India e Bangladesh minacciati dal super ciclone Amphan: 2,3 milioni di persone da evacuare


India e Bangladesh prevedono di evacuare più di 2,3 milioni di persone in vista dell'arrivo del super ciclone Amphan, atteso per domani e che potrebbe sviluppare venti fino a 230-260 chilometri orari. Il ciclone mercoledì dovrebbe raggiungere gli Stati indiani del Bengala Occidentale e dell'Orissa, in Bangladesh verrà colpito soprattutto il sottodistretto insulare di Hatiya.
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L’allarme del 2007 sul rischio coronavirus in wet market e laboratori

Nell'ottobre del 2007, lo scienziato Kwok Yung Yuen definiva i coronavirus una bomba a orologeria. Citando animali e laboratori come possibili fonti di contagio. Un avvertimento che oggi suona come una drammatica premonizione caduta nel vuoto.

«I coronavirus sono una bomba a orologeria». Così, nell’ottobre del 2007, scriveva lo scienziato Kwok Yung Yuen, microbiologo a capo del Dipartimento di malattie infettive emergenti presso l’università di Hong Kongin uno studio post-Sars. L’articolo, frutto di un lavoro effettuato con altri tre ricercatori e pubblicato sulla rivista scientifica Clinical Microbiology Reviews, parlava chiaro: «I coronavirus sono ben noti per le ricombinazioni genetiche che possono portare a nuovi genotipi ed epidemie. La presenza di una larga riserva di coronavirus nei pipistrelli ferro di cavallo e la cultura di mangiare mammiferi esotici nel sud della Cina creano una “bomba a orologeria”. La possibilità che si ripresenti la Sars o nuovi altri virus da animali o da laboratori, e dunque la necessità di essere pronti, non dovrebbe essere ignorata». Un avvertimento che oggi suona come una drammatica premonizione caduta nel vuoto. Già, perché il professore cinese citava proprio le due possibili fonti di contagio sul tavolo anche per l’attuale pandemia: animali o laboratori. Come mai?

LA NECESSITÀ DI RAFFORZARE LE MISURE DI BIOSICUREZZA

Se la maggioranza degli scienziati propende per l’origine naturale del Sars-CoV-2 (di nuovo un salto di specie da pipistrello a uomo attraverso un ospite intermedio, in un primo momento identificato nel pangolino poi scagionato), il presidente americano Donald Trump ha accusato più volte Pechino sostenendo di avere le prove – in realtà, senza mai fornirle – che questo coronavirus è frutto di ingegneria genetica. Nel mirino, l’istituto di virologia di Wuhan (WTV), una struttura che rivendica di avere laboratori con il massimo livello di biosicurezza internazionale (Bsl-4) ma che una recente inchiesta del Washington Post ha rivelato essere al centro di grossi timori dell’ambasciata degli Stati Uniti a Pechino (che, per questo, aveva inviato ripetutamente diplomatici scientifici statunitensi nel centro di ricerca) fin dal 2018. È un fatto che una relazione della Commissione europea nel 2004 riferiva che, sebbene dal 5 luglio 2003 l’Organizzazione mondiale della sanità non avesse registrato nuovi casi di Sars, i contagi erano riapparsi in almeno quattro occasioni fra la fine di agosto 2003 e il 2004: una volta nella città di Guangzhou – ancora nel sud della Cina – nella provincia di Guangdong (un’infezione trasmessa da un animale ma contenuta ad appena quattro contagi), altre tre volte a Singapore, Taipei e Pechino. In tutti questi casi, si trattava di incidenti di laboratorio che avevano coinvolto 13 persone: sei mentre conducevano esperimenti sul virus della Sars (Sars CoV), i restanti sette per esposizione a uno dei contagiati. I servizi di Bruxelles annotavano la necessità di prepararsi a un possibile ritorno dell’epidemia e di rafforzare le misure di biosicurezza dei centri di ricerca. Ma che cosa era successo?

LE INDAGINI DELL’OMS A SINGAPORE

Un team internazionale dell’Oms si recò a Singapore per un’indagine sul campo su uno dei nuovi casi registrati, quello di un ventisettenne al suo terzo anno di dottorato in microbiologia presso l’università nazionale di Singapore. Gli 11 esperti, guidati dal virologo Antony Della-Porta, giunsero alla conclusione che la contaminazione era avvenuta probabilmente in modo accidentale per un mancato rispetto delle regole. In pratica, l’esperimento avrebbe dovuto svolgersi in un laboratorio diverso ma, un giorno, lo specializzando era stato lasciato solo dal suo tutor perché era sabato mattina (il giorno delle riunioni dello staff). Le rilevazioni mostrarono che mancavano standard e linee guida di biosicurezza adeguati, un’idonea formazione dei ricercatori e l’istituto necessitava di svariati interventi strutturali. A Taipei, invece, l’incidente si era verificato in un laboratorio di massima sicurezza perché lo scienziato (in questo caso di grande esperienza) non aveva seguito la procedura per la decontaminazione della strumentazione e aveva effettuato la pulizia senza idonee protezioni per le vie aeree. Ma, una volta accusati i sintomi di crisi respiratoria, incredibilmente, l’uomo non era stato visitato e monitorato nei giorni di assenza per malattia con il rischio di contagiare altre persone. Ad aprile 2004, infine, due ricercatori dello staff del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie di Pechino avevano contratto la Sars, contagiando sette persone esterne (una delle quali morì). Eppure, nessuno di loro lavorava sul virus della Sars (probabilmente, c’era stata una contaminazione in uno dei laboratori poi usati dagli altri).

LA “MORATORIA” DI OBAMA DEL 2014

Nel 2014 è la volta degli Stati Uniti. Nei centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta – uno dei luoghi strategici per la lotta a contagi ed epidemie – si verificano vari incidenti gravi che coinvolgono il laboratorio dove si studia l’antrace e quello del virus H5N1, l’influenza aviaria. Il direttore, Thomas Frieden, è costretto ad ammettere che gli errori avrebbero potuto, in teoria, uccidere sia i ricercatori dello staff sia persone comuni fuori dal centro. In un episodio, almeno 62 tecnici risultano a rischio, essendo stati esposti al batterio dell’antrace privi dell’adeguato equipaggiamento. Le strutture vengono chiuse e il presidente Barack Obama decide di imporre una “moratoria” di un anno a questo tipo di esperimenti (i cosiddetti «Gain-of-Function» ovvero quelli finalizzati ad accrescere la virulenza o trasmissibilità dei patogeni), tagliando i fondi alla ricerca su Sars, Mers e altri coronavirus o virus influenzali. Obama invita gli scienziati americani a una pausa volontaria da studi del genere finché non si stabiliranno regole di biosicurezza più stringenti ma nella comunità scientifica riprende quota l’annoso (e, in realtà, mai sopito) dibattito: i ricercatori si dividono fra chi ritiene che creare patogeni in laboratorio in grado di scatenare potenziali pandemie è troppo rischioso per la salute umana e chi, viceversa, lo giudica indispensabile proprio per trovare nuove terapie. Così è. Ma, alla fine, l’errore non si può mai escludere.

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La strategia della Corea del Sud funziona: zero casi interni di coronavirus, riaprono le scuole


La Corea del Sud ha registrato ieri zero nuovi casi interni di coronavirus per il secondo giorno di fila e solo tre importati. A seguito del progressivo azzeramento del numero dei contagi il governo ha deciso di allentare le regole sul distanziamento sociale e riaprire le scuole. Il paese ha registrato in tutto 10.801 contagi dall’inizio dell’emergenza.
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Nel post Kim Jong-un sale lo sgradito zio Kim Pyong-il

Mentre il 36enne dittatore ricompare in alcune foto ufficiali rilasciate dal regime, l'invisibile fratellastro del caro leader Kim Jong-il potrebbe diventare il quarto uomo al governo della Corea del Nord. Scalzando la nipote Kim Yo-jong.

Da quando esiste la Corea del Nord, Kim Pyong-il è stato considerato un possibile successore al “trono” di Pyongyang. E adesso, con lo stato di salute di suo nipote Kim Jong-un avvolto dal mistero (il 2 maggio sono ricomparse foto di lui in pubblico dopo tre settimane), sono in molti a pronunciare nuovamente il suo nome quale candidato più accreditato a un eventuale “dopo-Kim”.

FIGURA PERFETTA ANCHE COME EVENTUALE REGGENTE

Una figura la sua che, per l’autorevolezza dell’età, sarebbe perfetta anche per un eventuale ruolo di “reggente”, in attesa che il figlio maschio di Kim Jong-un, ora decenne, raggiunga l’età necessaria per governare il “regno eremita”. Kim Pyong-il, 65 anni, è infatti l’ultimo figlio sopravvissuto conosciuto del fondatore della Corea del Nord, Kim Il-sung, e della sua seconda moglie, Kim Song-ae (nata nel 1924): negli Anni 70 perse la corsa alla leadership vinta dal fratellastro, Kim Jong-il. Questi era figlio dell’altra moglie del “Grande leader” e fondatore della Nord Corea moderna, la quale si chiamava Kim Jong-suk.

QUASI 40 ANNI PASSATI IN EUROPA

Jong-il (noto in patria con l’appellativo di “caro leader” e tuttora accreditato della surreale carica di “presidente eterno” della Corea del Nord) finì per gestire il Paese dal 1994 al 2011. Il suo fratellastro (e quindi “ziastro”, più che zio, di Kim Jong-un) ha trascorso quasi quattro decenni all’estero, ricoprendo vari incarichi diplomatici, tra Ungheria, Bulgaria, Finlandia, Polonia e Repubblica Ceca, prima di tornare a Pyongyang nel 2019.

Una delle foto ufficiali di Kim Jong-un rilasciate dal regime nordcoreano dopo tre settimane dalla sua misteriosa scomparsa. (Ansa)

HA IL SANGUE DI KIM ED È UN UOMO

Sebbene Kim Pyong-il sia stato effettivamente messo da parte – praticamente ignorato dai media del regime – e non abbia mai sviluppato abbastanza potere a casa per rappresentare una seria sfida alla leadership del nipote, alcuni osservatori affermano che potrebbe in realtà finire per prendere il posto del 36enne Kim Jong-un, che non ha mai nominato un successore. Questo principalmente perché ha il sangue di Kim: ma soprattutto perché è un uomo.

DIFFICILE CHE IL POTERE VADA ALLA SORELLA DEL DITTATORE

Thae Yong-ho, che è stato ambasciatore della Corea del Nord nel Regno Unito, prima di disertare in Corea del Sud nel 2016, ha spiegato che «i leader maschili conservatori di Pyongyang farebbero molta resistenza all’idea di dare il potere assoluto di guidare la dittatura a Kim Yo-jong, la sorella minore di Kim Jong-un, che è stata al suo fianco aiutandolo a fare politica negli ultimi anni». Il problema è che «è improbabile che una Corea del Nord guidata da Kim Yo-jong sia sostenibile», ha detto ancora Thae, avvertendo che la leadership collettiva con a capo la sorella minore di Jong-un potrebbe portare al caos. «Per evitare questo alcuni membri della leadership stanno pensando seriamente di “tirar fuori dal cappello” Kim Pyong-il, per metterlo al potere».

MA PER QUALCUNO L’IPOTESI DELLO ZIO È RIDICOLA

Non tutti i conoscitori del “Regno eremita” nordcoreano, però, sono d’accordo con l’ex ambasciatore dissidente sul fatto che Kim Pyong-il abbia delle reali possibilità. In Corea del Sud, per esempio, Kim Byeong-ki, membro della commissione di intelligence del parlamento di Seul, ha scritto in proposito sui social media coreani, definendo l’ipotesi «semplicemente ridicola».

ESILIATO ALL’ESTERO E SOTTO RICATTO ECONOMICO

La Corea del Nord ha spesso esiliato i componenti meno fortunati della “famiglia reale” dei Kim – quando non li ha direttamente eliminati fisicamente – mandandoli all’estero nel tentativo di cancellare la loro influenza, ma tenendoli legati e manipolabili attraverso il ricatto economico, che li ha resi dipendenti dai governanti di Pyongyang. Per questo motivo, se Kim Pyong-il prendesse il potere, potrebbe mettere in serio imbarazzo una larga parte dell’attuale leadership al vertice del Paese, che ha lavorato contro di lui per decenni, per sopprimere la sua influenza e far dimenticare la sua figura in patria.

I RIVALI PIÙ PERICOLOSI SONO STATI ASSASSINATI

Quando Kim Jong-un prese il potere dopo la morte di suo padre nel 2011, eliminò subito i potenziali rivali più pericolosi per la sua leadership: giustiziò suo zio – e deputato – Jang Song-thaek, e il sospetto che abbia ordinato l’assassinio del suo fratellastro maggiore in esilio, Kim Jong-nam, in Malesia, è ben più di un semplice sospetto.

CHI SOPRAVVIVE ALLE PURGHE NON È COSÌ TEMUTO

Il fatto che Kim Pyong-il sia sopravvissuto alle purghe del nipotino al potere probabilmente indica che Kim Jong-un non lo ha mai visto come un rivale temibile, limitandosi a tenerlo alla larga, all’estero, per decenni. Nel 2015 è stato nominato ambasciatore della Corea del Nord nella Repubblica Ceca e nel 2017, quando Kim Jong-nam è stato assassinato, gli è stata data anche data una protezione aggiuntiva, aumentando le sue guardie del corpo. Più che per proteggerlo da improbabili attentati, per tenerlo meglio sotto costante controllo.

LO ZIO È UNA PERSONA LIBERA E COSMOPOLITA

Kim Pyong-il ha mantenuto un profilo basso mentre si trovava in Europa, anche se non è passato inosservato agli occhi di chi lo ha conosciuto. Lubomir Zaoralek, che è stato ministro degli Affari esteri della Repubblica Ceca dal 2014 al 2017, ha affermato che «il suo stile e i suoi modi erano quelli di un uomo della Corea del Sud, piuttosto che del Nord». Cioè «era una persona cosmopolita, molto europea, e si vedeva che era in Europa che aveva vissuto praticamente tutta la sua vita. Era sempre attento a quello che aveva da dire, e diceva sempre cose che avevano perfettamente senso. Sembrava che qui vivesse una vita molto più libera rispetto agli altri nordcoreani».

TORNATO NEL 2019 PER ESSERE SORVEGLIATO MEGLIO

Kim Pyong-il è tornato a Pyongyang nel novembre del 2019, «in modo che Kim Jong-un potesse sorvegliarlo più da vicino», ha scritto di recente il quotidiano sudcoreano JoongAng Ilbo, citando fonti di intelligence ben informate. È stato oggetto di speculazioni e analisi ì per decenni, da parte della Corea del Sud, in una ridda di voci, mai verificate, che lo mettevano al centro di intrighi familiari, inclusi arresti domiciliari e tentativi di omicidio. Prima dei suoi anni all’estero, ha prestato servizio nell’esercito della Corea del Nord, comandando un’unità di un corpo d’élite, ed è stato anche più volte nominato per le cariche nel partito al potere, secondo il ministero dell’Unificazione sudcoreano.

SOLIDA FAMA DI DONNAIOLO INCALLITO

Sua madre, Kim Song-ae – la seconda moglie del fondatore dello Stato – fu molto influente negli Anni 70 e spinse in tutti i modi il figlio a prendere il potere. Ma presto cadde in disgrazia dopo che il suo fratellastro, Kim Jong-il, venne nominato successore. E sono ancora in molti in Corea del Nord a ricordarne la solida fama di “donnaiolo incallito”: una delle circostanze che giocarono a suo sfavore, all’epoca.

SOMIGLIANZA FISICA COL PADRE DELLA PATRIA KIM IL-SUNG

Se effettivamente ci sarà presto un dopo-Kim, insomma, la partita della successione si giocherà comunque certamente tra lo “ziastro” e la “sorellina”. La seconda ha certamente maggiori frecce al suo arco, in primis la sua influenza politica dovuta alla costante presenza accanto al fratello Jong-un negli ultimi anni. Il primo invece potrà contare sul vantaggio dell’età e dell’esperienza diplomatica ad alto livello e le relazioni internazionali di conseguenza maturate. E, non ultima, sulla grande somiglianza fisica con il defunto fratellastro e padre della patria Kim Il-sung. Una somiglianza che – dicono gli osservatori meglio informati – aveva sempre turbato il nipote, al punto di essersi rifiutato di incontrarlo quando era rientrato in patria e di avere proibito ai membri del suo entourage di mettergli sotto gli occhi le fotografie dello sgradito “ziastro”.

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Gli Usa intensificano la raccolta di informazioni sulla sorella di Kim Jong Un

Per gli osservatori è Kim Yo Jong la più probabile candidata alla successione del fratello. Ma la linea di sangue potrebbe mettere in gioco anche lo zio del leader nordcoreano. Intanto la Cia è in grande attività per capire lo scenario del “dopo-Kim”. Mentre Seul nega ci siano cambiamenti in vista a Pyongyang.

Tra le notizie contrastanti che inseguono di ora in ora sulla salute del leader nordcoreano Kim Jong Un, tra cui la possibilità che sia già morto o prossimo al decesso, i servizi di intelligence americani sono in grande attività per cercare di ottenere informazioni tempestive sulla situazione e su cosa potrebbe accadere a Pyongyang nello scenario del “dopo-Kim”. Sebbene non vi siano prove chiare che il leader nordcoreano sia davvero malato o addirittura morto, l’intelligence statunitense sta intensificando la raccolta di informazioni sulla sorella, Kim Yo Jong, come ha dichiarato a un quotidiano giapponese Bruce Klingner, che ha trascorso 20 anni lavorando presso la Central Intelligence Agency – la Cia – e la Defence Intelligence Agency (Dia) ed è ora ricercatore senior per il Nord-Est asiatico presso il think tank della Heritage Foundation, con sede a Washington.

Klingner ha affermato che la Cia effettua «analisi di leadership», separate «dall’analisi politica» più generale di un Paese, per cercare di capire in anticipo quali possano essere – per esempio nel caso specifico della Corea del Nord – i passi successivi a una eventuale uscita di scena di Kim Jong-un. «La Cia raccoglie da sempre informazioni sulla famiglia Kim», ha affermato Klingner. «Non si tratta solo di informazioni politiche e istituzionali, ma anche del comportamento privato di ciascun individuo».

L’esperto americano a ha anche osservato che questioni come l’uso di farmaci, l’abuso di droghe, il temperamento, la fiducia in sé stessi e le tendenze ad agire in modo “impetuoso” o “riflessivo”, rientrano tutte tra le specifiche da analizzare, per l’intelligence Usa. «La Cia sta verificando, tra l’altro, quanta effettiva influenza abbia la giovane Kim Yo Jong sull’apparato di governo nordcoreano e in che modo i burocrati al potere a  Pyongyang – il “cerchio magico” dei fedelissimi della famiglia Kim – siano o meno disposti ad appoggiare e legittimare la sua eventuale leadership», ha detto.

LA COREA DEL NORD RESTA UN PAESE IMPENETRABILE

L’apparizione della sorella di Kim Jong-un alle Olimpiadi invernali tenutesi a Pyeongchang, in Corea del Sud, nel febbraio 2018, ha rappresentato un segnale molto chiaro per la comunità internazionale, secondo Klingner. «I funzionari più anziani si sono chiaramente ritirati in buon ordine, per lasciare a lei la ribalta», ha detto. Ma Klingner ha anche descritto la Corea del Nord come uno degli obiettivi più difficili, per i servizi americani, su cui ottenere informazioni. «Quando sono passato dalla copertura dell’Unione Sovietica alla Corea del Nord, i sovietici sembravano un libro aperto rispetto a Pyongyang», ha detto.

La Corea del Sud ha sufficienti strumenti di intelligence per affermare con sicurezza che non ci sono sviluppi insoliti a Pyongyang

Il ministro dell’Unificazione della Corea del Sud, Kim Yeon-chul

Malgrado il governo sudcoreano abbia più volte ribadito, negli ultimi giorni, di non essere a conoscenza di alcuna «attività straordinaria» in Corea del Nord (eufemismo diplomatico pe riferirsi ad eventuali segnali di un imminente cambio di leadership) non è riuscita a dissipare le voci alimentate da un rapporto della Cnn della scorsa settimana, che affermava come Kim fosse in «grave pericolo di vita». Il ministro dell’Unificazione della Corea del Sud, Kim Yeon-chul, ha detto nel corso di un incontro riservato che «la Corea del Sud ha sufficienti strumenti di intelligence per affermare con sicurezza che non ci sono sviluppi insoliti a Pyongyang»

Da sinistra, Kim Jong Un e la sorella Kim Yo Jong.

«Kim Jong Un è vivo e vegeto», ha dichiarato a Fox News, domenica, Chung-in Moon, consigliere per la Politica estera e la sicurezza del presidente Moon Jae-in. «Si trova nella zona di Wonsan dal 13 aprile». Tuttavia, diverse fonti diplomatiche nella Corea del Sud hanno indicato che è molto probabile che Kim soffra di problemi di salute di qualche tipo, anche molto seri.

LA SORELLA YO JONG LA PIÙ QUOTATA PER LA SUCCESSIONE

La dinastia Kim trae la sua legittimità dalla «linea di sangue del Monte Paektu» – il lignaggio familiare che collega direttamente Kim Jong Un e i suoi fratelli con il loro nonno, il “padre della patria” Kim Il Sung,. Se Kim Jong Un sarà impossibilitato a guidare la nazione – non necessariamente perché morto, ma anche soltanto perché in condizioni di salute che glielo impediscano – gli esperti dell’intelligence Usa ritengono che lo scenario più probabile sia il passaggio a un sistema di leadership collettiva, incentrato appunto sulla sorella, Kim Yo Jong, il n. 2 di fatto. Preferita dal suo defunto padre, Kim Jong Il, Kim Yo Jong è cresciuta alla scuola del “maestro della propaganda nordcoreana” Kim Ki Nam, secondo il Financial Times. Il suo profilo globale è cresciuto in modo significativo quando è stata inviata alle Olimpiadi invernali, diventando il primo membro della famiglia Kim al potere a visitare il Sud, dalla Guerra di Corea. Ha anche accompagnato suo fratello a Singapore nel 2018 e poi in Vietnam l’anno successivo per i due vertici di Kim Jong Un con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Kim Yo Jong – alla quale resta l’unico handicap di essere una donna in un Paese di mentalità maschilista – ha comunque consolidato il suo potere

Kim Yo Jong – alla quale resta l’unico handicap di essere una donna in un Paese dove la mentalità maschilista è ancora ampiamente diffusa e legittimata – ha comunque consolidato il suo potere in modo significativo negli ultimi tempi. È stata confermata quale membro supplente del Politburo del Partito dei lavoratori al potere, l’11 aprile scorso, e si ritiene che sia stata recentemente trasferita in una posizione che le consente di sovrintendere alle strategie del partito e alla raccolta di informazioni. Ma i conoscitori più al corrente della realtà nordocoreana ritengo che le riesca ancora difficile mantenere una presa salda sull’esercito, proprio a causa del suo essere donna.

ANCHE LO ZIO KIM PYONG IL TRA I PAPABILI PER PRENDERE IL POTERE

Alcuni osservatori non escludono nemmeno la possibilità che – con la scomparsa o l’inabilità di Kim Jong-un – il potere possa passare allo “ziastro”, Kim Pyong-il. Il 65enne Pyong-il è il fratellastro più giovane del loro padre, il defunto “Caro leader” Kim Jong Il, e in precedenza aveva lavorato come ambasciatore della Corea del Nord nella Repubblica Ceca, rientrando stabilmente nel suo Paese d’origine, per la prima volta dopo oltre trent’anni, solo alla fine dell’anno scorso. I tre figli di Kim Jong Un sono troppo giovani per subentrare direttamente sul “trono” di Pyongyang, tenuto conto che il maggiore a solo 10 anni. Il fratello maggiore di Kim Jong-un poi, Kim Jong Chul, si è tenuto fuori dai circoli di potere di Pyongyang da molto tempo, e non appare disponibile – e tantomeno “papabile” – alla successione di Jong-un.

I grattacieli di Pyongyang.

L’agenzia di stampa Reuters ha riferito venerdì 24 aprile che la Cina aveva inviato un team medico nel Nord per fornire consulenza, citando tre persone che avevano familiarità con la situazione. La notizia è stata vista come la conferma che Kim Jong-un fosse stato sottoposto a chirurgia cardiovascolare e i medici cinesi fossero andati a Pyongyang per cercar di rianimarlo. A sostegno del rapporto Reuters, 38 North, un sito web con sede a Washington che monitora con attenzione ciò che accade in Corea del Nord, sabato 25 aprle aveva pubblicato alcune immagini satellitari commerciali che mostravano un treno che si ritiene appartenga a Kim, in una stazione ferroviaria di Wonsan, nei pressi di uan delle “residenze estive” di Kim Jong-un.

INTANTO SI LAVORA A UN COLLEGAMENTO FERROVIARIO TRA NORD E SUD

Nel frattempo il Rodong Sinmun, quotidiano “governativo” di Pyongyang (dove non esiste la stampa libera e indipendente, bisogna ricordarlo) mantiene un assoluto silenzio sulle condizioni di Kim. Ma i media ufficiali non hanno nemmeno fornito alcuna notizia sulla sorella Kim Yo Jong , ormai dal 12 aprile scorso, legittimando in questo modo le speculazione secondo le quali si starebbe lavorando segretamente per preparare il dopo-Kim, tra incertezze  e faide interne per la successione. Nel bel mezzo di questo caos informativo e politico, la Corea del Sud ha tenuto una cerimonia, lunedì 27 aprile, per inaugurare ufficialmente «la posa della prima pietra» di un progetto ferroviario Nord-Sud, due anni dopo lo storico vertice tra il presidente sudcoreano Moon e Kim Jong Un: un collegamento deciso proprio in quella occasione. La costruzione dovrebbe iniziare alla fine del 2021.

Il presidente sudcoreano Moon ha espresso la speranza di riprendere al più presto la cooperazione bilaterale

La Dichiarazione di Panmunjom, firmata dai due leader al vertice del 2018, prevedeva appunto il ricollegamento dei paesi su rotaia e su strada, oltre a diversi altri obiettivi, tra cui la dichiarazione formale della fine della guerra di Corea. Sembra che proprio la mancanza di progressi nell’attuazione della dichiarazione – in parte a causa di un vertice fallito tra Kim e Trump – abbia accentuato la sfiducia di Kim Jong-un verso Seul. In realtà un collegamento ferroviario tra i due Paesi sarebbe impossibile, ora come ora, perché violerebbe le sanzioni delle Nazioni Unite, ma il presidente sudcoreano Moon ha espresso la speranza di riprendere al più presto la cooperazione bilaterale, dicendo che «scopriremo cosa possiamo fare nonostante le sanzioni e lavoreremo incessantemente per attuarlo». Non ha detto però quello – ed è quello che tutto il mondo in questo momento vorrebbe sapere – se si aspetta di «riprendere a lavorare» con Kim Jong-un, o col suo successore.

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Seul su Kim Jong Un: «Sappiamo dove si trova, fake news quelle sulla sua morte»

La Corea del Sud smentisce le notizie sul decesso del leader nordcoreano e spiega: «Posso dire con sicurezza che non ci sono stati segnali insoliti».

Dopo settimane in cui il mistero sulla salute Kim Jong Un si è infittito, da Seul sembra arrivare il primo chiarimento concreto sul leader nordcoreano. Il ministro dell’Unificazione della Corea del Sud, Kim Yeon-chul, parlando durante un’audizione in parlamento, ha detto che «il governo sa dove si trova Kim Jong-un» e ha definito «fake news» e «infodemia» i rumor sulla sua malattia. «Posso dire con sicurezza che non ci sono stati segnali insoliti» al Nord. Il leader nordcoreano «potrebbe aver saltato la cerimonia del 15 aprile, dedicata al compleanno del nonno Kim Il-sung, fondatore dello Stato, per i timori del coronavirus e non perché malato».

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Investito in Indonesia, ora è in coma. La famiglia: “È da solo e non possiamo raggiungerlo”


Marco Raffaeli, 31enne di Senigallia, è stato travolto da un camion a Bali mentre si trovava in sella ad un motorino. Nell’impatto ha riportato la frattura scomposta di tibia e femore della gamba sinistra, della mascella - con la perdita di alcuni denti - e il collasso di una parte del polmone sinistro. I medici ne hanno indotto il coma. Aperta una raccolta fondi che ha già superato quota 55mila euro. I familiari: "Non vediamo l'ora di riaverlo tra di noi".
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Cosa sappiamo sulla morte di Kim Jong-un

Da circa due settimane il leader nordcoreano è sparito e le indiscrezioni incontrollate sul suo stato di salute si susseguono. Le ultime conferme sul suo decesso arrivano da Sky e da fonti cinesi e russe.

Tornano a rincorrersi le voci sulla morte di Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord. Voci ancora tutte da verificare – soprattutto perché riguardano uno dei Paesi più isolati e misteriosi del mondo e su cui spesso sono state scritte fake news poi smentite dai fatti – che insistono sempre di più sul decesso del giovane capo di Stato dopo un interervento chirurgico cardiovascolare. Le ultimenotizie in Italia arrivano da fonti di Sky, come riferito dal giornalista Pio D’Emilia, e dal sito Dagospia, che ha citato media russi e cinesi. Finora le uniche certezze sono state la sparizione da circa due settimane del leader nordcoreano e le indiscrezioni incontrollate sul suo stato di salute.

I sospetti sulle sue condizioni erano cominciati dopo la sua assenza dagli eventi pubblici, incluse le solenni celebrazioni del 15 aprile per il compleanno del nonno, Kim Il-sung, il fondatore del Paese. A questo si era aggiunta la notizia di un intervento cardiovascolare al quale sarebbe stato sottoposto per i suoi problemi cronici alimentati da tabagismo, obesità ed eccessi tra alcol, lavoro e impegni. Proprio questa operazione sarebbe stata la causa del suo decesso, dopo un rapido peggioramento.

Le notizie sulla morte del leader nordcoreano hanno trovato conferme da fonti di intellingence americana, anche se proprio il presidente Donald Trump le ha smentitepiù volte, l’ultima nella giornata del 24 aprile: «Ritengo che le indiscrezioni sullo stato di salute di Kim Jong-un siano incorrette». Dalla Cina, tradizionale alleato del Nord, non sono altre indicazioni: i due Paesi sono «vicini amici, uniti da montagne e fiumi», ha detto Geng Shuang, portavoce del ministero degli Esteri, osservando solo «di essere al corrente» dei report dei media e di «non conoscere la fonte delle indiscrezioni».

La morte di Kim avverrebbe in assenza di un piano di successione almeno noto ai vertici di Pyongyang. La più probabile sostituta ai vertici è indicata nella sorella minore Kim Yo-jong, recentemente assunta al ruolo di componente a rotazione del Politburo, quasi un’investitura, secondo alcuni osservatori, alla carica di numero due della nomenclatura. Le assenze di Kim, come gli acciacchi, sono una costante del giovane generale, al potere da fine 2011. Nell’estate del 2014 sparì per sei settimane, tornando il 14 ottobre con un bastone.

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India, così il Kerala comunista ha sconfitto il Coronavirus: solo 3 morti per 38milioni di abitanti


Un solido sistema sanitario pubblico, la tracciatura di tutti i malati di coronavirus, l'isolamento assoluto dei casi positivi, l'esperienza delle emergenza sanitarie degli ultimi anni e l'impiego di quasi 300mila volontari a supporto di medici e infermieri. Così il Kerala, stato indiano con 38milioni di abitanti, sta sconfiggendo il covid-19.
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Le indiscrezioni sullo stato di salute di Kim Jong-un

Per la Cnn il leader nordcoreano è in condizioni critiche. Il 12 aprile sarebbe stato sottoposto a un intervento chirurgico. Ma da Seul chiariscono: nessun segnale che sia in pericolo.

Fanno discutere le indiscrezioni, riportate dai media statunitensi, secondo cui il leader nordcoreano Kim Jong-un sarebbe in pericolo di vita dopo un intervento chirurgico. La Cnn sottolinea la gravità delle condizioni di salute di Kim e dice che gli Stati Uniti stanno monitorando alcune informazioni di intelligence a riguardo. Dalla Corea del Sud, però, arrivano conferme solo parziali: se è vero che il leader nordcoreano sarebbe stato sottoposto a un intervento chirurgico, non risulta al momento che si trovi in pericolo di vita.

TABAGISMO E OBESITÀ ALLA BASE DEI PROBLEMI DI SALUTE DI KIM

Secondo il sito di news Daily Nk (basato a Seul e ben informato sulle vicende di Pyongyang essendo gestito in prevalenza da disertori del Nord), la salute di Kim Jong-un sarebbe peggiorata negli ultimi mesi a causa di tabagismo, obesità ed eccesso di lavoro, e il leader nordcoreano avrebbe subito un intervento cardiovascolare il 12 aprile. Kim starebbe ora recuperando i postumi operatori in una villa sul monte Kumgang, resort nella contea orientale di Hyangsan. Secondo Seul, non ci sono segnali in merito alle presunte gravi condizioni di Kim: «Non abbiamo nulla da confermare e non sono state rilevate attività insolite», ha detto il portavoce presidenziale Kang Min-seok.

QUANDO NEL 2014 IL LEADER NORDCOREANO SPARÌ PER OLTRE UN MESE

L’ultima apparizione in pubblico di Kim risalirebbe all’11 aprile, quando è stato ripreso durate un incontro del governo nordcoreano, mentre per le celebrazioni del nonno Kim Il-sung, deceduto nel 1994, il leader nordcoreano era comparso il 15 aprile solo in un messaggio trasmesso dai media di Stato. Gli esperti non sono sicuri dei motivi alla base dell’assenza di Kim dalla festa nazionale più importante dell’anno in Corea del Nord. Anche nel 2014 il leader nordcoreano sparì per più di un mese sollevando dubbi sul suo stato di salute.

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I due panda giganti si accoppiano dopo 9 anni nello zoo chiuso per l’emergenza Covid-19


Il lieto evento lunedì mattina allo zoo di Hong Kong. La bella notizia ha colto di sorpresa gli stessi responsabili del giardino zoologico che per un decennio hanno provato in tutti i modi ad avvicinare i due esemplari senza alcun successo. I due Panda hanno sfruttato al massimo la privacy concessa loro dal fatto che lo zoo è deserto per l’emergenza coronavirus.
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Niente sanzioni e rispetto delle regole: lo stato d’emergenza in Giappone

Il primo ministro Abe ha annunciato le nuove misure contro la diffusione del Covid-19. La stretta conferisce maggiori poteri alle prefetture ma comunque limitati. Il governo nipponico, a differenza di quelli occidentali e della Cina, fa leva sulla persuasione e l'effetto del comportamento di gruppo.

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha dichiarato lo stato di emergenza in Giappone dopo che i casi di coronavirus a Tokyo hanno superato il migliaio durante il weekend. Al 7 aprile, il Giappone conta quasi 4 mila casi confermati e 92 decessi, escluse le persone che erano imbaracate sulla Diamond Princess. Un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, della bufala riguardante l’Avigan spacciata su Youtube.

Lo stato di emergenza entra in vigore mercoledì 8 aprile e durerà per un mese. Le aree coinvolte sono, oltre alla città di Tokyo, una metropoli con 13 milioni di abitanti e una superficie pari a quasi il doppio di Roma, anche le prefetture (regioni) di Kanagawa, Chiba, Saitama, Hyogo, Fukuoka e la città di Osaka.

Abe ha annunciato le misure dopo che, in un incontro con il ministro incaricato di coordinare le misure sul coronavirus, Yasutoshi Nishimura e il presidente del comitato consultivo Shigeru Omi, si era era giunti alla conclusione che sussistevano le due condizioni necessarie per la dichiarazione dello stato di emergenza e cioè la seria minaccia per la salute pubblica e il grave danno per l’economia. Martedì inoltre, saranno annunciati i dettagli del piano per il sostegno dell’economia per un importo totale di circa 510 miliardi di euro.

Nel maxischermo il primo ministro giapponese Shinzo Abe (Getty Images).

RACCOMANDAZIONI SENZA SANZIONI

Con lo stato di emergenza in Giappone vengono aumentati i poteri delle prefetture di limitare gli spostamenti non essenziali e di ordinare la chiusura degli esercizi commerciali. Ma, a differenza delle misure adottate in Italia, sono solo raccomandazioni e non sono previste multe per i trasgressori. Quindi niente blocchi stradali e niente moduli di autocertificazione per i cittadini del Paese del Sol Levante. Tra i pochi effettivi poteri conferiti ai governatori ci sono quelli di requisire spazi pubblici e privati per la realizzazione di ospedali da campo nonché per l’approvvigionamento di attrezzature mediche e derrate alimentari.

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GIAPPONESI ALLERGICI A OGNI FORMA DI AUTORITARISMO

Il motivo dell’assenza di sanzioni risale al periodo prebellico quando l’ascesa del militarismo e dell’autoritarismo portarono poi alla disastrosa entrata nella Seconda Guerra mondiale. Ancor oggi, a circa un secolo di distanza, vi è ancora molta diffidenza per ogni azione del governo che tenda a limitare in qualche modo le libertà. Ma la cautela con cui Abe si è mosso prima di promulgare lo stato di emergenza, rispetto a Europa, Cina e Stati Uniti, va anche vista anche in chiave economica. Una prolungata interruzione o sospensione delle attività avrebbe un costo in termini economici astronomico. In questo senso, il primo ministro giapponese sta cercando il giusto mezzo tra proteggere i giapponesi dall’epidemia ed evitare il collasso dell’economia. Per capire quanto sia importante Tokyo per il sistema economico nipponico, basta guardare alcune statistiche. Secondo dati Bloomberg, la Capitale produce circa il 30% del Pil giapponese e se fosse uno Stato indipendente, sarebbe l’11esima economia mondiale.

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IL SENSO DEL DOVERE NIPPONICO

Riuscirà il governo giapponese ad ottenere i risultati desiderati? Molto probabilmente sì. I giapponesi sono culturalmente molto più ligi e rispettosi delle regole di quanto lo siamo noi italiani. Al fine di ottenere il rispetto delle ordinanze il governo infatti sta facendo leva su due importanti leve: la persuasione e l’effetto del comportamento di gruppo. Se tutti rispettano le regole, allora non c’è motivo per il singolo di trasgredire.

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Folle di turisti in Cina con allentamento del blocco, gli esperti: “Pericolo nuova ondata di casi”


Nel primo fine settimane di allentamento delle misure di contenimento del coronavirus in cina si è assistito a scene che non si vedevano da tempo con folle di turisti che hanno invaso alcuni famosi siti turistici del Paese asiatico. L'allarme degli esperti: "Se ci sono portatori asintomatici del virus durante questi affollamenti le conseguenze sarebbero gravi".
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Il coronavirus spaventa il Giappone: panico e negozi svuotati, paese verso il lockdown


A preoccupare tutti i giapponesi sono i nuovi numeri del contagio del coronavirus che hanno ripreso a crescere tanto da spingere il governo a pensare misure ancora più stringenti come un vero e proprio lockdown. Il primo ministro del Giappone, Shinzo Abe, ha chiesto più poteri in tema di controllo sui cittadini proprio per varare misure come il blocco degli spostamenti.
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Come vivono i giapponesi la minaccia del coronavirus

Niente allarmismi per la youtuber Coco Japan in Italia da 8 anni e ora bloccata a Osaka: «Seguiamo le regole». E l'Avigan? «Qui non se ne parla». Nao Masunaga, studentessa a Milano, invece non è potuta tornare aTokyo dove non potrebbe permettersi la quarantena. E accusa il suo popolo di eccessiva «vanità».

Forse la tranquillità zen con cui il Giappone ha affrontato finora la pandemia da coronavirus potrebbe svanire. Per ora è stato l’unico tra i grandi Paesi a non avere stravolto la propria quotidianità con lockdown draconiani. Ma ora Tokyo si prepara a una possibile chiusura, ventilata dalla sua governatrice, Yuriko Koike.

Giovedì si sono registrati 47 nuovi casi, rispetto ai 41 di mercoledì. Numeri ancora esigui, certo, in una metropoli da 30 milioni di abitanti ma che fpreoccupano. Dopo l’annuncio della governatrice tra l’altro i supermercati della capitale sono stati presi d’assalto.

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Eppure finora l’assenza di misure restrittive (il numero totale di casi nel Paese è di poco più di 1300 casi e 45 vittime) aveva stupito l’Occidente. Si era addirittura pensato che Tokyo avesse tenuto nascosti i veri numeri dell’epidemia nel disperato tentativo di confermare i Giochi Olimpici alla fine rinviati. I complottisti hanno trovato così pane per i loro denti: hanno trovato la cura e la custodiscono gelosamente senza dirci nulla? Qualcuno ha persino ipotizzato che l’imperatore stia docciando i suoi fedeli sudditi con un farmaco, l’Avigan che, in realtà, oltre a non garantire benefici, comporterebbe serissimi effetti collaterali. Un’idea balzana, priva di fondamenti scientifici. È bastato un video rimbalzato di cellulare in cellulare per convincere le regioni del Nord Italia a chiedere che fosse testato anche qui. Ma cosa sta accadendo, davvero, in Giappone?

LA BLOGGER E LA STUDENTESSA: I DUE VOLTI DEL GIAPPONE

Lettera43.it ha sentito due giapponesi, la blogger e youtuber Coco Japan e la studentessa Nao Masunaga, portatrici di esperienze agli antipodi. La prima, residente a Genova da otto anni, racconta quotidianamente sui suoi social le “stramberie” giapponesi agli italiani e le stranezze del Bel Paese ai suoi connazionali. È rimasta intrappolata nella sua terra natale allo scoppio dell’epidemia in Italia e non si sente affatto toccata dal dramma del coronavirus, come il resto del suo popolo. La seconda, studiando a Milano, è stata invece travolta dalle conseguenze burocratiche dell’epidemia, ha visto l’emergenza colpire lo Stato che la ospita e adesso è allarmata.

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INDOSSARE UNA MASCHERINA DURANTE L’INVERNO È LA NORMALITÀ

Non è facile comprendere perché italiani e giapponesi stiano affrontando in maniera così diversa l’emergenza, nonostante siano Paesi con un’altissima percentuale di persone anziane e, quindi, a rischio. Ci soccorre un’immagine che abbiamo tutti in mente, quella dell’asiatico con la mascherina ben premuta sul viso. Per anni, noi occidentali abbiamo pensato che fosse per difendersi dallo smog. Non è affatto vero.

«Per noi indossare la mascherina in inverno è naturale come indossare la giacca», racconta a Lettera43.it Nao Masunaga. «I giapponesi hanno molta paura dell’influenza perché prenderla significa rischiare di attaccarla in famiglia o al prossimo e questo per noi è arrecare disturbo a chi ci sta attorno», le fa eco Coco Japan.

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L’AVIGAN? «QUI IN GIAPPONE NON SI PARLA PIÙ DI QUEL FARMACO»

«La governatrice di Tokyo ha finalmente esortato i cittadini a restare a casa nei week end, ma è tutto lasciato al self control dei giapponesi», commenta con scetticismo Nao Masunaga, leggendo le ultime notizie su un sito nipponico. Lei sta vivendo in prima persona le restrizioni del governo italiano e, forse per questo, inizia a essere preoccupata: «È una decisione ambigua. Si può ancora girare liberamente. I miei amici la sera escono, vanno al cinema con i fidanzati. Sono anche andati ad assistere alla tradizionale fioritura dei ciliegi. Non va bene». «Temo», conclude, «che questa vanità peggiorerà la situazione in Giappone». Di tutt’altro avviso Coco Japan, che in Giappone era tornata per festeggiare l’inizio dell’anno nuovo in famiglia, a Osaka.

«Qui si può uscire, certo, ma il governo ha invitato a prestare attenzione e tanto ci basta. Nei negozi hanno installato dispenser di gel disinfettante che i clienti usano all’entrata e all’uscita. Tutti rimangono distanziati e indossano la mascherina. Se non dai al virus la possibilità di circolare, non c’è bisogno di restare confinati a casa». È una tranquillità disarmante, la sua. Il vostro segreto è forse l’Avigan? «Qui nemmeno si parla più di quel farmaco».

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PIC NIC PER LA FIORITURA DEI CILIEGI E MANIFESTAZIONI SPORTIVE

Anche la blogger, come la studentessa, racconta che la tradizionale festa primaverile dei pruni in fiore (sakura, per i giapponesi) si è svolta come al solito: «Nei giorni scorsi coppiette e famiglie sono andate a vedere la fioritura dei ciliegi», spiega Coco Japan. «È l’hanami, che da noi vuol dire pic nic. Il governo ha sconsigliato di pranzare sotto gli alberi, ma non ha impedito di assistere all’evento». In realtà, è sufficiente cercare #hanami su Twitter per vedere che gli assembramenti non sono mancati. Anzi. La stessa youtuber ligure d’adozione ammette che la settimana prima «si è tenuta una grande manifestazione sportiva di arti marziali». Particolare, questo, che lascerebbe supporre che i Giochi Olimpici non siano stati rinviati per l’epidemia nel Paese ma per il rischio che nessuno Stato estero vi avrebbe partecipato. Del resto, Coco Japan tranquillamente chiosa: «È una malattia dalla mortalità assai bassa e in Giappone si dice che non si rischia stando fuori ma al chiuso».

La fioritura dei ciliegi in Giappone (Getty Images).

IL RISPETTO NIPPONICO DELLE REGOLE

Per la blogger, la calma zen con cui il suo Paese sta affrontando la pandemia non è affatto «vanità», come invece l’ha definita la studentessa che sta vivendo il dramma del coronavirus dalla Lombardia, ma di «autodisciplina». Non c’è bisogno che lo Stato imponga il coprifuoco, perché se dà delle direttive, tutti le eseguono. «Siamo addestrati fin da piccoli a rispettare regole che possono sembrare dure. Per esempio, nelle scuole ai bambini viene detto che possono andare al bagno solo alla fine dell’ora e nessuno osa interrompere l’insegnante per recarsi ai servizi. In Italia è un via vai continuo». Allo stesso modo «gli italiani se sono in strada parlano, parlano tantissimo e urlano», dice ridendo. «Da noi se si cammina non ci si ferma a parlare e se ci viene detto di rispettare le distanze di sicurezza e di fare jogging in solitaria, non creiamo gruppetti».

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«Per questo», racconta ancora Coco Japan, «mi sono stupita tantissimo di fronte alle immagini delle persone che il 7 e l’8 marzo sono scappate dalla Lombardia. Le hanno trasmesse anche qui. Da noi non sarebbe mai successo perché se il governo impone di restare a casa i giapponesi restano a casa».

Un autocontrollo degno dei discendenti dei samurai, se si vuole cadere nei cliché, che però è ben documentato dal fatto che il Paese prosegua come se nulla stesse accadendo. «Io sono libera di uscire, di andare al cinema e a cena fuori. Qui è primavera e si sta bene all’aria aperta. Se non fosse per la mancanza di mascherine e alcol nei negozi o per quello che mi raccontano alcuni miei amici che lavorano negli eventi o negli alberghi e che sono stati danneggiati dalle disdette, non ci accorgeremmo nemmeno che il mondo sta vivendo una emergenza mai vista prima».

INTRAPPOLATI IN ITALIA: IL DRAMMA DEGLI STUDENTI

Di tutt’altro avviso Nao Masunaga, in Italia dall’ottobre 2017 e ora rimasta nel limbo di un cortocircuito burocratico causato dal coronavirus: «Una grande fondazione giapponese che elargisce borse di studio», racconta, «ha deciso di chiudere i rubinetti quando ha visto che la situazione in Italia stava sfuggendo di mano per costringere gli studenti a rientrare». C’è però un problema che non è stato considerato, ovvero che in Giappone gli unici in quarantena sono i cittadini che vengono dall’estero: «Chi, come me, vive con i nonni li metterebbe a rischio. Dovrebbe passare i 14 giorni di isolamento in un albergo, che però sono costosissimi. E i capsule hotel che sono più economici non vanno bene perché hanno i bagni in comune. Non ci è concesso l’uso dei mezzi pubblici, i soli spostamenti andrebbero fatti con auto a noleggio, ma lo Stato non passa niente, è tutto a carico nostro. Per questo abbiamo fatto una raccolta firme e la fondazione sembra avere deciso che continuerà a pagare la borsa di studio». Insomma, i soli problemi, per ora, sono quelli di una burocrazia cieca e ottusa. Forse anche quella ulteriore prova che in Giappone tutto è come al solito.

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L’Odissea degli italiani in Australia: «Abbandonati dalla Farnesina»

I piani di rimpatrio del Ministero degli Esteri non includono ancora i connazionali bloccati a 14 mila chilometri da casa. I costi dei voli privati sono proibitivi. Ambasciata e consolati nel mirino: «Ci dicono di contattare le agenzie di viaggi». Le storie.

«La sorpresa ti toglie il fiato quando dall’ambasciata ti dicono che non esiste nessuna lista e non ci sarà nessun aereo che ti verrà a prendere»: Costanza ha 27 anni e come tanti connazionali vorrebbe tornare in Italia. Ma è bloccata a 14 mila chilometri da casa, nel mezzo di un’emergenza sanitaria ormai diffusa a livello mondiale. 

NESSUN PIANO DI RIMPATRIO PREVISTO

Al contrario di quanto sta accadendo in molti altri Paesi del mondo, per gli italiani in Australia non è stato previsto nessun piano di rimpatrio, né sono stati finora predisposti voli ad hoc per chi intende fare ritorno. L’ambasciata di Canberra e i consolati delle varie città australiane, tempestati di richieste, stanno consigliando ai connazionali di prenotare un volo con una compagnia privata, un’operazione non facile di questi tempi. Singapore Airlines, Fly Emirates ed Etihad Airways hanno già da qualche settimana sospeso i propri voli per l’Italia e le opzioni a disposizione sono poche e molto costose.

L’AMBASCIATA SUGGERISCE DI PRENOTARE CON QATAR AIRWAYS

L’ambasciata italiana in Australia garantisce sul proprio sito di essere al lavoro per aumentare i voli, suggerendo nel frattempo di prenotare con Qatar Airways, che per i passeggeri diretti di ritorno a casa offre fino al 15 aprile uno sconto del 10%. I prezzi di partenza appaiono però comunque proibitivi: i primi voli da Canberra e Melbourne per Roma costano oltre 10.500 dollari australiani (circa 5.800 euro), mentre per un posto in classe Economy bisogna aspettare il prossimo lunedì e sborsare quasi 3 mila dollari, 1.500 euro al cambio attuale. 

IL RISCHIO DI RESTARE BLOCCATI IN UNO SCALO

Il costo elevato non è l’unico problema. «Spesso in questi giorni i voli vengono cancellati poco prima della partenza. E la compagnia aerea non offre un rimborso, ma soltanto un voucher», spiega Costanza.

Costanza con il fidanzato.

C’è però un rischio ancora peggiore della cancellazione, quello di rimanere a terra in uno degli aeroporti di scalo: «Diverse persone che conosco sono bloccate a Doha, ovviamente senza un’assicurazione sanitaria valida in Qatar».

«NON POSSIAMO ANDARE AVANTI COSÌ»

L’Australia, che ospita sul proprio territorio due milioni e mezzo di stranieri con visto temporaneo, è da anni meta di molti giovani italiani. Alcuni di loro, come Costanza e il suo fidanzato, sono “backpackers”: soggiornano nel Paese con un Whv (Working Holiday Visa) della durata di un anno e si spostano di frequente di città in città, mantenendosi con lavori saltuari che da queste parti garantiscono comunque un buon reddito. Una situazione ideale per chi vuole esplorare l’isola, resa insostenibile dalla diffusione del Covid19, che anche in Australia ha portato alla chiusura di tutte le attività non essenziali:  «La nostra vita è dentro uno zaino, tutto quello che guadagniamo lo spendiamo per viaggiare. Non abbiamo una casa dove rinchiuderci, viviamo in ostelli, che al momento cerchiamo di evitare. Abbiamo una macchina e una tenda, con il gas per cucinare ma neanche un frigo o un bagno. Stiamo evitando in tutti i modi i contatti con altre persone, ma non si può andare avanti così».

L’IPOTESI DI UN “VISTO PONTE”

Alcuni degli italiani presenti sul territorio australiano hanno anche il problema di un visto in scadenza a breve termine. Il Dipartimento degli Affari Interni spiega che, data la situazione eccezionale, potrebbe essere concesso loro un “visto ponte” fino alla fine dell’emergenza.

La soluzione del consolato è dirci di contattare un’agenzia di viaggi

Secondo la stampa australiana il governo starebbe anche pensando a un supporto economico per tutti gli immigrati senza lavoro a causa della pandemia. Ma è difficile attendere nell’incertezza: «Non possiamo continuare a vivere in macchina, senza servizi igienici, mangiando solo cibo in scatola mentre aspettiamo che finisca l’emergenza. So come stanno le cose ora in Italia e non ci andrei, se non fosse l’unica scelta che ho. Ma ci sentiamo abbandonati dalla Farnesina». Contattato da L43, il Ministero degli Esteri non ha rilasciato dichiarazioni.

«CI DICONO DI CONTATTARE AGENZIE DI VIAGGI»

Anche Fiona, genovese di 23 anni, ha bisogno di tornare a casa dal Queensland, nell’Australia occidentale: «Lavoravo in un ristorante e da ormai una settimana ho perso il mio posto. Potrebbero tenere tutto chiuso per mesi e non posso permettermi di restare senza uno stipendio, dovendo pagare un affitto in un Paese dal costo della vita molto alto». Dal consolato di Brisbane, dice, non è arrivato nessun aiuto: «Giorni fa ci hanno consigliato di aspettare perché stavano organizzando dei voli speciali con la Farnesina. Oggi invece affermano che non sono previsti voli di rientro, suggerendo di acquistare un biglietto aereo per i fatti nostri». «Alla fine per la disperazione ho prenotato un volo per Londra, l’unico che non aveva prezzi folli», racconta Daniele, milanese di 30 anni a Perth per lavoro. «Spero mi facciano salire sull’aereo e poi conto di tornare in qualche modo in Italia». Anche lui è molto critico con l’assistenza fornita dal consolato italiano in questo periodo di grande caos: «Mi hanno proposto come soluzione di contattare un’agenzia viaggi…».

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Quanto perderà il Giappone con il rinvio di Tokyo 2020

Lo slittamento dei Giochi al 2021 comporterà un danno di 6 miliardi di euro. La cancellazione avrebbe bruciato 66 miliardi. Mentre si teme una bolla per i super-investimenti nell'edilizia. E c'è il rischio di fallimenti a catena. L'analisi.

Alla fine il Giappone ha dovuto arrendersi all’evidenza dei fatti. Un’umiliazione, per il popolo che discende dal lignaggio dei samurai. Tokyo fino all’ultimo ha difeso le sue Olimpiadi, ventilando al più la concessione di posticiparle subito dopo l’estate, ma le defezioni delle delegazioni canadesi e australiane (cui presto si sarebbe aggiunta quella statunitense) avevano messo sul chi vive il Comitato olimpico internazionale e lo stesso governo nipponico. Il rischio di farle a porte chiuse, senza pubblico, senza la maggior parte degli sportivi e senza ritorni economici stava diventando troppo alto.

CAMBIA L’ANNO, MA IL NOME RESTA TOKYO 2020

E così, come spesso accade quando gli interessi in gioco sono tanti e multimilionari, si è optato per un compromesso davvero bizzarro. I Giochi si faranno nel 2021, sempre in Giappone, che tiene in ostaggio la fiamma olimpica. Ma si chiameranno lo stesso Tokyo 2020, perché la spesa per «rebrandizzare» tutto lo sterminato merchandise (dai portachiavi ai videogiochi ufficiali, passando per t-shirt e cappellini) sarebbe stata enorme.

COSÌ SI PERDONO 6 MILIARDI CONTRO I 66 DELLA CANCELLAZIONE

Si concretizza in ogni caso la più grande paura del governo nipponico, ovvero incappare in un danno economico senza precedenti, per di più con un Paese già in recessione tecnica. Già da tempo il primo ministro Shinzo Abe aveva sulla scrivania lo studio realizzato dalla società finanziaria Smbc Nikko Securities Inc. secondo cui la cancellazione dell’evento avrebbe comportato un danno di 65,9 miliardi di euro (7.900 miliardi di yen). Una cifra che diventa più contenuta in caso di slittamento: 6 miliardi di euro. Un altro studio, elaborato dall’economista Katsuhiro Miyamoto dell’Università del Kansai stimava invece la perdita circa 40 miliardi di euro in caso di cancellazione dei Giochi, 5,5 miliardi in caso di posticipazione. 

POSSIBILE UNA FLESSIONE DEL PIL DELL’1,7%

Per il gruppo finanziario Nomura, che peraltro è partner ufficiale dell’evento, questo inciampo porterà una compressione possibile del Pil nipponico che va dal mezzo punto a 1,7 punti (ovvero circa 70 miliardi, nella peggiore delle ipotesi). E a questo bisognerà aggiungere i danni del coronavirus. Perché non sembra affatto vero che il Giappone stia riuscendo a contenere l’epidemia e Tokyo viene indicata in un report del Ministero della Salute nipponico come possibile focolaio dell’infezione, con 530 nuovi contagi entro l’8 aprile. Lunedì 23 marzo, quando il bollettino medico ha riportato 154 infetti e 8 morti, il governatore di Tokyo, Yuriko Koike, ha per la prima volta ammesso la possibilità di mettere in quarantena l’intera città in cui si sarebbero dovuti svolgere i Giochi. Non facile, per una megalopoli di circa 10 milioni di abitanti, ma potrebbe essere indispensabile, considerata l’età media della popolazione (è il solo Paese al mondo con una età media superiore alla nostra).

TOKYO SI ERA RIFATTA IL LOOK

E poi ci sono i soldi già investiti. In Giappone al solito le cose sono state fatte in grande, anche perché quelle di Tokyo 2020 sarebbero dovute essere le Olimpiadi più tecnologiche mai viste, con tanto di show di robottoni a corredo e un grande sfoggio di tecnologia basata sull’intelligenza artificiale. Oltre agli impianti sportivi, tra i più grandi e innovativi al mondo (dal maestoso National Stadium edificato in centro a Tokyo sulle ceneri di quello che ospitò i Giochi del 1964, a Shinjuku al Tokyo Aquatics Centre costruito nel TatsuminoMori Seaside Park) sono stati costruiti una quarantina di strutture cui si devono aggiungere le 5.500 abitazioni del villaggio olimpico. La foga nipponica di dare un nuovo volto alla capitale ha travolto anche le tradizioni, se si pensa che lo Tsukiji shijō, l’enorme mercato ittico di Tsukiji, capace di contenere fino a 70 mila persone tra mercanti, addetti e clienti, è stato frettolosamente trasferito altrove perché lì sarebbe dovuto sorgere il press center. Per il momento continuerà a essere impiegato come parcheggio, pare.

INVESTIMENTI NELL’EDILIZIA TRA I 20 E I 40 MILIARDI

Per alcuni si tratta della più grande speculazione edilizia dagli anni ’90, quella che peraltro provocò una spaventosa bolla immobiliare e la famosa crisi economica da cui il Giappone non è più riuscito a uscire. Il costo? Il governo, al momento, preferisce non diramare dati ufficiali. Secondo la statunitense Citigroup Global superano ormai i 20 miliardi e non si tratterebbe nemmeno della cifra finale che, a detta dei più, finirà col raddoppiare. Già a dicembre il tema delle spese aveva acceso il dibattito politico, dato che il governo aveva avuto mandato di spendere l’equivalente di poco più di 8 miliardi di euro. Per i detrattori, troppi costi sono stati fatti passare come collegati alle Olimpiadi ma in realtà non riguarderebbero affatto i Giochi. In quell’occasione l’esecutivo di Abe aveva replicato che 3 miliardi erano coperti dagli sponsor, un miliardo dal Cio mentre la vendita dei biglietti procedeva al di là di ogni più rosea aspettativa, tanto che la Bank of Japan stimava un guadagno di 70 miliardi per il comparto turistico, di cui la metà dovuta proprio alle Olimpiadi. Quindi un incasso netto di 35 miliardi rispetto agli introiti del 2019.

IL RISCHIO DEI FALLIMENTI A CATENA

Infine c’è il tema dei possibili fallimenti. Qui non si hanno né cifre né stime. Si sa solo che del miliardo che ci ha messo il Cio, 900 mila euro erano coperti da assicurazione. Ma difficilmente tutti i partner dei Giochi hanno stipulato analoghi contratti. Le stesse assicurazioni, inoltre, potrebbero eccepire che l’emergenza pandemica globale è un evento così raro che non rientra tra le ipotesi coperte. Insomma, si prospettano battaglie giudiziarie a non finire, fallimenti anche a cascata di compagnie piccole e medie, un potenziale effetto domino che potrebbe travolgere più settori del tessuto economico nipponico, dalla compagnia quotata all’azienda famigliare. I più esposti sarebbero i comparti edili e il ramo turistico che aveva già venduto centinaia di migliaia di pacchetti. E poi c’è un tema che rischia di intasare i tribunali per gli anni a venire: la ben nota operosità nipponica aveva già fatto sì che il Villaggio Olimpico edificato lungo la baia di Tokyo e capace di contenere oltre 15 mila persone tra atleti e staff sia già stato venduto ad acquirenti privati con contratti di locazione che partiranno a fine estate. Impossibile, insomma, prevedere le perdite totali ma adesso il Giappone si prepara a un’altra tempesta, quella sanitaria che sembra ormai arrivata anche nell’arcipelago.

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In Cina crolla un hotel usato come quarantena per coronavirus

Settanta persone sono rimaste intrappolate sotto le macerie. Immediati i soccorsi.

Un hotel utilizzato come luogo di quarantena per i convalescenti da coronavirus è crollato nella serata del 7 marzo a Quanzhou, città della provincia cinese sudorientale del Fujian. Secondo quanto riferito dalla municipalità, sono circa 70 le persone rimaste intrappolate tra le macerie, con i soccorsi che sono riusciti finora a portarne in salvo 28, hanno riportato i media cinesi. Non sono chiare al momento le cause dell’incidente.

AVEVA 80 CAMERE

L’hotel era stato di recente convertito per far osservare il periodo di quarantena supplementare disposto per i pazienti guariti dal coronavirus. Lo ha riportato il Quotidiano del Popolo, secondo cui l’hotel Xinjia, questo il nome dell’albergo, aveva un totale di 80 camere.

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Cosa rischia il Giappone se il coronavirus fa saltare le Olimpiadi

La cancellazione di Tokyo 2020 costerebbe allo Stato 30 miliardi di dollari e 150 mila posti di lavoro. Il Paese è sull'orlo della recessione e il premier Abe puntava sui Giochi per risollevare la nazione. E far dimenticare Fukushima.

Trenta miliardi di dollari. È la somma che il coronavirus Covid19 potrebbe far evaporare in un colpo solo se il rischio contagio costringesse il Giappone a rimandare le Olimpiadi 2020. E poi ci sono danni di altra natura, gli stessi che sta patendo in queste ore l’Italia, con fiere rinviate, ordini annullati e turismo in ginocchio, amplificati, però, dalla possibile cancellazione dell’evento sportivo per eccellenza. Il governo nipponico ne è consapevole ed è pure parecchio spaventato. Tanto da avere compiuto negli ultimi giorni diverse scelte estreme, prima su tutte la decisione di non fare sbarcare i passeggeri della nave da crociera Diamond Princess alla notizia dei primi contagi, rendendola un gigantesco lazzaretto galleggiante nella baia di Yokohama

Nei piani, i Giochi Olimpici sarebbero dovuti servire al Giappone anche per scrollarsi di dosso la nube radioattiva da fallout atomico che agli occhi del mondo il Paese ha addosso dai tristi giorni di Fukushima. Non solo. Con il coronavirus il Paese del Sol Levante rischia molto di più: si è infatti riaffacciato lo spettro della recessione e l’esecutivo stesso scricchiola. Il detto latino panem et circenses vale ancora oggi, ai quattro angoli del globo: le Olimpiadi si devono fare, sostiene il governo. 

UN “GIOCO” DA 30 MILIARDI DI DOLLARI

Secondo la commissione giapponese che aveva sottoposto la candidatura di Tokyo al Comitato Olimpico Internazionale (Cio), i Giochi della XXXII Olimpiade porteranno nelle casse dello Stato almeno 2.960 miliardi di yen (circa 30 miliardi di dollari) con la creazione di 150 mila posti di lavoro.

Un tesoro di tutto rispetto che, nei mesi precedenti l’aggiudicazione, aveva spinto la classe dirigente nipponica, solitamente felpata ed educatissima, a sfoderare gli artigli e a giocare tutte le proprie carte, fino allo sfiorato incidente diplomatico con la Turchia, l’altra grande rivale (l’allora governatore di Tokyo, Inose Naoki, in riferimento alla candidatura di Ankara, disse che non potevano esserci garanzie di stabilità dai Paesi islamici, «continuamente in lotta tra loro»).

LA SCOMMESSA DI UN INTERO SISTEMA ECONOMICO

Ma non sono solo i politici a credere nelle possibilità offerte dai Giochi. Tornando indietro al settembre 2013, quando Tokyo ottenne le Olimpiadi, in poche ore l’indice Nikkei registrò un balzo del 2,5%, la compagnia di costruzioni Taisei volò oltre il 14%, l’indice Okasan, che racchiude le azioni delle ditte dei trasporti, del turismo e dei servizi, in quell’anno raddoppiò il suo valore. La notte in cui Tokyo festeggiò la notizia, il primo ministro dell’epoca, Shinzo Abe, si rivolse al mondo intero pronunciando eccezionalmente parole in inglese: «Tokyo 2020 è la scelta migliore perché Tokyo è e sarà tra le città più sicure al mondo». I dati sulla criminalità, praticamente inesistente, lo confermano ancora oggi. Ma come la mettiamo con l’emergenza coronavirus?

POSTICIPATE LE PARTITE DI CALCIO E CANCELLATA LA MARATONA

Sette anni dopo, Abe è ancora primo ministro. E certo non avrebbe mai immaginato che le Olimpiadi per le quali il Paese si prepara da tempo e su cui ha già investito miliardi di yen sarebbero state messe a rischio da un virus. Invece potrebbe essere così, perché l’epidemia è ormai una realtà. La decisione di chiudere i porti alla Diamond Princess ha condannato al contagio i suoi occupanti, raffreddato i rapporti diplomatici con decine di cancellerie e fatto scricchiolare il governo e il Jiminto, il partito liberal-democratico (in realtà, presenta contemporaneamente idee che definiremmo populistiche e ultra conservatrici e principi liberali) di cui Abe è presidente, entrambi mai così assediati dalle opposizioni. Il mancato sbarco non ha fermato, però, il coronavirus, che già circola nell’arcipelago nipponico (si registrano casi nelle prefetture di Hokkaido, Nagoya, Kumamoto, Sapporo e Nagano) e ha costretto prima alla cancellazione della maratona di Tokyo prevista per il primo marzo, poi al posticipo di due settimane di tutte le partite di Japan League.

TEMPO FINO A FINE MAGGIO PER DECIDERE

La data di apertura dei Giochi, fissata per il prossimo 24 luglio, non sembra poi così lontana. E infatti dal Cio hanno fatto sapere, indirettamente (si è espresso Dick Pound, che è il commissario anziano del collegio) ma con un tono che sembra perentorio, che «si può rimandare la decisione di due mesi», quindi a fine maggio, sottolineando come Tokyo debba garantire la sicurezza «di hotel, trasporti e alimenti», perché a breve riceverà le delegazioni della stampa e dello sport da tutto il mondo.

LA LOCOMOTIVA NIPPONICA TOSSISCE

Una pessima notizia per l’esecutivo, chiamato a dimostrare davvero che, come disse Abe sette anni fa, «Tokyo sarà tra le città più sicure del mondo» e che arriva proprio nel momento peggiore, cioè quando la locomotiva nipponica ha iniziato a dare segnali di rallentamento.

Il Giappone rischia la recessione tecnica

Finora era stata spinta dalle robuste iniezioni di Abenomics (il nomignolo dato dalla stampa, crasi tra Abe ed economics, alle riforme dell’esecutivo), ovvero una politica economica espansiva che ha visto la Banca Centrale nipponica stampare moneta a tutto spiano (e per questo è intesa dai sovranisti di casa nostra come un modello cui tendere) infischiandosene del debito pubblico, che è ancora più spaventoso di quello italiano. Ma alla fine, lo scorso ottobre, dopo averla rinviata per quattro anni di seguito, il governo giapponese è stato costretto ad aumentare l’Iva dall’8 al 10% per finanziare la spesa per le pensioni, destinata a diventare una voragine, vista l’età media della popolazione. E dato che il Giappone è tra le nazioni in cui il costo della vita è già altissimo, quei due punti sono bastati a fare crollare la domanda interna (-3%). In un solo trimestre (l’ultimo del 2019), il Pil nipponico è andato sotto di 6,3 punti percentuali su base annualizzata, il risultato peggiore dal 2014, esponendo il Paese del Sol Levante al rischio di recessione tecnica

LA NUOVA ERA REIWA INIZIA NEL PEGGIORE DEI MODI

In più, su tutto ciò aleggia ancora lo spettro del fallout atomico per l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima dell’11 marzo 2011. Il mondo non lo ha certo scordato: da allora il turismo nell’arcipelago è crollato in modo preoccupante e i Giochi Olimpici avrebbero dovuto contribuire a dare nuovo lustro al Paese. Se poi verrà attuato per davvero il piano della sottocommissione di esperti istituita dal ministero dell’Economia e dell’Industria che prevede di sversare in mare tutto il liquido contaminato (è l’opzione più semplice e ovviamente più economica), Tokyo dovrà vedersela con gli ambientalisti di tutto il globo. Le Olimpiadi sarebbero servite come comodo diversivo. Insomma, la nuova era Reiwa, iniziata lo scorso primo maggio con la salita al trono imperiale di Naruhito (dopo la morte passerà alla storia appunto come “Imperatore Reiwa”, così come suo padre Akihito diventerà “Imperatore Heisei” e suo nonno Hirohito è già ricordato come “Imperatore Showa”) non è certo iniziata nel migliore dei modi. Ma Reiwa dovrebbe esprimere, come disse Abe, la felicità che si prova contemplando i fiori di susino che sbocciano vincendo i rigori dell’inverno e annunciano l’arrivo di un rinnovato periodo di ricchezza e prosperità: la brutta stagione, appunto, è destinata a passare, così come le influenze.

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Crollano i casi di coronavirus ma ci sono i primi morti sulla Diamond Princess

Correzione parziale dei parametri in Cina. Due decessi sulla nave da crociera bloccata in Giappone. E il comandante italiano resta a bordo. Gli aggiornamenti.

Il balletto dei numeri questa volta ha segnato un netto rallentamento del coronavirus. Sarà fedele al reale andamento dell’epidemia? Per ora quello che si sa è che la Commissione sanitaria nazionale (Nhc) cinese ha reso noto che il 19 febbraio 2020 sono stati rilevati 114 decessi e 394 contagi aggiuntivi, facendo salire il totale rispettivamente a 2.118 e 74.576. I nuovi casi sono in drastico calo dai 1.749 di martedì, fino ai minimi da un mese circa.

RIMOSSI DAL CONTEGGIO I CLINICAMENTE DIAGNOSTICATI

La provincia dell’Hubei ha segnalato 349 infetti dopo la rimozione di 279 casi risultati negativi ai test dell’acido nucleico. La Cina ha cambiato in parte i parametri di prevenzione e controllo (protocollo “No. 6 trial”), consentendo all’Hubei di rimuovere dunque i «clinicamente diagnosticati».

PRIME DUE PERSONE DECEDUTE SULLA NAVE DA CROCIERA

Le buone notizie però si fermano qui. Due persone contagiate a bordo della Diamond Princess, la nave da crociera attraccata a Yokohama, in Giappone, sono infatti decedute: lo ha rifetito la tivù pubblica nipponica Nhk.

IL COMANDANTE ITALIANO, IN BUONA SALUTE, RESTA A BORDO

Una nota diffusa dall’armatore dell’imbarcazione ferma nel porto ha spiegato che «il comandante Gennaro Arma (uno degli italiani, ndr) rimane a bordo, al comando della nave, coordinandosi con i funzionari della sanità pubblica per la sicurezza, la salute e il benessere dei passeggeri e dell’equipaggio. Il comandante è in buona salute e sta guidando il suo team in questa situazione straordinaria».

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