Come le big tech della Silicon Valley stanno affrontando il coronavirus

I colossi californiani si trovano a gestire un'emergenza insidiosa. Sono troppo grandi per non agire, ma se intervengono rischiano di esporsi ai critici su privacy e fake news. E intanto mostrano crepe anche nella gestione dello smart working.

Molti di loro hanno fatturati che superano il Pil di diversi Paesi. E ora, come Cina, Europa e Stati Uniti, le big tech della Silicon Valley si trovano a fare i conti con il coronavirus. Per i colossi digitali la diffusione del contagio rappresenta un rischio altissimo, non tanto per eventuali contraccolpi sul fatturato, ma per la loro stessa esistenza. Un doppio pericolo corso dal lato degli utenti sul fronte della privacy, e dal lato dei governi rispetto alla gestione dei contenuti. E in tutto questo il paradosso è che per Facebook, Google e Apple (solo per citarne alcune), non è contemplata la possibilità di non agire visto che ormai sono troppo grandi e influenti per restare a guardare.

NETFLIX, AMAZON E UBER RIDUCONO LE ATTIVITÀ

Il primo segnale della crisi imminente è quello arrivato da Netflix. Il colosso dello streaming ha annunciato la sospensione di molte serie in produzione come ha fatto anche la Disney e molte altre case di produzione. Ma non solo. Uber ha sospeso alcuni dei suoi servizi negli Stati Uniti, in Canada ma anche a Londra e Parigi. Mentre Amazon ha preso la decisione di ridurre le spedizioni limitandosi ai beni essenziali sia nel mercato americano che in quello britannico ed europeo, questo almeno fino al 5 aprile.

LA TASK FORCE DELLE BIG TECH CON WASHINGTON

Nel frattempo molte aziende hanno confermato l’intenzione di voler dare un contributo alla soluzione dell’emergenza. Il 15 marzo scorso diversi rappresentanti delle big tech, tra amministratori delegati, manager e finanziatori hanno preso parte a un grosso meeting alla Casa Bianca per mettere a disposizione del governo conoscenze e strategie. Tra i 45 invitati presenti c’erano esponenti di Facebook, Google, Amazon e Microsoft. Per il governo era invece presente il capo del dipartimento americano per la scienza e tecnologia, Michael Kratsios.

Il presidente Donald Trump con il Ceo di Apple Tim Cook (a sinistra), il Ceo di Microsoft Satya Nadella (secondo da destra) e il Ceo di Amazon Jeff Bezos (primo a destra) in una riunione alla Casa Bianca nel 2017.

Secondo quanto ha scritto il Wall Street Journal, la task force messa in piedi tra aziende e governo è arrivata da una spinta delle grandi compagnie che vogliono lavorare sulle modalità di diffusione del virus, puntando sull’elaborazione di modelli previsionali. Secondo le prime informazioni l’impulso a creare questo team di lavoro è arrivato a inizio marzo dalle stesse aziende, ma da ora la collaborazione sembra non essere partita in modo deciso. Non a caso dalle parti della Silicon Valley non hanno gradito il fatto che Donald Trump abbia ritardato la messa in sicurezza del Paese.

IL PASTICCIO DI TRUMP CON GOOGLE

A complicare la situazione c’ha pensato lo stesso tycoon. Durante la conferenza stampa in cui ha annunciato l’attivazione dello stato di emergenza, ha raccontato che Google era a lavoro per creare un sito in grado di dire ai cittadini dove fare i tamponi per il Sars-CoV-2. In realtà Alphabet, la società che controlla tutte le attività del gruppo, ha smentito la notizia limitandosi a dire che una sua piccola controllata, la Verily, sta lavornado a un progetto pilota in California solo per test nella Bay area intorno a San Francisco.

LA PRIMA INSIDIA: LA RICHIESTA DI TRACCIABILITÀ

Pasticci a parte una prima convergenza tra governo e aziende potrebbe arrivare sul delicato tema della tracciablità. E proprio su questo iniziano le prime insidie per i colossi tecnologici. Secondo fonti sentite dal Washington Post il governo e alcune grosse società, Facebook e Google in testa, starebbero trattando sull’utilizzo dei dati relativi agli spostamenti degli utenti raccolti da milioni di smartphone americani. L’idea, hanno spiegato queste fonti, è quella di avere dati anonimi e aggregati che possano aiutare a tracciare una mappa della diffusione dell’infezione.

La sede di Google a Mountain View

Dirigenti del colosso di Menlo Park hanno spiegato che la volontà principale è quella di comprendere le dinamiche dietro agli spostamenti delle persone allo scopo di prevedere nuovi focolai. Per Facebook il tema è estremamente sensibile. Il rapporto di fiducia con gli utenti sul tema della privacy s’è incrinato dopo lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018. Non a caso lo stesso fondatore Mark Zuckerberg è corso ai ripari e in una serie di interviste telefoniche ha smentito che i governi gli abbiano chiesto l’accesso ai dati e che l’azienda intenda fornirli.

LE BIG TECH TRANQUILLIZZANO SULLA RACCOLTA DI DATI

Johnny Luu, portavoce di Google ha provato a tranquillizzare gli utenti sostenendo che la società sta lavorando sui dati in maniera autonoma. L’idea, ha spiegato, è che le informazioni aggregate suelle posizioni anonime presenti in Google Maps, possano fornire indicazioni sulle misure di distanziamento. Ma l’azienda, ha concluso, non intende fornire dati specifici su posizioni, movimenti e contatti degli utenti. Ma anche su questo qualcuno ha avuto da ridire.

Josh Hawley, senatore del Missouri, ha fatto notare che il piccolo progetto di Verily prevede login con l’account di Big G e che gli utenti devono dare il permesso alla piattaforma di confividere i loro dati con operatori sanitari e società tecnologiche come la stessa Google. Più netta la posizione della Apple che ha detto di aver preso parte alla task force tecnologica solo per dati clinici e all’apprendimento a distanza e che non raccoglie ed elabora i dati sulla geolocalizzazione degli iPhone.

LA DELICATA QUESTIONE DEI CONTENUTI RIMOSSI

Oltre a collaborare con le autorità per rallentare la diffusione del virus, molte aziende sono impegnate in una sorta di contenimento dell’epidemia nelle varie piattaforme. Dall’inizio di marzo Facebook ha agito in modo massiccio per eliminare migliaia di fake news e allo stesso tempo si è impegnata per bloccare quegli utenti che vendevano mascherine e altri prodotti sanitari a prezzi elevati. E il 17 marzo Zuckerberg ha presentato un portale per accedere a informazioni ufficiali e verificate sul coronavirus. Un intervento così radicale è toccato anche a YouTube che ha rimosso migliaia di video con informazioni errate sul Covid-19. Google stessa è intervenuta per eliminare dal suo store diverse app che cercavano modi di lucrare sull’epidemia e lavorato per migliorare il posizionamento nei risultati di ricerca delle fonti ufficiali.

IL RISCHIO DEL CONTRACCOLPO SULLA GESTIONE DEI CONTENUTI

La mossa di Facebook e YouTube era dovuta, ma in prospettiva potrebbe essere molto pericolosa, perché di fatto smentisce la narrativa sulle difficoltà di controllare i contenuti generati dagli utenti. Per anni, ha scritto Politico, i giganti della Silicon Valley hanno respinto al mittente le accuse sul fatto che avrebbero dovuto fare di più. Hanno ribadito in più occasioni che esistevano limiti tecnici che non permettevano un controllo capillare dei post. Ma l’azione delle ultime settimane sembra smentire questa affermazione. Resta infatti da chiedersi cosa succederà una volta che l’emergenza sarà rientrata. D’ora in poi per le compagnie potrebbe essere difficile difendere la vecchia linea se Washington e Bruxelles dovessero metterli sotto pressione, magari su temi legati alla disinformazione politica. La lotta all’infodemia, il dilagare di informazioni sbagliate contro il virus, non solo ha rivelato un’ampia capacità regolatoria, ha anche smentito uno dei totem di Facebook, cioè che ciò che accade online abbia una volontà propria e che la libertà di espressione vada al di là del potere delle piattaforme di filtrare ciò che viene pubblicato.

LA FINE DEL MITO DELLO SMART WORKING?

L’epidemia di coronavirus ha sollevato anche un’altra questione, in parte smitizzando una delle narrative predominanti quando si parla della grandi aziende della California: quelle sui modelli di lavoro. Per anni intorno a Facebook, Google e Apple, sono circolati luoghi comuni, più o meno fondati, sulla libertà degli orari e sulla flassibilità tra casa e ufficio. L’isolamento imposto dal Covid-19 ha però dimostrato come anche le aziende più smart del pianeta siano limitate. Alphabet ha attivato le pratiche per lo smart working fin dalle prime avvisaglie. Ha chiesto ai dipendenti di rimanere a casa in attesa del kit lavorativo, con computer, monitor e altri strumenti, che sarebbe arrivato via posta. I tempi di consegna lunghissimi hanno però portato molti impiegati a prendere d’assalto la sede di San Francisco portando via dei propri uffici ogni cosa, dai portatili fino alle foto di famiglia. I pochi dipendenti rimasti a lavorare in sede hanno raccontato di uno scenario post apocalittico con uffici saccheggiati.

Il campus Apple a Cuperino

LA SOLIDARIETÀ DIMEZZATA DI FACEBOOK

Anche Facebook ha mostrato limiti evidenti. Menlo Park sta cercando di incentivare i dipendenti a lavorare da casa anche grazie a un bonus da mille dollari. Una generosità però limitata. The Intercept ha fatto notare che il bonus non arriverà ai centinaia di lavoratori a contratto che tengono vive le sue app. Non solo. Un fetta dei dipendenti è stata costretta a restare in ufficio, in particolare gli impiegati nella divisione che si occupa di rimuovere video e immagini sull’abuso di minori. Per l’azienda si tratta di contenuti troppo sensibili per essere rimossi da casa.

SE LA SEGRETEZZA DI APPLE DIVENTA UN LIMITE

Apple ha cercato di incentivare tutti i dipendenti a lavorare da casa, ma molti hanno continuato ad andare a Cupertino. L’assoluta segretezza, al limite della paranoia, intorno ad alcuni prodotti, proibisce di portare fuori dal campus prototipi o altro materiale sensibile, così per molti ingeneri questo rende praticamente impossibile rimanere in isolamento tra le mura domestiche, una situazione che ha spinto la stessa azienda a predisporre screening sanitari all’ingresso della struttura.

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Perché il coronavirus rischia di compromettere il futuro di Apple

La casa di Cupertino ha costruito la sua fortuna sul legame indistricabile con Pechino. E ora con il contagio è una delle aziende che più ha da perdere. Ci sono vie di uscita, come quella indiana, ma sono insidiose. L'analisi.

Se c’è una cosa che l’epidemia di coronavirus ci ha insegnato è che quando si ammala la “fabbrica del mondo”, vedi alla voce Cina, tutto il globo rischia di fermarsi. E in questo blocco c’è chi rischia più di altri. L’esplosione del Covid-19 rischia così di mettere a dura prova l’intera tenuta della Apple.

Il gigante di Cupertino negli ultimi 20 anni ha stretto un legame così forte con Pechino che l’arresto del gigante asiatico potrebbe avere serie conseguenze non solo per tutto il suo indotto, ma anche per lo sviluppo dei piani futuri. A febbraio l’azienda ha avvisato gli investitori che le stime di vendita per il primo trimestre del 2020 sarebbero state riviste al ribasso, mancando quindi l’obiettivo di portare a casa un fatturato compreso tra 63 e 67 miliardi. Nello stesso periodo il valore di mercato della Mela è caduto di circa 100 miliardi.

Per la compagnia di Tim Cook l’epidenia partita da Wuhan è solo l’ennesimo capitolo di un biennio difficile. Prima era toccato a un rallentamento delle vendite nellla Repubblica popolare e poi ci si era messo di mezzo anche Donald Trump che dopo la sua elezione ha ingaggiato con Pechino una vera e propria guerra commerciale, colpendo tutte le aziende in affari con gli Usa, ma soprattuto Apple.

COME COOK HA COSTRUTO IL LEGAME CON PECHINO

Per capire quanto radicata sia la presenza cinese di Apple bisogna tornare all’inizio degli anni 2000. Nel 1998 era entrato nella compagnia proprio Tim Cook. Negli anni, come capo delle operazioni, è diventato il grande intessitore delle relazioni Apple-Cina, spostando poco alla volta il peso della produzione fuori dagli Stati Uniti. Nel 2000 ha avviato i primi contatti con Terry Gou, miliardario taiwanese fondatore della Foxconn e un anno dopo l’azienda è diventata la produttrice principale dei lettori mp3 iPod, per poi iniziare a sfornare i primi iPhone nel 2007. Sempre nel 2001 la stessa Apple è sbarcata in Cina aprendo una compagnia a Shanghai.

Tim Cook (a destra) in una foto del 2010.

Come ha ricostruito il Wall Street Journal l’operazione è stata spinta anche dal governo di Pechino. Nel 2010 la Cina ha facilitato la trasformazione di un vasto terreno agricolo a Zhengzhou, città sulle rive del fiume Giallo, in un gigantesco impianto di Foxconn appositamente creato per produrre iPhone con una forza lavoro di circa 250 mila persone. Stando ai dati forniti da Apple, tra gli oltre 800 fornitori nel mondo almeno 380 hanno sede in Cina, circa il 47% del totale. Per avere un’idea della portata basti pensare che 138 sono quelle con sede in Giappone, 69 quelle negli Usa e 63 a Taiwan.

  • La distribuzione dei fornitori Apple nel 2019 (Fonte: Apple)

LE RAGIONI DI UN LEGAME

Il rischio di un tonfo per Apple è dietro l’angolo anche perché il legame stretto con il tessuto produttivo cinese sembra indistricabile. In primo luogo Cupertino può contare su una potenziale forza lavoro di 3 milioni di operai, ma non solo. Negli anni questi lavoratori hanno acquisito capacità manuali perfette per la produzione degli iPhone. Allo stesso tempo migliaia di ingegneri cinesi supervisionano il processo. Dan Panzica, ex manager di Foxconn, ha spiegato al Wsj che in nessuna parte del mondo si può trovare un mix così preciso tra operai e ingegneri su grande scala.

Uno degli impianti di Foxconn a Shenzhen, Cina

Il tutto condito da normative sul lavoro praticamente inesistenti. Non di rado gli impianti di produzione degli iPhone sono finiti nel mirino delle associazioni in difesa dei diritti umani, denunciando condizioni di lavoro al limite della schiavitù con turni di circa 60 ore settimanali. Cina, Apple e Foxconn hanno creato una struttura a tre dove ognuno trae dei benefici e non può fare a meno dell’altro.

LA NECESSITÀ DI CREARE UN MERCATO CINESE

A questo punto verrebbe da pensare che Cupertino sia alla ricerca di una exit strategy, un modo per allentare la propria dipendenza dal Dragone creando linee in altri Paesi. In realtà l’aspetto paradossale è che lasciare la Cina potrebbe avere serie conseguenze per il fatturato, e non stiamo parlando dei costi da sostenere per riallocare la produzione. Stiamo parlando della perdita di accesso a un mercato da oltre un miliardo di potenziali acquirenti e che pesa per almeno un quinto del fatturato complessivo dell’azienda, per capirci circa 50 miliardi di dollari. Negli ultimi anni Cook non ha mai fatto mistero di voler puntare forte sul mercato cinese e per accedervi la chiave era produrre in loco. Tagliare migliaia di posti di lavoro in caso di riassestamento fuori dalla Cina potrebbe far muovere il governo. Pechino ha un grosso controllo sulla presenza dei brand stranieri nel Paese e gli stessi cinesi hanno dimostrato di essere molto suscettibili a chi li mette in difficoltà o dileggia il Paese, come sa bene l’NBA.

Al momento la presenza di Apple si conferma piuttosto forte. Secondo i dati raccolti da Statista nel terzo quarto del 2019 Cupertino deteneva circa il 14,5% del mercato contro il 38,5% di Huawei, il doppio 16,4% di Vivo e Hoppo e il 9,3% di Xiaomi. Ma guardando i dati si vede che l’exploit di fine anno si colloca in un periodo difficile con una media del 10%. Nel 2015 il dato era fisso al 12,5%.

LA LEZIONE DI SAMSUNG: LASCIARE LA CINA E CRESCERE

Forse una strategia utile per Apple potrebbe arrivare dalla rivale di sempre, Samsung. Negli ultimi due anni il colosso coreano ha via via spostato la sua produzione fuori dalla Cina per fare ritorno in Corea e aprire stabilimenti in Vietnam e India. Dal 2014 in poi Samsung ha perso diverse quote di mercato passando dall’essere il player principale a non arrivare nemmeno l’1% del mercato. Questo sia a causa del massiccio richiamo di Galaxy note 7 nel 2016, che delle tensioni geopolitiche per l’istallazione di un sistema missilistico americano in terra coreana. Il passaggio non ha però avuto contraccolpi per l’azienda tanto che le quote di mercato tra il 2015 e 2019 sono rimaste invariate segno che alla perdita del mercato cinese ha fatto seguito un aumento di quello globale.

LE INSIDIE DI UNA PRODUZIONE FUORI DALLA CINA

Ma Apple potrebbe applicare lo stesso modello? Non è detto in realtà. Per prima cosa c’è un problema costruttivo. Samsung, ha spiegato al Journal Kyle Wiens, fondatore del sito iFixit, spesso utilizza dei premontati mentre Apple richiede interventi più precisi con gli operai che devono montare manualmente parti degli iPhone. Per questo trovare personale adeguatamente formato fuori dalla Repubblica popolare è molto difficile. Questo non significa che l’azienda non stia provando a uscire dal giogo del Dragone. Come Samsung, sta provando a esplorare altri possibili fornitori, come il Vietnam. Qui il problema però sta nel fatto che non solo il personale è ancora incapace di recepire la formazione, ma molti dei quadri sono cinesi, così come i direttori di produzione e gli ingegneri e in questo momento Hanoi ha vietato ogni ingresso a cittadini cinesi per timori di allargamento del contagio da Coronavirus.

LO STRANO CASO DEGLI AIRPODS, PRODOTTI IN VIETNAM GRAZIE ALLA CINA

Un caso emblematico è rappresentato dagli Airpods, gli auricolari wireless della Mela. Attualmente, con il declino nel settore smartphone, Apple sta tentando di spingere sulla vendita delle cuffiette e al momento si trova a gestire circa il 50% del mercato globale. Visto che il processo costruttivo è molto più semplice parte della produzione è stata portata in Vietnam, ma anche qui il legame con la Cina si fa sentire. Parte dei materiali per l’assemblaggio provengono ancora dalla Repubblica popolare, in un vortice che porta Cupertino sempre al punto di partenza: Pechino.

LA VIA D’USCITA INDIANA

Forse una via d’uscita potrebbe arrivare dall’India. Qui Apple è stata costretta ad apire delle linee di produzione almeno per due motivi: evitare i dazi del 20% sulle importazioni per beni non prodotti nel Paese e superare la legge che impone ai venditori monomarca di acquistare in loco almeno il 30% dei materiali per la realizzazione del prodotto finito. Nel 2017 ha avviato la produzione dell’iPhone SE mentre nel 2018 ha iniziato quella del modello XR.

Il Cio di Apple Tim Cook (a sinistra) e il premier indiano Narendra Modi (a destra) durante un incontro a Nuova Delhi, India.

Parallelamente l’immancabile partner Foxconn ha iniziato la costruzione in un grosso impianto a Chennai. E sempre nella città che si affaccia sul Golfo del Bengala un altro fornitore sta riattivando una vecchia struttura abbandonata da Nokia qualche anno fa. Per ora tutta la produzione indiana resta nel Paese e rifornisce il mercato interno, e al momento non si prevede di far partire la produzione degli smartphone top di gamma come iPhone 11 e 11 pro. Intanto però a febbraio Cook volato dal premier Nerendra Modi e ha promesso nuovi investimenti, con l’apertura simbolica di uno store nel cuore di Mumbai. Ma al momento è presto per sapere se la via indiana potrà sostituire la “fabbrica del mondo”.

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