Il no ai Coronabond e l’origine dello spirito egemonico tedesco

L'attenzione ai conti e al pareggio di bilancio non spiega del tutto il rifiuto della Germania agli Eurobond. Alla base c'è il desiderio di imporre la propria potenza sull'Ue. Un'ossessione che risale ai tempi della Prussia.

Sbaglia chi attribuisce solo all’ossessione della parità di bilancio, derivata dal disastro economico del periodo di Weimar, la rigida posizione tedesca di rifiuto di un immane sforzo economico europeo comune, unitario per affrontare il terribile “dopoguerra” post Covid 19.

Questo elemento, al pari dell’ossessione a fonte della disoccupazione, è vero e operante. Ma c’è di più e di peggio nel rifiuto tedesco delle proposte italiane e francesi e spagnole e di altri 11 Paesi europei di una iniezione di migliaia di miliardi per fronteggiare questa crisi economica e sociale.

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Il vero dramma di questi giorni è invece che Angela Merkel incarna anche e per l’ennesima volta il “suprematismogermanico, che ha al suo interno quello che un tempo chiamavamo revanscismo tedesco, ma che è ancora più pericoloso. È semplicemente la plurisecolare aspirazione che fu prima della Prussia e poi della Germania post 1870 di egemonizzare l’Europa. Di dettare legge, regole, comportamenti al Vecchio continente. Non più attraverso lo strumento della guerra, ma imponendo le regole del mercato. Del proprio mercato, della propria potenza economica. Oggi, la Germania continua ad essere affetta dalla sua plurisecolare Hybris, che la spinge a imporre la propria egemonia, non più attraverso le sue armate, ma manovrando come una sciabola la sua potenza economica.

L’UE USATA PER IMPORRE L’EGEMONIA

In questi giorni appare ancora una volta chiarissimo che la Germania della Merkel non intende affatto affrontare la tragedia della spaventosa crisi economica e sociale causata dal Covid 19 per costruire e rafforzare una Europa unita. È invece tesa unicamente a esaltare la propria egemonia sul Vecchio Continente, sua aspirazione frenetica da cinque secoli in qua. Motore immobile di 500 anni di guerre in Europa. La ragione di questa rinascita dell’iper egemonismo tedesco non più attraverso i panzer e la Luftwaffe, ma manovrando come una clava le regole economiche e la Bce, è semplice quanto drammatica: la Germania che la Merkel rappresenta e guida ha sì ammesso la sua orribile colpa nei confronti della Shoa, ma non ha mai, mai, ammesso la propria cecità arrogante nel suo volere egemonizzare il Vecchio Continente. Al contrario, ha sempre usato delle immense potenzialità del mercato comune, di Schengen e dell’Euro, per imporre la propria egemonia, favorita in questo dalla cecità di una Francia sempre alla ricerca del Tempo Perduto della propria grandeur. Non a caso il suo capolavoro è stato quello di avere riversato sui Paesi della Ue i costi della propria riunificazione, che ha peraltro raddoppiato le chances del proprio egemonismo

LA GERMANIA EST E IL RIFIUTO DEL SENSO DI COLPA

Non è un caso che la cancelliera sia nata e cresciuta nella Germania Est e nella sua cultura politica. In Italia e in Europa il fatto non è risaputo e non è valutato come merita, ma ha un enorme peso ancora oggi il dato di fatto che la Repubblica Democratica Tedesca (Ddr) in cui si è formata Angela Merkel ha sempre rifiutato davanti alla Storia di condividere le colpe tedesche del nazismo e della sua aggressione ai popoli europei. Al contrario si è sempre percepita e rappresentata come “gloriosa erede” dell’antinazismo, che vi fu, ma fu marginale e ultraminoritario. Dunque, i tedeschi dell’Est si sono sempre percepiti come completamente  scevri, liberi dalla terribile “colpa tedesca” della guerra di aggressione iniziata nel 1939. Merkel è impastata da questa assenza di colpa. Una tragedia.

LA COLPA MAI AFFRONTATA DELLE POLITICHE DI AGGRESSIONE

La Germania Federale (Brd), peraltro, ha vissuto la grazia di essere l’avamposto, la prima linea dell’Occidente nella Guerra Fredda, che ha provocato una mancata denazificazione delle coscienze e delle classi dirigenti. Lo spirito della Guerra fredda e il dramma di Berlino divisa  hanno permesso alla Germania Occidentale persino di fare i conti con la Shoah, solo a iniziare dai venti anni dopo la fine della guerra (il primo processo tedesco su Auschwitz e non imposto dagli Alleati, quello detto “di Francoforte”, andò a sentenza nel 1965). Dunque, se la Germania Occidentale ha infine saputo (a differenza della Germania dell’Est) farsi carico della colpa orribile dello sterminio degli ebrei, non ha mai, mai affrontato la colpa storica della propria politica di aggressione dei popoli europei. Storica tendenza germanica sin dal tempo dei Cavalieri Teutonici che iniziarono nel sedicesimo secolo la marcia di guerra “nach Ost” alla ricerca del proprio “spazio vitale”.

LA BCE E L’EURO COME STRUMENTO DI POTERE

Certo, Konrad Adenauer (Cristiano liberale antinazista), Willy Brandt (oppositore antinazista), Helmuth Schmidt (che fu soldato della Wehrmacht) e Helmuth Kohl sono stati portatori dell’idea di una Germania non egemonica in Europa. Ma, unificate le due Germanie, già con il socialdemocratico Gerhard Schröder all’inizio degli anni 2000, strenuo fautore di un acerbo allargamento della Ue ai Paesi dell’Est che ha prodotto il blocco di Visegrad, ma grandi vantaggi a Berlino, fu chiaro che l’egemonismo tedesco aveva trovato nello strumento della Bce e dell’Euro la possibilità di dispiegarsi con le armi delle regole di Maastricht e non più con i panzer.

L’ESEMPLARE POLITICA NEI CONFRONTI DELLA GRECIA

La Cancelliera ha fatto il passo ulteriore e definitivo: ha usato con miope intransigenza delle regole europee (allegramente infrante dalla sua Germania per quanto riguarda uno stratosferico surplus del commercio estero) per rinvigorire l’egemonismo tedesco sul Vecchio Continente. Palestra esemplare è stata l’orrida politica europea con cabina di regia a Berlino nei confronti del default della Grecia. Non c’è da stupirsi quindi che ora la Merkel veda oggi nella catastrofica crisi economica e sociale causata dal Covid 19 la concreta possibilità di ridurre definitivamente nella posizione di Stati vassalli di Berlino l’Italia e i Paesi del Sud Europa.

L’OBIETTIVO: L’EUROPA AL SERVIZIO DI BERLINO

Certo, esiste e opera anche una Germania, rappresentata dai Verdi, che sono pur sempre il secondo partito nel Bundestag, e dal loro ideologo Joschka Fischer, che non condivide e contrasta l’egemonismo germanico della Merkel e della Bundesbank, che ricorda che la ritrovata e immensa potenza economica tedesca si deve solo e unicamente alla decisione degli Alleati (Italia compresa) di non fare pagare al popolo tedesco le immense riparazioni di guerra, più che dovute. Una Germania che sa e ricorda le proprie colpe incancellabili nei confronti dei popoli europei. Ma è una Germania minoritaria. Il blocco di potere, l’élite tedesca che Merkel ben rappresenta vuole ancora una volta, l’ennesima, costruire e consolidare una Europa al servizio di Berlino. Questo è la più drammatica e irreparabile realtà emersa in questi giorni.

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La Germania pensa alla fase 2: i tre scenari post coronavirus

Dopo il primo piano di aiuti, il gruppo di Saggi di Berlino lavora alla ripresa. L'ipotesi più ottimistica prevede un calo del Pil del 2,8% nel 2020 seguito da +3,7% nel 2021. Il peggiore, un andamento a U con un -4,5% quest'anno e uno scarso +1,1% il prossimo. Tutto però dipenderà dalla durata dell'emergenza sanitaria.

Coronexit. Cioè, come se ne esce? Nonostante debba ancora affrontare il picco dei contagi da coronavirus e con esso la vera emergenza sanitaria, la Germania pensa già a come avviare la ripresa.

Per ora niente di concreto, visto che in ogni caso le prossime settimane saranno decisive per capire quale sarà davvero la tempistica, ma nel frattempo bisogna immaginare i diversi scenari.

Il punto di partenza è la situazione economica attuale e il piano provvisorio per affrontarla che per ragioni di cose è comunque flessibile. Berlino ha già pianificato oltre 150 miliardi di euro di deficit (circa 4,5% del Pil, per un totale di 400 miliardi) per quest’anno, abbandonando il dogma del pareggio di bilancio.

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Mercoledì primo aprile il governo di Angela Merkel ha deciso di prolungare le misure di social distancing almeno fino alla settimana dopo Pasqua. In teoria il 20 aprile dovrebbero riaprire asili e scuole e potrebbero essere allentate anche le misure restrittive per le attività commerciali. Il 14 aprile ci sarà in ogni caso un altro aggiornamento sull’efficacia dei provvedimenti attuati e saranno prese le decisioni opportune.

INEVITABILE LA RECESSIONE NEL PRIMO SEMESTRE 2020

Qualche giorno fa il Consiglio di esperti che supporta il governo per le questioni economiche ha rilasciato un rapporto che fotografa la situazione e fissa alcuni criteri per immaginare il domani. La diffusione del virus ha fermato l’inizio della ripresa economica e l’economia tedesca si ridurrà significativamente nel 2020. Quanto dipende molto dalla durata del lockdown e dalle risposte della politica. Il presidente dei Saggi (sono chiamati così) Lars Feld ha affermato testualmente che «l’incertezza sugli sviluppi futuri è enorme a causa della situazione insolita». Nel rapporto vengono descritti tre scenari per il 2020/21 che si differenziano appunto in base alla durata delle misure restrittive e all’emergenza sanitaria e a quanto velocemente ci sarà la ripresa in seguito. Comunque sia la recessione almeno nel primo semestre di quest’anno è inevitabile.

LE IPOTESI CON UN ANDAMENTO A “V”

Nello scenario più ottimistico il Consiglio di esperti prevede una caduta del Prodotto interno lordo del 2,8% nel 2020, mentre il prossimo anno il Pil potrebbe aumentare del 3,7%. In base alle informazioni attuali appare lo scenario più probabile, con la situazione economica che si normalizza nuovamente durante l’estate. Non a caso, gli interventi del governo Merkel adottati fino a oggi sono basati su questa previsione. A Berlino però hanno ben presente anche gli altri modelli. Se l’economia seguisse un andamento a V, cioè con una caduta più evidente per un periodo relativamente breve – ed è il secondo scenario – i rischi sarebbero maggiori. In questo caso, infatti, con arresti della produzione su larga scala o misure di politica sanitaria prolungate, si assisterebbe a un calo del Pil del 5,4% nel 2020 e già nel 2021 si potrebbe recuperare con una crescita del 4,9%.

IL WORST CASE SCENARIO A “U”

Lo scenario più problematico, rappresentato da una U, vale a dire con un periodo lungo tra caduta e ripresa, e potrebbe verificarsi secondo il rapporto dei Saggi se le misure restrittive dovessero proseguire oltre l’estate e la ripresa economica non avesse inizio fino al prossimo anno. Viste con gli occhi di adesso quindi le misure politiche adottate dal governo Merkel potrebbero non essere sufficienti. È il worst case scenario che tutti temono, con un netto peggioramento delle condizioni finanziarie che insieme con l’incertezza consolidata potrebbe frenare investimenti e consumi. Un disastro con un calo del Pil del 4,5% quest’anno e una risalita minima dell’1% in quello successivo.

LA PRIORITÀ RESTA LA TUTELA DELLA SALUTE

Quindi, come se ne esce? I Saggi tedeschi, come tutti quelli che si rispettano, non danno risposte definitive e si limitano a sottolineare come la priorità sia la tutela della salute: fornire ai malati assistenza e limitare efficacemente la diffusione del virus. Per questo va finanziato il sistema sanitario. «Il prerequisito per un ritorno alla crescita è il contenimento delle infezioni del coronavirus in modo che la vita sociale ed economica si normalizzi», ha detto ancora Feld, aggiungendo che una strategia di normalizzazione comunicata in maniera chiara può stabilizzare sia le aspettative dei mercati finanziari sia quelle di aziende e famiglie.

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In questo contesto il ruolo della politica e del governo Merkel sarà quello di sostenere la ripresa dopo la crisi economica in tre modi: preservando la capacità imprenditoriale, garantendo incentivi a settori come le costruzioni e potenziando la digitalizzazione di aziende e pubblica amministrazione. Questa almeno è la teoria, ribadita anche da un altro dei Saggi, Volker Wieland, che ha ripetuto come sia importante pianificare una strategia di uscita anche consultando epidemiologi e virologi: «L’economia e la vita dei cittadini non possono essere bloccate indefinitamente. Bisogna trovare il modo di riportare le persone al lavoro, anche se con restrizioni».

GLI SCONTRI NELLA COALIZIONE CONGELATI, MA NEL 2022 SI VOTA

Come si comporterà davvero il governo di Angela Merkel, la cancelliera che in questa settimane di crisi è ritornata a guadagnare enorme popolarità, è ancora tutto da vedere. Vale sempre il discorso di come si svilupperà l’epidemia e di come riusciranno in Germania a contenere l’emergenza. Per ora la comunicazione è stata in larga parte efficace e chiara, il peggio però deve ancora arrivare. Senza dimenticare che il governo è di coalizione e anche se le divergenze politiche soprattutto in tempi di coronavirus tra i conservatori di Cdu-Csu e i socialdemocratici della Spd sono state momentaneamente accantonate, il 2022 è anche l’anno delle elezioni e dell’addio annunciato di Frau Merkel. Forse.

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Conte: «Se l’Ue non è coesa, non sarà competitiva»

Il premier italiano alla tivù tedesca: «Non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia». E su Angela Merkel: «Abbiamo espresso due visioni diverse».

Giuseppe Conte protagonista anche sulla tivù tedesca. In Germania, però, il nostro premier non interrompe le trasmissioni per presentare e spiegare un nuovo decreto. È invece protagonista di un’intervista trasmessa sul canale Ard la sera del 31 marzo. «Io e Angela Merkel abbiamo espresso due visioni diverse durante la nostra discussione», ha spiegato il primo ministro italiano secondo quanto anticipato. «Ne approfitto e lo dico a tutti cittadini tedeschi: noi non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia, stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia», ha continuato riferendosi alla lotta al coronavirus.

«SE NON SIAMO COESI NON SAREMO COMPETITIVI»

Conte ha poi sottolineato che dell’emergenza non è responsabile nessun singolo Paese: «Non si tratta di tensioni finanziarie», ha detto per poi lanciare una provocazione all’Unione Europea: «L’Ue come risponde? L’Ue compete con la Cina, con gli Usa che hanno stanziato duemila miliardi per reagire, in Ue cosa vogliamo fare? Ogni Stato membro vuole andare per conto suo?». Secondo il primo ministro italiano, infatti, se la reazione non sarà coesa, vigorosa, coordinata, l’Europa diventerà sempre meno competitiva nello spazio globale di mercato. E sui Coronabond: «Vorrei ricordare che questo meccanismo, le obbligazioni in euro, non significa che i cittadini tedeschi dovranno pagare anche solo un euro di debito italiano. Significa solo che agiremo insieme per ottenere migliori condizioni economiche, di cui tutti beneficiano»

M5S: «LA SOLUZIONE È L’EMISSIONE DI EUROBOND»

Una teoria sposata dal Movimento 5 Stelle che in una nota congiunta dei suo portavoce in Commissione Politiche Ue dice: «In vista del vertice del 7 aprile auspichiamo che risulti vincente la proposta del governo e del premier Conte di costruzione di un’Europa più solidale e giusta. È il momento della svolta. Servono nuovi strumenti per sopperire a questa crisi sanitaria ed economica ed insistiamo nel dire che la soluzione non passa per il Mes ma per l’emissione di eurobond».

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Piccoli imprenditori, donne, famiglie: come si articola il piano tedesco anti Covid-19

Sostegni alle Pmi e agli autonomi, comprese le prostitute. Aiuti economici ai nuclei con figli, potenziamento della rete per tutelare chi è vittima di violenza. Si tratta solo di un primo pacchetto. Ora Berlino studia come affrontare il post emergenza.

La scorsa settimana il il governo federale tedesco, il Bundestag e il Bundesrat, hanno approvato a tempo di record un pacchetto di aiuti di 750 miliardi (che comprendono un deficit da 156 miliardi per il 2020) per affrontare la crisi e la parola d’ordine è che nessuno deve essere tralasciato.

Al di là della complessità dei provvedimenti che interessano tutti i settori dell’economia, a partire dalla grande industria e che vedranno la Germania rompere, almeno temporaneamente, il tabù del pareggio di bilancio, la cancelliera Angela Merkel ha ringraziato dalla quarantena ogni cittadino che è impegnato nel suo piccolo nella lotta in senso lato al coronavirus.

E Hubertus Heil, il socialdemocratico ministro del Lavoro, ha affermato che il governo e la democrazia tedesca faranno di tutto «per garantire la sicurezza sociale in questo Paese». In sostanza, il pacchetto si basa su punti che coinvolgono anche le categorie più deboli, come lavoratori autonomi, famiglie e donne.

GLI AIUTI AI PICCOLI IMPRENDITORI E AGLI AUTONOMI

Soprattutto i piccoli imprenditori e i cosiddetti lavoratori autonomi, dall’idraulico all’artista di strada, potranno accedere agli aiuti senza troppe complicazioni burocratiche, con una procedura veloce e semplificata. Per le aziende con un massimo di cinque dipendenti il governo tedesco ha previsto una sovvenzione una tantum fino a 9.000 euro per tre mesi, che può essere estesa per altri due. Per quelle con un massimo fino a 10 dipendenti la somma sale fino a 15 mila euro. Per le piccole aziende colpite dalla crisi vengono inoltre concessi sgravi fiscali e adottati altri provvedimenti anti-insolvenza, insieme a incentivi per accedere a nuova liquidità. Nel caso di fallimento anche dei singoli di lavoratori autonomi verrà tenuta in considerazione la cornice critica per attenuarne gli effetti negativi.

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Un aiuto fondamentale, soprattutto per quelle piccole imprese che operano per esempio nel settore della gastronomia e sono con un piede già nella fossa, è quello del divieto da parte di chi affitta i locali di interrompere il contratto per i debiti di locazione derivati dall’obbligo di chiusura o comunque dalle limitazioni imposte. Al momento il provvedimento vale fino alla fine di giugno poi si vedrà. In generale il pacchetto governativo dà dei limiti temporali che dovranno essere rinnovati.

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La cancelliera tedesca Angela Merkel si è messa in quarantena per essere entrata in contatto con un medico positivo al coronavirus. (Ansa)

IL SOSTEGNO ALLE FAMIGLIE E PER LA CURA DEI FIGLI

Il coronavirus ha mandato all’aria anche il ritmo delle famiglie, con asili e scuole chiusi, bambini e ragazzi a casa, e genitori costretti o al lavoro oppure tra le quattro mura casalinghe, con effetti preoccupanti su molti fronti. Come ha sottolineato la ministra per la Famiglia, la socialdemocratica Franziska Giffey, la perdita dei guadagno è attualmente una preoccupazione esistenziale per molte famiglie e il governo federale ha adottato anche in questo caso misure per mitigare le perdite. Coloro che devono prendersi cura dei propri figli a causa della chiusura della scuola o dell’asilo e non sono in grado di andare al lavoro saranno quindi risarciti con un compenso del 67% del loro stipendio netto mensile (fino a un massimo di 2.016 euro), per un massimo di sei settimane.

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Le famiglie a basso reddito possono ricevere invece un supplemento mensile per figlio fino a 185 euro. Se e in quale importo viene attribuito l’aiuto dipende da diversi fattori: dal reddito, dalle spese di alloggio, dalle dimensioni della famiglia e dall’età dei bambini. Per esempio una famiglia con due figli che paga un affitto di 1.000 euro può ricevere il contributo se il reddito lordo è compreso tra 1.600 e 3.300 euro. Chiunque riceva questo tipo di aiuto per bambini è inoltre esente da tasse per il nido e può richiedere ulteriori benefici per l’istruzione e la partecipazione. In realtà, e questo vale indipendentemente dal reddito, in tutti i Länder gli asili sono ancora in funzione per i figli di genitori che lavorano in settori considerati rilevanti per il sistema, dai medici ai poliziotti, dai camionisti ai giornalisti, dalle cassiere ai farmacisti.

Scuole chiuse a Neustadt (Getty Images).

DONNE VITTIME DI VIOLENZA TUTELATE

Crisi, social distancing e altre restrizioni alla vita sociale hanno aumentato anche in Germania il rischio di violenza domestica. Le donne sono le più colpite e le varie organizzazioni pubbliche e private stanno già segnalando maggiori richieste di aiuto rispetto al periodo antecedente il lockdown.

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Berlino e i governi regionali hanno annunciato che forniranno maggiore sostegno ai centri di accoglienza e ai centri di consulenza. Una sorta di “schermo di protezione sociale” sarà potenziato in breve tempo attraverso, per esempio, l’affitto di camere d’albergo o appartamenti vacanti. Per la ministra Giffay «è importante che le donne ricevano protezione e consulenza rapidamente e in modo non burocratico e adesso è il momento di soluzioni pragmatiche e non convenzionali». In pratica viene mantenuta la rete di appoggio, che va dai numeri telefonici di assistenza alle strutture già esistenti, associata alla già avviata strategia di espansione delle Frauenhäuser (le case-rifugio), a appunto alle misure di emergenza che prevedono la possibilità di affittare a breve termine alberghi e appartamenti con soluzioni adottate in autonomia dalle autorità regionali e locali.

PIANO DI AIUTI VALIDO ANCHE PER LE PROSTITUTE

Il ministero della Famiglia (il cui nome completo è ministero per la Famiglia, gli Anziani, le Donne e i Giovani) ha messo anche in evidenza le difficoltà delle donne che lavorano nel settore della prostituzione, legalizzata in Germania, che a causa della crisi è crollato, con i sigilli ai bordelli.

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Anche in questo caso valgono comunque gli aiuti di cui sopra per le piccole imprese e i lavoratori autonomi. Difficile dire in ogni caso se il pacchetto complessivo del governo sarà sufficiente a salvare tutti o a contenere comunque le perdite, per aziende e singoli. Altro ancora è poi il discorso sulla tenuta sociale nell’intero Paese con le sue differenze regionali. Molto dipenderà da quanto durerà il lockdown e dalla velocità di reazione della ripresa. Fondamentali in questo senso sono già le discussioni politiche ed economiche, già avviate, su come preparare il futuro immediato una volta esaurita l’emergenza.

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Perché Merkel è pronta a scaricare l’Italia e l’Ue sui coronabond

La cancelliera ritiene la Germania immune dal collasso: i tedeschi sono primi della classe anche nella sanità. Agli altri gli aiuti del Mes. Meglio l'Europa a due velocità che gli eurobond.

Fino al vergognoso summit sull’emergenza sanitaria del 26 marzo 2020, era difficile immaginare una prova peggiore dell’Unione europea (Ue) della notte del waterboarding (la metafora più efficace delle cronache) all’allora premier greco Alexis Tsipras del 2015. I maggiori leader europei lo ridussero in ginocchio, costretto a svendere parte del suo Paese in una delle fasi più drammatiche della crisi del debito di Atene. Sul piano contro il Covid 19 è andata molto peggio, e chi ha dettato la linea con crudezza è stata ancora una volta la cancelliera tedesca Angela Merkel. Più sola, rispetto a qualche anno fa: la Francia, in particolare, ha un sistema sanitario vicino al collasso di fronte al dilagare dei contagi, e anche il presidente Emmanuel Macron è alla ricerca di solidarietà. Ma sempre circondata da un decisivo cordone sanitario di rigoristi, che va dall’Austria del cancelliere Sebastian Kurz alla nuova Lega anseatica dei Paesi nordici (Olanda in testa), ai quali, si vede dalle cronache, non sembra importare ancora poi molto dei morti e del blocco dell’economia nel Sud Europa. L’importante è che non si fermi la loro.

BOND UE FANTASCIENZA PER MERKEL

In Germania c’è stato un braccio di ferro tra governatori dei Land e tra Merkel e governatori, e il risultato è che la cancelliera ha chiuso locali e negozi ma non ha ancora fermato le imprese raccomandando caldamente – a livello nazionale – ai tedeschi di stare a un metro e mezzo di distanza tra loro e di restare il più possibile a casa. Un compromesso tra salute ed economia, chiesto ai conservatori dalla finanza e dalla grande industria. Fantascienza aprire ai coronabond europei. Al vertice in videoconferenza che ha segnato la sconfitta dell’Ue, Merkel è apparsa agli altri 26 leader europei solo in audio dalla quarantena per i contatti avuti con uno dei suoi medici, risultato positivo al virus. Sorrisi e ammiccamenti, anche da remoto, a Giuseppe Conte e al premier spagnolo Pedro Sanchez stavolta sarebbero stati fuori luogo. Meglio una foto per scandire il gelido «siamo contrari a obbligazioni europee comuni», anche di fronte allo tsunami del coronavirus. C’è chi giura che finché resterà cancelliera di Germania, nell’Ue non ci saranno eurobond, neanche in forma straordinaria e temporanei: Merkel è sempre stata irremovibile.

Covid Merkel Germania Olanda coronavirus Rutte
Il premier olandese Mark Rutte, rigorista anche per l’emergenza del coronavirus.

IRREMOVIBILE CONTRO RISPOSTE COMUNI

Il secco no della cancelliera stride con la posizione molto combattuta dei socialdemocratici (Spd), indispensabili per l’esecutivo di Grande coalizione. Con il dolore per gli italiani del presidente della repubblica Frank-Walter Steinmeier, socialdemocratico. Stride con la solidarietà arrivata dai governatori, anche del partito di Merkel (Cdu-Csu), di alcuni Land tedeschi che inviano medici in Italia e accolgono pazienti italiani di Covid 19 nei loro ospedali. E con l’appello dei Verdi, sempre più graditi alle urne dalla popolazione ma all’apposizione, a un impegno europeista comune, anche economico, per l’emergenza. La stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, tedesca ed ex ministro di Merkel, in quota Cdu, ha esortato tutti gli Stati ad affrontare questa prova «insieme, con un unico cuore». Ma poi la cancelliera ha snobbato anche la chiamata alle armi dell’ex governatore della Bce Mario Draghi, in un’intervista bazooka al Financial Times alla vigilia del vertice europeo. Agire presto e subito a livello europeo massicciamente per scongiurare una letale depressione economica, sottinteso con degli eurobond, per Berlino è un eccesso.

Per Merkel il numero delle nuove infezioni rallenta e in Germania si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni

LA GERMANIA IMMUNE AL COVID 19?

Soprattutto Angela Merkel sembra ritenere la Germania immune dall’emergenza sanitaria del Nord Italia, della Spagna, ormai anche della Francia costretta a trasferire con i treni veloci i malati più gravi di Covid 19 da una provincia alle altre. La cancelliera resta contraria alle restrizioni sulle libertà personali e ai lockdown, al punto da far irritare anche il suo ministro della Salute Jens Spahn, anche lui della Cdu, che questa settimana ha avvertito nel Paese si trova in una fase di «calma prima della tempesta». Giorni di crescite esponenziali dei positivi al Covid 19, considerate le quali il prestigioso Robert Koch Institut (RKI), lo Spallanzani tedesco, ha dichiarato «l’epidemia al decollo». Per Merkel invece il numero delle nuove infezioni rallenta, raddoppiando ogni quattro-cinque giorni e in prospettiva «ogni 10», e dunque si potrebbe già pensare ad allentare alcune limitazioni alle attività. Una posizione in linea a quella svedese. Scuole chiuse, come le università, solo dai 16 anni in su e divieti di assembramenti oltre le 500 persone, per il resto uffici e mezzi pubblici ancora pieni, tutto ancora si muove.

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La sedia vuota nell’esecutivo della cancelliera tedesca Angela Merkel, in quarantena durante l’emergenza del coronavirus. GETTY.

L’OLANDA DEI RIGORISTI IN AFFANNO

A Stoccolma non fanno ancora male i quasi 100 morti, a un ritmo ancora di una decina al giorno, come in Danimarca. Il Covid 19 è percepito come una malattia nuova, che può essere pericolosa per la vita come altre, ma gestibile, «non devono essere distrutti i rapporti sociali». E commerciali, nel caso anche dell’Olanda, piccolo e ricco Paese che sconta già quasi 9 mila contagi e più di 100 morti al giorno, ma che con la Germania è capofila dei rigoristi. La posizione dell’Aja potrebbe presto cambiare: il governo della destra liberista capofila dei rigoristi anseatici si era schierato per l’immunità di gregge, come il Regno Unito, determinato a non fermare le attività per non sacrificare l’import-export, motore economico dei Paesi bassi. Ma gli ospedali in forte sofferenza al punto che il ministero della Salute è costretto a chiedere posti letto al Belgio, a sua volta schiacciato dal peso dei malati da Covid 19 in terapia intensiva. Intravedendo la catastrofe sanitaria, anche la Banca centrale olandese, spinge per i coronabond osteggiati con durezza al vertice europeo, fino al giorno prima, dal premier Mar Rutte.

LA MINESTRA RISCALDATA DEL MES

Forte dei 25 mila posti – raddoppiabili – in terapia intensiva, la Germania non è nella posizione di cedere. Da prima della classe, può anche accogliere nei suoi reparti centinaia di pazienti gravi dalla Francia e dall’Italia, come fa in questi giorni. La proposta di Merkel e Rutte, cassata da Conte e da Sanchez, è la solita minestra riscaldata del Mes: non servono gli «strumenti finanziari innovativi» chiesti dall’Italia perché la Germania può rispondere anche senza «alla sfida più grande dal Secondo dopoguerra»: con un sistema sanitario nazionale che regge e, grazie al grande disavanzo pubblico accumulato, attraverso grossi aiuti di Stato. Chi non ce la fa può – limitatamente e con i dovuti interessi – accedere al fondo Ue salva-Stati del Mes, «strumento nato per affrontare le crisi». Se è vero, come crede il premier italiano, che per il Covid 19 non c’è da condividere debiti pubblici ma da fronteggiare insieme una guerra, evidentemente nella visione calvinista della cancelliera ciascuno risponde anche della propria sanità pubblica – in Italia rovinata dai tagli per l’austerity imposti dalla Germania. Con il coronavirus l’Ue non esiste, esiste un’Europa a due velocità.

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La strategia di Merkel nella gestione dell’emergenza coronavirus

I rivali nella successione la assediano nell'emergenza. Angela sceglie una strada a metà tra il lockdown di Italia e Francia e gli inviti Oltremanica. Finché il servizio sanitario regge, si tutelano anche le aziende.

Divieto di contatto, su tutto il territorio tedesco, ma non di restare a casa. Almeno non come in Italia, in Francia e in diversi altri Paesi d’Europa, primo fra tutti la Spagna dove l’emergenza sanitaria si fa sempre più drammatica. La cancelliera Angela Merkel non è al punto degli omologhi di Roma e di Madrid, Giuseppe Conte e Pedro Sanchez, arrivati a restringere le libertà democratiche dei cittadini quando la situazione si stava facenddo disperata. Né forse lo sarà mai: la Germania, anche in Land di focolai di Covid 19 come il Nord Reno-Vestfalia, il Baden Württemberg e la Baviera, finora tiene. Al confronto dell’Italia e della Francia, negli ultimi giorni costrette a trasportare dei pazienti intubati anche negli ospedali tedeschi.

25 MILA POSTI IN TERAPIA INTENSIVA

A disposizione dei malati più gravi di Covid 19 c’è in Germania una buona parte del totale di 25 mila posti di terapia intensiva – a fronte dei 5 mila italiani –, lo Stato dispone o può produrre in casa apparecchiature sanitarie sufficienti a potenziare le rianimazioni di altre migliaia di posti: il problema della sanità tedesca, superabile, è la penuria di medici e infermieri per le emergenze. Inoltre, la percentuale di pazienti Covid 19 da ricoverare resta molto più bassa rispetto a quella dell’Italia, della Francia e anche della Spagna: in alcuni Land sono stati fatti migliaia di tamponi anche ai sospetti che presentavano sintomi molto lievi. Con il risultato che, come in Corea del Sud, il totale dei contagiati in Germania è alto. Ma in realtà la fetta impegnativa per le cure è inferiore al 10%.

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La serrata dei locali di Berlino, per l’emergenza coronavirus. GETTY.

Nel weekend l‘impennata nel Paese di migliaia di casi di Covid-19 (fino a 4.500 in un giorno) si è poi sensibilmente ridotta (circa 2.500). Lo strano calo repentino, considerato che in diversi Land si è lontani dal coprifuoco scattato in diverse altre aree occidentali, come il rallentamento in Austria fa ben sperare ai tedeschi di riuscire, al contrario dell’Italia, a gestire nel tempo l’epidemia. Anche le morti da Covid-19 restano limitate in Germania: tra i 40 e i 20 confermati nei Land più critici, per la quasi totalità di pazienti in età molto avanzata, in altri Land poche unità. Sebbene come in Francia pesi il sospetto che alcuni decessi di Covid-19 indicati dalle singole regioni e poi scorporati dal totale nazionale, vengano scremati come causati da altre patologie concomitanti.

La situazione è seria, prendetela sul serio

Angela Merkel

La parentesi per spiegare cosa può aver spinto alla frenata Merkel, dopo il vitreo discorso alla nazione del 18 marzo 2020: il primo dell’incarico a cancelliera dal 2005 che non fosse per Capodanno, mentre i contagi si moltiplicavano («la situazione è seria, prendetela sul serio»). L’ex ragazza dell’Est è di per sé refrattaria a misure da dittatura, pur nell’emergenza, («è la sfida collettiva più grande dal 1945, tempi straordinari che richiedono misure estreme: se dovremo restringere ancora di più le libertà personali, ciò, in una democrazia, potrà avvenire solo temporaneamente»). Ma se sul territorio nazionale non si è ancora arrivati all’obbligo di autocertificazione per uscire, come in Italia e in Francia, la questione è anche politica ed economica.

I RIVALI NELLA SUCCESSIONE

L’ultima riunione tra governo e Land, per concordare una nuova stretta, è stata disputata al calor bianco tra i governatori schierati per il coprifuoco su tutta la Germania, con capofila il presidente della Baviera Markus Söder (Csu) che lo imposto nel suo Land («il virus si propaga troppo velocemente»), e quelli viceversa con il presidente del Nord-Reno Vestfalia (Cdu), Armin Laschet, nonostante il suo Land sia l’epicentro dell’epidemia in Germania, con oltre 8 mila casi, in linea per ridurre i contatti e mantenere una circolazione limitata. Söder, leader del ramo bavarese dell’Unione dei cristiano-democratici (Cdu) e sociali (Csu) di Merkel, è con Laschet tra gli sfidanti di punta alla successione imminente della cancelliera. Intenzionata a non ripresentarsi alle Legislative del 2021.

LA TERZA VIA DI MERKEL

Söder e Laschet, rivali, scaldano i motori. E se la piccola Saarland ha seguito il modello bavarese, serrando il più possibile, Merkel insidiata ha ripiegato sulla terza via, quella mediana tra l’azzardato lasseiz faire, lasseiz passer britannico di Boris Johnson e la gendarmerie mandata da Emmanuel Macron a pattugliare i viali parigini: l‘invito di Merkel è a rimanere a casa, fatto salve urgenze o altri gravi motivi o ragioni lavorative. Chi vuol passeggiare e fare sport può farlo anche in coppia, mantenendo una surreale distanza di almeno un metro e mezzo/due metri, anche tra partner. I ristoranti sono stati chiusi, come tutto ciò non indispensabile che era aperto al pubblico. Come da giorni pub e discoteche di Berlino, una volta capito che la metà dei contagi di Covid-19 avveniva nei locali dell’intensa movida della capitale.

ANCHE LA SALUTE DELLE IMPRESE

Volkswagen ha fermato quasi tutta la produzione. Ma anche nel Land industriale del Nord-Reno Vestfalia molte aziende restano operative, come molti uffici di Francoforte. Scongiurare il panico, non tirare il freno a mano – se non ci sono gli estremi – della locomotiva tedesca è un’altra delle ragioni che hanno rimandato un lockdown vero come a New York: la Germania non si è ancora blindata. perché può permettersi di guardare ancora anche ai risparmi dei contribuenti. Niente panico, finché l’argine regge: i tonfi della Borsa di Francoforte (-5% l’ultima apertura) sono da attutire. Idem per la salute delle imprese: sul piatto, una maxi iniezione di 350 miliardi di euro di stanziamenti. Intanto la cancelliera, in quarantena dopo la visita a un suo medico positivo, si fa i tamponi.

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Coronavirus, Merkel: «Non si può dire all’Italia di non investire nella sanità»

Da Berlino, la cancelliera tedesca ha ribadito che «la situazione è straordinaria» e che la possibilità di usare la flessibilità «è già contenuta nel patto di stabilità». Sulla chiusura delle frontiere dell'Austria, attacca: «Non è il modo adeguato di reagire. L'Europa non si deve isolare».

«Non si può dire all’Italia in questa situazione che non debba investire nel suo sistema sanitario». A dirlo è Angela Merkel durante la conferenza stampa a Berlino sull’emergenza coronavirus. La cancelliera tedesca ha anche sottolineato come sia «chiaro che le spese su questo debbano avere una precedenza». «La situazione è straordinaria», ha aggiunto Merkel, spiegando che la possibilità di usare la flessibilità «è già contenuta nel patto di stabilità». La cancelliera, poi, ha «voluto inviare un messaggio agli amici italiani: le notizie sull’emergenza in Italia ci angustiano».

LEGGI ANCHE: Le strategie opposte di Austria e Svizzera nei confronti dell’Italia

MERKEL: «CHIUDERE LE FRONTIERE NON È IL MODO ADEGUATO DI REAGIRE»

In riposta alla chiusura della “zona protetta“, in Italia, per contenere l’epidemia di coronavirus, l’Austria e la Slovenia hanno chiuso le frontiere con il nostro Paese. Provvedimenti bocciati da Merkel: «La Germania non ritiene che chiudere le frontiere sia il modo adeguato di reagire. L’Europa non si deve isolare ma deve coordinarsi. Nessun sistema sanitario dovrà vivere una situazione di emergenza».

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Nella crisi dei profughi siriani stavolta la Germania non apre le porte

Telefonate continue di Merkel con Erdogan e Putin. Berlino è irritata per il ricatto «inaccettabile» della Turchia verso l'Ue. Ma solo i Verdi sono per l'accoglienza della nuova ondata dal Medio Oriente. Un'emergenza migratoria nell'emergenza coronavirus.

Altri miliardi di euro per tenersi altri milioni di profughi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha portato di nuovo il conto all’Unione europea direttamente a colei che evidentemente ritiene la madrina dei rifugiati, la cancelliera tedesca Angela Merkel, determinante per le politiche comunitarie sui flussi. Si capisce perché la leader a capo del suo quarto, e traballante, esecutivo di Germania non abbia proferito quasi parola sull’epidemia del coronavirus che conta tra i tedeschi 199 casi di contagio (se non comunicare che in questo periodo non stringerà la mano agli interlocutori), e lasci parlare i ministri di governo: è assorbita dall’altra grave crisi del continente.

NUOVO FIUME DI SFOLLATI CHE ERDOGAN NON VUOLE

Merkel passa un giorno al telefono con Erdogan e l’altro con il presidente russo Vladimir Putin: l’arrivo dei profughi siriani in fuga dalla roccaforte dei ribelli di Idlib, bombardata da dicembre 2019 incessantemente dai caccia russi e dall’aviazione di Bashar al Assad. Quel nuovo fiume di sfollati Erdogan non ha intenzione di accollarseli, senza un nuovo accordo con l’Ue come nel 2016, su input allora proprio di Merkel. 

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Profughi da Idlib alla frontiera tra Turchia e Grecia. (Getty)

L’EMERGENZA PROFUGHI NELL’EMERGENZA VIRUS

A centinaia di migliaia di profughi la Turchia ha aperto il varco verso l’Europa, per tentare l’ingresso dalla Grecia verso i Balcani. E tra loro, si scopre, ci sono anche pakistani, afgani, iracheni e mediorientali di altre nazionalità: il milione di siriani da Idlib è una parte della grande catena umana che si è rimessa in moto, non appena da Ankara è arrivato il via libera verso l’Ue che li respinge dai confini ellenici. Chi si occuperà di questa emergenza di donne e minori, tanti, da proteggere e da accogliere, mentre le protezioni civili degli Stati europei sono mobilitate nell’allestire strutture e ad assistere le migliaia di infettati da Covid-19? In Germania monta la preoccupazione per un’emergenza nell’emergenza. La telefonata di inizio marzo fatta dal presidente turco alla cancelliera tedesca, con il pressing a «dividersi il carico» del nuovo flusso, ha suscitato sdegno e irritazione a Berlino. Erdogan ha anche dichiarato che le «centinaia di migliaia di profughi in arrivo saranno presto milioni». 

A BERLINO IRRITATI COL SULTANO

Merkel ha colloqui da gennaio con Erdogan sulla crisi di Idlib. E già prima della chiamata la cancelliera era arrabbiata, pur «con tutta la comprensione» per il carico di oltre 4 milioni di profughi che da anni si porta sulle spalle Turchia, sull’uso «inaccettabile» che il leader turco fa dei rifugiati: «Sono di fatto messi nella condizione di andare al confine, dove finiscono in un vicolo cieco», ha affermato. Bloccati cioè oltre la frontiera turca e respinti dalla polizia europea Frontex e da quella greca. Tutta la politica tedesca è compatta, a parole, nel no al ricatto di Erdogan sul dramma umano che si consuma tra Turchia e Grecia. In particolare i Verdi, per bocca dell’ex leader Cem Özdemir, di origini turche, chiedono al «governo di porre finalmente fine alle politiche distensive con Ankara, e che sia la Germania da questo punto a far leva sugli indispensabili rapporti economici della Turchia con l’Ue, affinché Erdogan sia costretto a interrompere i cinici giochi di potere sulla pelle dei più deboli».

Germania profughi Turchia Merkel Erdogan
Profughi dalla Siria al confine turco con la Grecia. GETTY.

LA CDU CHIEDE PIÙ CONTROLLI E RESPINGIMENTI

Ma gli ambientalisti, il partito tedesco più aperto ai migranti, sono gli unici a schierarsi senza riserve per l’ingresso di altre migliaia di richiedenti asilo. Anche la sinistra radicale della Linke ha una componente sovranista prudente, e ormai i socialdemocratici (Spd) concordano pressoché con l’Unione dei cristiano democratici e sociali (CduCsu) di Merkel sui paletti all’entrata. La Spd propone che le «persone in fuga verso la Grecia vengano smistate tra tutti gli Stati dell’Ue» e che  «intanto intervenga sul posto l’ Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati». Per la Cdu è prioritario «intensificare i controlli alle frontiere esterne dell’Ue e anche i respingimenti ai confini nazionali»: la posizione tenuta da sempre dall’ala destra bavarese della Csu che come l’Austria chiude ai migranti. Inutile allora, da parte dei conservatori, dichiarare Erdogan «irresponsabile sui diritti umani e irrispettoso degli accordi»: con queste premesse Merkel dovrà ancora – e presto – sbrigarsela con lui.

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La corsa a quattro per il post Merkel fra Laschet, Merz, Spahn e Röttgen

Dopo l'addio annunciato dalla delfina Akk, il futuro dell'Unione cristiano-democratica di Germania è affare loro. Un moderato centrista nel segno della continuità, un rigido "padrone" più a destra per recuperare i voti finiti ad Afd, il 40enne outsider gay simbolo del cambio generazionale e l'ex ministro ostile ad Angela. Guida alla successione della cancelliera.

Una poltrona per quattro. O forse per cinque, anche se l’ultimo della fila – il governatore della Baviera Markus Söder – sembra aver già inserito la retromarcia per lasciar strada al quartetto targato Nordreno Westfalia (Nrw). E pare che in ogni caso, vista la crisi incalzante dei conservatori, la soluzione del rebus dovrà essere trovata non certo sotto Natale, ma già in estate, ben prima di quanto avesse prospettato Annegret Karr Karrenbauer (Akk), l’ancora leader della Cdu, l’Unione cristiano-democratica di Germania, destinata a lasciare presto quindi il posto a uno dei quattro contendenti in lizza, tutti originari della più popolosa regione tedesca: Armin Laschet, Friedrich Merz, Jens Spahn e Norbert Röttgen.

LA CDU NON È PIÙ UN PARTITO DI MASSA CHE VALE IL 40%

Almeno questo è il quadro, ancora nel pieno inverno e in un momento in cui i cristiano democratici della cancelliera Angela Merkel stanno attraversando la peggiore fase da qualche anno a questa parte. Non solo questioni di numeri: la Cdu non è più il partito di massa che veleggiava oltre il 40% ed è abbondantemente sotto il 30, ma anche e soprattutto di uomini (e donne) e di contenuti. Il disastro in Turingia che ha condotto all’annuncio di Akk di voler lasciare la testa del partito e non partecipare alla corsa al Kanzleramt è solo il sintomo di una malattia che ha portato in depressione la formazione e che Frau Merkel non ha saputo curare.

L’ORIZZONTE: LE ELEZIONI FEDERALI DEL 2021

Anzi, secondo alcuni sarebbe proprio lei il virus, colpevole di essersi appiattita verso il centro e di aver fatto male i conti per la successione, scegliendo proprio la ex governatrice della Saarland, rivelatasi alla prova dei fatti un disastro. Comunque sia, la Cdu deve ripartire ora da zero e l’orizzonte è quello delle elezioni federali del 2021, su cui pende però la possibilità di un anticipo, qualora la cancelliera faccia un passo indietro.

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Annegret Kramp-Karrenbauer, detta Akk. (Getty)

INTANTO LA SPD È ORMAI OMBRA DI SE STESSA

Il nodo è quello ormai noto del nome del prossimo capo del partito che sarà anche candidato cancelliere: i conservatori hanno annunciato di voler tentare la quadratura del cerchio, affermando di voler risolvere le questioni personali interne e garantire il termine naturale della legislatura, obbiettivo difficile da raggiungere e che adesso è affidato alla grazia dei quattro moschettieri che dovranno trovare un compromesso condiviso per evitare di trascinare ancora più basso la Cdu e seguire il destino tragico dell’altro ex partito tradizionale di massa, la Spd – il Partito Socialdemocratico di Germania – ormai ridotta a un ombra di se stessa.

DUBBI SULLE REGOLE DELLA SUCCESSIONE: LA BASE VOTERÀ?

Teoricamente è ancora Akk a gestire il processo di successione, ma la segretaria ufficiale ha perso ormai ogni autorità, senza il supporto della cancelliera che ormai può giocare solo a fare il tifo, senza spostare pedine fondamentali. La partita se la giocano dunque in quattro, fermo restando che è ancora da vedere quale sarà il metodo decisionale interno, se cioè i conti verranno fatti alla fine solo ai piani alti oppure se sarà permesso alla base di esprimere un parere.

ARMIN LASCHET: IL MODERATO CENTRISTA DELLA CONTINUITÀ

L’attuale governatore del Nordreno Westfalia Armin Laschet rappresenterebbe un po’ la continuazione della linea Merkel. Ha ottimi rapporti con la cancelliera, anche se ultimamente non le ha risparmiato qualche critica. Non ha neanche 60 anni, da cinque è uno dei vice capi del partito e da due è ministro-presidente in Nrw, dove governa a braccetto con i liberali della Fdp. Dalla sua ha l’esperienza di governo e l’immagine vincente di uno che in un Land rosso è stato capace di far diventare la Cdu il primo partito, al netto dei demeriti della Spd.

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Armin Laschet. (Getty)

È considerato un moderato centrista, uno capace di conciliare le diverse anime del variegato spettro cristianodemocratico, anche se resta da vedere se la strategia “alla Merkel” sarà quella capace di salvare il partito. Per ora è quello che del quartetto si è tenuto più coperto, sia per ordini di corrente, sia perché rispetto agli altri due contendenti è quello che ha più da perdere. Un passaggio da Düsseldorf a Berlino, non concertato sino in fondo, potrebbe rivelarsi una catastrofe proprio come capitato ad Akk, arrivata dalla Saarland nella capitale con il sostegno solo della cancelliera e poi finita stritolata dei tentacoli della piovra conservatrice.

FRIEDRICH MERZ: UN NOME PER LA SVOLTA A DESTRA

La Cdu in mano a Friedrich Merz, 64enne ex chariman di Blackrock in Germania, sarebbe sicuramente un altro partito rispetto a quello di Angela Merkel. Sterzerebbe più a destra, con decisione, riportando le competenze economiche in primo piano, a discapito di quelle sociali. Niente più “Mutti”, la mammina della nazione, ma un rigido “Vater”, forse più padrone che padre. Merz si era allontanato dal partito nel 2009, dopo dissidi interni e una carriera che sembrava finita proprio a causa dei bastioni messi tra le sue ruote da Frau Merkel. Poi il tuffo nel privato, tra consulenze, lobbismo e incarichi vari, per arrivare al ritorno nel 2018, fiutando il declino della cancelliera, e al fallito tentativo di accaparrarsi la leadership del partito, sconfitto al congresso del 2018 da Akk.

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Friedrich Merz. (Getty)

Ha già promesso di voler recuperare i voti persi della Cdu e andati ai nazionalpopulisti di AfD (Alternative für Deutschland). Difficile dire se ci riuscirà, la questione della destra sovranista molto forte nelle regioni della ex Ddr (guidata per altro in larga parte da personaggi originari della vecchia Germania Ovest, ma questa è un’altra storia), è un po’ più complicata, ma è certo che Merz darebbe al partito un’impronta molto più conservatrice, in tutti i sensi.

JENS SPAHN: L’IMPROBABILE CAMBIO GENERAZIONALE

Jens Spahn è il più giovane del gruppo: 40 anni a maggio 2020, è quello che rappresenterebbe davvero il cambio generazionale in un partito invecchiato e stanco. È il candidato che ha meno chance, anche se nel suo ruolo di ministro della Sanità ha rafforzato la sua immagine. È gay dichiarato, il che comunque non gli ha ostacolato la carriera in una formazione cattolica.

Jens Spahn. (Getty)

Non è nemmeno il primo ministro omosessuale in un governo conservatore, preceduto da Guido Westerwelle, agli Esteri nel recente passato sempre sotto Merkel. In competizione per la guida del partito ha davvero poche chance, ma con l’era di Frau Angela al tramonto è l’intera Cdu che deve ridarsi una sistemata, per cui alla fine ognuno avrà il proprio ruolo.

NORBERT RÖTTGEN: LO SPARIGLIA CARTE NEL MIRINO DI ANGELA

Norbert Röttgen in realtà è l’unico che ha ufficialmente già proposto la candidatura, entrando quasi a gamba tesa nei piani del terzetto che già all’ultimo congresso era in odore di successione. È quello che ha meno possibilità di farcela, anche perché la cancelliera, che l’aveva già silurato quando era ministro azzoppandogli la carriera, si adopererà con tutti i mezzi per sbarrargli la strada.

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Norbert Röttgen. (Getty)

Classe 1965, è molto popolare per essere a capo della Commissione esteri al Bundestag e nel partito può ancora godere di forti appoggi. La sua candidatura è arrivata a sorpresa e per ora ha sparigliato solo le carte. Poi si vedrà. Quello che è certo é che l’era di Frau Angela al tramonto e l’intera Cdu che deve ridarsi una sistemata, per cui alla fine ognuno avrà probabilmente il suo ruolo.

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Hanau e la storia del terrorismo di estrema destra in Germania

La violenza xenofoba e neonazista, nelle sue varie ramificazioni, è un fenomeno carsico nel Paese. E pronto a esplodere come accaduto nella città dell'Assia. Eppure per troppo tempo il governo ha sottovalutato questa minaccia, liquidando gli attentati come casi isolati. L'analisi.

Odio razzista, xenofobo e antisemita: nella storia della Germania riunificata, negli ultimi 30 anni, la violenza targata estrema destra, nelle sue varie ramificazioni, ha lasciato una lunga scia di sangue.

Non semplice da seguire, anche per il fatto che le cifre del governo e delle varie istituzioni si discostano da quelle raccolte dalle organizzazioni che si occupano di diritti civili.

Basti solo pensare che se per Berlino il numero ufficiale delle vittime dal 1990 è fissato in 94, la fondazione Antonio Amadeo Stiftung ne ha contate 198, più una dozzina di casi opachi ed escluse ancora quelle di Hanau (9 le vittime più il killer e la madre, i cui corpi sono stati ritrovati in un appartamento). Più del doppio, insomma. Per fare un paragone, più o meno calzante, ma comunque indicativo, le persone uccise dalla Rote Armee Fraktion tra il 1971 e il 1998, anno della scioglimento ufficiale dell’organizzazione terroristica di estrema sinistra, furono 33.

IL TERRORE NERO PRIMA DELLA RIUNIFICAZIONE TEDESCA

La Fondazione Amadeu prende il nome dalla prima vittima di odio razziale in Germania dopo la riunificazione, immigrato angolano arrivato nella Ddr prima che cadesse il Muro di Berlino e massacrato da un gruppo di neonazisti a Eberswalde il 24 novembre 1990. Il terrore nero si era già fatto sentire prima, sia nella Germania Ovest che in quella dell’Est, teatri di omicidi e attentati negli Anni 70 e 80. Così se nel 1979 vicino ad Halle (Ddr) furono ammazzati due immigrati cubani, nel 1980 ad Amburgo fu data alle fiamme una residenza per immigrati vietnamiti, con due morti e la responsabilità attribuita all’organizzazione neonazista Deutsche Aktionsgruppen. Poi la bomba all’Oktoberfest di Monaco (26 settembre 1980, 13 morti), seguita dall’assassinio del rabbino di Erlangen Shlomo Lewin e della sua compagna da un membro della Wehrsportgruppe Hoffmann, altra organizzazione neonazista poi sciolta.

Uno dei bar colpiti dal killer di Hanau (Ansa).

NON SOLO CASI ISOLATI, MA FENOMENO CARSICO E COSTANTE

Da 40 anni a questa parte in realtà poco è cambiato, nel senso che sia da una parte che dall’altra della ex cortina di ferro, con un’accelerazione dopo la riunificazione, si è assistito a episodi di violenza più o meno gravi, compiuti da singoli e organizzazioni, che in ogni caso non possono essere rappresentati come eccezioni, ma definiscono anzi la regola: nonostante la narrazione, governativa e mediatica, abbia spesso e volentieri liquidato la questione del terrorismo e della violenza di estrema destra come casi isolati, è evidente che si tratta di un fenomeno costante, con esplosioni a ripetizione. Certamente non si possono mettere sullo stesso piano episodi slegati tra di loro come quelli di Mölln (1992, tre morti), Solingen (1993, 5 morti), Lubecca (1996,10 morti), attentati incendiari di matrice neonazista, e la strategia di attentati della Nsu (Nationalsozialistischer Untergrund, clandestinità nazionalsocialista, Nsu) che in oltre 10 anni, tra il 1997 e il 2011 ha rivendicato una decina di omicidi a sfondo razziale, ma il contesto tedesco ha sempre offerto negli ultimi decenni scenari di questo genere.

LE ACCUSE DOPO IL MASSACRO DI HANAU

In definiva, lupi solitari che fanno branco, accanto a vere proprie strutture terroristiche capaci di crescere e proliferare sul territorio, a Est come a Ovest, anche con la complicità di chi ha sempre sottovalutato o voluto sottovalutare la complessità e gli elementi del fenomeno della destra radicale neonazista. Suonano in questo senso come un monito le parole del presidente della comunità ebraica Josef Schuster dopo la strage di Hanau: «Per troppo tempo il pericolo dell’estremismo di destra sempre crescente è stato poco o per nulla considerato». Schuster ha poi aggiunto che «polizia e giustizia hanno sempre il problema di essere deboli di vista dall’occhio destro». Un atto di accusa nei confronti di un sistema e di un governo che hanno trascurato l’escalation.

La cancelliera Angela Merkel (Ansa).

LA CRESCITA DI AFD NELL’EST DEL PAESE

La cancelliera Angela Merkel ha detto che «il razzismo e l’odio sono un veleno che esiste nella nostra società» e messo in relazione i fatti di Hanau con i recenti attacchi e minacce alle sinagoghe tedesche e all’omicidio del politico Walter Lübke. Ma nei 15 anni del suo governo gli scandali riguardanti le indagini sulla Nsu e le polemiche cicliche sui rapporti spesso opachi tra il Verfassungsschutz, il servizio di sicurezza interna, e l’area dell’estrema destra gettano un’ombra su quanto il governo tedesco abbia voluto davvero andare a fondo nel contrastare il problema del terrorismo e della violenza neonazista, xenofoba e antisemita. Anche in un contesto, quello dell’ultimo quinquennio, in cui è sorta e si è sviluppata, soprattutto nelle regioni della ex Ddr, guidata da personaggi provenienti dalla Germania Ovest, la Alternative für Deutschland, formazione nazionalista di destra che all’Est raccoglie circa un quarto dei consensi dell’elettorato. Dopo Hanau, la Spd, il partito socialdemocratico che governa a braccetto con i conservatori della Cdu di Merkel, ha definito la AfD «il braccio armato del terrorismo di destra». Parole pesanti, non senza qualche fondamento, che contribuiranno ad alzare i toni del dibattito politico nella Grande coalizione e all’interno della stessa Cdu, impegnata a trovare una nuova identità e una nuova strategia di alleanze nellera post Merkel ormai alle porte.  

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Il sedativo Merkel è agli sgoccioli. E non è un buon segno

La Germania ereditata e governata dalla Cancelliera è sul viale del tramonto. La crisi della Cdu e della Spd da un lato, la minaccia della AfD dall'altro lo confermano. Senza contare la debolezza politico-strategica dell'Ue che pesa soprattutto su Berlino.

A complicare la scena a Berlino non c’è soltanto la sfida dei nazionalisti della super-destra di Alternative für Deutschland ai democristiani tedeschi, Cdu e Csu, insidiati nel loro elettorato più conservatore. 

Non c’è soltanto la crisi profonda dei socialdemocratici della Spd, con il peso elettorale passato dal 43% del 1980 al 20% delle ultime Politiche del 2017. E non c’è soltanto uno scenario politico completamente diverso da quello super-stabile dell’epoca, mezzo secolo fa, in cui democristiani e socialisti avevano insieme il 90% dei suffragi elettorali, qualcosa andava ai liberali e il resto erano peanut, se c’era qualcosa. Oggi, presi insieme, democristiani e socialdemocratici raccolgono meno del 50% delle preferenze. 

Ma insieme alla diversa aritmetica parlamentare, già un rompicapo, vi è un quarto elemento: non c’è più, o sta rapidamente svanendo, il mondo di sicurezze multilaterali che hanno assicurato alla Germania il suo miracolo e del quale restano ormai una Nato malconcia e un’Unione europea che la Germania deve o rafforzare, assumendo (con altri, ma come perno del tutto) la leadership del suo rinnovamento, o lasciare languire. Come in sostanza sta facendo da anni. 

IL RAPPORTO DELLA GERMANIA CON L’UE È DESTINATO A CAMBIARE

Sta per forza cambiando anche l’idea stessa di Germania, così come forgiata negli anni (felici) della Pax americana e della Guerra Fredda; e parallelamente dovrà cambiare il rapporto tedesco con l’Unione europea, che così utile è stata per reinserire la Germania – opera compiuta con gli Anni 60 ma mai in realtà conclusa – nel circuito delle nazioni democratiche e civili. Oggi siamo a un bivio: per difendere gli interessi tedeschi occorre davvero “più Europa” o basta parlarne a mo’ di giaculatoria e poi fare il meno possibile? Alla maggioranza dei tedeschi piacciono cose difficilmente conciliabili: in sintesi, avere i vantaggi di una grande e ricca nazione, comandare rispetto, ma senza noblesse oblige, continuando a farsi schermo di un’Europa ormai matrimonio di convenienza e sulla quale, parlando di amore, si sorride.  

AKK, VITTIMA ILLUSTRE DELL’INSTABILITÀ PARLAMENTARE

A fare clamore sono state nei giorni scorsi le dimissioni da leader della Cdu e da candidata cancelliera di Annegret Kramp-Karrenbauer, da sei mesi ministra della Difesa, in precedenza premier della Saarland, e soprattutto erede designata da Angela Merkel per la cancelleria al voto politico del 2021. È stata vittima autorevole dell’instabilità parlamentare citata. Causa immediata delle dimissioni, come noto, è il pasticcio in Turingia, dove AfD è diventata al voto regionale di fine ottobre 2019 il secondo partito dopo la sinistra della Linke che in Turingia con il 31% dei voti è ai vertici nazionali, irripetibili per ora negli agli altri 15 Länder.  L’ultra-destra ha come l’ultra-sinistra di die Linke la sua roccaforte nei Länder ex Ddr, all’Est, ma a differenza della sinistra ha rotto gli argini anche in Länder importanti dell’Ovest.

AfD replica il “sovranismo” e i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare

In Turingia AfD ha raddoppiato a fine ottobre i seggi, da 11 a 22, mentre la Cdu ne ha persi 13 ed è stato un chiaro travaso di voti. Dopo oltre tre mesi di trattative si è arrivati a un governo locale guidato dai piccoli liberali e sostenuto da Cdu ed AfD. Il leader AfD locale, Björn Höcke, è però particolarmente controverso, un tribunale ha sentenziato l’anno scorso che può essere legalmente definito fascista, e addirittura alcuni leader AfD ne hanno chiesto l’espulsione per troppo…nazismo. Più di così, difficile dire. AfD replica il “sovranismo” e, fra l’altro, i toni anti-immigrazione e anti-Islam presenti anche altrove. Ma in Germania il tutto ha un sapore particolare. Subito dopo il caso Turingia Kramp-Karrenbauer ha dovuto lasciare. 

SI APRE LA BATTAGLIA PER SUCCEDERE A MERKEL

Personaggi Cdu di rango come il giovane ministro della Sanità Jens Spahn e l’ex deputato Friedrich Merz, un pezzo da 90 nel partito e da sempre avversario di Merkel, da tempo osteggiavano Kramp-Karrenbauer, ritenendola poco adatta alla difficile situazione e poco attenta ai rischi della destra, che va secondo loro svuotata recuperando l’elettorato transfuga, cioè spostando Cdu e Csu a destra. «Merkel ha sempre dato il meglio di sé nella gestione delle crisi», sostiene Andreas Rödder, storico di fama, professore a Magonza e uno dei pensatori della Cdu. Solo che questa ultima crisi arriva alla fine della sua parabola politica, all’inizio del 15esimo anno di governo. Sta già manovrando per far emergere un nuovo delfino, Armin Laschet  premier del potente Land del Nordreno-Westfalia, un moderato rispetto a Merz e Spahn, ma non sarà un’operazione facile. Markus Söder, premier bavarese e presidente Csu, la Dc bavarese partito gemello della Cdu, potrebbe essere il kingmaker, o addirittura il candidato finale. Söder è anti-immigrazione, non noto per particolare simpatia europeista, e certamente non sarebbe un erede dell’attuale cancelliera. Intanto tutta l’impostazione politica di Frau Merkel va rivisitata. Il mondo non è più quello di ieri.

LA DIPLOMAZIA ECONOMICA DELLA GERMANIA

La Germania federale nasceva insieme alla Nato, nel 1949, all’inizio della Guerra Fredda. Grazie alla Nato sul piano strategico e poco dopo alla Ceca e al Mec sul piano economico riprendeva il suo posto nel consesso delle nazioni, con un asse preferenziale con Parigi, archiviando una inimicizia storica più che tragica. Da allora Berlino ha giocato le sue carte economiche a tutto tondo, partendo dall’Europa ovviamente, seguendo una diplomazia globale ma strettamente economica, quasi da Grande Svizzera, saldamente però all’interno di un sistema collegiale, Nato e Cee e poi Ue e infine l’euro, che come ogni moneta di rango è all’incrocio fra economia e strategia. Merkel ha ereditato la riunificazione tedesca di Helmut Kohl e le riforme economiche di Gerhard Schröder e le ha governate. Ma senza grandi strategie per un dopo che inevitabilmente è arrivato, come lei stessa da ultimo ha riconosciuto.  

IL MULTILATERALISMO È SOTTO ATTACCO

Il pilastro strettamente strategico, militare, cioè la Nato, oggi più che mai vacilla. Donald Trump, il neonazionalista presidente americano, insofferente dei legami multilaterali che limitano nella sua mentalità la forza americana, l’ha definita «obsoleta». E in parte lo è, dopo la fine dell’Urss. Ma anche senza l’Urss la Russia potenza militare resta un problema, soprattutto per un Paese come la Germania per metà nelle grandi pianure del Centro Europa. Un Trump rieletto il 3 novembre del 2020 e deciso a disegnare la “sua” America, che farà della Nato? Ma non c’è solo questo grosso interrogativo.

La maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, una domanda di fondo: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica?

«L’Ue come entità sovranazionale di 27 Paesi», ha scritto recentemente l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer descrivendo i rischi dell’Unione, «è il modello di ordine multilaterale attualmente sotto attacco e in declino». La Germania di oggi ha prosperato in questo modello, come altri Paesi ma, data la sua storia e altre realtà, con vantaggi ancora maggiori. Negli anni Merkel il modello è stato, come dire, narcotizzato, con il concetto di “più Europa” proiettato nel lontano futuro. Un po’ perché, come successo altrove, si è capito che i sogni federalisti andavano meglio collegati con la realtà degli Stati-nazione. Un po’ perché la netta maggioranza dei tedeschi ha preferito rinviare, all’ombra della Ue e della Nato, la domanda di fondo della Germania contemporanea: fino a quando un gigante economico può vestire i panni di un nano strategico e limitarsi alle partite della diplomazia economica? Intanto le difficoltà a Berlino rischiano di ritardare quanto già concordato a Bruxelles, a partire da banche, immigrazione e bilancio Ue. Il primo luglio la presidenza di turno sarà tedesca, ma non c’è da aspettarsi una grande leadership .

BERLINO È LA PRIMA A RISENTIRE DELLA DEBOLEZZA DELL’UE

Tuttavia vari episodi recenti dimostrano che il mondo non è più molto  amico dell’Unione, che non si può restare a guardare e soprattutto non può farlo Berlino, che ha come gli altri e più degli altri nella Ue la sua migliore difesa. Si tratta delle pressioni di Trump sulle sanzioni all’Iran, della minaccia di Trump di sanzioni alla Turchia di Erdogan dopo le sue mosse in Siria, dell’autorizzazione data dalla Casa Bianca al Tesoro americano per sanzionare anche le imprese europee che non si fossero adeguate a queste sanzioni, finora sospese, delle pressioni cinesi per ottenere spazio alla sua alta tecnologia nel disegno delle nuove infrastrutture 5G in Europa. La debolezza politico-strategica dell’Ue spinge Washington e Pechino a fare la voce grossa con gli europei. La Russia intanto è lì con le sue forze armate, forte strategicamente e debole economicamente, l’esatto contrario dell’Unione. Il primo Paese a subire i contraccolpi di questa debolezza politico/strategica è la Germania. Ma non è chiaro chi possa, a Berlino, trarne le conclusioni, mentre la stagione del «grande sedativo» Angela Merkel, come l’ha definita Der Spiegel, sta finendo, e non bene.    

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Cosa si cela dietro le dimissioni di Karrenbauer

La rinuncia alla leadership della Cdu e quindi l'addio alla cancelleria stravolgono i piani di Angela Merkel. Che ora teme che la crisi dei conservatori favorisca la crescita della destra radicale e dei Grunen.

La vera tempesta non è stata quella di Sabine, l’uragano che ha paralizzato per due giorni l’intera Germania, ma quella che ha spazzato Annegrete Kramp Karrenbauer, fino alla mattina del 10 febbraio leader della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel, designata alla successione e parcheggiata nel frattempo al ministero della Difesa.

Akk ha gettato la spugna in seguito allo scandalo in Turingia, dove è stato eletto governatore il liberale Thomas Kemmerich con i voti decisivi dei conservatori e soprattutto della destra radicale della Afd (Alternative fü Deutschland).

A Erfurt è stato rotto un tabù – anche solo per un giorno visto che Kemmerich è stato costretto alle dimissioni dai vertici del suo partito, esattamente come il responsabile locale della Cdu Mike Mohring – che ha condotto a sua volta all’abbandono di Akk e al colpo di scena che trascina la formazione di Merkel nel tunnel in un momento in cui la grande coalizione di governo con i socialdemocratici della Spd non se la passa troppo bene e i sondaggi da tempo negativi continuano a preoccupare i due grandi, ormai ex, partiti di massa.

KARRENBAUER HA DIMOSTRATO DI ESSERE UNA LEADER DEBOLE

Annegrete Kramp Karrenbauer, arrivata al vertice della Cdu nel dicembre 2018 con la benedizione di Frau Angela e il compito di raccoglierne l’eredità alle elezioni federali in calendario il prossimo anno, non è stata mai salda in sella al partito, inanellando nel corso degli ultimi mesi una serie di passi falsi che ne hanno indebolito la posizione. Indecisioni, confusione, mancanza di autorità. Il caos in Turingia, a prima vista improvviso, ma che si era annunciato negli ultimi giorni in vista del voto per la guida del parlamento regionale con i proclamati doppi e tripli giochi della Afd, è stato in sostanza solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.

Annegret Kramp-Karrenbauer durante il congresso della Cdu.

Arrivata al vertice del partito grazie all’immagine di donna e politica vincete nella sua Saarland, il più piccolo Land tedesco al confine con la Francia, supportata da un buon network nelle altre regioni e capace di far fronte al trio di uomini (Fredrich Merz, Jens Spahn e Armin Lschet) che le volevano contendere la direzione del partito, Akk ha mostrato in meno di un anno e mezzo al comando tutte le sue debolezze sia come leader della formazione di maggioranze relativa al Bundestag sia come ministro della Difesa, veste che continuerà a ricoprire con l’appoggio di Merkel.

IL SUO ADDIO È UNA SCONFITTA DELLA MERKEL

Le sue dimissioni sono anche una sconfitta per la cancelliera, che pare proprio aver sbagliato cavallo su cui puntare. O, quantomeno, lo abbia gestito nel peggiore dei modi. L’abbandono di Kram Karrenbauer azzera tutti i piani che la leader storica della Cdu aveva fatto per la successione e fa ripartire il gioco per la candidatura, alla segreteria e alla cancelleria.

Saranno i vertici della Cdu, insieme a quelli della Csu bavarese, a decidere che sarà il prossimo candidato cancelliere

E proprio qui sta ora la questione più interessante che si porrà per i conservatori nei prossimi mesi: secondo quanto comunicato da Akk, che ha rinunciato prima alla candidatura alla cancelleria e come conseguenza alla leadership del partito, saranno i vertici della Cdu, insieme a quelli della Csu bavarese, a decidere che sarà il prossimo candidato cancelliere, che assumerà anche le redini dei cristiano-democratici.

SI POSSONO RAFFORZARE SIA I GRUNEN SIA GLI ESTREMISTI DI DESTRA

Il processo dovrebbe essere coordinato da Merkel e Akk e accompagnato naturalmente dalla disciplina di partito. Visto l’episodio in Turingia e il citato trio, che inizierà ben presto a scalpitare, le prossime settimane si presentano però turbolente. Non solo: le difficoltà della Cdu avranno ripercussioni sul governo, dove la Spd, già in crisi profonda, non appare certo l’alleato forte e affidabile che servirebbe in questi momenti. In teoria si riapre anche quindi l’ipotesi di elezioni anticipate, che sarebbero comunque la condanna di conservatori e socialdemocratici, che perderebbero terreno ulteriore sia nei confronti dei Verdi e anche della Afd.

Da sinistra, Annegret Kramp-Karrenbauer e Angela Merkel.

Dalla spirale negativa che ha investito i partiti tradizionali tedeschi, anche i liberali e la stessa Linke, la sinistra relativamente forte nell’Est che non si è liberata ancora del tutto dei fantasmi del passato della Ddr, approfittano così i Grünen, diventati ormai una formazione di centro alternativo, e gli estremisti di destra, che rappresentano ormai una forza stabile nelle regioni orientali. È questa una faccia dell’eredità di Angela Merkel, alla guida della Germania negli ultimi 15 anni, cui i critici addossano parte della colpa per l’ascesa dei nazionalpopulisti. Non è un caso che il bubbone sia scoppiato in Turingia a causa della Afd e ora qualcuno abbia già chiesto alla cancelliera di fare un passo indietro. Anche se ormai è troppo tardi.

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L’erede di Merkel rinuncia alle elezioni e lascia la presidenza della Cdu

L'abbraccio con l'estrema destra di Alternative für Deutschland in Turingia costa caro ad Annegret Kramp-Karrenbauer. Cosa c'è dietro il passo indietro della delfina della cancelliera.

Annegret Kramp-Karrenbauer, leader della Cdu e considerata l’erede naturale di Angela Merkel, non correrà alle elezioni federali tedesche in programma nel 2021 e presto lascerà anche la presidenza del partito.

La decisione è una chiara conseguenza della debolezza della sua leadership, emersa in modo evidente con il caos politico in Turingia, dove i voti di Alternative für Deutschland sono stati decisivi, assieme a quelli della Cdu, per eleggere il liberale Thomas Kemmerich alla presidenza del Land. Per la prima volta i voti dell’ultradestra sono stati determinanti e hanno “affossato” un possibile esecutivo di sinistra che aveva già sottoscritto un contratto di coalizione e sembrava pronto a partire.

Kramp-Karrenbauer è stata costretta far dimettere il capo locale della Cdu, Mike Mohring, mentre Merkel tuonava: «L’elezione del governatore Kemmerich deve essere annullata. È frutto di un procedimento imperdonabile, un brutto giorno per la democrazia».

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Germania, la nuova Spd contro l’establishment di Merkel

L’ala giovanile Jusos dietro i nuovi leader dei socialdemocratici Esken e Walter-Borjan. Via austerity e pareggio di bilancio, bene comune e lavoro i cardini. Ma serve un compromesso per governare con la cancelliera fino al 2021.

Vorwärts, avanti. La marcia della Spd targata Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken è a «sinistra, come si deve». Verso il futuro, perché l’appoggio decisivo ai due nuovi leader del partito arriva dagli Jusos, l’ala giovanile dei socialdemocratici tedeschi che nel 2017,  sotto elezioni, organizzò un rumoroso tour contro una nuova grande coalizione con Angela Merkel. La ragion di stato, e dell’establishment della Spd, prevalse. Ma da allora il cuore della socialdemocrazia europea ha continuato a perdere colpi per il compromesso, precipitando sotto il 15% dei consensi. Fino al prevalere delle retrovie di sinistra, alla fine di un lungo percorso delle primarie tra gli iscritti che ha investito di oneri e onori il duo  Esken e Walter-Borjans. Un capolavoro politico, per molti in Germania, del leader degli Jusos Kevin Kühnert, volto fresco e carismatico e politico incisivo. Il vero nuovo della Spd, l’uomo che ha in mano le chiavi del partito.

Germania Spd nuovi leader sinistra
Il leader dell’ala giovanile dei socialdemocratici (Jusos) Kevin Kuehnert, sponsor e architetto della nuova leadership. ANSA.

STOP A NEOLIBERISMO E AUSTERITY

In questi mesi il 30enne berlinese ha disseminato interviste e apparizioni in tivù. Incontri, dibattiti, strette di mano e rassicurazioni. La base ha votato poi la sua linea, incarnata come per magia dagli esponenti della Spd da sempre meno in vista e più a sinistra. Come lo era una volta l’ex presidente, prima leader donna dei socialdemocratici, Andrea Nahles, dimissionaria a giugno dopo le brucianti sconfitte alle Regionali. Al contrario di Nahles, Walter-Borjans ed Esken hanno sempre rigettato le politiche annacquate dell’Agenda 2010, fuori da ogni incarico di governo. Fedeli alla linea anti-neoliberista, abbracciata dalla sezione giovanile e dalla maggioranza degli elettori Spd. Walter-Borjans, 67 anni, economista ed ex ministro delle Finanze del Nord Reno-Westfalia, il fortino rosso dove è cresciuto da figlio di un carpentiere, al Congresso ha attaccato senza peli sulla lingua l’austerity di Wolfgang Schäuble, a lungo numero due (per qualcuno numero uno) dei governi Merkel.

Standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco: salario minimo a 12 euro l’ora

Saskia Esken (Spd)

VIA IL PAREGGIO DI BILANCIO

La Spd ne è stata complice nella penultima grande coalizione del 2013. Ancora con il socialdemocratico Olaf Scholz alle Finanze, al posto di Schäuble, le cose non vanno. «Serve un’offensiva sociale per l’Europa e i conservatori non la vogliono», ha scandito il Robin Hood dei contribuenti, hanno ribattezzato Walter-Borjans in Germania, «pareggio di bilancio e stop a debito pubblico devono saltare se vanno contro al futuro dei nostri figli». Esken gli ha fatto eco, rilanciando il salario minimo a 12 euro all’ora, «standard svedesi per il mercato del lavoro tedesco». Lontani ancora soprattutto nell’Est (capitale inclusa), dove il divario salariale e dei contratti di lavoro con la vecchia Germania Ovest resta considerevole. Ma anche tra i giovani tedeschi pesano le tutele ridotte rispetto alla generazione dei genitori. A maggior ragione con i tagli in vista di migliaia di posti di lavoro per la frenata dell’economia e per l’informatizzazione, «è tempo di cambiare politiche del lavoro».  

Germania Spd nuovi leader sinistra
Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, nuovi leader dei socialdemocratici tedeschi. ANSA.

BENE COMUNE CARDINE DELLA SPD

Esken, 58 annui, rossa deputata di un Land da sempre conservatore come Merkel, resta «scettica sul futuro della Grande coalizione». Con il braccio destro Walter-Borjans non è perentoria: «Compromessi sono possibili» anzi «realistici», a patto di «non cambiare opinioni per disciplina verso la Grande coalizione». È quanto, messo alle strette, predica anche il giovane Kühnert, «la testa dietro il successo elettorale di Esken e Walter-Borjans» commenta anche der Spiegel: «Critico della grande coalizione, ma per restare nell’esecutivo». Più facile a dire che a farsi influenzare, da minoranza decisiva nel governo, la maggioranza di Merkel. Nessuno ce l’ha ancora fatta. Nonostante la consunzione della Cdu-Csu, la Spd si è imposta come sinistra di opposizione e di governo. La precondizione degli Jusos per non rompere le larghe intese è che il «bene comune» torni cardine della Spd: «Via la logica di Scholz, più Mitgefühl». Solidarietà, empatia per i bisogni sociali.

La nuova Spd conta di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà

DUE ANNI PER RICOSTRUIRSI

Così deve parlare un partito di massa di sinistra, anche per riconquistare elettori. Spira un vento nuovo, dalla platea del Congresso è un’ovazione per i favoriti di Kühnert. Esken è passata con il 76%, Walter-Borjans con l’89%, più del 66% di Nahles nel 2018. Mentre Kühnert è il lizza per la vicepresidenza della Spd. L’entusiasmo è segnale positivo, ma anche Martin Schulz fu eletto a maggioranza bulgara nel 2017: il 100% e poi fuori un anno dopo. Come Nahles, uno stillicidio. Non è però un’allegria di naufragi: la nuova leadership conta, probabilmente, di tenere botta fino alle Legislative del 2021, quando Merkel se ne andrà. L’orizzonte temporale non è dilatato, può permettere di evitare il voto nazionale anticipato senza sconfessarsi. In due anni la Spd può riprendere fiato e ricostruirsi un po’, passate le burrasche del 2019 delle Regionali e delle Europee. Sempre che il cambiamento non sia, come spesso ultimamente, più rapido di ogni previsione.

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La visita di Merkel ad Auschwitz e la Germania preda dell’anti-semitismo

La cancelliera per la prima volta nel campo di concentramento nazista emblema della Shoah. Lì dove solo due suoi predecessori su otto si erano presentati. Cosa c'è dietro la scelta simbolica di Angela, preoccupata da estremismo di destra, odio e revisionismo.

Nella Germania sferzata dal vento dell’anti-semitismo, tutti gli occhi erano puntati sulla sua figura impassibile. Tutte le orecchie tese ad ascoltare le sue parole. Tutte le testate attente a registrarne ogni movimento. Il 6 dicembre la cancelliera Angela Merkel ha visitato il campo di concentramento di Auschwitz per la prima volta dal novembre del 2005 in cui prese le redini del Paese.

PRIMA DI LEI SOLO SCHMIDT E KOHL

Se quel non essersi mai presentata in veste ufficiale al luogo simbolo dell’Olocausto può sembrare un fatto inusuale per un leader tedesco del Dopoguerra, è vero tuttavia che degli otto cancellieri della Germania federale che hanno preceduto Merkel soltanto due hanno fatto visita ad Auschwitz: Helmut Schmidt fu il primo, nel 1977, oltre 30 anni dopo la liberazione del lager, seguito da Helmut Kohl, nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, e poi ancora nel 1995.

Quello che è successo qui non si può capire con la comprensione umana. Non dobbiamo dimenticare mai. Provo una vergogna profonda


Angela Merkel ad Auschwitz

La cancelliera, vestita di nero, è stata ricevuta nel primo pomeriggio dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e dal direttore della fondazione Auschwitz-Birkenau, Piotr Cywinski. Assieme alla delegazione polacca, Merkel ha attraversato lentamente l’ingresso del campo di concentramento nazista, varcando il cancello con la scritta Arbeit macht frei, “il lavoro rende liberi”. Un momento definito «storico» da una serie di giornali, come l’autorevole Der Spiegel, che hanno seguito la cancelliera passo dopo passo, in diretta. “Merkel attraversa la porta della morte”, ha titolato il tabloid Bild. Le prime parole della cancelliera sono state queste: «Quello che è successo qui non si può capire con la comprensione umana. Non dobbiamo dimenticare mai. Provo una vergogna profonda».

IL DILEMMA: FARE UN DISCORSO O TACERE?

Merkel ha osservato un minuto di silenzio nel campo di Auschwitz e depositato una corona di fiori in quello di Birkenau, prima di tenere un discorso durante la cerimonia commemorativa alla presenza del primo ministro polacco. Un dettaglio, quest’ultimo, che in passato ha diviso l’opinione pubblica e gli stessi cancellieri. Schmidt nel 1977 disse: «Questo posto richiederebbe silenzio, ma io sono sicuro che in un luogo simile un cancelliere tedesco non possa tacere». Al contrario, la visita di Kohl, 12 anni dopo, fu dominata dal silenzio. Alcuni giorni dopo, confidandosi con i suoi collaboratori, Kohl parlò di «un luogo dove non si può tenere un discorso», aggiungendo che «quello che era stato scritto ad Auschwitz e a Birkenau» era «il più buio e il più orrendo capitolo della storia tedesca».

merkel Auschwitz-Birkenau
Merkel durante il suo intervento. (Ansa)

L’UNICA CANCELLIERA AD ANDARE A DACHAU (IN CAMPAGNA ELETTORALE)

Prima di Auschwitz-Birkenau, Merkel aveva visitato altri memoriali della Shoah: il Yad Vashem World Holocaust Remembrance Center, a Gerusalemme, il campo di sterminio di Buchenwald, nel 2009 con l’allora presidente statunitense Barack Obama, e – prima tra i cancellieri tedeschi a farlo – quello di Dachau, nel 2013, in piena campagna elettorale, sollevando per questo un polverone e venendo accusata dai Verdi di voler trarre da quella visita «capitale politico». La scelta di presentarsi ad Auschwitz-Birkenau, tuttavia, arriva oggi in un momento storico diverso. Per Merkel, al suo ultimo mandato da cancelliera, e per la Germania nel suo complesso.

ODIO E INTOLLERANZA: IL PROBLEMA DELLA GERMANIA

Il Paese è attraversato da una crescente ondata di odio e intolleranza. Secondo uno studio del World Jewish Congress pubblicato nell’ottobre del 2019 dalla Süddeutsche Zeitung, un tedesco su quattro ha pensieri anti-semiti e il 41% sostiene che «gli ebrei parlano troppo dell’Olocausto». La stessa percentuale ritiene che gli ebrei siano «più fedeli a Israele che alla Germania». Secondo un altro studio, condotto dalla European Fundamental Rights Agency, l’89% degli ebrei intervistati in Germania crede che l’anti-semitismo stia crescendo.

ATTI DI VIOLENZA A SFONDO POLITICO

Una percezione che va di pari passo con l’aumento, registrato negli ultimi mesi, delle violenze riconducibili a movimenti eversivi di estrema destra. Il caso più preoccupante, da tempo attenzionato dall’intelligence interna tedesca (Bfv), è quello dei Cittadini del Reich, frangia armata neonazista che attualmente conta 19 mila militanti, 2.500 in più del 2018, anno in cui si è resa protagonista di 157 atti di violenza a sfondo politico (nel 2017 erano stati 115). In cima alla lista dei nemici dei Cittadini del Reich ci sono profughi ed ebrei. Tra il 2017 e il 2018 sono aumentate anche le violenze anti-semite (da 37 a 67), concentrate nell’Est, roccaforte dell’estrema destra.

merkel-Auschwitz
La cancelliera Angela Merkel e il primo ministro polacco Matuesz Morawiecki mentre accendono una candela davanti al monumento delle vittime di Auschwitz-Birkenau. (Ansa)

CONTINUA L’AVANZATA DELL’ESTREMA DESTRA

Nei lander orientali l’ultradestra di Alternative für Deutschland (Afd) continua a guadagnare voti. L’ultimo riscontro in questo senso sono le elezioni regionali di fine ottobre in Turingia, dove AfD ha più che raddoppiato i consensi, passando dal 10,6% del 2014 al 23,4%. Un mese e mezzo prima, AfD aveva superato il 20% sia in Sassonia sia in Brandeburgo, che al pari della Turingia erano parte della Repubblica democratica tedesca (Ddr). Era dal 1945 che un partito di estrema destra non oltrepassava questa soglia. Risultati che «fanno paura», fu il commento di Charlotte Knobloch, presidente della comunità israelitica di Monaco. «È scioccante che un partito come Afd, apertamente di destra radicale, anti-democratica e molto spesso anti-semita, abbia consensi del genere».

ANGELA NON PUÒ LASCIARE IL PAESE IN QUESTE CONDIZIONI

L’anti-semitismo in Germania ha assunto i contorni dell’emergenza. E Merkel non ne fa mistero. «Stiamo assistendo a un attacco contro i nostri valori fondamentali», ha detto la cancelliera da Auschwitz. Parlando senza mezzi termini di «minacce alla comunità ebraica in Germania, in Europa, e oltre» e mettendo in guardia dai «pericoli» del «revisionismo storico». Di cui l’ultradestra di AfD è ambasciatore sempre più temuto. Specie da una cancelliera a fine corsa, che tutto vuole fuorché lasciare la Germania in balìa degli estremisti.

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Germania, assedio alla Grande coalizione di Merkel

I nuovi leader della Spd Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans vogliono cambiare il contratto di governo con la cancelliera e ricostruire il welfare state. I conservatori dicono no e la tenuta dell'esecutivo è a rischio. Mentre l'estrema destra di AfD è pronta a cannibalizzare i moderati in un voto anticipato. Lo scenario.

Due politici sconosciuti all’estero, Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, ma evidentemente noti alla base in Germania come dissidenti della linea di governo, sono stati incoronati come leader dagli iscritti al partito socialdemocratico.

Uno schiaffo all’establishment della Spd che dal 2013 governa con i conservatori di Angela Merkel, e una doccia fredda per i conservatori della Cdu-Csu. Farà di tutto per non darlo a vedere, ma la cancelliera ha buoni motivi di trascorrere il Natale nel panico.

Il suo vice Olaf Scholz, ponderato e competente ministro delle Finanze, era il nuovo leader in pectore della Spd, con il braccio destro Klara Geywitz. Sapeva di raccogliere un partito in macerie, dopo le dimissioni in primavera di Andrea Nahles sopraffatta dai fallimenti. Scholz sapeva anche di essere sul filo di lana con numeri: in testa al primo turno, ma con appena il 23% rispetto al 21% di quelli che sono diventati nuovi leader. Nondimeno nessuno, neanche il duo Esken-Walter-Borjans verso l’investitura al Congresso (6-8 dicembre 2019), si attendeva un segnale così forte dagli oltre 200 mila tesserati che hanno risposto al ballottaggio.

I ROBIN HOOD DEI CONTRIBUENTI

«115 mila compagni hanno votato per i due queruli», rompiscatole, commentano in Germania. Mentre i nuovi vertici dell‘estrema destra di AfD, eletti con un tempismo inquietante insieme a Esken e Walter-Borjans, puntano da sciacalli a quel che, profetizzano, resterà dell’Unione della Cdu-Csu. Benché la solida Bundesrepublik si muova a passo lento e monotono (Merkel è cancelliera dal 2006, Helmut Kohl suo pigmalione guidò la Germania per 16 anni), in effetti i tempi potrebbero essere maturi per uno scossone che porti al voto anticipato nel 2020. Il duo Esken-Walter-Borjans ha trascorso anni nelle retrovie, dissociandosi dai tagli al welfare e dalle aperture al mercato già dell’Agenda 2010 di Gerhard Schröder. «Il peccato originale», dicono, della Spd del terzo millennio. Il loro mantra è la «rinegoziazione del contratto di Grande coalizione», chiuso a fatica nel 2018 tra la Spd e la Cdu-Csu, dopo mesi di inedito vuoto di governo per la locomotiva d’Europa. Walter-Borjans, soprannominato il «Robin Hood dei contribuenti», a Merkel chiede di alzare il reddito minimo di 12 euro e ancora più fondi per il clima.

Germania leader Spd Merkel estrema destra AfD
La cancelliera Angela Merkel (Cdu) con il vice cancelliere Olaf Scholz (Spd). GETTY.

L’ENDORSEMENT DI LAFONTAINE

Musica per le orecchie dell’eminenza grigia della Linke – ed ex presidente dei socialdemocratici – Oskar Lafontaine che vede spianarsi la strada per un’alleanza tra la sua sinistra radicale, i Verdi e una Spd tornata alle origini. «Adesso bisogna rompere con il neoliberismo», ha subito commentato il leader tradito da Schröder, «Esken e Walter-Borjans hanno avuto questa chance perché slegati dalle scelte sbagliate del passato. Possono ricostruire lo stato sociale e tornare alla politica di pace di Willy Brandt». L’attacco è anche alla politica muscolare della leader della Cdu, delfina della cancelliera, Annegret Kramp-Karrenbauer, da qualche mese ministro della Difesa, che accelera sul riarmo e auspica nuove riduzioni a un welfare, a suo avviso, «ai limiti del sostenibile». Lafontaine conosce bene la durezza di Kramp-Karrenbauer: entrambi, in tempi diversi, hanno governato la piccola Saarland afflitta dalla crisi dell’acciaio e dalla deindustrializzazione. Nei modi Merkel è più soft, ma la sostanza non cambia: il suo capo di gabinetto ha tagliato corto, di ritocchi all’accordo di governo i cristiano-democratici e sociali non vogliono saperne.

VERSO L’ALLEANZA A SINISTRA?

Difficile che il Robin Hood dei contribuenti e la co-leader si rimangino mesi di campagna e anni di militanza. Hanno anche l’appoggio dell’ala giovanile (Jusos) della Spd. A quel punto i socialdemocratici perderebbero anche il 14-15%, toccando davvero lo zero. E se si rompe il giocattolo e si spacca ancora il partito – Scholz, scosso dai risultati, esclude le sue dimissioni dal ministro dell’Eurogruppo – si possono solo anticipare le Legislative. La nuova guida dei socialdemocratici invita a non guardare come a un tabù le coalizioni con la Linke che dal 1990 inglobò i socialisti dell’ex Ddr: gli esperimenti nei governi locali, nei Comuni e nei Land sono incoraggianti. Nuovi laboratori in questa direzione stanno nascendo dalle alleanze anti-AfD delle Amministrative nel 2019. Verdi e sinistra radicale, con una Spd che inverte davvero rotta dalle grandi coalizioni, potrebbero mollare gli ormeggi per gli esecutivi nazionali. Ne sono convinti anche nell’estrema destra, intenzionata di conseguenza ad «andare al governo» con la Cdu-Csu. Per alcuni conservatori, soprattutto nell’ala bavarese della Csu, non sarebbe la fine del mondo.

L’ESTREMA DESTRA MIRA A ENTRARE NEL GOVERNO

Il regista dell’operazione Aexander Gauland ha passato quasi 40 anni nella Cdu, ed è deciso a traghettare l’AfD – con tutte le sue anime – verso l’alleanza con i moderati. Al Congresso di Braunschweig, assediato da 20 mila contestatori, ha ceduto lo scettro di portavoce a Tino Chrupalla, 44enne homo faber di AfD ed ex militante nei pulcini della Cdu, il «suo ragazzo» commentano in Germania. Come Gauland, Chrupalla viene dalla Sassonia, roccaforte di AfD e delle frange più estremiste dell’estrema destra. È un ex imbianchino e decoratore, un piccolo imprenditore che sa parlare alla gente, chiede sicurezza ed è vicino alla Russia. Da deputato, ha sferrato duri attacchi alla cancelliera Merkel. È definito un «patriota tedesco», come il braccio destro, co-presidente di AfD Jörg Meuthen. Ma ultimamente Chrupalla ha addolcito i toni schierandosi «contro gli antisemiti nel partito», si mormora su ordine di Gauland che in parlamento, fino al nuovo voto, continua a essere il capogruppo e a indicare le mosse. Convinto che presto o tardi tutta la sinistra si metterà d’accordo, e quel giorno Afd vuole essere pronta.

Germania leader Spd Merkel estrema destra AfD
Tino Chrupalla e Joerg Meuthen, alla presidenza dell’estrema destra di AfD, in Germania. GETTY.

IL MAQUILLAGE DI AFD

All’ultimo Congresso anche l’ala ultranazionalista di AfD che ha trionfato in Sassonia, la Flügel di Björn Höcke, ha abbandonato i toni neonazisti. Tutti, incluso Höcke, fanno i responsabili per scalare il Bundestag. Anche a questo servono Chrupalla e Meuthen: appartenenti alla corrente “moderata” ma dialoganti con i leader più estremi del movimento. Che la Cdu, in particolare, ceda alle lusinghe di AfD è però ancora più improbabile di un’apertura alla sinistra della Spd. Proprio i cristiano-democratici di Merkel sono vittime dell’omicidio politico di Walter Lübcke, il governatore locale che accoglieva i migranti freddato a giugno da un neonazista. Le lunghe frequentazioni di figure di AfD come Höcke in questo sottobosco sono assodate. Un sì all’estrema destra spaccherebbe l’Unione della Cdu-Csu più di quanto Esken e Walter-Borjans non dividano i socialdemocratici. E che per AfD si tratti solo maquillage è evidente: il deputato Stephan Brandner, appena destituito dalla guida della commissione parlamentare della Giustizia, per diverse affermazioni razziste e antisemite, è stato eletto vice presidente di AfD.

IL PRECIPIZIO DELLA SPD

Un fatto «mai accaduto prima» nella storia della Bundesrepublik, fanno quadrato tutte le altre forze politiche. L’altro vicepresidente di AfD, in tandem con l’ex co-leader certo non tenera Alice Weidel, è l’ex eurodeputata Beatrix von Storch, nipote dell’ultimo primo ministro di Adolf Hitler. Ricostruire una verginità ad AfD è una mission impossibile. Ma anche i due nuovi leader della Spd sono sul crinale di un precipizio. Nahles, prima donna alla guida dei socialdemocratici, fu nominata nel 2018 con il 50%, il suo mentore Martin Schulz era stato acclamato all’unanimità nel 2017, ma entrambi sono durati poco. Lo storico partito europeo ha continuato a perdere consensi ed elezioni. Al duo si rimprovera già, da una fetta minoritaria ma significativa del partito, la scarsa preparazione nazionale e di governo al cospetto, per esempio, del vice-cancelliere Scholz. Esken, 58enne informatica di Stoccarda, è stata dirigente locale del partito, prima che deputata. Walter-Borjans è un economista 67enne, già ministro delle Finanze nel Nord Reno-Westfalia. Nahles è uscita di scena da leader della Spd con un «statemi bene». Al nuovo duo intanto auguri.

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Sulla Nato ha ragione Macron, Merkel difende solo gli interessi tedeschi

Sull'ormai logora alleanza atlantica il presidente francese è realista: non esistono più rapporti condivisi e strategici tra Usa e Europa. La cancelliera tedesca si dimostra invece una miope opportunista che guarda esclusivamente agli interessi della Germania.

Volano gli stracci tra Emmanuel Macron e Angela Merkel e non è un problema personale.

Giorni fa, durante un banchetto in occasione della caduta del Muro la Kanzlerin ha detto al presidente francese, avendo cura di essere ben sentita dai commensali: «Capisco che tu desideri una politica di rottura. Ma io sono stanca di raccogliere i pezzi, sempre e sempre, ad essere io che devo incollare insieme le tazze che tu rompi in modo che possiamo sederci a bere insieme una  tazza di tè».

Parole dure, durissime che rimandano ad una frattura radicale tra Francia e Germania in apparenza sulla Nato, ma in realtà sulla strategia complessiva di politica estera dell’Unione Europea.

ALLEANZA ALTANTICA ORMAI AL LIMITE DELLA ROTTURA

In estrema sintesi, Macron ha semplicemente preso atto che ormai gli Stati Uniti puntano a consolidare una rotta di collisione con l’Europa, considerata un «concorrente sleale e fastidioso» e non più, sempre e comunque, un alleato strategico. Un cambiamento di rotta già iniziato con Barack Obama e ora consolidato da Donald Trump.

Su tutti i fronti ormai gli Usa considerano l’area dell’euro un concorrente fastidioso e inaffidabile

Non è solo questione di dazi, dell’accusa all’Europa di non farsi carico delle sue spese per la difesa (addossandole impropriamente agli Usa) e di disimpegno totale di Washington dalle aree di crisi mediorientale a fronte del quale l’Europa si trova sguarnita e incapace di reagire. Su tutti i fronti ormai gli Usa considerano l’area dell’euro un concorrente fastidioso e inaffidabile e puntano chiaramente alla sua destabilizzazione acuta. Tutto questo logora sino al limite di rottura la ratio stessa della Alleanza Atlantica che ha ragione d’essere dalla sua fondazione in poi solo su una compatta e solida condivisione strategica di “compagni di strada”.

GLI USA SONO ORMAI TOTALMENTE DISIPEGNATI

Preso atto delle ritorsioni Usa per le sovvenzioni di Stato ad Airbus, del disimpegno americano in Siria, della guerra dei dazi e anche del fatto che ormai la Turchia (ex caposaldo Nato a oriente) è più alleata di Vladimir Putin che di Donald Trump (tanto che si arma con gli SS300 russi), Macron semplicemente constata l’evaporazione del senso stesso di mantenere in vita la Nato. La frase sulle «tazze rotte da Macron» della Merkel è stata infatti la risposta salace alla dichiarazione del presidente francese di non vedere per quale ragione debba partecipare al prossimo consiglio Nato a Londra di inizio dicembre facendo finta che Usa e Turchia si stiano comportando in Siria secondo l’interesse collettivo degli alleati: «Non posso sedermi lì e comportarmi come se niente fosse successo!».

MERKEL USA LA NATO SOLO PER GLI INTERESSI TEDESCHI

Ma il vero fossato profondo tra Francia e Germania – al di là delle boutades e delle contingenze – si è via via scavato a causa della visione miope della Merkel che non sa e non ha mai saputo vedere le grandi strategie internazionali, men che meno le crisi del Mediterraneo, del Medio Oriente e dell’Africa, e che considera la Nato solo e unicamente la garanzia di mantenere ben protetto il suo mercato e i suoi rapporti con un Est Europa che vede nella Nato un baluardo indispensabile nei confronti della espansione dell’area di influenza della Russia. Sulla scena internazionale la Germania della Kanzlerin continua dunque a essere sempre più un gigante economico e un nano politico.

Da sinistra, Emmanuel Macron e Angela Merkel (foto LaPresse).

Non si ricorda una, che sia una, «visione strategica» originale di Merkel sulla scena delle grandi crisi internazionali, men che meno a fronte del tema epocale delle immigrazioni sul quale ha agito solo e unicamente quando ha toccato la Germania, obbligando la Ue a versare 5 miliardi di euro a Erdogan solo e unicamente per proteggere il suo Paese. Macron, insomma, vede giustamente il logoramento ormai irreparabile delle ragioni di fondo stesse della Alleanza Atlantica, dei rapporti condivisi e strategici tra Usa e Europa, la Merkel invece, come sempre, si limita a tenere lo sguardo basso, guarda agli interessi di corto respiro dei commerci e dei bilanci dell’immport-export della Germania. Un dissidio difficilmente sanabile.

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Germania, la chiamata alle armi della delfina di Merkel

Le celebrazioni per il compleanno della Bundeswehr. Il riarmo. Il pressing sul parlamento per più missioni all’estero. Un Consiglio nazionale di sicurezza. Così Kramp-Karrenbauer strizza l'occhio al militarismo.

Giusto qualche anno fa, nel 2015, l’esercito della Germania faceva notizia per imbracciare manici di scopa tinti di nero al posto dei fucili nelle esercitazioni della Nato, tanto era sguarnito. Per i training, al posto dei blindati si usavano alla bisogna dei furgoni Mercedes. Lo sgomento era così forte che qualcuno, tra i graduati, cominciò a inviare rapporti riservati a riguardo alla tivù pubblica tedesca (Ard). Un vento radicalmente cambiato dall’arrivo Annegret Kramp-Karrenbauer in capo alla Difesa, o quantomeno la delfina di Angela Merkel vorrebbe che cambiasse al più presto: per i 64 anni dalla nascita, il 12 novembre del 1955, della Bundeswehr ha dato ordine a tutti i governatori di festeggiare il «compleanno dell’esercito con parate di giuramento in tutti i Land». «All’aperto», senza vergogna, guai a ripararsi dentro le caserme.

LA PARATA A BERLINO

A Berlino il giuramento di 400 reclute è andato in scena ieratico nel grande campo davanti al Reichstag. Una cerimonia del genere, davanti alla scritta Dem deutschen Volke («al popolo tedesco») all’ingresso del parlamento, non avveniva dal 2013. E comunque mai si era cercata tanta enfasi: Ursula von der Leyen, prima alla Difesa, aveva tolto i giuramenti pubblici, avviando l’indispensabile dietro le quinte del riarmo delle truppe con una scia di inevitabili polemiche. Il passato dei Reich restava pesante: anche durante la Guerra fredda, quando la militarizzazione divenne d’obbligo per la Germania Ovest, le cerimonie militari avvenivano a testa bassa, in sordina. E dagli Anni 90, mezzi e uomini della Bundeswehr si erano assottigliati: si preferì approfittare della pax europea, anche con un esercito rinforzato delle truppe dell’Est.

INTERVENTISTA IN SIRIA

Per Kramp-Karrenbauer, Akk come la chiamano i tedeschi, è tempo di essere orgogliosi dei propri soldati, «parte e presidio della società democratica». Ed è tempo anche, ha spronato espressa sempre Akk il parlamento, che i soldati tedeschi siano più presenti nel mondo; che la Germania, con o senza la Nato, prenda l’iniziativa. Le uscite così ravvicinate sul riarmo e il piglio – molto diverso da quello di Von der Leyen – hanno valso rapidamente alla nuova titolare della Difesa la reputazione di militarista: soprattutto la proposta unilaterale di qualche settimana fa, senza consultare o informare neppure il collega degli Esteri, di una forza di peacekeeping europea in Siria, al posto degli americani, ha scatenato un’ondata di reazioni critiche. Nel governo, in parlamento e tra la popolazione tedesca. Anche le parate del 12 novembre sono state contestate da gruppi di pacifisti.

AKK È MILITARISTA?

Come la nuova presidente della Commissione Ue, Kramp-Karrenbauer è cresciuta sotto l’ala di Merkel. Entrambe devono l’ascesa alla cancelliera. Ma Akk è più a destra di Merkel e di Von der Leyen: integralista nell’etica, e sovranista in politica. Come primo provvedimento alla Difesa ha bloccato la privatizzazione, nella riorganizzazione disposta da Von der Leyen, del gruppo statale che mantiene e ripara i mezzi dell’esercito. Kramp-Karrenbauer si è anche posta da subito più vicino alle truppe: non potendo chiedere un ritorno alla leva obbligatoria, si è rammaricata che «della disaffezione alle forze armate dal suo abbandono». Ma se sulla Siria Akk ha fatto infuriare il titolare degli Esteri, il socialdemocratico (Spd) Heiko Maas, e diversi altri, dalle cerimonie per l’anniversario della Bundeswehr si è dissociata solo la sinistra radicale della Linke.

Germania riarmo Difesa Bundeswehr
AKK tra le truppe della Bundeswehr, Germania. GETTY.

IL CAMBIO DI MENTALITÀ

Si commenta che da tanto tempo i militari non erano così presenti in Germania. E non è per forza un male. Sul giuramento anche i Verdi, come i socialdemocratici, danno ragione ad Akk. La percezione della Bundeswehr, nata a Bonn con un centinaio di volontari nel 1955, è sempre meno distorta dallo spettro della Wehrmacht, soprattutto tra i giovani. Nel 1980, quando per la prima volta si tenne un giuramento delle forze armate in uno stadio, a Brema, esplosero proteste con centinaia di feriti. Ancora nel 2010 un capo dello Stato dovette dimettersi per aver affermato, come fece l’imprudente Horst Köhler (Cdu) probabilmente più da ex capo del Fondo monetario internazionale (Fmi), che un «Paese grande come la Germania avrebbe dovuto difendere i propri interessi anche commerciali, nell’emergenza, anche attraverso interventi militari».

IL CONSIGLIO DI SICUREZZA

Per Köhler si parlò di «politica da cannoniere». Come quella italiana, la Costituzione tedesca vieta azioni offensive, tanto più guerre commerciali, alle forze armate. E ogni intervento militare a scopo difensivo deve essere richiesto dal parlamento. Con Kramp-Karrenbauer si inizia a chiamare la «Germania poliziotto del mondo» e si torna a invocare il dettato costituzionale. Ma non scatta più tanta veemenza, e non se ne chiedono le dimissioni. La proposta di Akk di istituire un Consiglio nazionale di sicurezza di coordinamento tra gli apparati militari e dei ministeri dell’Economia, dell’Interno e dello Sviluppo è stata anzi apprezzata dai vertici diplomatici e dello stato maggiore. Chiusa la parata, la ministra ha annunciato il potenziamento delle forze armate con «nuovi equipaggiamenti e nuovi militari» entro il 2031. Lo chiede la Nato, ma non solo.

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Conte e Merkel, intesa d’acciaio

Il premier italiano e la cancelliera tedesca vogliono cooperare nel settore siderurgico. Sintonia anche su migranti, Nato e Libia.

Sintonia su migranti, Libia e Nato. E un confronto sullo spinoso dossier ArcelorMittal. Il premier Giuseppe Conte ha accolto la cancelliera tedesca Angela Merkel a Roma, ribadendo la comune volontà di lavorare insieme per affrontare le grandi sfide internazionali e combattere le «intolleranze» e le «forze disgregatrici» in seno all’Europa.

CONTE RIVENDICA LA SUA AUTONOMIA

Il premier ha rivendicato anche la sua autonomia di pensiero, a prescindere dalla coalizione che lo sostiene: «Se avrete la bontà di comparare le posizioni del sottoscritto assunte nel precedente esecutivo e quelle che esprimo in questo, non vedrete differenze. Anche sul piano dell’approccio all’immigrazione ho sempre ritenuto che si dovesse partire dai diritti fondamentali di queste persone, che soffrono e cadono in mano ai trafficanti di esseri umani».

L’IDEA DI COOPERARE NEL SETTORE SIDERURGICO

Con la canceliera Merkel si è parlato anche di AcelorMittal: «Ci siamo ripromessi una cooperazione sull’acciaio, anche per cercare di confrontarci sulle soluzioni più avanzate dal punto di vista tecnologico. Il governo sta lavorando a una soluzione che tenga in piedi da una parte la tutela della salute e dell’ambiente, dall’altra la salvaguardia dei livelli di occupazione». Comune sentire anche su altri dossier: dalla Nato – dopo lo schiaffo del presidente francese Emmanuel Macron, che l’ha definita «in stato di morte cerebrale» – all’immigrazione, che vede la Germania in prima linea.

LA NATO «PILASTRO» DELLA POLITICA INTERNAZIONALE

«Voglio ringraziare pubblicamente il governo tedesco perché in materia di migrazioni non ha fatto mancare il suo aiuto all’Italia. La Germania, se parliamo di sensibilità sul quadro complessivo dei problemi e l’esigenza della redistribuzione, è un Paese in prima linea e questo va riconosciuto», ha detto il premier italiano. Ringraziamenti che la cancelliera tedesca ha restituito «per l’impegno dell’Italia sulla Libia». E a meno di un mese dal prossimo vertice Nato, Merkel ha sottolineato come l’Alleanza atlantica resti «un pilastro della politica internazionale».

IL NODO DELL’UNIONE BANCARIA EUROPEA

I capi dei governi di Italia e Germania hanno affrontato anche il tema dell’Unione bancaria europea. «L’Italia è favorevole a un raforzamento, ma non temiamo scossoni per il nostro sistema», ha detto Conte. Su questo punto la cancelliera non si è sbilanciata: «Mi sono aggiornata sullo sviluppo dei rischi nel sistema bancario italiano. Devo esprimere la mia soddisfazione, avete compiuto notevoli progressi».

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Libia e crescita economica al centro del vertice Conte-Merkel

Il premier riceve la cancelliera a Roma. Dal dossier immigrazione alla necessità di rafforzare la governance europea: i temi sul tavolo.

Dalla crisi libica al dossier immigrazione, passando per il rafforzamento della governance europea. Sono i temi più importanti al centro dell’incontro in programma l’11 novembre a Roma tra il premier Giuseppe Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Ma la cena di lavoro arriva anche in concomitanza con le battute finali della trattativa su Alitalia. Trattativa che coinvolge anche il colosso tedesco Lufthansa. Ed è dunque probabile che finisca sul tavolo dell’incontro. Prima a due, e poi allargato alle delegazioni al completo.

Il dossier libico e quello sui migranti saranno tra i temi principali, a una settimana dal summit di Berlino “Compact with Africa“, che avrà la Libia come tema chiave e vedrà anche la partecipazione di Conte. Sulla questione, Italia e Germania sono in sintonia: entrambe contrarie a qualsiasi soluzione diversa da quella politica, entrambe convinti della necessità di un meccanismo europeo di redistribuzione dei migranti. Non a caso, il 10 novembre, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha ringraziato Berlino per la solidarietà mostrata in questi ultimi mesi per il ricollocamento di chi sbarca sulle coste italiane.

UNA RISPOSTA «COESA» CONTRO I DAZI USA

Ma Merkel e Conte parleranno anche di economia. La Germania è in recessione tecnica. L’Italia rallenta. Per Berlino e Roma, i dazi Usa impongono una risposta organica e «coesa» di tutta l’Ue. Un’Ue che – e questo sarà la posizione di Conte – è chiamata ad allargare le maglie su investimenti per crescita e occupazione. In questo contesto s’inserisce la necessità, caldeggiata dall’Italia e sostenuta dalla Germania, di un rafforzamento della “governance” economica europea, da mettere in atto sfruttando l’inizio della nuova legislatura Ue.

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Le parole di Merkel nei 30 anni della caduta del Muro di Berlino

La cancelliera tedesca parla davanti al Memoriale: «Non dimentichiamo le vittime della Ddr. La democrazia non è scontata».

Le rose infilate in una fessura orizzontale del Memoriale del Muro di Berlino dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier e dai capi di Stato di Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia hanno aperto le cerimonie per i 30 anni dalla caduta della barriera di cemento che separò la Germania dell’Ovest da quella dell’Est, il mondo occidentale da quello comunista. Il gesto è stato imitato dagli altri partecipanti alla cerimonia, tra cui la cancelliera Angela Merkel, il presidente del parlamento tedesco Wolfgang Schaeuble e molti giovani. Il Memoriale conserva impianti di confine con tutte le loro installazioni, compresa la striscia della morte, oltre a 212 metri della barriera di cemento che divise Berlino e il mondo per 28 anni.

«UN GIORNO FATIDICO DELLA NOSTRA STORIA»

«Il 9 novembre è un giorno fatidico della storia tedesca», ha detto la cancelliera Angela Merkel durante il suo discorso, «oggi ricordiamo anche le vittime dei pogrom di novembre dell’anno 1938, i crimini che furono perpetrati nella notte tra il 9 e il 10 novembre» ai danni «di persone ebree e quello che seguì fu il crimine contro l’umanità e il crollo della civiltà rappresentato dalla Shoah». Parlando nella Cappella della riconciliazione annessa al Memoriale, la cancelliera ha aggiunto che «il 9 novembre, in cui in maniera particolare si riflettono i momenti terribili e quelli felici della nostra Storia, ci ammonisce che dobbiamo contrastare in modo deciso odio, razzismo e antisemitismo. Ci esorta a fare tutto quello che è in nostro potere per difendere dignità umana e stato di diritto».

«NON DIMENTICHIAMO I CRIMINI DELLA DDR»

In particolare, la cancelliera si è soffermata sui crimini del Comunismo: «Troppe persone furono vittima della dittatura della Sed», ha detto riferendosi al partito comunista della Ddr, e «non le dimenticheremo mai. Ricordo le persone che furono uccise su questo Muro perché cercavano la libertà» e «i 75 mila esseri umani che furono incarcerati per ‘fuga dalla Repubblica’», ha aggiunto. «Ricordo le persone» che furono vittima di «repressione perché loro parenti erano fuggiti» all’Ovest, ha detto ancora Merkel volgendo un pensiero anche a chi «fu sorvegliato e denunciato», o «furono oppressi e dovettero seppellire i loro sogni e speranze perché non si volevano piegare all’arbitrio statale». Dopo la caduta del Muro, «il richiamo della libertà creò nuove democrazie nell’Europa centrale ed orientale. La Germania e l’Europa poterono finalmente crescere insieme», ha proseguito ancora la cancelliera nel suo discorso. «Tuttavia i valori su cui si fonda l’Europa, uguaglianza, democrazia, libertà, stato di diritto», difesa dei «diritti umani, sono tutt’altro che scontati, devono essere sempre vissuti e difesi di nuovo».

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Il compromesso storico della Germania contro i neonazi

Alle Regionali in Turingia ha sbancato il "mostro" Höcke, candidato dell'estrema destra di AfD. I cristiano-democraticidi Merkel, crollati, possono allearsi solo con la sinistra radicale per avere la maggioranza.

La batosta per il partito (Unione cristiano-democratica, Cdu) dell’ex ragazza dell’Est non è piovuta dalla temuta Sassonia, o dal Brandeburgo dove a settembre conservatori e i socialdemocratici (Spd) avevano sostanzialmente retto all’estrema destra. Ma dalla Turingia storicamente cerniera tra l’Est e l’Ovest della Germania: è smottato il Land dei vigneti e delle università di Jena ed Erfurt, culla del misticismo tedesco e del romanticismo, degli studi di Martin Lutero, di Karl Marx e di altri pensatori che avrebbero scosso l’Europa. Dopo le Regionali del 27 ottobre 2019, la Turingia potrebbe partorire il primo governo di compromesso storico in 30 anni dalla caduta della Ddr, la Repubblica democratica tedesca, celebrata in autunno.

LA PRIMA VOLTA CDU-LINKE?

La scossa per una giunta con gli ex comunisti della Linke, proposta dal leader regionale della Cdu di Angela Merkel, Mike Mohring, è stata il trionfo (23%) della peggiore corrente dell’estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), schizzata dal 10% del 2014 a secondo partito. E il crollo concomitante della Cdu (al 22%, -12%) che fino al 2010 aveva amministrato la Turingia dalla riunificazione. Il consolidamento della Linke a primo partito (al 31%, cresciuta di tre punti) è una soddisfazione anche personale per il governatore Bodo Ramelow, molto apprezzato tra la popolazione. Ma stavolta la Linke non può farcela con la Spd (-4%, all’8%) e con i Verdi (al 5%). Occorre un governo di tutti contro uno.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il muro dell’ex Ddr di fronte a Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller. Un’installazione per il 30ennale in Germania della caduta del Muro. (Getty)

IL PROBLEMA HÖCKE

Solo la partecipazione – o in extremis l’appoggio esterno – della Cdu e ci si augura dei Liberali (Fdp) al 5%, può garantire a Ramelow una maggioranza di governo. Il mostro da abbattere è l’esponente di AfD Björn Höcke, un «nazista» per Mohring e un «fascista» per i Verdi, nella calda campagna elettorale che si è chiusa. L’agitatore della Flügel, «l’ala» percepita eccessiva anche dalla parte dell’elettorato più populista di AfD, è di casa negli ambienti e ai cortei dei neonazi dell’ex Ddr. Höcke rievoca fieramente i tempi del Terzo Reich. Attraverso un linguaggio molto disinvolto (una per tutte, dire una «vergogna» il Museo dell’Olocausto a Berlino) anche verso la Wende (la «svolta») del 1989.

UN QUARTO DEGLI ELETTORI CON AFD

Ma promettere una nuova «Wende» per salari e pensioni più alte, più sicurezza e meno immigrati (dei già pochi nell’Est) ha ripagato Höcke. Un quarto dell’elettorato della Turingia lo ha votato, rivelandosi molto radicale soprattutto tra le nuove generazioni: la Linke è al 40% tra gli over 60 e al 22% tra i giovani che non sono attratti dal programma degli ambientalisti, al contrario che nell’Ovest. Mentre AfD è riuscita a raggiungere tutti gli strati della popolazione: tra le donne del Land AfD è al 18%, il 22% tra chi ha il diploma di maturità. Decine di migliaia di preferenze (circa 36 mila) sono arrivate all’estrema destra anche dalla Cdu. Più del doppio (77 mila) dal bacino tradizionale degli astenuti.

Al voto di protesta in Turingia la partecipazione è spiccata a oltre il 65% per il voto

PARTECIPAZIONE MOLTO ALTA

Solo a uno sguardo superficiale il trend della Turingia riflette quello della Sassonia e del Brandeburgo: AfD che esplode per gradimenti, mentre i partiti dei governi uscenti (la Cdu in Sassonia, la Spd in Brandeburgo e la Linke in Turingia) vengono confermati. Alle elezioni regionali tedesche è spiccata la partecipazione a oltre il 65%. Parte del voto di protesta ha interessato anche la sinistra radicale, che aveva assorbito i socialisti del vecchio partito unico (Sed) della Ddr: il 16% delle preferenze alla Linke viene dalla «delusione» per gli altri partiti. È un segnale che il buon Ramelow abbia toccato il consenso più alto del partito dal 1990. E la Cdu il più basso.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il leader dell’ala pià estrema di AfD, Bjoern Hoecke, festeggia la vittoria delle Regionali in Turingia, Germania. (Getty)

ELETTORI DELLA CDU APERTI ALLA LINKE

Ex tedesco dell’Ovest, effettivamente il governatore della Turingia ha lavorato bene e con raziocinio nella prima Amministrazione della Germania riunificata guidata dalla Linke. Anche il 60% degli elettori dei cristiano-democratici nella regione lo giudica, nei sondaggi, un buon governatore. Solo il 28% rifiuterebbe a priori un’alleanza con la Linke targata Ramelow. Prima dei risultati, tutti nella Cdu escludevano la possibilità di un governo con la sinistra radicale. Ma poi il candidato Mohring ha riconosciuto che la «stabilità del Land prima degli interessi di partito».

La Linke non può essere equiparata ad AfD. Tutte le forze democratiche devono collaborare


I Verdi

VERDI PER LA COLLABORAZIONE DI TUTTI

Altri politici della Cdu puntano i piedi, come i liberali. Ma Mohring è pronto alla «responsabilità». Il capogruppo parlamentare dei conservatori Dietmar Bartsch (Merkel tace) ribadisce i paletti al matrimonio nazionale ma, apre, «sul piano regionale decide chi deve formare una coalizione». Dai socialdemocratici alle prese con la difficile elezione di un leader nazionale non potevano arrivare veti. Anche i Verdi invitano tutte le «forze democratiche alla collaborazione». Dopo tutto Ramelow, che non ha preclusioni e ha aperto i colloqui con tutti, governa un Land, si è affermato, anche a livello istituzionale. Si rimarca, la Linke «non può essere equiparata ad AfD».

Germania attacchi Halle antisemitismo
L’attacco antisemita a Halle, in Germania, nei pressi della sinagoga. GETTY.

L’ALLARME DELLA COMUNITÀ EBRAICA

Certo per il Frankenstein di una Giunta Cdu-Linke (o di una Giunta di minoranza Linke-Spd con l’appoggio esterno alternato di Cdu-Verdi-Fpd) si pone il problema del prossimo voto. AfD esulta alla prospettiva di raccogliere gli ultimi frutti dal tracollo dei cristiano-democratici. Ma la priorità è arginare la corrente di un leader di AfD dal 2019 sotto osservazione dall’intelligence interna per le posizioni antisemite e nazionaliste, ritenute «sempre più estremiste» dai servizi segreti. Per la comunità ebraica in Germania, «un risultato di questa portata in Turingia di AfD dimostra che nel sistema politico tedesco qualcosa di fondamentale è finito fuori controllo».

LA VIA DI AFD VERSO LA BAVIERA

Nessun partito tedesco è disposto ad allearsi con l’estrema destra di Höcke, a livello nazionale o locale. Ma il boom di consensi dà ad AfD le speranze per «diventare un partito di massa», perlomeno nell’ex Ddr. I due morti negli attacchi di Halle del 9 ottobre, nella Sassonia Anhalt, contro la sinagoga, per mano di un neo nazista, non hanno trattenuto migliaia elettori dell’Est. E non è servito il monito della cancelliera Merkel sulle «parole che possono trasformarsi in atti». La Turingia è la strada maestra dell’estrema destra dalla roccaforte in Sassonia verso la Baviera. Per ricompattare la Cdu sulla diga ad AfD occorreranno mesi di consultazioni. Intanto resta in carica la giunta uscente di Mohring.

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Cosa c’è dietro il piano della Germania per i curdi in Siria

Merkel e la delfina AKK lavorano per una safe zone europea al confine con la Turchia. Sul tavolo anche negoziati con Mosca e Assad. L'obiettivo è assumere la leadership militare nell'Ue. Lo scenario.

In Siria al posto degli americani. In difesa dei curdi, armati nella guerra contro l’Isis e a presidio di una safe zone da stabilizzare e da ricostruire. Parlando ai tedeschi in prima serata, di fronte alle telecamere, la neo ministra della Difesa e leader dei cristiano-democratici (Cdu) Annegret Kramp-Karrenbauer ha rotto 70 anni di politica estera della Deutsche Republik, proponendo un’iniziativa militare europea nella striscia del cessate il fuoco al confine con la Turchia. Là dove il 9 ottobre Recep Tayyip Erdogan ha sferrato l’offensiva su Kobane, la titolare del governo per la Bundeswehr non esclude l’invio di soldati dalla Germania, se la Grande coalizione e la maggioranza del parlamento lo vorranno.

LEGGI ANCHE: Turchia e Russia pattuglieranno la zona curda

Che i socialdemocratici (Spd) partner nell’esecutivo diano il disco verde all’operazione è da vedere: dell’idea da presentare all’Ue e alla Nato sarebbero stati avvertiti a cose fatte, via sms. Mentre al Bundestag, come tra la gente, è esploso un dibattito acceso. Comunque vada, l’irruzione di AKK, appoggiata dalla cancelliera Angela Merkel, nello scacchiere mediorientale segna un netto cambio di passo nella Difesa tedesca dal 1945.

Germania intervento siria Merkel curdi Nato
Annegret Kramp-Karrenbauer in visita nel Kurdistan iracheno, tra le peschmerga addestrate contro l’Isis. GETTY.

LA PROPOSTA ALLA NATO E AI LEADER UE

Per la prima volta la Germania non partecipa (anche in modo sostanziale come in ex Jugoslavia) da allineato a una missione della Nato o di peacekeeping dell’Ue o dell’Onu. Ma prova a lanciarla motu proprio perché, sostiene Kramp-Karrenbauer, «l’Europa non può più stare a guardare. Non ci si può lamentare di quanto succede nella regione senza dare risposte». Con questa nuova postura, AKK a Bruxelles suggerirà al Consiglio dei ministri della Difesa della Nato del 24 e del 25 ottobre di raggruppare francesi e britannici attorno all’iniziativa comune, dopo che gli Usa hanno sgombrato il campo. Merkel da parte sua prepara un summit sulla Siria con i leader di Francia, Regno Unito e Turchia, snobbando l’Italia che è Stato fondatore dell’Ue e terza potenza dell’Eurozona. Interessante è anche il coinvolgimento nell’operazione di de-escalation e di peacekeeping proposta dalla delfina di Merkel nella regione curda «della Russia», ha detto, «che ci piaccia o no tra gli attori più importanti in Siria». Un tentativo della Germania di impostare una Difesa europea multipolare, sganciata dall’atlantismo tout court benché retta dall’asse franco-tedesco.

VERSO IL SEGGIO PERMANENTE ALL’ONU

Con Donald Trump alla Casa Bianca, d’altronde la cancelliera fu la prima leader occidentale a commentare che «il tempo in cui si poteva fare pieno affidamento sugli altri era passato da un pezzo», esortando gli «europei a prendere in mano» il loro destino. Oltre all’intervento sul campo nella zona internazionale di sicurezza curda da creare, l’iniziativa sulla Siria promossa da AKK e Merkel prevede colloqui bilaterali con tutte le parti nel conflitto, dunque anche con Bashar al Assad che appoggia i curdi del Rojava contro la Turchia. Per i canali di mediazione, la ministra della Difesa intende far leva sul seggio in Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che la Germania ha l’ambizione di far diventare permanente. Per entrare nel gotha delle massime potenze con potere di veto ci sono manovre tra Berlino e Parigi e, da tempo, da Berlino verso diversi membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Il desiderio tedesco di esercitare una leadership nell’Ue, anche sul versante militare, traspare dal programma di riarmo avviato in Germania dall’ex titolare della Difesa, promossa a presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen.

Germania intervento siria Merkel curdi Nato
Una manifestazione in Germania in difesa di Kobane, nel Rojava siriano, di curdi e filocurdi. GETTY.

IL RIARMO TEDESCO DAL 2017

Nel 2017, come ai tempi di Bismarck e nei Reich, Berlino ha rotto un tabù della repubblica incaricando i vertici delle forze armate di pianificare logista e armamenti per tempi che si prevedono incerti. Gli investimenti erano necessari a causa di un apparato militare obsoleto e ridotto, per forza di cose durante l’occupazione nel Secondo dopoguerra e, per risparmio, anche nei decenni successi. Sono gli Stati Uniti, d’altra parte, a pressare gli alleati europei a fare la “loro parte” nella Nato, più che mai con Trump. Anche la Germania resta lontana dal 4% del Pil nella Difesa chiesto dalla Casa Bianca: con il riarmo varato, la percentuale passerà dall’1% all’1,5% del Pil nazionale. Il piano preso in carico da Kramp-Karrenbauer è stato criticato (sotto la gestione Von der Leyen) per la lentezza e per l’inefficienza, dovuta anche a sprechi in consulenze. Ma è vero che Berlino non punta a un atteggiamento muscolare come la Russia o anche, in un passato recente, come la Francia in Libia. Merkel si è tenuta fuori dai raid dei “volenterosi” contro Gheddafi nel 2011, e prima dell’avvento dell’Isis frenava sugli interventi militari in Siria preparati dal Pentagono.

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DALLA PARTE DEI CURDI

La locomotiva d’Europa vuole essere autorevole, non autoritaria, nell’indirizzo di una Difesa paneuropea. Merkel ha fermato l’export di armi all’Arabia Saudita, poi alla Turchia, per le offensive in Yemen e in Siria contro i civili. Ma l’interventismo a protezione dei curdi è coerente: nel 2015, un contingente della Bundeswehr volò nel Kurdistan iracheno, per addestrare combattenti contro l’Isis. Il training fu votato con compattezza (457 sì) dal Bundestag, dopo la scelta di campo l’anno prima di inviare commesse militari ai peshmerga curdi. Stavolta i Verdi sono contrari e i liberali favorevoli: il sì in Siria dipenderà dai socialdemocratici spiazzati da AKK. La ratio ribadita dalla ministra è stabilizzare l’area per ridurre il flusso di profughi e il radicalismo islamico. Anche in Germania, dove l’estremismo salafita è forte in alcuni Land, fucina di foreign fighter verso e dal Medio Oriente. Una buona parte dell’immigrazione dalla Turchia e dall’Iraq è poi di origine curda. E Kobane, cuore del Rojava, è un luogo “vicino”: il toponimo prende il nome dalla società tedesca che, nella Prima Guerra mondiale, costruì la ferrovia per l’impero ottomano. 

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