Tre arresti per l’aggressione ai ragazzi del Cinema America

I presunti responsabili si trovano ora ai domiciliari. Sarebbero tutti vicini a movimenti di estrema destra.

I poliziotti della Digos hanno arrestato tre persone ritenute responsabili dell’aggressione ai danni di ragazzi del Cinema America avvenuta a Trastevere, nel centro di Roma, lo scorso 16 giugno. Si tratta di Matteo Vargiu (23 anni), Stefano Borgese (38 anni) e Marco Ciurleo, (23 anni). I tre, ora ai domiciliari, erano «già noti per la loro militanza nella fila del movimento di estrema destra Casapound», scrive il gip Clementina Forleo nell’ordinanza con cui ha disposto gli arresti. L’aggressione avvenne tra i vicoli di Trastevere per la maglietta con su scritto “Piccolo Cinema America” che uno di loro indossava.

Le indagini della Digos, coordinate dalla procura di Roma, scattarono subito dopo l’aggressione ai danni di quattro amici che stavano concludendo la serata dopo aver assistito, in piazza San Cosimato, a una proiezione organizzata dal Cinema America. Gli investigatori sono risaliti ai tre presunti responsabili anche attraverso le testimonianze delle vittime e le immagini di videosorveglianza.

I tre, secondo il giudice, si «sono resi responsabili in passato di azioni analoghe»

«Sussistono all’evidenza le esigenze cautelari agevolmente desumibili dalle specifiche modalità e circostanze dei fatti per cui si procede e in particolare dell’allarmante gravità delle condotte», scrive il gip Forleo. «Condotte sulle quali appare superflua ogni ulteriore aggiunta tenuto peraltro conto che il movente può dar luogo alla reiterazione dei fatti analoghi in ogni contesto spaziale e temporale ai danni di chiunque sia inquadrabile, anche in astratto, come portatore di idee politiche differenti, mettendo anche a repentaglio l’incolumità e la tranquillità degli altri cittadini». I tre, secondo il giudice, si «sono resi responsabili in passato di azioni analoghe».

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Violento “derby” in carcere scattano tredici arresti

di Pina Ferro

Ha portato all’esecuzione di 13 arresti il “derby” di violenza consumatosi all’interno della casa circondariale di Salerno lo scorso 5 aprile. I destinatari delle misure cautelari, all’epoca dei fatti, detenuti nell’istituto di pena salernitano, sono accusati di rapina, resistenza e violenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. L’ordinanza di custodia firmata dal gip del tribunale di Salerno, Giovanna Pacifico e richiesta dal sostituto procuratore Benincasa, è stata notificata, in carcere, a dieci indagati e presso le loro abitazioni ad altri tre che nel frattempo erano stati scarcerati. Il prov vedimento di custodia cautelare è stato notificato presso i vari istituti di pena d’Italia dove furono trasferiti subito dopo i fatti a: Salvatore Velotti di Napoli, Alfonso Rubino di Napoli, Francesco Memoli di Salerno, Luigi Pastore di Salerno, Salvatore Pepe di Pagani , Matteo Fortunato di Salerno, Bruno Iannone di Salerno, Massimiliano Schiavone di Salerno, Gianluca Forino di Pagani, Gennaro Ferraro di Salerno. Le altre tre ordinaze di custodia cautelare sono state notificate presso le proprie abitazioni a: Demetrio Sartori di San Giovanni a Teduccio, Contaldo Vincenzo di Pagani e Giulio Savastano di Salerno. Demetrio Sartori, affiliato al clan Mazzarella è ritenuto il capo del gruppo dei napoletani. Nella sommossa verificatasi tra i detenuti salernitani e quelli napoletani, rimase ferita la direttrice del carcere, Rita Romano, e alcuni agenti della Polizia Penitenziaria. La guerriglia tra bande che pare fosse un regolamento di conti, è scoppiato all’indomani di un’aggressione subita da un detenuto partenopeo ad opera di alcuni detenuti, quasi tutti salernitani, del secondo piano, sezione “B” della casa circondariale “Caputo” di Salerno. Il giorno seguente, per vendetta, il gruppo dei napoletani ha aggredito uno dei detenuti salernitani. Da qui, la reazione di questi ultimi che, per vendicare il proprio compagno, diedero vita ad un rivolta interna aggredendo gli agenti, cui furono sottratte, per tre volte, le chiavi di accesso alle celle e alle sezioni. Una prima volta per far uscire i compagni dalla sezione; poi, per riuscire ad accedere all’ala contrapposta; infine, per introdursi nella sezione “A”, là dove c’erano i napoletani. In quel momento, è scoppiata la rissa. E non solo. Perchè durante gli scontri, quella sezione dell’istituto di pena è stata devastata con mazze ricavate dalla rottura dei piedi dei tavoli e con estintori staccati dalle pareti. Diversi agenti della Penitenziaria intervenuti rimasero feriti, così come la direttrice del carcere che, per diversi giorni, ha portato una fascia al braccio. Sedata la rissa, dell’accaduto fu informato il magistrato di turno che aprì un fascicolo. Le indagini, coordinate dalla procura di Salerno e delegate al nucleo investigativo centrale della Polizia Penitenziaria di Napoli e alla Squadra Mobile della Questura di Salerno, hanno consentito di individuare i presunti responsabili di quanto avvenuto. Fatta eccezione per Sartori, che ha precedenti per criminalità organizzata, la maggior parte dei detinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, sono detenuti per reati comuni che, dopo quella rissa, sono stati trasferiti in altri istituti di pena sparsi sul territorio nazionale. Il procuratore della Repubblica facente funzioni di Salerno, Luigi Alberto Cannavale, a margine di una conferenza stampa, ha sottolineato che “le conseguenze peggiori di quella rissa le hanno avute proprio gli agenti della Polizia Penitenziaria che hanno riportato lesioni anche di non poco conto”. L’incontgro di ieri mattina in Procura è stata anche l’occasione per fare un punto sulla situazione della casa circondariale salernitana, interessata da un”continuo rinvenirsi di sostanze stupefacenti e di telefonini all’atto dei controlli”. Vicende che “vengono monitorate dalla procura della Repubblica e dagli organi investigativi”, ha chiarito Cannavale sottolineando che “non siamo inerti rispetto a questo fenomeno che, anzi, riteniamo di notevole gravità. Per ultimo, abbiamo visto l’introduzione di quasi 500 grammi di stupefacenti, tra hashish e cocaina”

Consiglia

Gli ultrà della Juve non vanno a Madrid per protesta

Niente trasferta nell'esordio in Champions. La decisione del tifo organizzato contro l'inchiesta per violenze ed estorsioni che aveva portato ad arresti tra i vertici della Curva Sud.

Niente tifo per protesta contro l’inchiesta che fatto scattare gli arresti in Curva. Gli ultrà della Juventus hanno annunciato l’intenzione di disertare gli spalti del Wanda Metropolitano di Madrid, dove la sera di mercoledì 18 settembre la squadra di Maurizio Sarri è attesa dall’Atletico Madrid nella prima gara dei gironi della Champions league 2019/20.

I TIFOSI AVREBBERO RICATTATO LA SOCIETÀ BIANCONERA

Secondo quanto si è appreso in ambienti giudiziari, i pochi che, nonostante i costi elevati della trasferta, avevano deciso di seguire i bianconeri, hanno scelto di restare a casa in segno di disapprovazione per l’indagine “Last Banner” che ha azzerato i vertici della Curva Sud con le accuse di estorsione e violenza: gli ultrà avrebbero ricattato la società di Torino (minacciando per esempio di cantare cori razzisti allo stadio per far piovere sanzioni e squalifiche) dopo essersi visti negati vecchi privilegi in tema di biglietti.

AL VIA GIOVEDÌ 19 GLI INTERROGATORI

Intanto gli interrogatori di garanzia degli ultrà sono stati fissati tra giovedì 19 e venerdì 20 settembre. Molti verranno fatti dal gip Rosanna Croce. L’interrogatorio di Salvatore Cava, “caporale” del leader dei Drughi Dino Mocciola, è in programma nel carcere di Ancona perché l’uomo è stato arrestato in provincia di Macerata. Quello di Christian Fasoli, capo del Nucleo 1985, è stato organizzato a Como. Mocciola si trova invece nel carcere di Ivrea, separato dagli altri arrestati.

DUE CAPI ULTRÀ PRESENTANO ISTANZA AL RIESAME

Invece due dei capi del tifo organizzato bianconero hanno depositato, attraverso i loro legali, istanza al tribunale del Riesame affinché rivaluti le misure cautelari adottate nei loro confronti. Si tratta di Umberto Toia e Beppe Franzo, assistiti dall’avvocato Ennio Galasso. Toia, leader del gruppo Tradizione, si trova in carcere. Franzo, presidente dall’associazione Quelli di via Filadelfia, è invece ai domiciliari.

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