Parroci e giornali locali in campo per difendere Ubi

Il fronte anti-Intesa, appoggiato dai preti e dai quotidiani di Bergamo e Brescia, si allarga. Ma oltre ai piccoli e piccolissimi azionisti, ci sono anche i soci pesanti del Patto che dal 20 febbraio, quando hanno deciso di dire no all'operazione, potrebbero aver incrementato le loro quote.

Con le restrizioni dovute al coronavirus è complicato, ma i parroci di tutta la provincia di Brescia e quella di Bergamo sono scatenati.

Sono impegnati infatti a diffondere il verbo contro l’opa ostile di Banca Intesa sulla “loro” Ubi a quelle migliaia di piccoli azionisti che detengono azioni della banca guidata da Victor Massiah, offerta che viene considerata una specie di tentazione del diavolo.

LA LINEA ANTI-INTESA DEI GIORNALI LOCALI E DI AVVENIRE

Aiutati dalla linea anti-Intesa assunta dai giornali dei mondi ecclesiali bresciani e bergamaschi, Il Giornale di Brescia e L’Eco di Bergamo, decisivi in quei territori nel formare l’orientamento dell’opinione pubblica, e dal quotidiano della Cei, Avvenire, i preti lombardi hanno risposto con fervore alle sollecitazioni delle rispettive Curie, le quali a loro volta sono particolarmente sensibili verso l’establishment finanziario che ruota intorno e dentro Ubi. E d’altra parte che il mondo cattolico del Nord si sia apertamente schierato a difesa dell’autonomia di Ubi lo si era già capito quando nelle settimane scorse si era visto entrare nel capitale della banca Cattolica Assicurazioni, che ha il 2% schierato a far argine alla mossa di Intesa.

IL FRONTE DEL NO SI ALLARGA

Quello dell’atteggiamento dei piccoli e piccolissimi azionisti è un passaggio che non va trascurato, perché se si salda – e ce ne sono tutte le premesse – con la scelta del Car, il Comitato azionisti di riferimento di Ubi Banca, che controlla il 17,8% delle azioni, e che ha definito l’Ops di Intesa-Unipol «ostile, non concordata, non coerente con i valori impliciti di Ubi e dunque inaccettabile», ecco che il fronte del No a Intesa arriverebbe a numeri tali da poter mettere i bastoni tra le ruote all’iniziativa di Carlo Messina, numero uno della banca milanese. Anche perché, ricordiamolo, i soci componenti del Patto sono calibri pesanti che potrebbero anche aver già incrementato dal 20 febbraio, quando hanno preso la decisione di opporsi a Intesa, le loro quote. Potrebbero averlo fatto sia le fondazioni – quella di Cuneo (primo azionista singolo con il 5,95%) e la Banca del Monte di Lombardia (3,95%) – sia i grandi imprenditori, dalla famiglia Bombassei (con Next Investment) alla famiglia Bosatelli (Polifin), da Gianni Radici e famiglia ai Gussalli Beretta con la cassaforte Upifra e alle famiglie Pilenga e Andreoletti.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Rcs e Del Vecchio, le due spine nel fianco di Sergio Erede

Sembra che il tocco felice dell'avvocato d'affari milanese si sia appannato. Da un lato si complica la causa Cairo-Blackstone relativa alla vendita della sede del Corriere. Dall'altro, nella scalata del patron Luxottica a Mediobanca si è ritrovato contro Banca Intesa e il suo ad Messina.

Prima Urbano Cairo, poi Leonardo Del Vecchio. Sembra che il tocco felice di Sergio Erede, che negli anni scorsi l’ha reso uno degli avvocati d’affari più affermati e ricchi d’Italia, se non il più ricco, si sia appannato.

Sarà che tra pochi mesi raggiungerà il traguardo degli 80 anni e un po’ di stanchezza affiora, sarà che non sempre le ciambelle riescono con il buco, nella Milano degli affari comincia a girare voce che l’avvocato che nel 1999 ha fondato lo studio legale Bonelli Erede Lombardi Pappalardo, non abbia più le intuizioni vincenti di un tempo.

Specie quando sul fronte opposto si trova come antagonista Banca Intesa, e il suo ad Carlo Messina in particolare.

LA CAUSA INTENTATA DA CAIRO A BLACKSTONE

L’editore del Corriere della Sera rischia infatti di dover dire addio all’intera Rcs se la causa intentata a New York dal fondo americano Blackstone relativa alla vendita del complesso immobiliare Solferino-San Marco dove ha sede il quotidiano si dovesse risolvere a suo sfavore procurandogli un danno, non sopportabile per lui e il suo gruppo, di circa 300 milioni. La mossa suggerita da Erede (che condivide il patrocinio con Francesco Mucciarelli) a Cairo è stata quella di farsi dare una manleva, che il cda di Rcs gli ha concesso (con assenze rilevanti, da Gaetano Miccichè a Marco Tronchetti Provera, da Diego Della Valle a Carlo Cimbri). Ma sono in molti quelli – a cominciare dal trio di legali fuoriclasse che difendono in giudizio il fondo americano: Francesco Gatti, Carlo Pavesi e Giuseppe Iannaccone – che ritengono si tratti di una misura di protezione fragile. E che al momento opportuno Messina, visto che Banca Intesa è proprietaria di fatto del gruppo editoriale detenendo grandissima parte del debito, sarà conseguente al dissenso manifestato con altri due azionisti di peso della casa editrice, Pirelli e Tod’s, proprio sul tema del contenzioso con il fondo americano.

LA SCALATA DI DEL VECCHIO IN MEDIOBANCA

Stesso discorso per il ruolo svolto da Erede nella scalata di Del Vecchio a Mediobanca, con obiettivo finale il controllo delle Assicurazioni Generali. Forte di molti takeover portati a termine nel passato, Erede ha assunto il comando delle operazioni in casa Delfin (la finanziaria che controlla Luxottica e il resto del gruppo dell’imprenditore di Agordo), sottovalutando, però, la complessità di un’operazione del genere nei confronti di una banca vigilata da Bce. E infatti finora da Francoforte non è arrivato il via libera per il superamento del 10%, nonostante i mesi trascorsi nell’attesa. Peccato che Erede avesse tranquillizzato Del Vecchio, tanto che è assai probabile che soggetti amici abbiano rastrellato azioni Mediobanca – si dice per almeno un altro 10% – pronti a girarle a Delfin, e che ora sia tutto bloccato. E, soprattutto, che non si veda la fine del tunnel dove il patron di Luxottica si è infilato. 

IL RAFFORZAMENTO DI NAGEL DOPO L’OPERAZIONE INTESA-UBI

Per ora non sembra che il rapporto fiduciario tra i due si sia consumato, ma è probabile che possa essere chiamato a supporto qualche altro professionista. Specie ora che Alberto Nagel, ad di piazzetta Cuccia, contro cui si è giocata fin qui la partita, si è oggettivamente rafforzato partecipando, e non da comprimario, al takeover di Banca Intesa su Ubi. L’asse di Nagel con Messina, cui il numero uno di Mediobanca ha associato anche Carlo Cimbri e quindi Bper che da Unipol è controllata, rende il fortino di piazzetta Cuccia meno attaccabile, se non del tutto sicuro, e comunque in caso di necessità Intesa potrebbe intervenire con una contromossa per fermare Del Vecchio. Insomma, Messina batte Erede due a zero.

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Banca Intesa, ambizioni internazionali ma l’operazione è domestica

RIFLESSIONI IN BICICLETTA. Con l'offerta per Ubi Ca' De Sass dice di voler diventare un player europeo, pur allargandosi solo in Italia. Dunque le motivazioni potrebbero essere altre. Ingrandirsi significa sfuggire alle mire di un concorrente estero. Senza contare lo smarcamento da Mps in cerca di partner.

«Meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso». La frase resa celebre da Paradiso Perduto di John Milton sembra calzare a pennello per l’operazione che, a sorpresa, vede protagoniste Intesa Sanpaolo e Ubi.

Un’offerta non amichevole, carta contro carta, per un controvalore di 5 miliardi di euro da parte della più grande banca italiana e indirizzata a incorporare la quarta per dimensione.

La motivazione dichiarata è di «creare un player europeo con solida impronta italiana». L’impressione però è un’altra: l’impronta italiana non si discute, ma se l’azienda Intesa Sanpaolo dispone di una capacità di 5 miliardi di euro e ha ambizioni europee non si capisce perché debba ancora guardare al mercato domestico di cui era già leader per trovare questa fantomatica vocazione europea.

TROPPO GRANDE PER DIVENTARE PREDA

Più probabilmente sono entrati in gioco altri fattori: il timore di essere acquisiti da un concorrente estero è stato il propulsore per diventare un boccone più grande, più difficile da approcciare. A questo si è associata la voglia di estendere ulteriormente il proprio predominio nazionale, fatto anche di ottime e fruttuose relazioni con la politica (ricordiamo infatti che hanno generato, per esempio, opportunità come l’acquisto delle banche venete ripulite delle componenti negative, alla simbolica cifra di 1 euro). Una volontà lecita, dei cui frutti gli azionisti potranno ancora beneficiare, ma ben diversa dal progetto “europeo” e “industriale”. Non a caso la Banca Popolare dell’Emilia Romagna, che si presta come partner nell’operazione rilevando 500 sportelli bancari di Ubi e risolvendo a monte problemi di antitrust, viene fortemente punita in Borsa (perdendo oltre il 10%). Se chi compra le stesse cose che compra Intesa, allo stesso prezzo, viene punito così pesantemente è evidente che “l’affare” per Intesa sia di tipo strategico, non industriale.

COME SMARCARSI DALLA PARTITA PER MPS

D’altra parte sappiamo bene da tempo che comprare sportelli sia un pessimo modo di impiegare le disponibilità, oggi ogni piano industriale delle banche medie e grandi prevede di chiuderne. Intesa dunque ha giocato la carta dell’arrocco, andandosi a prendere forse anche una rivincita per il “Grande VecchioGiovanni Bazoli, presidente emerito di Banca Intesa, che pochi mesi fa era stato estromesso dal consorzio grandi azionisti di Ubi. Non va dimenticato che presto Monte Paschi dovrà trovare una sposa e che Intesa, con questa operazione, si è elegantemente smarcata da ogni possibile fantasia. Uno dei privilegi di chi anticipa gli altri è scegliere quale ragazza invitare a ballare…È chiaro che un’operazione di respiro internazionale avrebbe reso veritiero il progetto di creare un player europeo, ma una cosa non dobbiamo dimenticarla: una acquisizione a sorpresa come questa non si vedeva da tempo, nel settore bancario. Veniamo da anni in cui ogni operazione di acquisizione bancaria era una forma di salvataggio appena prima del fallimento. Questo non può certo dirsi di Ubi, e di ciò dobbiamo esserne contenti. Magari non quanto gli azionisti di Ubi che oggi vedono un +23%, ma comunque dobbiamo esserne contenti.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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