Madrid vuole ridurre gli esemplari di parrocchetto monaco in città

La popolazione di questo pappagallo è cresciuta di 10 mila unità dal 2005. E ora si teme che possano diffondere malattie all'uomo.

Madrid intende sterminare i parrocchetti monaci, i pappagalli a tinte verdi originari dell’Argentina e da tempo stabili anche in molte città europee. O, quantomeno, liberarsi di una buona percentuale di esemplari. La ragione? Le malattie che possono diffondere all’uomo e i nidi enormi che possono pesare fino a 200 chili. A determinare una presa di posizione così tranchant, anche i risultati di una ricerca che ha confermato l’aumento della popolazione dei pennuti negli anni: oggi sono circa 12 mila, 3 mila in più rispetto al 2016 e 10 mila in più rispetto al 2005.

I TIMORI DEI MADRILENI PER LA LORO SALUTE

Ma non sono soltanto i numeri ad aver spinto il Comune ad agire. Da inizio anno sono arrivate agli uffici amministrativi 197 lamentele da parte dei cittadini che si sentono minacciati dalle malattie che i piccoli uccelli possono trasmettere all’uomo, tra cui psittacosi, salmonella e influenza aviaria. Ma c’è anche chi teme danni alla vegetazione a causa dei grandi nidi.

LE RASSICURAZIONI DEL COMUNE E DELLA SOCIETÀ ORNITOLOGICA

Nel portare avanti la missione anti-parrocchetto monaco, il Comune di Madrid sarà affiancato dalla Società ornitologica spagnola. E ha garantito che la soppressione degli esemplari “in eccesso”, non è ancora nota la percentuale, avverrà in maniera “umana”. «Ormai sono diventati una preoccupazione, quest’anno abbiamo ricevuto poco meno di 200 segnalazioni, nel 2018 siamo arrivati a 218», ha confermato Borja Carabante, delegato per l’Ambiente dell’Amministrazione. Mentre Santiago Soria, consigliere comunale che si occupa di biodiversità, ha aggiunto: «Senza questa misura i numeri continuerebbero a crescere in maniera spropositata».

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Le 5 cose da sapere sul batterio Capnocytophaga

Si trova nella bocca di cani e gatti, si trasmette (raramente) con morsi e leccate. I sintomi? Il più delle volte simili a quelli di un'influenza. E per prevenire occhio all'igiene.

Negli Stati Uniti un uomo di nome Greg Manteufel, 49 anni, è quasi morto per aver contratto il batterio Capnocytophaga dopo essere stato leccato dal suo cane. Gli sono stati amputati mani, piedi e parte del naso, ma si è salvato. L’infezione da parte di questo batterio è rarissima e ancor di più il suo decorso letale, ma l’arma più efficace per difendersi rimane la prevenzione. Ecco 5 cose da sapere per proteggersi dal batterio Capnocytophaga.

CHE COS’È IL CAPNOCYTOPHAHA? UN BATTERIO NELLA SALIVA DI CANI E GATTI

Il Capnocytophaga canimorsus, osservato per la prima volta nel 1976 dai ricercatori americani Bobo e Newton, è un batterio dannoso per l’uomo che si trova nella saliva di cani e gatti.

COME SI CONTRAE: CON MORSI E LECCATE

Il batterio si trasmette da cani e gatti attraverso morsi, leccate o, alcune volte, anche con la semplice vicinanza. La maggior parte dei casi più gravi si è verificata dopo continue leccate o un numero consistente di morsi. Se nell’animale è presente il batterio, le possibilità di infezione dopo il morso di un cane variano tra il 3 e il 20%; per i gatti, invece, possono raggiungere un livello di possibilità del 50%.

SINTOMI: DI SOLITO SIMILI ALL’INFLUENZA

I sintomi appaiono tra 1 e 8 giorni dopo l’esposizione al batterio, solitamente intorno al secondo giorno. Nella maggior parte dei casi sono quelli di una lieve influenza: febbre, vomito, diarrea, malessere generale, dolori addominali, dolore ai muscoli, confusione, difficoltà a respirare, mal di testa, eruzioni cutanee. Solo in caso di una rara predisposizione genetica, come nel caso di Manteufel, l‘infezione porta a conseguenze più gravi come choc settici, endocarditi e meningiti. Negli ultimi 25 anni si sono registrati 200 casi settici in tutto il mondo, di cui un terzo letali.

IL RIMEDIO: SI PARTE DALL’IGIENE

Per evitare il contagio, che è comunque raro nell’uomo, è consigliabile evitare di farsi leccare o morsicare le mani anche per gioco, lavarsi bene le mani dopo avere toccato cani e, in caso di ferite da morso, detergere accuratamente e disinfettare. Per chi opera a stretto contatto con i cani viene raccomandato l’uso frequente di misure di protezione personale come guanti, mascherina e occhiali protettivi. Nei casi in cui è stato necessario il ricovero, l’infezione batterica è stata debellata con un massiccio uso di antibiotici.

CHI È PIÙ A RISCHIO: ANZIANI E ALCOLISTI

Il rischio è più elevato per persone con precedenti patologie e per gli anziani. Ma ci sono anche altre categorie per cui è richiesta particolare attenzione, ossia gli alcolisti (che rappresentano un quarto degli infettati ) e chi ha subito l’asportazione della milza, la cosiddetta splenectomia: queste due categorie di individui presentano alti livelli di ferro nel sangue, che è la condizione ideale per lo sviluppo del batterio. Deve tenere alta la guardia anche chi è sotto immunosoppressione a causa di steroidi (in particolare i glucocorticoidi), i fumatori e chi ha talassemia di tipo beta.

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Anche i gatti si affezionano ai loro padroni

I felini sviluppano attaccamento verso chi si prende cura di loro. Esattamente come i cani. Lo dimostra uno studio dell'Università dell'Oregon.

Da sempre tacciati di essere freddi, distanti e indipendenti, in realtà anche i gatti si affezionano a chi si prende cura di loro, proprio come fanno i cani. Lo spiegano sulla rivista Current Biology i ricercatori dell’Università Statale dell’Oregon.

IL TEST DELL’ATTACCAMENTO

«I dati indicano che quando i gatti vivono in uno stato di dipendenza con un essere umano, il comportamento di attaccamento è flessibile e la maggior parte di loro usa l’uomo come fonte di comodità e di sicurezza in un nuovo ambiente», ha spiegato Kristyn Vitale, coordinatrice dello studio. Per dimostrarlo i ricercatori hanno condotto lo stesso tipo di test dell’attaccamento usato con i bambini: quando chi si prende cura di loro torna dopo una breve assenza, il piccolo che ha un attaccamento sicuro riprende velocemente un’esplorazione rilassata, mentre l’insicuro si attacca in modo eccessivo o evita la persona adulta. Test simili sono già stati eseguiti in passato anche con i cani e i primati. In questo caso un gatto doveva passare due minuti in una stanza nuova con il suo umano, e poi rimanerci da solo per altri due minuti. Dopo di che, la persona tornava nella stanza per due minuti. I risultati del test hanno ribaltato il luogo comune sulla freddezza dei felini.

SE UN GATTO SEMBRA DISTACCATO È SOLO INSICURO

I gatti hanno infatti mostrato un attaccamento sorprendentemente simile a quello dei bambini, pari al 65% dei casi presi in esame. Gli esperimenti hanno inoltre mostrato che l’attaccamento di un gatto a un umano è stabile e dura anche in età adulta. «I gatti insicuri possono invece correre e nascondersi, o agire in modo apparentemente distante», conclude Vitale. Questa loro flessibilità sociale può essere stata alla base del “successo” con l’uomo.

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