Postiamo gattini e facciamo morire i vecchi: ecco l’Italia

Si considerano gli anziani sopravvissuti invadenti, privandoli dello status di cittadini. Il trattamento loro riservato in questa emergenza coronavirus è in linea con il filone più ignobile della nostra storia che ha demonizzato tutto il passato. Una crudeltà figlia di un Paese senza cultura.

Ricorderemo tante cose brutte di questi mesi e alcune cose belle (i medici, gli infermieri e tutti coloro che si sono dannati per la nostra sicurezza e poi i giovani disciplinati come forse nessuno si aspettava).

Ma di questo brutta storia del coronavirus ricorderemo anche la disumanità del dibattito e del trattamento concreto degli anziani, fino alle scelte delinquenziali in alcune case di riposo.

Non lo scrivo perché sono anziano. Sono un uomo in età con il privilegio di avere una bella compagna amorevole, due figli naturali e due acquisiti e tanti tanti amici. Il mio far parte della categoria più a rischio (età più patologie) non mi iscrive al partito di quelli che si lamentano. Per me la partita è pari e patta. Ma per gli altri?

LE CONSEGUENZE DELLA PANDEMIA

Noi usciremo da questa pandemia molto più poveri, con gente molto più disperata, con interi quartieri del Sud e del Nord pieni di affamati e con migliaia di vecchi che avranno, per la prima volta nella storia, la certezza che gli si chiede solo di morire. Il dibattito pubblico sulle frasi terribili dei governanti dei Paesi del Nord e gli esempi concreti, e concretamente italiani, di veri maltrattamenti di anziani catturati e tenuti in ostaggio nelle case di riposo richiederebbe una riflessione profonda. Qualunque cosa si pensi della morte (e io ho un atteggiamento amichevole), qualunque religione ci accompagni verso questo finale passaggio, per la prima volta in tempo di pace, cioè senza bombe e cannoni, ci si è rivolti agli anziani come a sopravvissuti invadenti. La loro solitudine, le terribili sofferenze finali della malattia, il disprezzo dei loro corpi quando la vita se ne è andata hanno reso più cinica questa società. Tutte le società, ma io penso alla nostra.

GLI ANZIANI HANNO PERSO LO STATUS DI CITTADINI

Non farò mia la retorica di chi pensa e scrive che stiamo perdendo una generazione che ha dato una bella prova di sé nella storia dell’Italia repubblicana. Neppure gli anziani sfortunati fanno parte del popolo di eroi. Il fatto terribile è che hanno smesso di far parte della categoria di “cittadini” e che questo avviene in un mondo in cui la maggiore potenza, gli Usa, si appresta a rieleggere o un 74enne fulvo o un 78enne di buoni propositi.

LA DEMONIZZAZIONE DEL PASSATO

Il trattamento subito dagli anziani è in linea col filone più ignobile della recente storia italiana. Quel filone che demonizzava tutto il passato, cancellava i libri di storia sostituendoli con le sentenze di alcuni tribunali, che opponeva ai ragazzi le generazioni che, grazie al proprio lavoro, avevano conquistato una pensione che serviva persino ai ragazzi per vivere o sopravvivere. La crudeltà diffusa verso gli anziani è figlia di un Paese senza cultura, che la sta perdendo o forse l’ha persa. È tutto un talent, anche la scelta della classe dirigente politica. Rocco Casalino non è salito così in alto per caso. Ecco perché non ho paura di una crisi della democrazia, ma ho paura che una risata ci seppellirà senza una rivoluzione che ci liberi.

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Inchiesta su Rsa, la Gdf in Regione Lombardia

Il Nucleo di polizia economico finanziaria delle Fiamme Gialle sta effettuando delle acquisizioni di documenti. Nel mirino le disposizioni inviate alle strutture.

Si estendono le indagini sul Pio Albergo Trivulzio e altre Rsa milanesi nella gestione dell’emergenza coronavirus.

Il Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf di Milano sta effettuando delle acquisizioni di documenti negli uffici della Regione Lombardia. Mentre il 14 aprile la Gdf era entrata alla Baggina, come chiamano i milanesi il Pat.

LEGGI ANCHE: Rsa, su 600 controlli dei Nas il 17% delle strutture presentava irregolarità

L’acquisizione di documenti, punta, da quanto si è saputo, a raccogliere atti e altro materiale sulle direttive che l’amministrazione regionale e l’assessorato al Welfare hanno dato al Pio Albergo Trivulzio e alle Rsa sulla gestione degli anziani e dei pazienti. L’attività è diretta conseguenza di quella effettuata martedì al Trivulzio e poi le carte raccolte dovranno essere sottoposte alle verifiche incrociate degli investigatori.

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Rsa: su 600 controlli dei Nas il 17% delle strutture presentava irregolarità

Continuano le indagini sulle residenze per anziani in Lombardia e nel resto d'Italia. Al Pio Albergo Trivulzio si cerca di fare chiarezza su almeno 143 decessi avvenuti da marzo a oggi.

Non solo Pio Albergo Trivulzio e strutture lombarde. Dall’inizio dell’emergenza coronavirus, su oltre 600 Rsa, centri di riabilitazione e lungodegenza e case di riposo controllati dai carabinieri del Nas, il 17% presentava irregolarità relative alla gestione delle procedure e degli spazi riservati a possibili casi di positività al Covid-19 o alla formazione di operatori e la dotazione di dispositivi protettivi.

Nelle 104 strutture non in regola, 61 persone sono state denunciate e 157 sanzionante. A causa delle gravi carenze sono state sospese o chiuse 15 attività ricettive, mentre i pazienti sono stati trasferiti in altri centri

Tra gli interventi più significativi, quelli nelle strutture di Taranto, Campobasso, Perugia, Reggio Calabria, Napoli, Roma, Cosenza, Udine e Torino. Complessivamente, dall’inizio dell’anno i Nas hanno eseguito controlli in 918 centri, di cui 183 sono risultate irregolari, circa il 20%.

AL PAT SI INDAGA SU ALMENO 143 DECESSI AVVENUTI DA MARZO A OGGI

Alla Baggina, come chiamano i milanesi il Pio Albergo Trivulzio, gli inquirenti indagano anche sulle “direttive” ricevute dalle Rsa e inviate da Regione Lombardia, per la gestione di ospiti anziani e pazienti. Tra i documenti attenzionati alcune cartelle cliniche, per far luce su almeno 143 morti tra marzo e oggi. Intanto, la strage silenziosa negli istituti per anziani continua a non risparmiare nemmeno le altre province lombarde e indagini e blitz si moltiplicano. Solo nei primi giorni di aprile i carabinieri del Nas di Brescia hanno effettuato una quindicina di ispezioni nelle case di riposo bergamasche, mentre il Nas di Milano il 14 aprile è entrato in quelle milanesi, ma anche delle province di Como, Varese e Monza. Nel frattempo, anche la Procura di Sondrio ha aperto un’indagine per epidemia colposa sulle morti nelle Rsa e indagano anche le Procure di Como, Lecco e Lodi. E un fascicolo conoscitivo è stato aperto anche a Cremona con un pool che si occuperà non solo degli aspetti sanitari ma anche quelli economici. C’è da dire, poi, che il dramma non riguarda solo la Lombardia, con inchieste in corso anche in altre regioni, come in Abruzzo, a Sulmona (l’Aquila), sui contagi in una casa di riposo

INDAGATI I VERTICI DELLE RESIDENZE NEL MIRINO

A Milano, mentre i pm del pool guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano stanno iscrivendo nel registro degli indagati tutti i vertici delle residenze nel mirino, almeno una dozzina (come quelle dei quartieri Lambrate, Affori e Corvetto), i finanziari del Nucleo di polizia economico finanziaria hanno portato via dal Pat un «ingente mole» di atti, anche informatici, dopo aver notificato un’informazione di garanzia al dg Giuseppe Calicchio, iscritto per epidemia colposa e omicidio colposo plurimo, assieme all’ente che risponde per la legge sulla responsabilità amministrativa. Oltre che sul sequestro dei referti (si dovranno accertare eventuali omissioni e correlazioni tra le morti e i contagi nella struttura), le attività degli investigatori si sono concentrate sulla gestione organizzativa interna del Trivulzio e di riflesso, dunque, anche sulle direttive date dall’amministrazione regionale al Pat, così come ad altre Rsa, in questa fase di emergenza. E, in particolare, su quei «nuovi arrivi» di pazienti al Trivulzio (una ventina), quando era già scoppiata l’epidemia, anche se ufficialmente la struttura non avrebbe ricoverato malati Covid (una delibera regionale dell’8 marzo diede la possibilità alle Rsa di accoglierli).

IL PAT CENTRO DI “SMISTAMENTO” DI MALATI A BASSA INTENSITÀ

E proprio i “rapporti” tra Trivulzio e Regione saranno approfonditi: il Pat ha fatto da centro di ‘smistamento’ verso altre strutture dei malati di coronavirus ‘a bassa intensità’, che venivano dimessi da ospedali in difficoltà. Una “commistione” che potrebbe aver creato dei focolai, anche se la Regione diede l’indicazione di usare reparti separati rispetto alle residenze per gli anziani. Sequestrata anche la documentazione sui tamponi (pochissimi quelli effettuati nelle Rsa su anziani e operatori) e poi le disposizioni interne sull’uso delle mascherine, perché alcuni infermieri, affiancati da Cisl e Cgil, hanno denunciato anche di essere stati «minacciati» quando le usavano tra fine febbraio e gli inizi di marzo. Agli atti, coi vari sequestri di pc e materiale informatico, anche a carico di Calicchio, finiranno carteggi ed email su disposizioni interne e regionali, mentre il dg, difeso dal legale Vinicio Nardo, ha rivendicato, anche di fronte agli ispettori del ministero della Salute, di aver seguito protocolli e delibere. Ora gli investigatori dovranno analizzare tutto il materiale, anche con verifiche incrociate sulle carte, mentre tra i vertici delle Rsa indagati figurano anche quelli del Don Gnocchi (che respinge le accuse), dove si conta un numero di morti simile a quello del Trivulzio. Le perquisizioni, che andranno avanti nei prossimi giorni, e martedì hanno riguardato anche la Sacra Famiglia di Cesano Boscone e una casa di riposo di Settimo Milanese.

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Perquisizioni della Guardia di Finanza al Pio Albergo Trivulzio e altre Rsa del Milanese

L'inchiesta aperta sulla Baggina vede il dg Calicchio indagato per epidemia e omicidio colposi. Controlli anche nelle strutture di Cesano Boscone e Settimo Milanese.

La Guardia di Finanza di Milano sta effettuando perquisizioni nelle sedi del Pio Albergo Trivulzio nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla Procura dove risulta indagato per epidemia e omicidio colposi, come atto dovuto per fare perquisizioni e accertamenti, il direttore generale Giuseppe Calicchio.

Le perquisizioni e le acquisizioni di documenti in corso sul fronte delle Rsa riguardano anche altre strutture, oltre al Pio Albergo Trivulzio. Per ora la squadra di polizia giudiziaria, guidata da Maurizio Ghezzi, del dipartimento coordinato dall’aggiunto Tiziana Siciliano è entrata anche negli uffici della Sacra Famiglia di Cesano Boscone e in una residenza a Settimo Milanese.

I FRONTI DELLE INDAGINI

Già sentito in videoconferenza dagli ispettori del ministero della Salute, Calicchio si è difeso spiegando di aver seguito regole e protocolli, anche regionali e ministeriali. E col suo legale, Vinicio Nardo, si è detto pronto a fornire «ogni chiarimento» ai pm. Sia in questo fascicolo, che negli altri sulle Rsa milanesi, gli inquirenti, con gli investigatori del Nas dei carabinieri e della Gdf, dovranno lavorare su più fronti: dalle analisi sulle centinaia di morti per sospetto Covid fino all’assenza di tamponi e di mascherine e alle presunte minacce agli infermieri che le utilizzavano. E ancora le eventuali omissioni nei referti e nelle cure fornite e la presunta ‘commistione’ tra anziani e pazienti dimessi dagli ospedali e infine il ruolo dell’amministrazione regionale nella predisposizione di linee guida e piani pandemici.

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Morti sospette al Trivulzio: indagato il direttore generale Calicchio

Le ipotesi di reato sono epidemia e omicidio colposi. Si indaga su oltre 100 decessi avvenuti nell'istituto milanese dopo lo scoppio dell'epidemia del coronavirus.

Nell’inchiesta aperta dalla Procura di Milano sulle morti sospette tra gli ospiti del Pio Albergo Trivulzio nelle settimane dell’emergenza coronavirus risulta indagato il direttore generale dell’istituto Giuseppe Calicchio per le ipotesi di reato di epidemia colposa e omicidio colposo. Si indaga, apprende l’Ansa, su oltre 100 decessi (si parla di un totale di quasi 150) avvenuti nell’istituto dopo lo scoppio dell’epidemia del coronavirus.

NEL MIRINO ALTRE RSA DI MILANO

Il fascicolo è uno dei tanti, quasi una quindicina in tutto, che la Procura milanese ha aperto sulla gestione delle Rsa milanesi e nati da denunce di lavoratori e familiari di anziani morti. Negli altri fascicoli, riporta sempre l‘Ansa, sarebbero iscritti per gli stessi reati anche i legali rappresentanti dell’istituto Don Gnocchi e della Sacra famiglia di Cesano Boscone.

CARENZE DI PROTOCOLLI INTERNI E DISPOSITIVI DI SICUREZZA

Nell’inchiesta sul Pat, come nelle altre sulle case di riposo, si dovranno verificare soprattutto eventuali carenze nei protocolli interni e dei dispositivi di sicurezza, come le mascherine (alcuni dipendenti hanno raccontato che veniva impedito loro di usarle nei primi giorni dell’epidemia) e la gestione di pazienti trasferiti dagli ospedali nelle residenze. Al lavoro sul caso del Trivulzio anche gli ispettori del ministero della Salute e una commissione istituita da Regione Lombardia che tra l’altro si occuperà anche dei casi di altre 15 Rsa.

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Coronavirus: riflettori sulle residenze per anziani e disabili

Pochi tamponi, mancanza di mascherine per il personale, decessi non accertati come Covid-19. La situazione in molte Rsa è drammatica. L'ultimo caso a emergere è stato quello del Pio Albergo Trivulzio di Milano per il quale il ministero della Salute ha avviato una pratica interna.

Accuse di aver insabbiato epidemie, nascosto focolai. E di non aver dotato gli operatori di adeguati presidi sanitari per difendersi dal coronavirus.

Le residenze per anziani e disabili, soggetti più di altri vulnerabili al virus, a un mese dall’esplosione della pandemia finiscono sotto i riflettori.

Lo scenario drammatico emerge dalle pagine di cronaca di tutta Italia. Ultimo il caso del Pio Albergo Trivulzio di Milano, polo da oltre 1300 ospiti, raccontato da Gad Lerner su Repubblica. Secondo l’inchiesta, a marzo la direzione avrebbe nascosto la diffusione del virus. Secondo un sindacalista «gli ospiti morivano e dicevano che erano solo bronchiti», mentre il 3 marzo professor Luigi Bergamaschini, geriatra della Statale che lavorava da cinque anni nella struttura, era stato sospeso (è rientrato in servizio il 25 marzo) per aver autorizzato l’uso delle mascherine chirurgiche al suo personale a cui successivamente era stato stato vietato di indossarle.

«AL PAT 70 DECESSI, NEL 2019 ERANO STATI 52»

Al Pio Albergo Trivulzio «i decessi sono 70, l’anno scorso erano 52», ha risposto l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera ad Agorà. «Chiaramente ogni decesso in più fa male ma siamo in una fase più o meno uguale a quella di tante realtà milanesi, anzi forse più contenuta in numeri percentuali». Sul tema delle mascherine, ha aggiunto, «noi abbiamo subito dato delle indicazioni sull’utilizzo, è chiaro che nelle strutture private devono essere fornite dal gestore». L’assessore sempre riguardo la gestione delle Rsa ha chiarito: «Abbiamo chiesto di ospitare pazienti Covid in maniera volontaria soltanto a quelle autonome sia dal punto di vista strutturale sia organizzativo, ossia con aree totalmente separate dagli altri ospiti e con personale dedicato. A Bergamo gli ospedali non avevano più la possibilità di accogliere nessuno. La strategia è stata quella di svuotare gli ospedali che ogni giorno ricevevano più di 150 pazienti in Pronto soccorso e non sapevano più dove metterli, ma in condizione di assoluta separatezza rispetto agli altri ospiti. Questo è scritto nero su bianco nelle delibere regionali e che ha salvato la vita alle persone».

AVVIATA UNA PRATICA DAL MINISTERO

E mentre la renziana Teresa Bellanova si è augurata parlando a Radio Capital, una volta passata l’emergenza, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle case di riposo e gli ospizi, il Pio Albergo Trivulzio – da cui partì l’inchiesta di Mani Pulite – potrebbe essere presto oggetto di ispezioni. Lo ha annunciato il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri. Il ministero ha infatti aperto una pratica sulla vicenda ed è in attesa sia di una valutazione dei Nas sia di una risposta da Regione Lombardia.

PREOCCUPAZIONE PER LE RSA DI CORVETTO

Ma il Pat non è certo un caso isolato. Sempre a Milano c’è preoccupazione per la Casa per coniugi di via del Cinquecento, a Corvetto. Insieme con la Ras Virgilio Ferrari di via dei Panigarola, è considerata un focolaio. «Non abbiamo più tempo né voce. Stanno morendo tutti. Lì dentro ci sono persone ancora sane! Salviamole», è l’appello dei parenti degli ospiti pubblicato da Il Giorno. Nelle due strutture il numero di decessi è salito a 102, 53 nella prima e 49 nella seconda. Solo a 10 è stato effettuato il tampone risultato poi positivo.

NELLA BERGAMASCA POCHI TAMPONI E PERSONALE MALATO

Non cambia lo scenario nella Bergamasca. Erano 150 gli anziani ospiti alla Fondazione Sant’Andrea a Clusone: nell’ultimo mese ne sono morti 52. Un terzo se li sarebbe portati via il coronavirus anche se nessun referto li ha mai identificati come Covid-19 positivi perché «qui non è venuto nessuno a fare i tamponi», ha raccontato all‘Ansa una infermiera della struttura che ora attende anche l’arrivo di pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali. Da fine febbraio «abbiamo mandato via in ambulanza quattro ospiti: stavano troppo male. Non sono più tornati indietro. Solo a loro sono stati fatti i tamponi e sono gli unici contagi da coronavirus di cui abbiamo la certezza». Ma per l’infermiera i sintomi degli anziani deceduti nella struttura erano chiari: «Febbre alta, oltre i 39, crisi respiratorie improvvise con saturazione che crollava a 50 e che nemmeno con l’ossigeno si riusciva a riportare» nella norma. Anche tra il personale sanitario il numero dei contagi è allarmante: «Tra i 12 infermieri, 8 contagiati. Su 4 medici, 3 positivi» compreso «il direttore sanitario». Lentamente stanno guarendo o uscendo dalla quarantena e torneranno operativi. Alla Sant’Andrea potrebbero arrivare anche 17 pazienti Covid-19 dimessi dall’ospedale: «Ci hanno detto che saranno di tutte le età e che sono già al secondo tampone, spero che questa cosa avvenga il più tardi possibile per non rischiare di compromettere nessun ospite in struttura».

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L’Italia dei pensionati felici e dei giovani impoveriti

Nel nostro Paese regna la retorica della vecchiaia miserabile e indigente. Non che non esista, ma i dati dicono che la vera emergenza è rappresentata dalla fascia compresa dai 15 ai 24 anni. Che si chiede perché dovrebbe pagare contributi per un assegno che forse non percepirà mai.

«Che succede, ragazzo?». «Niente vecchio, non mi tornavano i conti, ne mancava uno». È il dialogo finale di Per qualche dollaro in più fra Lee Van Cleef e Clint Eastwood.

Perfetto per sintetizzare in una riga le tante questioni aperte del rapporto giovani-vecchi nel nostro Paese.

A partire dai conti (anagrafici, generazionali, sociali, lavorativi, pensionistici) che non tornano più. E dunque ci obbligano a rifarli, ma in un contesto e in uno scenario letteralmente sottosopra. Per dirne solo una, mentre l’Istat certificava che nel 2019 sono crollate le nascite, un dato che ci riporta al 1861, la popolazione egiziana ha toccato quota 100 milioni.

I GIOVANI SONO VITTIME DI POLITICHE SCIAGURATE

Il crescente invecchiamento della popolazione è in tutto l’Occidente una questione epocale. Però in Italia aggravata dalla sottovalutazione di un fenomeno che investe pesantemente giovani e giovanissimi che stanno pagando il conto, via via più salato, di politiche sciagurate. Perché di breve respiro, non sostenibili a medio-lungo termine, soprattutto se, come concordano le previsioni più accreditate, aumenterà la durata media della vita e si ridurranno le nascite, in un contesto di bassa crescita economica, inefficienza di sistema, dispersione del capitale umano giovanile.

LA GUERRA DI RELIGIONE PENSIONISTICA

Ma preliminare a ogni altra considerazione è lo scarto enorme, che da 20 anni non viene scalfito, esistente tra l’infinità di studi seri e la messa in campo di efficaci interventi correttivi. Al punto da trasformare una legittima, ma sconsiderata, opposizione alla Legge Fornero, in una guerra di religione pensionistica, che ha prodotto il populistico Quota 100. Ovvero come mandare in pensione anticipata gente di 60 anni, dunque ancora giovane secondo gli standard attuali di longevità, che aveva un lavoro, in nome di una fantomatica liberazione di posti per i più giovani.

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Il risultato, al momento il solo, è stata la messa in crisi di numerosi settori (in primis la sanità pubblica), trovatisi con molti ruoli e funzioni scoperti, in assenza di un turnover programmato. Con colpevole disprezzo di un’evidenza conclamata che registra tassi d’occupazione complessivi maggiori in Paesi dove l’età pensionabile è più elevata (Svezia) o dove si può continuare a lavorare senza limiti d’età (Usa), o se si è dipendenti pubblici si può restare al lavoro sino a 80 anni (Giappone). 

L’ITALIA È IL PAESE PIÙ VECCHIO D’EUROPA

Tuttavia non è sugli effetti deleteri del populismo pensionistico che voglio puntare l’attenzione. Bensì sulla situazione sociale, che è anche psicologica e, se mi passate il termine, sentimentale della Terza età e pure della Quarta. Che da un po’ di anni vede aumentare in modo consistente le persone che superano largamente gli 80 anni, andando a costituire una platea di popolazione destinata ad allargarsi sensibilmente. Con tutti i problemi sanitari, economici, sociali del caso.

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Già oggi gli over 65 – dati Eurostat sulla popolazione 2017- sono il 34,8% della popolazione e con tale dato siamo il Paese più vecchio dell’Europa comunitaria (29,9% è la media). E il secondo al mondo dopo il Giappone (con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani). Nel contempo, come abbiamo già detto, la natalità ha registrato il picco più basso nell’anno appena passato. 

ABBIAMO TASSI DI LONGEVITÀ DA PRIMATO

Tuttavia gli over 60 italiani rispetto ai loro coetanei europei e mondiali hanno un tasso di longevità da primato. A integrazione di alcune considerazioni di due settimane fa, riporto testuale dall’Osservatorio salute 2019, «l’Italia secondo gli ultimi dati disponibili di fonte europea Eurostat, nel 2016 si colloca al primo posto per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini (81,0 anni) e al terzo posto dopo Spagna e Francia per le donne (85,6 anni), a fronte di una media dei Paesi dell’Unione europea di 78,2 anni per gli uomini e di 83,6 anni per le donne. Anche rispetto agli anni di vita attesa all’età di 65 anni gli uomini e le donne italiane vivono più a lungo rispetto alla media europea (rispettivamente, 19,4 anni vs 18,2 anni e 22,9 anni vs 21,6 anni)».

LA RETORICA DELLA VECCHIAIA INDIGENTE E MISERABILE

Insomma chi ha l’età in Italia se la passa piuttosto bene anche dal punto di vista del benessere psico-fisico e della qualità della vita. È sempre Eurostat a certificare che in Italia ci si ammala meno, anche nelle patologie più gravi e diffuse come il diabete. E che problemi di minore autosufficienza o ridotta capacità di amministrarsi da soli cominciano a porsi dopo i 75 anni. Però a tenere banco mediatico sono di norma i casi di vecchiaie indigenti e miserabili. Che certo esistono e sono avvilenti. Ma che fanno velo e spesso distorcono o addirittura nascondono una realtà molto migliore di quella raccontata, soprattutto dalla tivù ultra-populista di Rete4 e dai sindacati. 

LA CLASSIFICA DELLA POVERTÀ

Che l’Italia non sia un Paese per giovani è noto da tempo. Ma non si pensava, e credo molti converranno, che l’Italia fosse, anzi sia, visto che il dato è molto recente, uno dei Paesi in cui la popolazione over 65 è meno povera, o ben più ricca di quel che si pensa, di tanti altri Paesi che nella percezione comune dovrebbero stare molto meglio di noi. Spectator Index sulla base di dati Ocse ha twittato a inizio settimana una tabella sulle persone oltre i 65 anni che vivono in condizioni di povertà, che è clamorosa. Ma forse proprio per questo passata sotto silenzio mediatico.

In testa a questa poco onorevole classifica troviamo Australia (35,5%), Usa (21,5%) e Giappone ( 19,4%) che sono rispettivamente il quarto, primo e secondo Paese più ricco al mondo. L’Italia è in posizione mediana, ma migliore di Gran Bretagna e Germania. Però ancor più sorprendente è il 6,9% della Grecia. Mentre il 2% dell’Olanda è l’ulteriore conferma di una Paese che è primatista in tutti i campi civili e sociali. Il 3,9% della Francia indirettamente spiega, invece, perché i francesi si stanno rivelando i più accaniti in Europa nell’opporsi a ogni riforma pensionistica.

SONO I GIOVANI A PASSARSELA PEGGIO

Ora se provassimo a fare gli stessi conti chiedendoci quanti sono i giovani fra i 15-24 anni che vivono in condizioni di povertà avremmo la prova, visto che in questa fascia d’età la disoccupazione è al 28,9% (dati Eurostat e Istat di ottobre 2019), che è giovanile la vera emergenza, economica e sociale. I veri poveri, i nuovi poveri sono loro: giovani uomini e giovani donne che trovano difficile capire perché dovrebbero pagare contributi per una pensione che non percepiranno. Ma la misura di questa realtà italiana capovolta, e sempre più ingiustificabile, visto il crescente depauperamento della meglio gioventù che scappa all’estero (nel 2018 sono partiti 117 mila italiani di cui 30 mila laureati) lo offre l’impietoso confronto fra pensioni dei vecchi e stipendi dei giovani. Lo stipendio medio d’ingresso dei 24-35enni (Osservatorio JobPricing) è di 23.586 euro, fra i più bassi d’Europa, mentre un pensionato su quattro (24,7%) si colloca nella fascia di reddito superiore ai 2.000 euro lordi. Ribadire che i conti  proprio non tornano è il minimo. Anche perché leggendo per bene il settimo Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano, come ha fatto nei giorni scorsi Alberto Brambilla sul Corriere della Sera, si scopre che la pensione in Italia è come vincere un terno al lotto. Visto che, per quanto basse siano, il 36% delle pensioni viene pagato a persone che non hanno mai pagato i contributi e che su 16 milioni di pensionati circa il 50% è parzialmente o del tutto assistito dallo Stato.

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