dietro alla Fed, anche perché le manovre monetarie hanno un effetto di apprezzamento sull’euro.

Ci sarà una ripresa nella seconda metà del 2020?
Fino a pochi giorni fa abbiamo visto una rincorsa a tagliare la crescita globale. Poi sono arrivate le agenzie di rating a prevedere eventuali impatti derivanti dall’allargamento degli spread e dalla presenza di debito pubblico nelle banche europee, tali da ipotizzare che le banche tornino al centro dell’attenzione per questioni legate alla loro solidità e/o sostenibilità. Ma il problema è che oggi parlare di una ripresa a V oppure a U, lascia veramente il tempo che trova.

Bisogna quantificare bene l’effetto di Covid-19 sul lato dell’offerta, per poi capire quanto i consumi possano continuare a sostenere la crescita globale

Perché?
Perché ipotizzare per forza una ripresa nella seconda parte dell’anno è un po’ mettere il carro davanti ai buoi. Noi dobbiamo quantificare bene l’effetto di Covid-19 sul lato dell’offerta, per poi capire quanto i consumi possano continuare a sostenere la crescita globale. In Cina l’epidemia è durata circa 75 giorni, da qualche giorno sta calando. Pechino dovrebbe crescere intorno al 5% nel 2020. Dobbiamo verificarlo nel secondo e terzo trimestre dell’anno, ma per l’Eurozona l’impatto sulle banche è sicuramente nelle mani della Bce.

Emissioni di Btp a condizioni un po’ più vantaggiose per lo Stato potrebbero essere auspicabili per alimentare la spesa pubblica?
Noi crediamo che questa crisi possa spingere le autorità dell’Eurozona, tutte insieme, ad autorizzare strumenti adatti a favorire una crescita più solida e convincente a livello di area.

Cosa intende?
Perché non pensare a emissioni di bond a condizioni più convenienti a livello di Eurozona, finalizzati alla gestione delle conseguenze di Covid-19, per poi andare a redistribuire gli introiti su tutti i Paesi emittenti? Uno strumento del genere farebbe bene tanto alla Germania quanto all’Italia, con uno spread che sarebbe sicuramente più basso rispetto a quello che si potrebbe ottenere con emissioni nazionali.

Per quale motivo?
Non dimentichiamo che i miliardi stanziati finora dal governo Conte sono debito che l’Italia accumula. E i mercati reagiscono, infatti lo spread viaggia sopra i 210 punti base. Poiché Covid-19 non rispetta i confini, perché non trasformare questo momento drammatico in un’opportunità di coesione, visto che dobbiamo affrontare un’epidemia che non risparmia nessuno?

Chiamiamoli Covid-Bond. L’importante è il concetto: serve un debito funzionale e utilizzabile da tutti, garantito da tutti, con spread più bassi

Insomma: potrebbero maturare i tempi per gli Eurobond?
Potrebbero maturare i tempi per misure che non voglio chiamare Eurobond, perché altre nazioni potrebbero storcere il naso. Ma per misure concordate a livello europeo. Un’emissione speciale di Btp ci costerebbe comunque tanto. Qui veramente la partita a livello europeo è molto importante. Chiamiamoli Covid-Bond. L’importante è il concetto: serve un debito funzionale e utilizzabile da tutti, garantito da tutti, con spread più bassi. Perché se dovessimo finanziare la spesa pubblica e le necessarie riforme fiscali che ci attendono ricorrendo al deficit nazionale, avremmo ripercussioni molto molto pesanti sullo spread. Avremmo molte difficoltà a sostenerlo e gli operatori di mercato ce lo farebbero pagare.

Che tipo di politiche fiscali vanno messe in atto?
Servono misure, magari temporanee, per supportare la domanda. Perché le persone che oggi sono chiuse in casa hanno un unico pensiero: comprare generi alimentari. Bisogna invece che noi tutti possiamo pensare un domani, quando avremo contenuto il contagio, in cui programmare acquisti più importanti di beni durevoli. Abbiamo bisogno di riforme orientate alla domanda, ma senza strozzare la componente dell’offerta, sospendendo obblighi fiscali che andrebbero a pregiudicare la tenuta di alcuni settori. Pensiamo per esempio al turismo, ma anche al settore dell’auto.

Quali sono invece gli errori da evitare per il futuro?
Una volta contenuta l’epidemia, nel medio-lungo periodo i valori di mercato non devono essere visti come un’occasione di vendita. Perché si rischia di svendere ciò che è stato faticosamente accumulato nel corso degli ultimi sei o sette anni, con danni irreperabili per la nostra economia. Quindi, con selettività e progressione, occorre indirizzare le scelte d’investimento verso una più ampia diversificazione e sostenibilità.

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Consigli per rapportarsi con le banche in piena crisi coronavirus

L’epidemia può generare problemi nella gestione della finanza delle piccole imprese. Gli istituti di credito chiederanno indietro i soldi prestati. Ecco come tutelarsi senza farsi trovare impreparati.

Il coronavirus colpirà anche i piccoli imprenditori. E il portatore sano sarà il sistema bancario. Non stiamo parlando della patologia, ma delle conseguenze che l’epidemia può generare nella gestione della finanza delle piccole imprese, che rappresentano, ricordiamolo, il 90% del tessuto produttivo dell’Italia e, da sempre, l’agnello più sacrificato sull’altare del profitto delle banche.

PROBLEMI DI BILANCIO EVIDENTI

Un dato è certo: il post epidemia si presenterà davvero come un periodo di ulteriore “stretta creditizia” che, tradotto, significa che si faranno meno prestiti e che si chiuderanno i rubinetti a coloro che hanno già ricevuto finanziamenti. I segnali sono già inequivocabili: numerose segnalazioni da parte di piccoli imprenditori meravigliati dal sollecito ricevuto dalle banche per la restituzione di quanto ottenuto in prestito. Le banche hanno, da anni, problemi di bilancio evidenti: non riescono più a fare (eticamente) fatturato e la riduzione dei costi (personale, logistica, crediti deteriorati) sembra l’unica strada percorribile.

OBBLIGHI DI ACCANTONAMENTI

La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito impone inoltre obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate e tutelare quindi il risparmio. E l’accantonamento è un costo. A un sistema già vacillante si aggiunga lo scossone da coronavirus che sta producendo una ennesima crisi economica e finanziaria che inevitabilmente coinvolgerà il mondo delle banche.

SCENARIO NON ROSEO PER IL SISTEMA FINANZIARIO

Aumento dei Non performing loan (Npl, crediti di difficile recupero) e quindi del costo del rischio, calo della produttività interna, probabile taglio dei tassi e collegata ulteriore riduzione dei ricavi, crollo dei mercati azionari e obbligazionari: ecco lo scenario che si presenta al sistema finanziario.

SI APRE LA FASE DEL “PRE-CONTENZIOSO”

Le banche, per tutelarsi, cercheranno quindi di ridurre il rischio nei confronti delle aziende affidate, cioè chiederanno alle stesse la restituzione dei soldi che non hanno (la crisi ha colpito tutti). Si apre quella fase definita “pre-contenzioso“, una subdola formula che si manifesta con le muscolari minacce dei funzionari di banca che promettono di “girare” (in banchese significa affidare) la pratica all’ufficio contenzioso, nel caso non si rientri immediatamente dalla scopertura, per le successive azioni giudiziarie di recupero

ATTENZIONE AL TERRORISMO PSICOLOGICO

È puro terrorismo psicologico. Le banche non hanno alcun interesse a “girare”, per i previsti maggiori accantonamenti, le posizioni a “contenzioso” e tentano quindi dapprima di recuperare dalla azienda quanto più possibile. O, quantomeno, tentano di “fortificare” una posizione che molto spesso, per effetto di tutte le irregolarità commesse (non solo i noti illeciti dell’usura e dell’anatocismo), è più debole di quanto si possa immaginare.

REGOLARIZZAZIONE DELLE SINGOLE POSIZIONI

Nel momento in cui hanno deciso di “disimpegnarsi” dalla gran parte dei rapporti bancari con rating costosi (in termini di accantonamenti), gli istituti di credito cercano in ogni modo di ottenere la regolarizzazione formale delle singole posizioni prima di formalizzare il contenzioso (inviando una lettera di revoca dagli affidamenti e di messa in mora) e di attivare le garanzie (fideiussioni), cioè di richiedere i soldi ai garanti – se l’azienda non ha liquidità – con la possibilità di agire sui beni immobili degli stessi.

OPERA ANCHE SCORRETTA MA CAMMUFFATA

Quest’opera è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta, perché “camuffata” attraverso:

  1. offerta di un piano di rientro con una clausola che «manleva le banche da ogni responsabilità in merito alla concessione del finanziamento e che determina, da parte del debitore, il riconoscimento del saldo» e quindi una “blindatura” di fronte al diritto di contestarlo successivamente;
  2. concessione di un finanziamento (a tre-cinque anni) che non costituisce nuova finanza per l’azienda, ma serve solo a eliminare la pregressa esposizione di conto corrente (anche in questo caso il nuovo contratto presenta la clausola di cui sopra).

IRREGOLARITÀ IGNOTE AL DEBITORE

Questa pratica rappresenta, come dicevamo, l’estremo tentativo, ancorché tardivo, per la “sistemazione” dei vecchi affidamenti delle cui irregolarità il debitore non ha consapevolezza. Gli inviti, in questa fase apparentemente concilianti, sottendono la volontà di impedire che l’azienda possa, anche giudizialmente, sollevare eccezioni di sorta. Non accettate queste proposte!

PREVENTIVA AZIONE GIUDIZIARIA

Cosa fare allora? Ai primi segnali di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie.

CONSAPEVOLEZZA PER TRATTARE DA PARI A PARI

Acquisire tale consapevolezza conferisce al debitore il potere contrattuale necessario per trattare da pari a pari con la banca invertendo in tal modo il rapporto di forza che per decenni l’ha vista come “contraente debole”. Questa consapevolezza necessita però di coraggio, di tempismo e di attenzione da parte chi deve decidere il suo futuro. Alla banca, quindi, si possono (e si devono) contestare tutte le probabili irregolarità formali. Nell’immaginario collettivo si è ormai consolidata la consapevolezza che gli abusi delle banche sono l’usura e l’anatocismo, ma nella contrattualistica relativa al finanziamento concesso sono presenti tante altre irregolarità.

OCCHIO AI TRUFFATORI IN GIRO

Che significa “contestare”? Innanzitutto occorre fare una perizia econometrica per accertarsi che la banca abbia degli scheletri nell’armadio. Ma occhio ai truffatori in giro: anche il mercato delle perizie è una giungla. Dopodiché sarebbe opportuno per il debitore, benché le banche siano molto lente nell’azione di recupero, non attendere troppo le altrui mosse, ma partire in anticipo e convenire prontamente la banca in giudizio per ottenere l’accertamento negativo di una parte del credito vantato dalla banca.

LA BANCA HA OTTO ANNI PER PORTARE A CASA IL PIÙ POSSIBILE

L’azione giudiziaria in ogni caso congela qualsiasi tipo di atto restrittivo della banca, che ha tutto l’interesse a non allungare troppo la durata del contenzioso per non azzerare completamente il valore del suo credito. A questo punto l’esperienza maturata in questo settore mi consente di affermare che la percentuale di successo per una transazione molto vantaggiosa per il debitore è quasi del 100%. Cerchiamo di fare chiarezza con un esempio: un imprenditore ha ricevuto un prestito di 100 denari da una banca, ne ha restituito solo una parte (10 denari) e ora non riesce più a rimborsare quanto ancora dovuto (90 denari). Inizia un contenzioso con la banca, che da quel momento, secondo le indicazioni restrittive di Basilea, ha mediamente otto anni di tempo per portare a casa quanto più possibile. Nel frattempo, in base a una perizia econometrica sui rapporti di finanziamento, il debitore si accorge di essere stato abusato e avvia un’azione giudiziale per accertamento negativo del debito.

COME GLI ISTITUTI SI POSSONO ACCONTENTARE

A questo punto, indipendentemente dai tempi e dall’esito della vertenza, la banca ha l’obbligo di iscrivere ogni anno in bilancio il “costo dell’accantonamento”, e cioè della previsione di perdita, che potrebbe essere – a puro titolo di esempio, perché le percentuali per i primi anni sono molto più alte – il 15% di 90 (quanto deve ancora restituire). Cioè circa 14 denari all’anno. Quindi al termine di ogni anno la banca, visto che ha già spesato quella perdita, si accontenterebbe anche di 76 denari dopo il primo anno, 62 denari dopo il secondo anno, 48 denari dopo il terzo anno, solo 34 denari dopo il quarto anno e cosi via, fino ad azzerare il valore dell’importo recuperabile.

NO ALL’ATTEGGIAMENTO DA STRUZZO

Per non lasciarsi coinvolgere in questo stillicidio di ulteriori costi (legali, professionali e di immagine), la banca avrebbe (e infatti ormai sono tutte costrette a farlo) la possibilità di offrire il credito a una società di recupero, che mediamente lo compra a un prezzo pari all’11-12% del credito e poi propone al debitore una transazione a “saldo e stralcio” tra il 25% e il 40% della debitoria. In entrambi i casi il debitore, sempre che abbia portato in giudizio la banca e quindi benefici (ogni tanto qualche disfunzione agevola anche gli “ultimi”) dei tempi sudamericani della nostra giustizia, può aspettare il “congruo” tempo per avviare una transazione vantaggiosa. In soldoni, se al termine del quarto anno il debitore offre 35 denari alla banca o alla società di recupero, queste ultime accettano la proposta. Muovetevi prima che sia troppo tardi perché l’atteggiamento da struzzo produce più danni della conoscenza della verità.

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Ubi Banca: nel piano industriale 2030 esuberi e chiusura di 175 filiali

L'istituto garantisce un parziale ricambio generazionale. Previsto nel 2022 un utile netto di 665 milioni di euro.

Più di 2 mila esuberi e chiusura di 175 filiali. Lo prevede il nuovo piano industriale di Ubi Banca.

Come si legge nella nota diffusa dall’istituto, è prevista infatti la riduzione di personale per circa 2.030 risorse, incluse le circa 300 oggetto dell’accordo sindacale del dicembre 2019, il cui costo è già stato spesato nei risultati dello scorso esercizio, garantendo tuttavia un parziale ricambio generazionale. Il piano prevede inoltre la chiusura di 175 filiali mentre gli sportelli full cash saranno ridotti del 35%.

PREVISTA LA REALIZZAZIONE DI 665 MILIONI DI UTILE NETTO NEL 2022

Ubi Banca prevede anche di realizzare 665 milioni di euro di utile netto nel 2022 e di mantenere nell’arco del piano industriale un pay-out medio (percentuale di utile destinata a dividendo) del 40%, coerente con il mantenimento di un indice di solidità patrimoniale Cet1 ratio del 12,5% a fine anno. La banca si riserva di poter aumentare il dividendo nel 2022 in caso di Cet1 ratio superiore al 12,5%. Ubi Banca prevede anche di ridurre ulteriormente gli Npl in bilancio. Nel 2022 il rapporto tra crediti deteriorati lordi e totale dei crediti deteriorati (Npl ratio lordo) è atteso in calo al 5,2%, rispetto all’attuale 7,8%.

LA PREOCCUPAZIONE DEI SINDACATI

«Il piano industriale illustrato dall’amministratore delegato Victor Massiah indica gli obiettivi generali senza entrare nel merito dei singoli aspetti», hanno scritto in una nota congiunta i segretari coordinatori Paolo Citterio (Fabi), Pierangelo Casanova (Fisac-Cgil), Giuseppe Cassella (First-Cisl), Claudia Dabbene (Uilca-Uil) e Natale Zappella (Unisin). «La forte riduzione di forza lavoro con il taglio di oltre 2.000 dipendenti (più del 10%), la riqualificazione di altri circa 2.400 e la chiusura di almeno 175 filiali generano forte preoccupazione per le organizzazioni sindacali». I rappresentanti dei lavoratori aggiungono: «Capiremo i reali impatti solamente una volta che verrà fornita la comunicazione di Informativa sindacale che verrà inviata solo nei prossimi giorni alle organizzazioni sindacali. Obiettivo già dichiarato da tutte le organizzazioni sindacali sarà un robusto piano di assunzioni (di almeno una persona ogni due uscite) per mantenere adeguati livelli occupazionali e di servizio su tutti i territori dove Ubi è presente».

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Ma siamo certi che il nostro sistema bancario sia solido?

Le classifiche sulla sicurezza dei nostri istituti di credito fatte da Bce e Bankitalia danno un'immagine tutto sommato buona. Ma andando a fondo sui metodi utilizzati per comporle lo scenario non appare non è del tutto rassicurante.

Domanda retorica ma non per i media che invece hanno titolato con enfasi i risultati della annuale valutazione e misurazione dei rischi di ogni singola banca.

Questo momento fondamentale dell’attività di vigilanza della Bce (per le banche significant) e di Bankitalia (per le banche less significant), denominato «processo di revisione e valutazione prudenziale» (Supervisory Review and Evaluation Process, Srep appunto), consiste nel sintetizzare in un indice i risultati emersi dall’analisi per un dato anno e nell’indicare alla banca le azioni da intraprendere per gli anni succesivi.

Forse è il caso di dire, però, al cittadino inesperto e poco educato finanziariamente, le cose come stanno perché quelle classifiche (e quelle notizie) possono indurre in errore. Cercherò di semplificare i concetti, ben consapevole (ma del tutto indifferente) che qualche illustre professore di finanza potrebbe arricciare il naso disgustato da tanta semplicità.

DIRE CHE LE NOSTRE BANCHE SONO TRA LE MIGLIORI IN EUROPA È FUORVIANTE

Premessa: in Europa, a livello teorico, secondo gli accordi interbancari di Basilea III, una banca è patrimonialmente solida se ha un indice di patrimonializzazione pari al 8%. Cosa significa? Banalmente che per ogni 100 euro di prestito effettuato, ogni banca deve avere almeno l’8% di capitale a garanzia della eventuale insolvenza nella restituzione del finanziamento. In maniera ancora più semplicistica, ogni banca puo’ prestare 100 euro utilizzando per 92 euro i soldi dei risparmiatori depositanti e per 8 euro il proprio capitale.

LEGGI ANCHE: Banche tradizionali, il vostro tempo è ormai giunto al termine

Una sproporzione che diventa preoccupante se, oltre all’indice, si deve valutare anche la sostenibilità dei modelli di business (le banche non riescono più a fare utili), la resistenza di modelli imprenditoriali superati (come quello dinastico della Banca Popolare di Bari), l’efficacia della governance interna (in pratica la qualità del management) e i controlli sui rischi operativi tra cui le perdite sui crediti (i soldi prestati male a chi non li può più restituire). Da questo frullatore esce quella classifica che, ahinoi, in pochi sanno leggere.

Dire che le banche italiane, a livello europeo, sono piazzate abbastanza bene è fuorviante. Credem è la migliore perché vanta una richiesta di capitale supplementare solo dell’1%. Mediobanca è ottava (1,25%) con Bnp, Intesa San Paolo si trova all’undicesimo posto (1,5%), Unicredit al ventriquattresimo (1,75%), seguono poi Bper (2%), Credito Cooperativo Italiano, Ubi, Banco Bpm, e Ccb (2,25%), Iccrea (2,50%) ed infine, fanalini di coda, Mps e Banca Popolare di Sondrio (3%). Sono numeri che, sebbene migliorati negli ultimi anni, destano forti preoccupazioni. E soprattutto pochi ne comprendono la portata.

IL RISCHIO DI UNA CONTRAZIOME DEI PRESTITI

Per rendervi piu digeribile il concetto possiamo dire che quelle percentuali sono un po’ come i punti di penalizzazione che una squadra di calcio riceve per effetto della sua condotta disciplinare e che dovrà scontare nel campionato successivo. E, leggendo il comunicato della Lega (Bce) di questo atipico campionato, si rileva che tutte le squadre hanno ricevuto delle penalità. Dire che Credem, che è la migliore, ha bisogno, per far stare tranquilli i suoi risparmiatori (ricordatevi che loro rischiano 92 euro), di ulteriore capitale pari al 1% significa affermare che quella banca nel futuro potrà fare prestiti solo se aumenta il suo capitale di vigilanza dell’1% dei propri prestiti.

Siccome si tratta di un rapporto (capitale di vigilanza/prestiti), quella indicazione potra’ essere rispettata o aumentando il numeratore oppure diminuendo il denominatore. Come? In tre modi:


• chiedendo a soci e azionisti di banche che producono utili (chi le ha viste?) di destinare parte dei loro dividendi per rimpinguare il capitale;
• chiedendo a soci e azionisti di banche che non producono utili (quante ne volete?) di mettere mano alla tasca propria e, dopo i bagni di sangue degli ultimi anni, finanziare ancora quella banca;
• facendo meno prestiti.

Meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza

Siccome la prima ipotesi riguarda solo poche realtà, per la seconda si rischia il linciaggio, non rimane che la terza. E quindi meno prestiti significa meno utili e meno servizio alla economia reale che produrrà meno ricchezza per poter sostenere anche le banche che avranno bisogno di ancora piu’ capitale. Un loop, un vortice che mina la resilienza e la sostenibilità del sistema e che necessita di una analisi approfondita che vada aldilà dei peana delle penne di sistema.

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Non solo Pop Bari: il piano per creare una società delle banche del Sud

Il progetto è creare una newco a capitale pubblico e privato e aggregare altri istituti di credito in difficoltà

Una newco, a capitale misto-pubblico privato, che raccolga sotto di sé non solo la Popolare di Bari ma anche altri istituti di piccole dimensioni del Sud. Sarebbe questo il progetto per risollevare l’istituto pugliese che ha in mente il governo, confermato indirettamente dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che ha parlato della nascita di un «grande polo per il sostegno allo sviluppo» senza replicare, però, l’esperienza della «Cassa del Mezzogiorno».

VERSO LA NASCITA DI UN POLO BANCARIO DEL MEZZOGIORNO

La cornice normativa per realizzare il progetto di un nuovo polo bancario è contenuta nel decreto che stanzia fino a 900 milioni per la ricapitalizzazione del Mediocredito Centrale (di Invitalia). Decreto, all’esame del Senato per il via libera definitivo, che prevede esplicitamente la possibilità di scissione di Mcc con la creazione di una nuova società cui assegnare le acquisizioni, a partire, appunto, da Pop Bari, ma aperta anche ad altre fusioni. «Vogliamo anche i privati», ha assicurato il titolare del Mef, spiegando che in questa ottica le risorse pubbliche potrebbero essere utilizzate solo in parte. Il punto di arrivo dovrebbe essere quindi la nascita di un soggetto in grado di stare da solo sul mercato e prevenire le crisi degli istituti minori. Il piano, che non sarebbe sgradito alla vigilanza, prevede l’aggregazione di altre banche del Mezzogiorno che già versano in condizioni difficili o comunque siano esposte a una concorrenza sempre più agguerrita da parte dei gruppi maggiori e dell’evoluzione tecnologica. Solo un gruppo di una certa dimensione, si ragiona in diversi ambienti finanziari e politici, è in grado di raggiungere le economie di scala per gli indispensabili investimenti nel fintech, senza pesare ulteriormente sulle casse pubbliche. Fra i nomi che circolano ci sono la Banca Agricola Popolare di Ragusa, alle prese con una pesante eredità di crediti deteriorati, la Popolare Sant’Angelo, la Popolare Vesuviana ma l’elenco non è né certo né esaustivo.

AGEVOLAZIONI FISCALI E CAPITALE DELLO STATO

L’aggregazione sarebbe agevolata da due fattori: il decreto della scorsa estate che prevede facilitazioni fiscali per le imprese che si fondono nel Mezzogiorno e la presenza dello Stato nel capitale. Proprio i dubbi sulla situazione della Bari e la sua governance avevano, nei mesi scorsi, bloccato eventuali operazioni pure auspicate dagli allora vertici della popolare. Oggi il quadro è cambiato e anche soggetti più timorosi di perdere le propria indipendenza potrebbero convincersi. La soluzione sarebbe anche vantaggiosa per Invitalia-Mcc, senza esperienze nella gestione di banche commerciali. La newco, ripulita dagli Npl affidati ad Amco, avrebbe infatti vertici e guide operative specializzati in tale comparto, che dovrebbero innanzitutto puntare al break even in modo da non pesare sulle casse pubbliche con nuove richieste di capitale e poi sviluppare ulteriormente il neo gruppo. Ci sono diversi ostacoli comunque da superare. Innanzitutto la resistenza delle banche locali a fondersi in un soggetto controllato dallo Stato. E poi i possibili rilievi da parte di Antitrust Ue o Bce di fronte al ritorno dello ‘Stato banchiere’.

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L’open banking presto trasformerà le banche tradizionali in fossili

Da settembre 2019 è diventata operativa la nuova direttiva europea sui servizi di pagamento. Avrà un impatto sconvolgente sulla nostra vita quotidiana e sul modo in cui gestiamo i nostri soldi. Mentre i vecchi istituti di credito rischiano di essere spazzati via.

Da qualche mese è in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo del banking e pochi ne parlano. Un vero e proprio stravolgimento nel nostro modo di intendere e “vivere” la banca.

Dal 14 settembre 2019 è, infatti, diventata operativa la nuova direttiva europea sui servizi di pagamento, anche detta Psd2 (Payment Services Directive 2) con cui si concretizza il concetto di open banking che avrà un impatto sconvolgente sulla nostra vita quotidiana e sul modo in cui gestiamo i nostri soldi.

Un passaggio fondamentale per creare condizioni di parità e un ambiente bancario più democratico, per aumentare la concorrenza e l’innovazione nel mercato tra gli Stati membri, per rafforzare la protezione dei consumatori e migliorare la sicurezza dei pagamenti su internet e l’accesso al conto. E non è solo teoria.

CON L’OPEN BANKING AUMENTA LA SICUREZZA

Cercherò di spiegarlo con parole semplici e per tale motivo ne ho parlato con Marie Johansson, country manager Italia di Tink, la piattaforma svedese di open banking che è arrivata da poco nel nostro Paese con una dotazione di oltre 33 milioni di clienti finali in tutta Italia. Praticamente i dati finanziari di metà della popolazione tricolore sono ora gestiti da Tink. L’open banking è una condivisione dei dati tra i diversi attori dell’ecosistema bancario, naturalmente autorizzata dai clienti. Per esempio, oggi se hai due conti in due banche diverse devi esaminarli e gestirli separatamente perché i due sistemi sono incompatibili. Non si leggono.

Come cliente si potrà avere una idea esatta della propria economia senza passare per password, chiavette e lunghe telefonate ai call center

Grazie all’open banking un operatore come Tink sarà in grado di aggregare e gestire i dati (ad esempio le carte di credito) su un’unica dashboard. Non solo, ma vengono anche messi a disposizione strumenti che analizzano il comportamento di spesa, trovano offerte competitive per i servizi e permettono di spostare denaro da un conto all’altro con un clic. Come cliente si potrà avere una idea esatta della propria economia senza passare per password, chiavette e lunghe telefonate con snervanti operatori di call center. Pensiamo per un attimo all’odissea che vive un cittadino che vuole richiedere un finanziamento: documenti, attestati, dichiarazioni, quintali di carte per dimostrare la sua affidabilità.

L’open banking permette di superare tutto ciò perché consente di fornire queste informazioni in maniera digitale offrendo, per esempio, ai finanziatori un accesso una tantum a 12 mesi di movimentazioni bancarie. Un metodo più sicuro e più preciso che potrà fornire anche informazioni più “sottili” sulle entrate e sulle spese. Ci dirà se non hai lavorato per alcuni mesi o se sei stato all’estero per un lungo periodo. Oppure se la tua dichiarazione dei redditi è veritiera. Per gli operatori finanziari invece il vantaggio sta nel fatto che possono finalmente avere un’idea chiara di ciò che serve al proprio cliente e quindi produrre offerte mirate o comunque più vantaggiose. La direttiva, in sintesi, porta trasparenza nel campo della concorrenza.

UNA NORMATIVA CHE APRE A NUOVI PLAYER DIGITALI

Ma chi ne approfitta? Chi coglie il vantaggio competitivo derivante dalla nuova normativa? Perché la vera essenza del cambiamento non sta nelle piattaforme di open banking, nello strumento, quanto piuttosto negli attori che governeranno questi processi. Perché oltre agli attori classici, le banche tradizionali per intenderci, la direttiva europea ha stabilito che queste informazioni complete possono essere trasmesse anche a soggetti terzi (fin-tech, operatori e-commerce e start up) che possono così entrare nel mercato finanziario superando le “pesantezze” della burocrazia e dell’infrastruttura tipica delle banche tradizionali, e creare nuovi prodotti e servizi moderni orientati alle esigenze dei clienti.

I dati forniti devono essere veritieri e trasparenti, non possono essere filtrati dai singoli istituti di credito

E, udite udite, i nuovi player (Google, Yahoo, Amazon, ecc…) non hanno bisogno delle autorizzazioni delle banche tradizionali per accedere ai loro dati. Per ottenere questo accesso è necessario essere un soggetto accreditato e ottenere solo l’ok del singolo consumatore-cliente per interrogare i suoi dati. I dati forniti devono essere veritieri e trasparenti, non possono essere filtrati dai singoli istituti di credito. Sono obbligati a fornire dati “puliti” che, attraverso poi l’intelligenza artificiale e il machine learning, possono offrire ulteriori spunti di analisi ed essere restituiti al consumatore finale sotto forma di informazioni semplificate.

TUTTO TRA UN PO’ SARÀ IN MANO AI CONSUMATORI

Secondo quanto riferitomi da Marie Johansson, in Italia le banche vedono in generale l’open banking come un’opportunità. Basti pensare che da una loro ultima indagine risulta che quattro banche su cinque ritengono che il settore stia subendo una trasformazione significativa (ma davvero?) e il 57% delle stesse avverte una vera e propria urgenza (ma va là?) nel vedere introdotti nuovi servizi basati sull’open banking. Ma mentre loro avvertono solo l’urgenza ma sono lenti a reagire e a ragionare “diverso”, c’è chi, lo abbiamo visto, è molto più smart nelle decisioni e vince.

Tra poco tutto sarà nelle mani del consumatore. Prima si entrava in una banca ed eri obbligato ad acquistare in quel santuario ogni servizio, ma oggi la situazione è differente perché attraverso soluzioni innovative volte a una customer experience vera è possibile paragonare i servizi offerti da tutti gli attori in campo e confrontare soprattutto le diverse offerte. Come diceva Bill Gates nel 1990: «Il banking è necessario, le banche no». Trenta anni fa sembrava una follia, oggi è realtà.

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Il Copasir indaga su banche e assicurazioni pensando ai titoli di stato

I servizi segreti denunciano il rischio di una "colonizzazione predatoria" sulle nostre aziende, banche comprese. Per gli 007 "Paesi ostili" si servono di intelligence e dell'esautoramento dei manager italiani. Mentre i bond sono considerati asset strategico. E Unicredit, Generali e Intesa da sole ne detengono poco meno di 200 miliardi.

Mettere al sicuro gli asset strategici del Paese dal rischio di una «colonizzazione predatoria» e tra questi anche centinaia di miliardi di titoli di Stato nella pancia delle principali banche e istituzioni finanziarie italiane. Questo è uno degli obiettivi dell’indagine avviata dal Copasir, il comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, che parte proprio dal settore bancario e finanziario. A confermare a Lettera43.it uno degli scopi delle audizioni messe in programma dal comitato a partire da metà gennaio è il vicepresidente Adolfo Urso, promotore dell’iniziativa. Urso infatti è stato tra i pochi a prestare attenzione alla relazione che la presidenza del consiglio presenta ogni anno sulle analisi del dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) e le agenzie Aise e Aisi. Come spiega la proposta di legge per l’istituzione di una «commissione di inchiesta sulle azioni di attori statuali e aziende straniere volte ad acquisire il patrimonio finanziario, tecnologico e industriale italiano» presentata proprio dal senatore di Fratelli d’Italia a settembre 2018, quella relazione ha lanciato già nel 2017 l’allarme «colonizzazione», sottolineando la «permeabilità di alcune aziende nazionali» a «manovre esterne in­dirizzate ad acquisirne il controllo».

ATTORI OSTILI CHE USANO INTELLIGENCE E «ESAUTORAMENTO DEI MANAGER»

«C’è il tentativo di Paesi ostili di acquisire i nostri asset strategici tramite aziende e entità statuali cioè tramite i servizi di intelligence», spiega Urso a Lettera43.it. Questi agenti stranieri, si legge nella sua prima proposta di legge, spesso «schermati» da «triangolazioni finanziarie» userebbero «l’esautoramento o avvicendamento preordinato di manager e tecnici italiani allo scopo di copiare tecnologie avanzate, obiettivo perseguito anche attraverso ingerenze di carattere spionistico per l’acquisi­zione indebita di dati sensibili». L’allarme è ribadito anche nella relazione del Copasir del 2018 che sottolinea il pericolo di «drenaggio verso altri Paesi di segmenti della filiera a più alto valore aggiunto, nonché di uno spostamento fuori dai confini nazionali di importanti centri decisionali». E che, nonostante si concentri soprattutto sulle nuove tecnologie – vedi 5G – e l’«approvvigionamento energetico», per il settore finanziario sottolinea anche come la rivoluzione del Fintech rischi di mettere nuovi strumenti tecnologici, dalle criptovalute alla blockchain, al servizio di scopi criminali. «Altre informazioni sono secretate», spiega Urso, ma con queste premesse è facile capire come le audizioni abbiano deciso di partire dal settore finanziario.

QUASI 200 MLD DI BTP IN MANO UNICREDIT, INTESA E GENERALI

«Le convocazioni sono riservate (e secondo quanto risulta a Lettera43.it alcune non sono state nemmeno avviate formalmente, ndr), ma partiremo dalle istituzioni pubbliche e di vigilanza per poi passare ai privati», precisa il senatore. Si tratta ovviamente di capire se il nostro sistema del credito ha messo in campo le opportune difese contro le incursioni ostili dal punto di vista della sicurezza digitale e dell’antiriciclaggio, cruciali anche per proteggere altri comparti, ma non solo. Come conferma a Lettera43.it lo stesso Urso, oltre che altri attori coinvolti nella vicenda, lo scopo è anche proteggere dalle scalate l’«asset» dei titoli di Stato. Per esempio le tre principali istituzioni finanziarie del Paese, Unicredit e Intesa San Paolo, che nel settore bancario hanno attivi più che doppi di tutti gli altri competitor, e Generali, campione nell’assicurativo, detengono quasi 200 miliardi di euro di bond statali. Unicredit ci ha riferito di possedere al 30 settembre 2019 47,8 miliardi di Btp. Nel bilancio 2018 di Generali sono registrati 58 miliardi di debito pubblico italiano, a fronte di 34 miliardi di titoli di altri Paesi europei. Intesa San Paolo non ha risposto alle nostre richieste, ma alla presentazione dei conti trimestrali di novembre secondo Reuters ne risultavano 88,5 miliardi. E questo a fronte di una composizione societaria sempre più mobile, assimilabile a società ad azionariato diffuso e quindi contendibile.

L’INTERVENTISMO FRANCESE ATTORNO ALLO SNODO MEDIOBANCA

Dei tre big, solo l’azionariato di Intesa vede un peso ancora rilevante delle fondazioni – la Compagnia di San Paolo al 6,79% e Cariplo al 4,38%. Il 65% dei titoli Unicredit, stando alle informazioni pubblicate sul portale della stessa banca, è in mano a investitori istituzionali, mentre il 10,4% è detenuto da fondi sovrani e solo il 5,5% dalle fondazioni. Tra gli azionisti rilevanti ci sono i fondi di investimento Blackrock (socio anche di Intesa e Mediobanca) e Dodge & Cox (con il 5,084 e il 5,002% del capitale) e c’era il fondo sovrano di Abu Dhabi, che però come ha comunicato la Consob è sceso recentemente da una quota appena sotto il 5 al 2%. Per Generali la quota in mano agli investitori istituzionali è pari al 38%, mentre il 27% è ripartito tra Mediobanca (al 13%), Caltagirone, Del Vecchio – che detiene anche una quota in Mediobanca del 9,89% – e Benetton. Per di più l’ascesa di manager francesi sia a Generali che a Unicredit, l’attivismo di Vincent Bolloré (azionista anche di Telecom e Mediaset) e quello più recente di Del Vecchio sullo snodo cruciale di Piazzetta Cuccia hanno dato adito a continue speculazioni. Dall’ipotesi di una scalata transalpina su Generali, dove da marzo 2016, dopo l’addio di Mario Greco dovuto proprio alla rottura con Mediobanca, l’amministratore delegato è Philippe Donnet, vicino all’onnipresente Bolloré e con un passato nella compagnia francese Axa, al possibile progetto di fusione, ventilato a giugno 2018 anche dal Financial Times, tra Unicredit e Société Générale, cioè la società dove ha lavorato per più di vent’anni l’attuale ad Jean Pierre Mustier. Chissà che il Copasir riesca a fare chiarezza tra minacce vere e presunte, tra sospetti facili e realtà.

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Siano le banche a salvare il sistema creditizio, non lo Stato

Se volete evitare il fallimento di una banca aumentate le quote di partecipazione degli istituti al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Perché stare sul mercato è una cosa seria e richiede correttezza, professionalità e onestà.

La Divina Commedia è sempre attuale. Ma gli ultimi capitoli non sono stati scritti da Dante ma dalla storia (e dalla cronaca) e riguardano i nostri banchieri, peccatori condannati, in base alla legge del contrappasso, a scontare una pena simile alla colpa. È quanto sta avvenendo negli ultimi anni per le banche che hanno dovuto aderire obbligatoriamente al Fondo interbancario di Tutela dei Depositi.

Ricordiamo che il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd) è un consorzio di diritto privato, disciplinato dal Decreto Legislativo 24 marzo 2011, n.49, che ha recepito la Direttiva 2009/14/CE, supervisionato dalla Banca d’Italia, cui devono obbligatoriamente aderire tutte le banche italiane aventi come forma societaria la Società per Azioni, e le banche extracomunitarie (che hanno filiali in Italia) che non aderiscano a sistemi di garanzia equivalenti. Non vi devono aderire le banche di Credito Cooperativo, che devono però al Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo, regolato dalla stessa normativa e con funzioni analoghe.

La finalità del Fondo è di tutelare i risparmi (non gli investimenti) dei clienti di banche che dovessero trovarsi in situazioni di insolvenza, quindi depositi in conto corrente, conti di deposito, certificati di deposito nominativi, libretti di risparmio nominativo e assegni circolari, garantiti in caso di fallimento dell’istituto di credito fino a 100 mila euro. Azioni, obbligazioni, pronti conto termine emessi dalla banca in liquidazione coatta, non rientrano nell’oggetto della tutela offerta dal Fitd. Nessuna scelta, nessuna opzione. Se un tuo collega, caro banchiere, ha gestito male (eufemismo) la sua banca, tu sei costretto a pagare le sue inefficienze! Il meccanismo del consorzio prevede infatti che le banche versino i loro contributi soltanto in caso di necessità (“ex post”) a chiamata entro 48 ore. L’impegno oscilla tra lo 0,4% e lo 0,8% dei fondi rimborsabili (la massa totale dei depositi presenti nelle filiali degli istituti italiani) di tutte le consorziate.

IL MERCATO NON DEVE PRIVATIZZARE GLI UTILI E SOCIALIZZARE LE PERDITE

In questi giorni ho sentito i direttori generali di due piccole banche che smadonnavano per dover assicurare la sopravvivenza di Banca Popolare di Bari con un contributo di circa 100 mila euro ciascuno. E si tratta di due piccole banche sane ed efficienti. Immaginate quanto possa pesare nel conto economico di grandi banche in difficoltà il salvataggio di una consorella in default? Milioni di euro che mettono in pericolo la vita della stessa banca soccorrente! E se, tra le varie misure più volte proposte su queste colonne, si pensasse di regolamentare un settore praticamente devastato anche aumentando la quota di partecipazione delle banche al Fondo e riducendo al minimo l’intervento dello Stato?

Se una banca è fuori mercato, allora fatela salvare dalle altre banche. Altrimenti che fallisca!

In tal modo aumenterebbero le pene all’interno del girone dantesco. La legge del contrappasso rappresenterebbe una sorta di “mano invisibile”, grazie alla quale, in una economia liberista, la ricerca egoistica del proprio interesse gioverebbe a se stessi e all’interesse dell’intero settore tentando di riequilibrarlo attraverso organi di controllo ricettivi agli input che vengono da quei manager che oggi bestemmiano turco perché efficienti, liberi, indipendenti e creditori nei confronti di Bankitalia che ha, invece, chiuso più di un occhio, ad esempio nella individuazione dei requisiti di onorabilità, nei confronti della mala gestione della maggior parte dei banchieri.

Ribadiamo che il mercato non deve più essere il luogo dove si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite. Se una banca è fuori mercato, allora fatela salvare dalle altre banche. Altrimenti che fallisca! La prossima volta si eviterà di gestirla in maniera scorretta, spavalda e clientelare. Lo Stato non può fare tutto, né può continuare a essere il padre generoso che salva i suoi figli spericolati e scapestrati. È arrivato il momento di far capire che stare sul mercato è una cosa seria e richiede correttezza, professionalità e onestà. Perché poi lo Stato siamo noi che pagheremo le tasse per salvare quelle catapecchie che sono ormai diventate le banche del nostro Paese.

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Secondo l’Abi le banche hanno ridotto i crediti deteriorati del 60% in 4 anni

L'associazione presieduta da Patuelli stima che il totale dei Non performing loans (Npl) alla fine dell'anno sarà sotto gli 80 miliardi, contro gli 84 di giugno e i 197 miliardi di fine 2015.

L‘associazione bancaria italiana ha stimato una riduzione dei crediti deteriorati in pancia alle banche italiane pari al 60% in quattro anni. Secondo la stima dell‘Abi, emersa durante la conference call sul rapporto stilato con Cerved sulla riduzione del tasso di deterioramento del
credito delle imprese, il totale dei Non performing loans (Npl) alla fine dell’anno sarà sotto gli 80 miliardi, contro gli 84 di giugno e i 197 miliardi
di fine 2015. Il processo, è stato spiegato, «è stato favorito dalle operazioni di cessione e dal calo dei flussi di nuovi crediti deteriorati».

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I testimonial delle banche sanno cosa pubblicizzano?

Tanti personaggi di cultura, spettacolo e sport sono chiamati a fare spot per brand finanziari. Senza pensare agli effetti della cattiva reputazione di alcuni istituti di credito coinvolti in scandali e default o di certi prodotti. Questione di etica, troppo spesso trascurata.

Mi sono sempre chiesto, guardando gli spot pubblicitari di banche e società finanziarie, quanto e cosa sapessero di quell’azienda o di quel prodotto i personaggi del mondo della cultura, informazione, spettacolo e sport chiamati a fare i testimonial. Probabilmente nulla. Come la maggior degli italiani, tra l’altro, che in termini di informazione e cultura finanziaria sono tra i meno preparati rispetto ai cittadini dell’Unione europea e in generale di altri Paesi avanzati.

SPESSO AVVIENE UNA SIMBIOSI TRA BRAND E PERSONAGGIO

Una cosa è certa: il testimonial viene scelto per rappresentare un brand. Il marchio, a cui si associa il personaggio-persona fisica che lo pubblicizza, deve rispecchiarsi nel testimonial e viceversa. Si assiste, molto spesso, a una simbiosi tra brand e persona. Talmente forte che i contratti che di solito regolano questo tipo di pubblicità possono prevedere clausole e obblighi comportamentali che devono essere rispettati dal testimonial anche nella vita privata. Perché il personaggio famoso ha delle responsabilità ben precise che riguardano anche la vita privata, nei confronti dei suoi fan e del brand che pubblicizza.

NEI CONTRATTI CI SONO PURE CLAUSOLE MORALI

All’interno dei contratti ci sono molto spesso anche le cosiddette clausole morali. In altri termini la celebrity ha l’obbligo, per esempio, di mantenere nella vita privata comportamenti eticamente corretti oppure di non rilasciare dichiarazioni che in un certo qual modo possano incidere negativamente sulla reputazione dell’azienda.

I TESTIMONIAL SI TUTELANO DALLA BAD REPUTATION DI UNA BANCA?

Ma, in termini di responsabilità, è garantita la reciprocità? Cioè i vip si sono mai preoccupati di tutelarsi dai rischi derivanti dalla bad reputation del brand bancario o del prodotto finanziario? Sono certo che il brillante attore Enrico Brignano, benché interprete di uno dei più esilaranti monologhi contro le banche, non immaginasse neppure cosa si potesse celare dietro la gestione della Banca Popolare di Bari quando è stato ingaggiato per la convention aziendale.

Brignano alla convention della Banca Popolare di Bari.

Così come sono convinto che il simpaticissimo Nino Frassica non sia assolutamente consapevole del fatto che, pubblicizzando una carta di credito revolving (carta Easy di Compass) stia spingendo i cittadini ignari verso un certo tipo di prodotto (tasso medio circa 16%; soglia usura del 24%) e in una spirale di pagamenti imposti prima di poter sancire la chiusura del debito.

PROPAGANDA CHE ARRIVA PERSINO DALL’INFORMAZIONE

Non solo, ma nei miei 22 anni di permanenza in quel sistema mi sono spesso imbattuto in famosi e gloriosi personaggi del mondo dell’informazione che partecipavano, retribuiti profumatamente, a convention aziendali dove si magnificavano i comportamenti virtuosi del management (di banche poi coinvolte in scandali e default). Ho ascoltato peana che la propaganda della Romania di Ceausescu al confronto sembrava ridicola.

NON BASTA L’ONESTÀ, SERVE PURE L’ETICA

Quello che stona, però, è che poi molti personaggi, certamente non quelli sopracitati, spesso vanno in televisione a fare i moralizzatori del sistema-Paese nel rispetto di una etica dei comportamenti che riguarda però… sempre gli altri. Etica, che parolone. E soprattutto che abuso improprio nel nostro Paese. Spesso confusa con il concetto di onestà. Senza voler scomodare filosofi e sacre scritture, forse è il caso di ricordare semplicisticamente che una persona onesta è «quella che non ruba» mentre una persona orientata a vivere secondo principi etici è «quella che non solo non ruba, ma che se vede un altro rubare lo denuncia». Intendendo come denuncia anche la capacità di dire no a un’agenzia pubblicitaria.

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Il piano del governo per salvare la Banca Popolare di Bari

Un miliardo di fondi dallo Stato tramite Invitalia e la creazione di un polo creditizio tra banche popolari del Sud. Alle 21 il cdm.

Il salvataggio della Popolare di Bari sarà l’occasione per la creazione di un polo creditizio tra alcune banche popolari, una ‘Banca del Sud‘ in grado di fare massa per il rilancio dell’economia meridionale. Il decreto messo a punto dal governo prevede l’attribuzione di fondi fino ad un miliardo ad Invitalia, che li girerà alla sua controllata Mediocredito Centrale attraverso un aumento di capitale. Sarà quest’ultima, poi, ad entrare nel capitale della Popolare di Bari: un ingresso azionario che sarà affiancato dal ricorso allo strumento ‘privato’ messo in campo dal sistema bancario, cioè dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd).

IL BRACCIO OPERATIVO DI INVITALIA

Il provvedimento d’urgenza predisposto dal ministero dell’Economia non parla e non cita mai la Popolare di Bari, anche se è chiaro che è stato proprio il precipitare degli eventi, con il commissariamento dell’istituto, a spingere i ministri a riunirsi di domenica. L’impegno economico è diretto a Invitalia, controllata al 100% dal ministero dell’Economia, che sempre di più si trasforma nel braccio operativo pubblico della politica economica e industriale del Paese, una sorta di nuova Iri.

Nell’infografica realizzata da Centimetri la scheda della Banca popolare di Bari. ANSA/CENTIMETRI

«Nuove frontiere della tecnica legislativa: nel titolo del decreto» sulla Popolare di Bari «si citano “misure per la realizzazione di una banca d’investimento” – manco fossimo a Wall Street – quando nel testo non si nomina neanche una volta una banca di investimento. L’impressione è che l’ossessione degli slogan stia debordando pure nei titoli dei decreti. Non c’è nulla di male a dire le cose come stanno: si sta ricapitalizzando la Banca popolare di Bari. Punto»: commentano fonti renziane, spiegando che la delegazione di Iv sarà in Cdm.

SOSTEGNO AL SISTEMA CREDITIZIO DEL SUD

Il disegno tracciato punta al sostegno del sistema del credito del Sud, che richiede la presenza di intermediari focalizzati sul territorio in grado di aiutare le famiglie e favorire la crescita delle imprese meridionali. Le risorse previste, per ora, arrivano ad un miliardo, cioè all’importo che è stato identificato come quello necessario per ricapitalizzare la Popolare di Bari e garantire la liquidità dell’istituto. Ma non è escluso che possa servire meno. Molto dipende dalle esigenze che emergeranno dalle verifiche che stanno compiendo i commissari e dall’intervento del Fitd, che riunirà il comitato di gestione il 18 dicembre e il consiglio il 20 dicembre, mercoledì e venerdì.

L’OPERAZIONE SULLO STAMPO DI CARIGE

Al momento l’ipotesi economica punta su intervento del Fondo Interbancario da 500 milioni, al quale si affianca l’apporto dello stesso peso del Mediocredito centrale. Per questo già lunedì un cda di Invitalia potrebbe ‘girare’ alla sua controllata Mediocredito i primi 500 milioni, attraverso un aumento di capitale e questo a sua volta acquistare le azioni – a 2,38 euro nell’ultima quotazione – della Popolare di Bari. L’operazione segue la falsa riga di quella Carige e trova precedenti anche in Germania e Francia, tanto da non temere rilievi dell’Ue. E punta ad aggregare anche altri intermediari. Si guarda per questo alla partecipazione di altre banche popolari del Sud per realizzare un polo creditizio meridionale che raggiunga una massa tale da diventare un volano per la crescita del Mezzogiorno.

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Perché il Mes rischia di mandare l’Italia in Serie B

La riforma del fondo salva-Stati crea un'Eurozona a due velocità. E il nostro Paese, il secondo più indebitato dell'Ue dopo la Grecia, è fuori dai parametri di sostenibilità. Così i Btp finiscono nel mirino delle speculazioni. Anche per i vincoli dei tedeschi sull'unione bancaria. I no degli esperti.

Riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità per finanziare gli Stati dell’euro in gravi difficoltà in base alla sostenibilità dei loro debiti. Poi un’unione bancaria a patto che si valuti il tasso di rischio dei titoli sovrani (Btp) o con tetti alla loro detenzione. Su entrambe le manovre di politica monetaria dell’Unione europea l’Italia è esposta significativamente per il debito pubblico al 135% del Pil – molto oltre la soglia massima del 60% del Fiscal compact – e per i circa 400 miliardi di euro in Btp custoditi nelle banche del Paese, circa un quinto delle emissioni totali.

RISOLUZIONE APPROVATA DALLE CAMERE

Non a caso prima del Consiglio europeo del 12 e del 13 dicembre 2019, sulle modifiche al Fondo salva-Stati, il governo giallorosso ha messo all’approvazione di Camera e Senato una risoluzione per escludere in particolare «interventi di carattere restrittivo sulla dotazione di titoli sovrani da parte di banche e istituti finanziari, e comunque la ponderazione dei titoli di Stato».

L’APPELLO PER IL NO SU MICROMEGA

La lente del Mes sull’indebitamento (l’Italia è il secondo Paese nell’Ue per debito pubblico dopo la Grecia), e di conseguenza sui suoi mattoni dei Btp, ha fatto sobbalzare anche economisti come il governatore di Bankitalia Ignazio Visco o come Carlo Cottarelli dell’Osservatorio sui conti pubblici. Allarmati dalla possibilità, scongiurata all’ultimo vertice dell’Eurogruppo, che per accedere al nuovo Fondo salva-Stati i Paesi con un debito insostenibile (in Italia per il 70% in mano agli italiani) dovessero necessariamente ristrutturarlo. La prospettiva getterebbe le banche del Paese in pasto alle speculazioni dei mercati ben prima dell’ipotesi di salvataggio di uno Stato, incentivandolo. Scrivono 32 economisti nel loro appello su Micromega “No al Mes se non cambia la logica europea”, di non voler pensare che la «strada individuata dai nostri partner europei per forzare una riduzione del debito pubblico italiano sia quella di provocare una crisi».

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Il tedesco Klaus Regling, a capo del Mes, nel 2014 con l’allora capo della Bce, Mario Draghi. (Getty).

PIÙ VULNERABILI AI MERCATI

Il pericolo di una spirale per l’Italia era noto agli ultimi governi e al mondo finanziario ben prima che il dibattito sul Mes si infiammasse, visto che i capitoli sulla riforma sono all’esame dei Paesi membri dell’eurozona dal 2018. Ma che alla fine siano spariti i passaggi sulla ristrutturazione automatica del debito non ripara dal rischio di avvitamento. Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa ricerche, dice a Lettera43.it: «Basta che resti la divisione tra i Paesi con i requisiti per una fast line sui finanziamenti e quelli senza, perché la vulnerabilità sia da subito molto chiara ai mercati». Un rating targato Ue istituzionalizzerebbe un’Europa a due, tre velocità. E le banche, anche quelle francesi con in pancia il 16% dei Btp, inizierebbero a disfarsi dei titoli di Stato con minori garanzie. A maggior ragione se nell’Ue prendesse corpo la proposta sull’unione bancaria del ministro alle Finanze tedesco Olaf Scholz, con garanzie e limitazioni sui titoli dei debiti sovrani.

CRISI INTERNE MA CONTAGI LIMITATI

Gli economisti della lettera sul “No al Mes” ammoniscono: «Uno strumento che dovrebbe aumentare la capacità di affrontare le crisi può trasformarsi nel motivo scatenante di una crisi». Il paradosso della riforma è che se anche «i giudizi sul debito» facessero «precipitare tutto il sistema creditizio» della terza economia dell’eurozona, cioè dell’Italia, sempre grazie al Mes le altre economie dell’euro sarebbero più protette rispetto, per esempio, agli effetti della crisi del debito sovrano della Grecia nel 2010. Il Fondo Ue salva-Stati è stato istituito nel 2012 proprio per ridurre i danni del contagio, e allo stesso scopo viene perfezionato. Giovanni Dosi dell’Istituto di economia della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, tra i firmatari dell’appello, spiega a L43: «È un meccanismo per isolare i mercati finanziari del Nord. Con questa riforma le probabilità di crisi interne in alcuni Stati dell’Ue aumenteranno, mentre diminuirà ancora il rischio sistemico per l’Europa».

I CRITERI DEL FISCAL COMPACT NEL MES

Anche uno studio del Centro Europa ricerche mette in guardia sui «nuovi strumenti di sostegno finanziario dell’Eurozona» che «si baserebbero ab origine su una distinzione fra buoni e cattivi». Le economie al momento più sensibili al monitoraggio del Mes sono nell’ordine la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo. «Ed è evidente che il nostro Paese, al contrario di altri, non possa soddisfare a priori alcuni dei criteri inseriti per definire la sostenibilità», precisa Dosi, «oltre al tetto del debito sotto il 60% del Pil, a nostro svantaggio c’è il calcolo del saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento. In questo modo non si esce dalla logica dell’austerity, tanto più che con la riforma si rafforza il peso sulla politica del Mes, un organo tecnico con ai vertici economisti e banchieri centrali tedeschi e francesi». La combinazione del nuovo Fondo salva-Stati e dell’unione bancaria alla tedesca, aggiunge, sarebbe poi «esplosiva» per la tenuta dei Btp italiani.

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Christine Lagarde, nuova presidente della Bce, con il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz. (Getty).

CONVERGENZA SULL’UNIONE BANCARIA

Va detto che mentre sul Mes si accelera per chiudere all’inizio del nuovo anno, sull’unione bancaria l’intesa è più lontana e resta problematica. Proprio la Germania – alle prese con una serie crescente di problemi bancari (di istituti nazionali e locali) sia a causa del peso dei derivati sia per la frenata dell’economia reale nel 2019 – quest’autunno ha aperto il dibattito nell’Ue per creare un’assicurazione comune che sia di aiuto nelle crisi bancarie dell’eurozona. Proponendo però valutazioni di rischio per i titoli di Stato, piuttosto che per prodotti opachi come i derivati. Di nuovo, un concept ritagliato sulle esigenze finanziarie di Stati come la Germania, piuttosto che come l’Italia. «C’è una convergenza in una direzione. Con la riforma del Mes, la proposta di completamento dell’unione bancaria, e anche con le pressioni per lo stop al Quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli dalle banche da parte della Bce per stimolare la crescita, si accende un faro sul debito pubblico».

Sarebbe più utile per tutti modificare le regole sul bail-in che non completare l’unione bancaria a condizioni inaccettabili o modificare il Mes


Vladimiro Giacché, Centro Europa Ricerche

I COEFFICIENTI DI RISCHIO SUI BTP

Segnali chiari per i mercati e di impatto per i risparmiatori, come lo fu nel 2016 in Italia l’introduzione del bail-in: il «salvataggio interno» alle banche imposto dalla direttiva Ue che sgrava gli Stati dai salvataggi con fondi pubblici, scaricando i dissesti sugli azionisti e sugli investitori privati. Prima del bail-in obbligazionisti e correntisti non correvano rischi particolari, perché le banche non potevano fallire: il solo via libera alla nuova legge costò al sistema bancario italiano una perdita di capitalizzazione di 46 miliardi. Lo stesso scossone si avrebbe con i coefficienti di rischio sui titoli di Stato, premessa per la loro svalutazione. «Oltretutto, anche con una cornice ideale per le banche tedesche, i salvataggi resteranno complicati anche per i tedeschi a causa delle rigidità sulle norme del bail-in» conclude il presidente del Centro Europa ricerche, «sarebbe più utile per tutti modificare le regole sul bail-in che non completare l’unione bancaria a condizioni inaccettabili o modificare il Mes».

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La Popolare di Bari punta a un piano per il salvataggio prima di Natale

Proseguono incontri e contatti con investitori istituzionali.

Un piano di salvataggio prima di Natale. È questo l’obiettivo della Banca popolare di Bari, che per raddrizzare la propria situazione patrimoniale – le perdite del primo trimestre 2019 ammontano a 73 milioni di euro – ha chiesto aiuto al Fondo interbancario di tutela dei depositi, cui si dovrebbe affiancare la controllata statale Mediocredito centrale nell’ambito di un intervento che potrebbe valere circa un miliardo di euro.

DUE SETTIMANE DECISIVE

Il gruppo pugliese ha confermato che il programma di incontri e contatti con investitori istituzionali, finalizzato al rafforzamento patrimoniale, «prosegue intensamente». Si punta quindi a pervenire «entro le prossime due settimane all’approvazione di un piano industriale e patrimoniale concordato tra le parti».

LE POSSIBILI AGGREGAZIONI

Al salvataggio potranno contribuire anche gli incentivi fiscali per le aggregazioni societarie tra imprese del Sud, introdotti con il decreto crescita ma che necessitano di provvedimenti attuativi. La banca auspica quindi che la definizione operativa degli incentivi «possa avvenire a breve, nel rispetto delle normative comunitarie». Alla Popolare di Bari risanata potrebbero aggregarsi la Popolare di Puglia e di Basilicata e la Banca popolare pugliese, ma anche la Banca Regionale di Sviluppo, la Banca del Sud e la Popolare Vesuviana.

DISCONTINUITÀ E RINNOVAMENTO

L’istituto afferma inoltre di aver avviato, a partire da agosto 2019, un «processo di discontinuità e di profondo rinnovamento», che avrebbe posto le basi per «la stabilizzazione dei requisiti patrimoniali e il rilancio della redditività operativa». Un percorso che viene definito «importante per l’intera economia del Mezzogiorno e quindi per l’intero sistema-Paese». Ma ancora non è chiaro quale sarà il prezzo del salvataggio per gli azionisti e per i titolari di obbligazioni.

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Banche tradizionali, il vostro tempo è ormai giunto al termine

Gli istituti di credito classici ascoltano più il loro management che i clienti. Così le nuove realtà fin-tech stanno guadagnando terreno conquistando la fiducia dei risparmiatori.

Le banche hanno perso il loro capitale di fiducia ma continuano a immaginare (basta guardare gli spot pubblicitari) «un mondo che non c’è» basato sui residui deliri di onnipotenza o, peggio ancora, su incompetenze e scarsa visione strategica.

Secondo il Barometro della fiducia di Edelman, la più grande società di consulenza in comunicazione e relazioni pubbliche a livello globale, la fiducia negli istituti finanziari è la più bassa registrata se paragonata ai livelli di fiducia di tutti gli altri settori di business.

Tuttavia, secondo una ricerca, fornitaci in anteprima, condotta da Trustpilot, la piattaforma di recensioni più influente al mondo, il settore del fin-tech costituisce un’eccezione. Più del 40% degli intervistati, infatti, ritiene che le aziende di questa branca del settore finanziario siano «altamente affidabili». Il motivo è semplice: queste attività nate in tempi più recenti non si portano dietro lo stesso pesante bagaglio delle aziende finanziarie tradizionali.

L’ASCOLTO DEL CLIENTE, LA COSA PIÙ IMPORTANTE

La sfida per queste giovani aziende è, dunque, quella di mantenere e rafforzare la fiducia dei clienti. E per questo la riprova sociale è per loro un fattore essenziale. Ma esiste un altro fattore determinante per queste start-up e scale-up: ascoltano il cliente. L’importanza dell’esperienza del cliente è tale da pesare più dell’innovazione agli occhi dei manager di aziende fin-tech.

Per un cliente di una banca sembra che non sia più importante esibire il libretto di assegni di Unicredit o di Deutsche Bank per accreditarsi con gli stakeholders

Secondo un sondaggio effettuato dalla società di ricerca e consulenza London Research, quasi la metà di esse (il 46%) è, infatti, dell’idea che ciò che realmente fa la differenza per il proprio business sia la qualità dell’esperienza del cliente, rispetto al 38% che ritiene «il prodotto/l’innovazione» il fattore più importante, solitamente visto come la stessa ragion d’essere di una startup.

L’esperienza del cliente è, inoltre, ritenuta significativamente più importante della notorietà del brand (7%), della reputazione online (5%) e del prezzo (4%). Per un cliente di una banca sembra quindi che non sia più importante, così come avveniva nel secolo scorso, esibire il libretto di assegni di Unicredit o di Deutsche Bank per accreditarsi agli occhi dei propri stakeholders, in primis i fornitori.

SUPERARE LE BANCHE TRADIZIONALI OFFRENDO SERVIZI NUOVI

Eppure i ragionamenti che fanno i giovani manager delle fin-tech sono di una linearità logica che accentuano ancor di piu l’arretratezza e l’obsolescenza del management delle banche tradizionali. Non sono sicuramente filantropi ma hanno capito che le start-up e le scale-up necessitano di trarre profitto dalla qualità dell’esperienza del cliente per ragioni di marketing. E da cio che dice effettivamente il cliente e non ciò che, nelle indagini di customer satisfaction delle banche tradizionali, gli si fa dire.

Sembra che la rassicurazione più efficace per i consumatori sia quella data dalle recensioni positive e dai punteggi alti lasciati dai clienti

La ricerca mostra, infatti, che più di un terzo delle aziende che hanno partecipato al sondaggio (35%) reputa le recensioni positive «fondamentali» perché un cliente potenziale si trasformi in un cliente effettivo e il 47% le ritiene «importanti». Non fanno altro che trarre buon uso dell’insoddisfazione del cliente legata ai metodi tradizionali di operare delle banche “classiche”, usandola come opportunità per mettere in buona luce la propria attività.

Nonostante le aziende fin-tech possano sempre evidenziare il fatto di operare in un settore altamente regolato, sembra che la rassicurazione più efficace per i consumatori sia quella data dalle recensioni positive e dai punteggi alti lasciati dai clienti che già si affidano a loro. Nel frattempo, dopo Facebook con la sua moneta (Libra), dal 2020 Google offrirà anche il suo conto corrente chiamato Cache. I mostri stanno arrivando e, citando simpaticamente Pippo Baudo, «io lo avevo detto cinque anni fa» (Io so e ho le prove – Chiarelettere, ottobre 2014) e qualche illustre professore di finanza (e anche qualche illustre giornalista) arricciava il naso disgustato da tanto catastrofismo.

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La banche minacciano di non comprare più Btp se cambiano le regole del Mes

Il presidente dell'Abi, Antonio Patuelli, avverte il governo sulle modifiche al fondo salva-Stati europeo.

Le banche italiane sono pronte alla “rivolta” se le regole del Mes, il fondo salva-Stati europeo, dovessero cambiare.

Il presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi), Antonio Patuelli, non ha usato mezzi termini: «Noi siamo liberi di comprare titoli sovrani, non abbiamo un vincolo di portafoglio e in questa fase abbiamo circa 400 miliardi di debito pubblico italiano». Ma il problema è «cosa fa la Repubblica italiana per tutelare il debito pubblico. Non si tratta di debito delle banche».

Quindi l’avvertimento: «Se le condizioni relative al debito si alterano, o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscono sinistri, è chiaro che le banche sottoscriveranno meno debito pubblico, non compreremo più» Btp.

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All’approvazione definitiva della riforma del Mes manca ancora una riunione dei capi di governo europei fissata a dicembre, poi toccherà ai parlamenti portare avanti il processo di ratifica.

Alcuni Paesi nordici dell’Eurozona hanno chiesto con insistenza di modificare le cosiddette clausole di azione collettiva (Cac), che definiscono le procedure in caso di ristrutturazione di un debito sovrano appartenente alla zona euro.

Secondo questa impostazione, in futuro il fondo salva-Stati potrebbe intervenire per aiutare un Paese in difficoltà solo se il deficit non supera il 3% del Pil e solo se il rapporto debito/Pil è inferiore al 60%. In alternativa, il Paese in questione dovrebbe approvare un piano di riforme strutturali con cui portare il differenziale alla soglia desiderata a un ritmo di un ventesimo all’anno nella media dei due anni precedenti. È inoltre richiesta l’assenza di «gravi vulnerabilità» del settore finanziario che possano mettere a rischio la stabilità.

Queste proposte di riforma hanno allarmato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco: «I piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere ponderati rispetto all’enorme rischio che il mero annuncio di una sua introduzione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default». E tutto è tracimato nella polemica politica quando il leader della Lega, Matteo Salvini, ha accusato di «alto tradimento» il premier Giuseppe Conte, sostenendo che avesse dato «di nascosto» l’ok dell’Italia alle nuove regole del Mes.

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Banche, per chi suona il valzer delle fusioni

Occhi puntati sul mondo delle Popolari. Per adesso di nozze tra BancoBpm e Ubi, a parte aperture a mezzo stampa, non se ne parla. Più probabile un matrimonio della seconda con Bper. Mentre i dipendenti di Credito Valtellinese si aspettano una mossa da Crédit Agricole.

Chi sarà ad aprire le danze del risiko bancario nel 2020? È la domanda che circola nelle sale operative dove per ora i broker si accontentano di scommettere su fusioni di piccolo-medio taglio. Sotto ai riflettori sono in particolare le mosse di quel mondo Popolare che deve trovare un nuovo centro di gravità permanente magari dando vita al terzo polo del credito in Italia. Per adesso di nozze tra il BancoBpm e Ubi, a parte aperture a mezzo stampa tese più a vedere l’effetto prodotto che ad avviare negoziati concreti, non se ne parla. Più probabile sembra, invece, un matrimonio tra Bper e Ubi con a fare da sensale la Unipol (primo azionista della Popolare emiliana) di Carlo Cimbri. In generale, ha detto l’ad del gruppo assicurativo di via Stalingrado lo scorso 8 novembre, «non potremo che favorire strutture più grandi, più solide e più performanti di quelli attuali». 

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ATTESA AL CREDITO VALTELLINESE

Nel frattempo, però qualcosa potrebbe muoversi anche lungo la strada tra l’Emilia-Romagna e l’alta Lombardia. Nelle filiali del Credito Valtellinese, infatti, i dipendenti sono sempre più convinti che la loro banca finirà prima poi nella rete dei francesi del Crédit Agricole che hanno già la Cariparma. E che del Creval sono già azionisti con una quota del 5% oltrechè partner bancassicurativi. Da Parigi hanno sempre smentito («potremmo salire leggermente, fino a poco meno del 10%», perché l’obiettivo è «la partnership, non il controllo», aveva detto un anno fa il Ceo dell’Agricole, Philippe Brassac) ma il vento potrebbe essere cambiato. 

MANDARINI PER BAZOLI

Per Giovanni Bazoli la Cina è più vicina. Il 12 novembre, in qualità di presidente della Fondazione culturale Cini, il banchiere bresciano ha accolto a Venezia il finanziere cinese Eric Li, fondatore e managing partner di Chengwei Capital e amministratore fiduciario del China Institute della Fudan University. Li è uno dei nuovi Amici di San Giorgio, la “creatura” della Cini che raccoglie soggetti disposti a investire nel suo funzionamento con un impegno triennale e rinnovabile, di 100 mila euro annui. Ad accompagnare Li da Bazoli è stato un amico di vecchia data di entrambi ovvero l’ex premier Romano Prodi, che con la Cina ha da sempre rapporti consolidati e che è anche presidente onorario del Taihu World Cultural Forum, il consesso internazionale legato proprio allo sviluppo dei temi culturali lanciato da qualche anno dalla Cini. Il nuovo sponsor orientale può di certo dare sostegno alla Fondazione che già può contare sui contributi di soggetti privati istituzionali, come Intesa Sanpaolo, Cariplo e Generali. Ed Eni.

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Banche, in 10 anni il numero di sportelli in Italia si è ridotto del 20%

Su scala europea la diminuzione sale fino al 27%. E non mancano gli effetti sull'occupazione. Nel nostro Paese il numero di addetti si è ridotto del 6,7%.

Tra il 2008 e il 2018 il sistema bancario europeo è “dimagrito” di circa un quarto: le filiali si sono ridotte del 27% (65 mila unità in meno). L’Italia non ha fatto eccezione: in un decennio il numero di sportelli bancari è diminuito di circa il 20%. È quanto è emerso dal nuovo numero dell’Osservatorio monetario, curato dal laboratorio di analisi monetaria dell’università Cattolica e diretto da Angelo Baglioni, docente di Economia monetaria nella facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative.

IL NUMERO DI ADDETTI RIDOTTO DEL 6,7% IN TALIA

Questa “cura dimagrante” non poteva non avere effetto sull’occupazione. Guardando al settore finanziario nel suo complesso (che comprende banche, assicurazioni e attività ausiliarie) il numero di addetti si è ridotto del 5,2% in Europa e del 6,7% in Italia. Se all’inizio del decennio la causa principale di questo ridimensionamento poteva essere individuata nella crisi finanziaria esplosa nel 2007-2008, che ha imposto una drastica ristrutturazione del settore alla ricerca di un taglio dei costi, negli anni più recenti il fenomeno va ricondotto prevalentemente ai mutamenti tecnologici in atto, che rendono obsoleta la rete di filiali tradizionali. L’accesso ai servizi finanziari avviene sempre di più tramite i canali digitali, rendendo così sempre meno necessario disporre di una capillare rete di sportelli al dettaglio.

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Anche la finanza può venire travolta dal climate change

Uno studio dimostra che il climate change influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie, a partire dalle banche. Che spesso non calcolano correttamente i rischi correlati agli investimenti che fanno.

Avete mai chiesto, e ne avreste diritto, alla vostra banca: «Ma a chi presti i miei risparmi? Dove vanno a finire i soldi che io deposito presso di te?».

Provate a farla perché se il vostro istituto di credito finanzia aziende che svolgono attività inquinanti potrebbero essere a rischio i vostri risparmi.

Lo tsunami che si sta abbattendo sul mondo della finanza è molto meno metaforico di quel che si pensa.

L’ALLARME DI NATURE CLIMATE CHANGE

Secondo uno studio pubblicato su Nature climate change da quattro ricercatori italiani che lavorano presso il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), l’Rff-Cmcc european institute on economics, la Scuola superiore sant’Anna, l’Università Bocconi e il Politecnico di Milano, il rischio climatico influisce negativamente sui bilanci delle istituzioni finanziarie e, pertanto, può essere rilevante per la stabilità finanziaria, in particolare se il mondo della finanza non calcola correttamente i rischi correlati.

I danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche

In altri termini i cambiamenti climatici rischiano di minare la stabilità del sistema finanziario su scala globale. Vi starete chiedendo: ma in che modo i rischi fisici di catastrofi ambientali da economici, sociali e poi geopolitici possono diventare finanziari? Partiamo dalla base: le imprese devono ripensare il loro modo di fare business e orientare le loro azioni verso un’economia a basse emissioni di gas (in particolare il carbonio) che sono estremamente dannosi per l’intero ecosistema.

Ma ciò risulta una sfida tutt’altro che semplice perché richiede investimenti che il sistema finanziario, per la crisi strutturale che attraversa e per la cecità del proprio management, non è in grado di sostenere. Di conseguenza i danni alle infrastrutture causati da eventi catastrofici come frane e alluvioni e il calo di produttività delle imprese potrebbero far impennare i fallimenti delle banche (da +26% fino a +248%), mentre il salvataggio di quelle insolventi costerebbe ai governi circa il 5-15% del Pil all’anno, con un’esplosione del debito pubblico che potrebbe arrivare a raddoppiare nel 2100.

TRA LE BANCHE ITALIANE QUASI NESSUNO VALUTA IL RISCHIO AMBIENTALE

Ma cosa stanno facendo le banche, soprattutto del nostro Paese, per salvaguardarsi da un rischio di perdite che tra qualche decennio possono diventare non assicurabili? Quali strategie (!!!) stanno producendo per ridurre l’esposizione nei confronti delle imprese ad alta intensità di carbonio? Nulla o quasi. In base alla mia esperienza diretta sul mercato italiano, al momento nel nostro Paese una sola banca, tralaltro di piccole dimensioni (Banca popolare etica), sta investendo in tal senso concretamente e non con protocolli ed elaborazioni di mission che servono solo a garantire una reputazione di facciata.

Le visioni strategiche delle banche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’”

In questa banca, per esempio, la valutazione del rischio creditizio nei confronti delle imprese e dei privati è effettuata anche da «valutatori sociali», che verificano tralaltro l’impatto ambientale del processo produttivo o commerciale dell’impresa nonché il rischio collegato all’erogazione di un mutuo per l’acquisto di un immobile in aree vulnerabili a inondazioni, incendi o uragani. Per il resto, visioni strategiche solo concentrate sul breve periodo, all’insegna del “vediamo di tirare avanti ancora un po’” .

E i regolatori finanziari, oltre alle necessarie analisi e studi effettuati al riguardo, che ruolo stanno avendo per sollecitare, se non imporre, strategie di mitigazione di tali rischi e adattamento veloce ad un contesto davvero preoccupante? Perché non obbligare (non suggerire) le banche ad adottare sistemi di credit rating che tengano conto di una valutazione ambientale di chi richiede un finanziamento? Forse solo perché, in tal modo, la loro fine sarebbe solo anticipata.

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