Bimba azzannata dal coccodrillo e trascinata in acqua: il fratello 15enne le salva la vita


Haina Lisa Jose Habi stava camminando su un ponte di bambù a Palawan, nel sud delle Filippine, quando è stata attaccata da un coccodrillo di oltre 4 metri. La bestia ha cercato di trascinarla in acqua, ma in suo soccorso è arrivato il fratello maggiore che ha lanciato pietre all'animale, riuscendo a strappare la sorellina dalle sue fauci.
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Nuove proteste a Hong Kong, migliaia di manifestanti in piazza

Torna la tensione dopo gli scontri dell'11 novembre. La polizia usa i lacrimogeni. Gli Usa: «Condanniamo le violenze».

Le proteste a Hong Kong continuano anche all’indomani dei violenti scontri tra manifestanti e polizia, con una nuova chiamata allo sciopero generale: migliaia di persone si sono ritrovate nelle strade di Central sfruttando la pausa pranzo, bloccando l’area tra Des Voeux Road Central e Pedder Street, a replicare una mossa già vista l’11 novembre. I servizi di trasporto sono tornati sotto pressione, funzionando male e a singhiozzo, mentre piccoli gruppi di giovani attivisti con mascherina sono tornati ad affacciarsi per le strade.

IL FINANCIAL DISTRICT A FIANCO DEI MANIFESTANTI

Nel pomeriggio, la polizia ha usato i lacrimogeni in Central al fine di disperdere i manifestanti pro-democrazia ai quali si erano anche uniti per solidarietà molti dei dipendenti degli uffici del financial district. Il raduno si è concentrato a Pedder Street dove sono stati intonati slogan come «Liberate Hong Kong», «Sciogliete la polizia di Hong Kong, subito!» e il tradizionale «Cinque richieste, non una in meno!». I manifestanti hanno tenuto cortei spontanei come quello di Kwun Tong su Wai Yip Street.

GLI STATI UNITI: «GRANDE PREOCCUPAZIONE, BASTA VIOLENZE»

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso «forte preoccupazione» sulla violenza crescente di Hong Kong e chiesto maggiore misura sia alle forze di sicurezza sia ai manifestanti. «Gli Usa seguono la situazione con forte preoccupazione», ha commentato in una nota la portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, invitando le parti al dialogo. «Condanniamo la violenza di ogni parte, esprimiamo vicinanza alle vittime a prescindere dalle loro inclinazioni politiche e invitiamo tutte le parti – polizia e manifestanti – all’esercizio di maggiore moderazione».

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Hong Kong, è guerriglia: la polizia spara a bruciapelo su un manifestante di 21 anni, è grave


Sale la tensione a Hong Kong dove oggi è in programma lo sciopero generale, mentre la polizia cerca di sedare come può le proteste. Un agente ha sparato a bruciapelo contro un manifestante di 21 anni, che ora versa in condizioni critiche dopo aver subito un intervento a fegato e reni. A testimonianza di ciò, sta circolando in rete un video che ha immortalato la scena e che sta facendo il giro del web.
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La cronaca delle proteste di Hong Kong del 2 novembre 2019

22esimo weekend di proteste contro la Cina. Attacco vandalico contro la sede dell'agenzia di stampa cinese Xinhua. Lacrimogeni sui manifestanti al Victoria Park.

Ancora un weekend di proteste a Hong Kong dove il 2 novembre migliaia di manifestanti col volto coperto hanno sfidato il divieto della polizia scendendo per le strade del centro per chiedere più autonomia da Pechino. Nel corso del corteo ci sono stati tensioni e disordini. La polizia ha lanciato lacrimogeni all’interno del Victoria Park, dove sono in programma vari eventi dei candidati pro-democrazia in vista delle elezioni distrettuali del 24 novembre, in risposta ai tentativi dei manifestanti di costruire barricate vicino a un’uscita su Causeway Road dopo aver divelto dei pali da un vicino campo di football. La mossa della polizia, riferisce il network Rthk, ha spinto molti manifestanti ad abbandonare il parco.

A VICTORIA PARK 128 CANDIDATI PRO DEMOCRAZIA

Quello di Victoria Park è stato il primo confronto tra i manifestanti e la polizia nel 22esimo weekend di fila di proteste pro-democrazia. Le forze dell’ordine avevano autorizzato due iniziative, una a Edinburgh Place e l’altra a Chater Garden, convocate dai promotori per sostenere l’Hong Kong human rights and democracy act all’esame del Congresso Usa e per preparare le tradizionali gru di carta. Nessuna manifestazione era invece stata autorizzata a Victoria Park, dove circa 128 candidati pro-democrazia in corsa alle elezioni locali distrettuali del 24 novembre avevano ventilato l’ipotesi di avere appuntamenti separati a partire dalle 15 (8 in Italia). Una mossa per aggirare le sanzioni delle manifestazioni non autorizzate, non essendo i cosiddetti ‘meeting elettorali’ soggetti alla regolamentazione della Public order ordinance, a patto che non superino i 50 partecipanti per volta.

VANDALISMO CONTRO LA XINHUA

Gli scontri tra attivisti e polizia si stanno moltiplicando sull’isola, soprattutto a Causeway Bay, l’area dello shopping dove si sono riversate migliaia di persone mascherate, tra molotov, lacrimogeni, cannoni ad acqua, spray al peperoncino e barricate. Atti di vandalismo si sono verificati contro attività commerciali riconducibili alla Cina. Per la prima volta è stato attaccato l’ufficio della Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale di Pechino dove sono state danneggiate porte e finestre. I manifestanti hanno scritto vari graffiti sui muri, distrutto vetri e porte dell’ufficio della Xinhua: le immagini diffuse dai media locali hanno mostrato un principio di incendio nella lobby dell’agenzia di stampa cinese che si trova nel distretto di Wan Chai, anche se non è chiaro se vi fosse qualcuno nei locali.

PRESE DI MIRA BANCHE CINESI

Nelle ultime settimane, le frange più irriducibili dei dimostranti hanno preso di mira banche e attività collegate alla Cina a rimarcare la rabbia verso Pechino, accusata di aver violato gli impegni sulla libertà garantita dall’accordo sul passaggio di Hong Kong da Londra alla sovranità cinese nel 1997. La polizia, secondo i media locali, ha proceduto a diversi arresti nel corso della giornata, in diverse parti della città. Le proteste sono maturate malgrado il fermo monito di venerdì della Cina secondo cui non sarebbe stata tollerata alcuna sfida al sistema di governo di Hong Kong, in base alle decisioni del quarto plenum del 19esimo Comitato centrale del Pcc, che ha dato anche il via libera alla ‘educazione patriottica’ nelle scuole della città.

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L’emergenza inquinamento sta soffocando Delhi

Emergenza smog nella capitale indiana. Cantieri e scuole chiuse, blocchi del traffico e maschere distribuite alle famiglie con bambini e anziani.

Delhi è avvolta dallo smog. L’emergenza per la salute pubblica nella capitale è stata dichiarata la mattina dell’1 gennaio dal Comitato di esperti nominati dalla Corte Suprema indiana, dopo che l’inquinamento ha raggiunto un livello «molto preoccupante»: alle 13 ora locale l’AQI, l’indice medio di qualità dell’aria, che misura i veleni, era pari a 480, ma in alcune aree si è superato il livello 500. Da quota 200 in su, l’aria è giudicata «cattiva» e pericolosa per chi la respira. L’Epca, l’organismo per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento ha fermato tutti i lavori di costruzione e i cantieri fino al 5 di novembre. Blocco anche per le attività svolte nella cintura industriale di Delhi che utilizzano petrolio o carbone e non si sono convertite al gas naturale o ai biocarburanti, imposti da recenti provvedimenti a tutte le nuove attività.

DISTRIBUITE 5 MILIONI DI MASCHERE ANTISMOG

La mattina del primo giorno di novembre, Delhi si è svegliata ricoperta, per il secondo giorno consecutivo, da un manto di smog che limita la visibilità e che, secondo le previsioni, non si allontanerà per le prossime 48 ore. L’amministrazione ha avviato la distribuzione porta a porta di 5 milioni di maschere antismog per tutte le famiglie in cui ci siano bambini e anziani. Il governatore Arvind Kejriwal ha deciso di tenere chiuse tutte le scuole della città fino al 5 novembre. Sul fronte del traffico, dal 2 novembre scatta il provvedimento già annunciato da tempo delle targhe alterne, che resterà attivo fino al 12: le sole eccezioni riguardano le moto e le auto guidate da donne che accompagnino a scuola i figli, purché i bambini indossino le divise delle scuole. Bhure Lal, presidente dell’Epca, ha dichiarato che migliaia di poliziotti e agenti sono in strada con l’incarico di sorvegliare che i provvedimenti vengano rispettati: «Sanzioni molto pesanti colpiranno gli inquinatori», ha detto. Secondo l’agenzia di stampa Ians, il governatore ha dichiarato che «Delhi è diventata una camera a gas».

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Sparisce nel nulla dopo la festa in spiaggia, Amelia trovata morta in mare a 21 anni


Per la 21enne turista britannica Amelia Bambridge quella in Cambogia doveva essere la sua prima vacanza da sola all'estero ma si è conclusa tragicamente. Dopo aver partecipato a una festa in spiaggia la notte prima di ripartire, è scomparsa nel nulla: trovata cadavere in arcua a circa 100 miglia di distanza da dove era stata vista l'ultima volta.
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Terremoto Filippine, nuova forte scossa di magnitudo 6.5 scuote l’isola di Mindanao


Nuova forte scossa di terremoto di magnitudo 6.5 sull'isola delle Filippine di Mindanao. Il terremoto, che arriva dopo quello di due giorni fa che ha provocato anche delle vittime, è stato registrato dal servizio geologico statunitense Usgs alle 9.11 locali (le 2.11 in Italia). Non sono al momento disponibili informazioni su eventuali danni a persone o cose.
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Come risolve il problema rifiuti la Cina? In mare 200 milioni di metri cubi in un anno


Nel solo 2018 la Cina ha sversato nelle sue acque costiere ben 200,7 milioni di metri cubi di spazzatura con un aumento di ben il 27% rispetto all'anno precedente: il livello più alto da almeno un decennio. Ad ammetterlo è un report stilato dallo stesso ministero dell'Ecologia e dell'Ambiente di Pechino nel quale si ammette che nel Paese asiatico ci sono ancora enormi problemi legati allo smaltimento dei rifiuti.
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Terremoto nelle Filippine, scossa di magnitudo 6.5 scuote l’Isola: 2 morti e numerosi danni


Una scossa di magnitudo 6.5 è stata registrata sull'isola di Mindanao, a Sud di Manila, nelle Filippine quando in Italia erano le 2 di questa notte. Tanti i danni strutturali agli edifici e due i morti: si tratta di uno studente di 15 anni e di un uomo di 66 anni, dopo che ha riportato ferite alla testa. Crollata una scuola ed evacuati gli studenti.
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India, è morto il bimbo di 2 anni precipitato in un pozzo abbandonato dopo 82 ore di ricerche


È morto Sujith Wilson, il bimbo di due anni precipitato in un pozzo abbandonato a Tamil Nadu in India. Il suo cadavere è stato recuperato al termine del quarto giorno di operazioni di salvataggio, che hanno coinvolto oltre 500 persone. L'intervento è stato rallentato a causa del maltempo e della conformazione del terreno. Nonostante le speranze dei soccorritori, per il piccolo non c'è stato nulla da fare.
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Hong Kong, ritirata la legge sulle estradizioni in Cina

Secondo il Financial Times Pechino prepara il cambio di governo entro marzo. Ma il ministero degli esteri bolla l'ipotesi come «rumor politici».

Eppur si muove. Dopo mesi di proteste pro democrazia, il governo di Hong Kong ha in via formale ritirato il 23 ottobre la contestata e controversa proposta di legge sulle estradizioni in Cina, causa delle proteste partite a giugno e trasformatesi poi in manifestazioni anti-governative e pro-democrazia per la richiesta di riforme, tra cui il suffragio universale, ma di natura sempre più violenta. Anticipato lo scorso mese, il ritiro, a 6 mesi dalla prima lettura da parte del parlamento e a 8 mesi dall’annuncio del progetto, è avvenuto a pochi giorni dalla ripresa dei lavori dell’assemblea.

FT: «PECHINO PIANIFICA DI SOSTITUIRE LAM ENTRO MARZO»

Nel frattempo, secondo il quotidiano Financial Times la Cina sta mettendo a punto un piano per sostituire a marzo 2020 la governatrice Carrie Lam con una nomina ad interim. Il quotidiano della City indica la svolta allo studio dopo quasi 5 mesi di proteste. La Lam, divenuta ormai un bersaglio delle manifestazioni, ha ricevuto il sostegno di Pechino che ha supportato anche l’azione della polizia, defininendo i dimostranti «rivoltosi». Il piano, secondo fonti anonime sentite da Ft, dipenderebbe dalla situazione nella città e dal ritorno alla calma, in modo da evitare che il cambio possa apparire come una resa alle violenze. La Lam, che ha rifiutato concessioni di fronte alle proteste (tra le cinque richieste ci sono le sue dimissioni, oltre al suffragio universale), ha fatto ricorso alla legislazione d’emergenza usando la legge coloniale del 1922 per vietare le maschere nelle manifestazioni, alimentando un’altra ondata di devastazioni. Se il presidente Xi Jinping dovesse optare per la rimozione, il sostituto della Lam dovrebbe essere moninato entro marzo: tra i candidati, Norman Chan, ex capo della Hong Kong Monetary Authority, ed Henry Tang, che ha servito come segretario alle Finanze e segretario capo per l’amministrazione. L’ipotesi è stata bollata dal ministero degli Esteri cinese, e in particolare dalla portavoce Hua Chunying, come «rumor politici con motivi reconditi».

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Xi Jinping testa 10 mila giornalisti sulla dottrina comunista

In vista dell'esame i cronisti possono prepararsi sull'app Xuexi Qiangguo. Una forma di indottrinamento in una Cina dove la libertà d'espressione è sempre più ridotta.

I giornalisti della Cina tornano sui banchi di scuola. A pretenderlo è un comunicato emesso dal dipartimento di propaganda del Partito comunista cinese, che ha indetto un test per circa 10 mila tra editori e giornalisti impiegati in 14 media nazionali, con lo scopo di misurare la comprensione del pensiero del leader comunista. Ad affiancarli nell’assorbimento delle nozioni di Xi Jinping c’è anche una app chiamata Xuexi Qiangguo, lanciata a gennaio. La piattaforma, che letteralmente significa «Studiare per rafforzare la nazione», è un archivio che raccoglie articoli, video e documentari sul pensiero politico del presidente. Passare l’esame è condizione sine qua non per ottenere la tessera stampa, il lasciapassare per continuare a lavorare nel mondo dell’informazione.

L’OCCHIO CINESE SEMPRE PIÙ VIGILE SULLE INFORMAZIONI

E anche se qualche giornalista cinese ascoltato dal The Guardian sottolinea che la situazione non è poi così diversa per i paesi occidentali, dove i media «prestano molta attenzione all’ideologia dei loro paesi», non mancano le voci di chi vive la prova come un ulteriore freno alla libertà di stampa. «Dall’alto al basso, prima o poi tutti saremo costretti a dare questo esame, non sfuggirà nessuno. È un modo per limitare il dibattito pubblico», hanno detto alcuni di loro al giornale britannico. La notizia dell’esame imminente arriva in un momento in cui i media cinesi sono sempre più soffocati dai controlli. Soltanto nella primavera del 2019, Wikipedia, Google, Facebook e il New York Times risultavano inaccessibili nella repubblica popolare.

La mappa di Reporters without borders sulla libertà di stampa nel mondo. La Cina è al 177esimo posto su 180 paesi.

TRA GLI ULTIMI PAESI NELLA CLASSIFICA DELLA LIBERTÀ DI STAMPA

Nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters without borders per il 2019, la situazione della Cina appare critica. Sulla mappa, il colore della repubblica è nero pesto. La sua posizione è la 177esima. Peggio di lei, fanno soltanto Eritrea, Corea del nord e Turkmenistan, ultimo della classifica. «Sfruttando le tecnologie, Xi Jinping ha imposto il controllo delle notizie e la sorveglianza online dei suoi cittadini», si scrive nel report. «I giornalisti stranieri che cercano di lavorare in Cina incontrano sempre più ostacoli. Più di 60 giornalisti e blogger sono detenuti in condizioni che ne mettono a repentaglio la vita. Liu Xiaobo, premio Nobel per la pace e Yang Tongyan, un dissidente blogger, sono morti entrambi nel 2017 a causa di tumori non trattati durante la detenzione. In base a una normativa, inoltre, i cittadini possono essere incarcerati per commenti a un articolo».

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Il Giappone non sa cosa fare con l’acqua radioattiva di Fukushima

Nel 2022 finirà lo spazio per stoccare i fluidi che raffreddano il nocciolo della centrale. Pool di esperti a lavoro per una soluzione, ma si pensa di sversare tutto nell'Oceano Pacifico tra le polemiche.

Il ministro giapponese dell’Ambiente Yoshiaki Harada ha detto che per la Tepco l’unica opzione disponibile per smaltire l’acqua radioattiva trattata nella centrale nucleare di Fukushima n.1 è quella di rilasciarla nell’Oceano Pacifico. «Non abbiamo altra opzione che liberarla e diluirla», ha aggiunto Harada in una conferenza stampa precisando di parlare a titolo personale ma che della questione se ne occuperà il governo.

NEL 2022 FINIRÀ LO SPAZIO PER STOCCARE L’ACQUA

La gravità delle parole di Harada risiede anche nel fatto che fra tre anni, nel 2022, non ci sarà più spazio a Fukushima per stoccare l’acqua radioattiva utilizzata per raffreddare i reattori danneggiati dal terremoto e lo tsunami dell’11 marzo 2011, come spiegato dalla Tepco e riferito dal quotidiano francese Le Monde. Ogni giorno vengono usati oltre 200 metri cubi di acqua per raffreddare i reattori danneggiati, ed evitare che fondano e producano nuove fughe di materiale radioattivo. L’acqua però rimane debolmente radioattiva e deve essere stoccata in appositi serbatoi, costruiti sul sito dell’impianto. Oggi ce ne sono un migliaio e il gestore ne vuole costruire degli altri. Secondo Tepco però, date le dimensioni del sito, si può arrivare a stoccare al massimo 1,37 milioni di tonnellate di acqua. Questo limite sarà raggiunto nel 2022.

CINQUE SOLUZIONI PER UNA CRISI

Il governo giapponese ha incaricato un commissione di esperti (fra i quali membri dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Aiea) di studiare le possibili soluzioni. I tecnici hanno indicato cinque opzioni, fra le quali l’iniezione sotterranea e la vaporizzazione, ma hanno aggiunto che la dispersione in mare è l’unica opzione realistica. Gli abitanti della zona, le associazioni ambientaliste e il governo della vicina Corea del Sud si sono opposti a questa ipotesi.

COS’È IL TRIZIO, L’AGENTE CHE INQUINA L’ACQUA DI FUKUSHIMA

L’elemento che rende radioattiva l’acqua utilizzata per raffreddare i reattori danneggiati della centrale di Fukushima è il trizio. Come ha spiegato l’Asia Times, l’acqua di raffreddamento dopo l’uso viene depurata di 62 radionuclidi. L’unico che non viene eliminato nel processo è appunto il trizio. Si tratta di un isotopo dell’idrogeno a bassa radioattività, per questa ragione difficile da rilevare. La sua radiazione non riesce a penetrare la pelle umana, ma può essere dannoso se ingerito o inalato. Viene tuttavia considerato poco pericoloso per l’uomo, perché viene espulso rapidamente attraverso le urine e il sudore. Dimezza la sua carica radioattiva in 12 anni.

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Il calvario dei rifugiati nordcoreani a Seul

Per i pochi che riescono a sfuggire al regime, una vita al Sud rappresenta il sogno per eccellenza. Ma non tutti ce la fanno. Strangolati da una società ipercompetitiva. Il reportage.

da Seul

Le hanno trovate dopo molte settimane. A causa dell’odore. La macabra scoperta l’ha fatta l’amministratore del condominio popolare nella zona Sud Ovest di Seul, spinto dalle lamentele dei vicini che insistevano sulla strano odore che usciva da quel piccolo appartamento; qualcuno doveva essere partito senza svuotare la spazzatura, dicevano. L’acqua era stata tagliata da tempo, per le bollette non pagate, e il frigorifero era vuoto, salvo alcuni peperoncini ormai marciti. Han, 42 anni, e la sua bambina di sei le hanno trovate sdraiate sul letto, abbracciate, nel disperato tentativo di conservare le poche forze che gli erano rimaste e che stavano per abbandonarle per sempre. Morte da tempo. Morte di fame.

L’inchiesta della polizia ha rivelato che Han, che era fuggita dalla povertà della Corea del Nord un decennio prima, aveva fatto il suo ultimo prelievo di 3.858 won (meno di 3 euro) dal suo conto bancario sudcoreano a maggio. E anche se i risultati dell’autopsia non sono ancora stati rivelati, gli investigatori non sono riusciti a trovare nessun elemento che potesse suffragare l’ipotesi di un gesto volontario: Han e la sua bambina, hanno dichiarato, sono morti di fame. Probabilmente senza più nemmeno la forza per porre fine, da sole, alla loro esistenza.

L’ODISSEA DEI RIFUGIATI NORDCOREANI

La scoperta è stata un autentico choc per l’opulenta società sudcoreana, che affolla i locali alla moda del famoso quartiere di Gangnam o della zona universitaria della capitale. Non solo perché la morte, per fame, di una mamma e della sua bambina rappresentano sempre e comunque una tragedia a qualsiasi latitudine e in qualsiasi contesto. Ma soprattutto perché Han era nordcoreana. Una rifugiata nordcoreana. Una di quei pochissimi disperati che riescono finalmente ad arrivare nella “terra promessa”, la Corea del Sud, mettendo a repentaglio la loro stessa vita e attraverso un percorso infernale che li porta ad attraversare la Cina e poi a fare tappa, nel corso della fuga, in Paesi “terzi”, come il Vietnam o la Tailandia, prima di riuscire a ottenere l’ambito “status” di rifugiato politico e venire spediti a Seul. La terribile fine di Han e di sua figlia hanno costretto l’opinione pubblica della Corea del Sud a interrogarsi su come uno dei Paesi più ricchi dell’Asia tratti coloro i quali rischiano tutto per fuggire alle privazioni e alla repressione di Kim Jong-un.

IL PIL PRO CAPITE SUDCOREANO? SUPERIORE A QUELLO DELL’ITALIA

Molti sudcoreani si sono domandati come possa essere stato possibile che chiunque – e tanto più un individuo che è fuggito da uno dei regimi più oppressivi del mondo – si trovi costretto ad affrontare una fine così terribile in un Paese che afferma di essere un porto sicuro per i suoi “fratelli nel Nord” e che vanta un Pil pro capite superiore a quello dell’Italia. Tutti i giornali e le televisioni del Sud hanno dedicato ampi editoriali alla tragedia: «Dove eravamo noi?», si è chiesto polemicamente il quotidiano Yonhap News, finanziato dallo Stato. «Non c’era alcuna possibilità di salvarli?», ha titolato il Readers News, un giornale con sede a Seul. «Ci fa venire le lacrime agli occhi sapere che un disertore nordcoreano sia stato vittima della fame e sia morto in questo modo atroce a Seul», ha dichiarato Moon Seong-ho, portavoce dell’opposizione conservatrice del Liberty Korea Party. Sotto accusa sono le apparenti lacune del modesto sistema di welfare del Paese. Han, che aveva divorziato dal marito cinese-coreano all’inizio di quest’anno, aveva ricevuto dal governo 100 mila won (80 euro) di sussidi mensili, ma non aveva richiesto le altre indennità a cui aveva diritto, secondo i funzionari del welfare locale. Il ministero dell’Unificazione, che gestisce il reinsediamento dei disertori, si è impegnato ad affrontare i “punti deboli” che potrebbero impedire ai rifugiati di ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno.

I circa 32 mila disertori del Sud hanno guadagnato mediamente solo tre quarti della retribuzione media di 2,56 milioni di won (2 mila euro) l’anno scorso

Nonostante ricevano la cittadinanza automaticamente e aiuti come l’alloggio e le necessità di base, molti nordcoreani lottano per sopravvivere in un Sud ipercompetitivo, dove un diploma universitario è considerato un prerequisito anche per trovare un lavoro di piccola entità. I circa 32 mila disertori del Sud hanno guadagnato mediamente solo tre quarti della retribuzione media di 2,56 milioni di won (2 mila euro) l’anno scorso, secondo la Korea Hana Foundation, una consociata del ministero dell’Unificazione. Spesso isolati come outsider o addirittura guardati con sospetto perché possibili spie comuniste, oltre la metà dei disertori ha riferito di aver subito discriminazioni, mentre un rapporto del ministero dell’Unificazione del 2015 ha riscontrato tra di loro un tasso di suicidi tre volte superiore a quello della popolazione generale. «Ero molto imbarazzato per il mio accento nordcoreano quando sono arrivato qui», dice Ken Eom, un ex ufficiale dell’esercito nordcoreano che ha disertato nel 2010. E aggiunge: «La maggior parte dei disertori della Corea del Nord sono in difficoltà in questo momento».

LE CRITICHE AL PRESIDENTE MOON JAE-IN

Alcuni critici hanno accusato il presidente Moon Jae-in e Il suo governo di sinistra di non fornire adeguato supporto ai disertori per compiacere Pyongyang e far avanzare il riavvicinamento con il Nord, che considera coloro che fuggono dal regime come traditori che meritano la prigione o addirittura la morte. In un editoriale pubblicato di recente, il quotidiano Daegu Shinmun ha invitato il governo a smettere di “adattare” la sua politica sui disertori preoccupandosi di come il Nord potrebbe reagire. «Il presidente Moon non ha titolo per parlare dei diritti umani nella Corea del Nord», ha dichiarato Ha Tae-kyung, un rappresentante del partito di opposizione di centrodestra Bareunmirae. «Ignora persino i rifugiati del Nord, che sono nostri concittadini a tutti gli effetti. E si preoccupa solo delle relazioni tra Nord e Sud».

IL DOLORE DI CHI È SOPRAVVISSUTO

Ma le dichiarazioni più forti sulla morte di Han e di sua figlia sono state quelle espresse dagli stessi rifugiati, che conoscono in prima persona quanto sacrificio e quanti rischi comportino la fuga dal Nord, alla ricerca di una vita migliore. «Abbandonare tutto, gli affetti, la famiglia, rischiare di venire uccisi o rinchiusi in qualche centro di detenzione, per sfuggire alla fame; venire nella terra del tuo stesso popolo per trovare la libertà, e poi morire di fame: è concepibile una cosa del genere?», si è chiesto Jung Gwang-il, un sopravvissuto ai campi di prigionia della Corea del Nord, fuggito al Sud nel 2004. «Sapere quello che è accaduto alla povera Han e alla sua bambina mi ha procurato un tale dolore che mi sembra che il cuore mi sia stato strappato dal petto».

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