Non possiamo permetterci di perdere tempo con Di Battista

Fra le disgrazie di questo Paese c’è anche che uno come lui vuole controllare la politica e le relazioni internazionali. Parliamo di cose serie. Dal rischio di una bomba sociale alla mancanza di progettualità: analisi del guaio italiano.

Lasciamo perdere Di Battista. Fra le disgrazie di questo Paese c’è anche che uno come lui vuole controllare la politica e le relazioni internazionali. Pazzesco. Passiamo alle cose serie. La prima di queste cose serie è che si sta affacciando in modo prepotente un nuovo divario, questa volta culturale e antropologico, fra Nord e Sud. È, diciamolo subito, una follia. È anche il prezzo che si paga a tre decenni di insulti al Sud che oggi trovano reazione combattiva, ma anche autolesionista, in molti meridionali. La classe dirigente non si è mai accorta che molto fuoco era sotto la cenere. Che non si può considerare una parte del Paese come una palla al piede senza far accumulare odii di natura quasi etnica.

LA CLASSE DIRIGENTE FINGE DI NON VEDERE

Il Nord è stato colto impreparato dall’epidemia ma soprattutto ha avuto in Lombardia una coppia al potere totalmente inadeguata. Sono la fotocopia di Salvini. Altri leghisti sono stati all’altezza della situazione. Questo fa sperare in un giorno in cui senza Salvini la Lega tornerà ad essere un vero partito di destra ma libero dagli avventurieri. I governatori del Sud, penso a De Luca, che attizzano lo scontro col Nord fanno male il loro dovere di meridionalisti. In ogni caso sta rinascendo un problema gigantesco, direi pre-risorgimentale e la classe dirigente finge di non vedere.

UN NUOVO PROLETARIATO

La seconda cosa seria è l’affacciarsi, ormai non più timidamente, della questione sociale in forme nuove. C’è il lavoro salariato che è minacciato e va difeso, ci sono i giovani senza speranza ma soprattutto ci sarà un esercito di impoveriti che proviene dalle classi medie, e spesso da classi abbienti, che può diventare una bomba sociale. Se ci occupiamo solo degli operai (sono un vecchio operaista) rischiamo di mettere in gioco la democrazia. Questo probabile nuovo proletariato è presente in tutta Italia, è trasversale perché ha votato per destra e sinistra, è disponibile a tutto perché non vede luce.

MANCA UN PROGETTO

La terza cosa seria è che manca ancora un progetto. Il secondo dopoguerra fu quella straordinaria operazione di rinascita per due ragioni. Dico subito la prima. Perché si scelse che cosa produrre e dove collocare l’Italia nel mercato interazionale. Qui non sappiamo neppure se si stabilizzeranno le fabbriche di mascherine, di ventilatori, di saturimetri. La seconda ragione della straordinarietà del secondo dopoguerra fu la sua classe dirigente. Si dice De Gasperi. Lui fu il pivot di uno squadrone che poi, in un rapporto di tensione-collaborazione con l’opposizione, dette al nostro Paese un futuro. Oggi questa classe dirigente se c’è, non è al governo, men che meno all’opposizione. Il guaio italiano è tutto qui.

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Le trame di Di Battista per affondare Descalzi in Eni

Ci sarebbe l'ex parlamentare-reporter dietro l'interrogazione presentata da cinque grillini contro la riconferma del manager. E sempre a lui farebbero riferimento i circa 20 eletti pronti a passare col centrodestra. Che stanno logorando sia Conte sia il Movimento stesso.

C’è Alessandro Di Battista dietro i parlamentari pentastellati (Giovanni Vianello, Raphael Raduzzi, Paolo Ficara, Luciano Cillis e Luca Sut) che attraverso un’interrogazione rivolta a Giuseppe Conte e alcuni ministri hanno chiesto lumi sull’eventuale riconferma per il terzo mandato di Claudio Descalzi al vertice dell’Eni, giudicandola una sciagura peggio del coronavirus.

LA PATTUGLIA DEI GRILLINI “RESPONSABILI”

Ne sono convinti quei dirigenti dei 5 stelle che hanno visto con raccapriccio l’imboscata preparata a Nicola Grimaldi, candidato (vicino a Luigi Di Maio) a succedere a Carla Ruocco alla presidenza della commissione Finanze della Camera. Grimaldi, infatti, è stato battuto da Raffaele Trano, eletto con i voti del centrodestra grazie al lavoro di cecchinaggio di alcuni franchi tiratori. Chi sono? A quanto pare appartengono alla squadra dei grillini cosiddetti “responsabili”, una ventina di parlamentari (tra Camera e Senato) che sarebbero pronti a passare armi e bagagli con il centrodestra. E che stanno logorando sia Conte sia il movimento. Orchestrati appunto da Di Battista.

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Lo stesso che di ritorno dall’Iran, un Paese dove l’epidemia di coronavirus è fortissima, se ne è andato in Serbia nell’affollatissimo stadio di Belgrado per vedere una partita di calcio. E lo stesso che su Facebook, non più tardi del 26 febbraio, ha elencato una serie di emergenze che non suscitano lo stesso allarme del Covid-19, eppure non sono meno gravi. Per esempio, ha scritto Dibba, «ogni anno nel mondo circa 1.000 persone vengono folgorate dai fulmini. Dal 2002 a oggi i fulmini hanno ucciso 18 mila persone. Presto da Lidl venderanno parafulmini portatili… va fermata questa strage!». Così, giusto per capire il tipo.

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Pazza idea nel M5s: ticket Di Battista-Appendino per la leadership

Lo scapigliato del Movimento di ritorno dall'Iran: l'idea sarebbe quella di unire l'anima rivoluzionaria con quella governista. Con il benestare di Di Maio.

Il ritorno dall’Iran di Alessandro Di Battista, previsto intorno al 21 febbraio, sta come al solito provocando turbamenti all’interno del M5s. Secondo il Corriere della Sera, starebbe prendendo quota l’idea di un ticket tra il Che Guevara del Movimento e Chiara Appendino. Il Dibba rappresenterebbe l’area radicale e rivoluzionaria, la sindaca di Torino quella moderata e governista. Il tutto con l’approvazione dell’ex leader Luigi Di Maio.

«Nel momento in cui dovesse tornare Alessandro Di Battista non conta in che ruolo ma conta il contributo che può dare. Braccia aperte per Alessandro, credo che sia un risorsa fondamentale per il Movimento e per il Paese», ha detto il capo politico del M5s Vito Crimi a “L’Intervista di Maria Latella” il 15 febbraio.

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Che fine farà il M5s dopo l’addio di Luigi Di Maio

Nel Movimento rischia di scoppiare il tutti contro tutti dopo l'addio di Di Maio. Nodo principale: aprire al Pd o porsi come alternativa a destra e sinistra? Primo bivio in Campania. Capitolo leadership: potrebbe correre Di Battista (in quel caso addio dem), ma avanza la Appendino. Mentre Grillo osserva preoccupato.

E adesso? Dopo il passo indietro di Luigi Di Maio si annuncia un periodo di caos dentro il Movimento 5 stelle, arrivato al momento del suo Big Bang. Uno scoppio che potrebbe portare al tutti contro tutti, ora che non c’è più la figura del ministro degli Esteri a catalizzare su di sé ogni tensione. Basterà la reggenza di Vito Crimi, uomo della vecchia guardia e vicino al garante Beppe Grillo ma anche all’ala casaleggiana, a rassicurare lo stato maggiore del Movimento? Probabilmente no.

PRIMA BATTAGLIA CONGRESSUALE TRA GRILLINI

A marzo 2020 arriva la battaglia congressuale, la prima nella storia dei grillini, con mozioni contrapposte e una forza politica potenzialmente scalabile. Un assaggio di democrazia partitita a cui non erano abituati. Il tema non tanto è “chi” guiderà il Movimento, ma piuttosto “dove” andrà.

ALLEARSI COL PD O PORSI COME ALTERNATIVA?

C’è chi preme per un’alleanza con il Partito democratico e chi, come sostiene lo stesso Di Maio, vuole un Movimento che sia alternativa al centrodestra e al centrosinistra. Una linea che vede peraltro da tempo in trincea Alessandro Di Battista, il cui futuro è tutto da decifrare. “Dibba”, di ritorno dall’Iran, potrebbe anche metterci la faccia e correre per la leadership.

Alessandro Di Battista.

PRIMO TEST: LA CAMPANIA DELL’INGOMBRANTE DE LUCA

In Campania primo test: ci sarà l’apertura al Pd alle Regionali del 2020? Un documento potrebbe certificarla presto. Ma se venisse accettato Vincenzo De Luca come candidato, una parte della base protesterebbe. Meglio quindi una figura terza, condivisa tra Pd e M5s. Magari Sergio Costa, ministro dell’Ambiente.

PER IL DOPO DI MAIO AVANZA LA APPENDINO

Agli Stati Generali bisogna affrontare un’altra questione, quella della leadership: collegiale o singola? Con la prima opzione sostenuta dagli ortodossi Di Maio, come ha già chiarito a tutti, non sparirà dai radar del Movimento. E il suo riferimento ai sindaci non è stato casuale: voci insistenti nei corridoi parlamentari indicano in Chiara Appendino il possibile futuro. In ticket o da sola. Di certo sponsorizzata dall’ex capo politico.

Luigi Di Maio e Chiara Appendino.

LUIGI TRADITO PROPRIO DAI SUOI FEDELISSIMI?

L’addio di Di Maio era atteso, ma ha comunque spiazzato i parlamentari. Anche se, più di un fedelissimo dell’ex leader, ha sottolineato il ghigno che, dietro l’applauso d’ordinanza, nascondevano eletti e pure qualche ministro. Tanto che un senatore della vecchia guardia non nasconde che, a suo parere, il vero tradimento al leader sia stato messo in atto proprio da chi gli era più vicino. Grillo osserva in silenzio, preoccupato. Preferendo la leadership unica. Ma ora bisogna scovare il nuovo Di Maio.

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Riorganizzazione di Rousseau: Bugani esce dai soci, Di Battista referente

L'esponente bolognese si occuperà con Marco Piazza dell'area Sharing. Rientra Dibba, con Taverna e Croatti agli Eventi.

Il M5s corre ai ripari. E lavora a una riorganizzazione per evitare una nuova emorragia di parlamentari – gli ultimi a confluire nel Misto sono stati Massimiliano De Toma e Rachele Silvestri il 9 gennaio.

Poco prima avevano lasciato Nunzio Angiola e Gianluca Rospi – oltre a quella dei consensi: secondo gli ultimi sondaggi il M5s veleggia intorno al 15,2%.

BUGANI NON È PIÙ SOCIO DI ROUSSEAU

Una riorganizzazione che non riguarda solo il partito. Se i residui dei fondi versati al Comitato per le rendicontazioni e rimborsi del M5s non finiranno più in Rousseau ma al fondo per la micro imprenditorialità per volere di Luigi Di Maio, la piattaforma del Movimento si rinnova.

dimissioni bugani segreteria di maio
Massimo Bugani.

Come scritto sul Blog delle Stelle alcune funzioni sono state «riprogettate e potenziate» e il «team dei referenti» cresce. Un “rimpasto” che riguarda anche l’omonima associazione. Max Bugani non figura più tra i soci con Davide Casaleggio, Enrica Sabatini e Pietro Dettori. Consigliere comunale bolognese e fedelissimo di Davide Casaleggio e Beppe Grillo, Bugani dopo aver lasciato lo scorso agosto la segreteria di Di Maio a causa di incomprensioni è diventato capo staff di Virginia Raggi a Roma. Resta però tra i referenti della piattaforma per l’area Sharing con il concittadino Marco Piazza.

IL RITORNO DI DI BATTISTA TRA I REFERENTI

Torna invece tra i referenti Alessandro Di Battista che con Marco Croatti e Paola Taverna si occuperà del Portale Eventi Movimento 5 stelle. Proprio Dibba era stato chiamato in causa due giorni fa dal senatore espulso dal M5s Gianluigi Paragone. «Io e Alessandro di Battista vogliamo mettere insieme qualcosa di culturale che si richiama alle origini del Movimento», aveva detto a Mezz’ora in più su RaiTre, «magari un gruppo di lavoro o uno spettacolo teatrale. Siamo in contatto da tempo e abbiamo le idee chiare».

LASCIANO DADONE, PATUANELLI E CANCELLERI

L’eurodeputata Eleonora Evi sarà referente del settore Lex Eletti Area Europa, suoi omologhi per il parlamento saranno invece Manlio Di Stefano, Anna Macina e Giorgio Fede. Per l’area Regioni Davide Bono e Andrea Liberati. L’area E-Learning sarà gestita da Barbara Floridia; Francesco Berti e Susy Matrisciano si occuperanno della Lex Iscritti, mentre per lo Scudo della Rete arriva Vittoria Baldino al posto della ministra Fabiana Dadone. «Rousseau cresce e prosegue il suo cammino», ha scritto la titolare della Pa su Twitter. «È stato un piacere dare il mio piccolo contributo. In bocca al lupo a Vittoria Baldino e a tutti i nuovi referenti di uno strumento così importante al servizio di attivisti ed eletti M5s».

Oltre a Dadone, escono dalla squadra i ministri Stefano Patuanelli, Nunzia Catalfo e il viceministro Giancarlo Cancelleri.

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E ora serve un bel “vaffa” di Zingaretti a Di Maio

Farsi imbottigliare dalle stupidaggini del M5s, che continua a guardare verso destra è un errore fatale. Meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri.

La cronaca politica propone due domande: ma che cosa vogliono Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista? Ovvero vogliono qualcosa? L’unica cosa chiara è che i due baciati in fronte da Beppe Grillo hanno il terrore di finire male.

Per loro finire male significa uscire dall’orbita reale, per l’uno, potenziale per l’altro, del governo. E oggi l’orbita del governo ruota attorno a Salvini-Meloni.

L’altra paura è che hanno la matematica certezza che se non fanno ammuina il loro movimento arriva alle elezioni “sminchiato”, quindi con pochi voti e probabilmente senza quelli che potrebbero eleggere l’uno e l’altro o l’uno o l’altro.

DI MAIO E DI BATTISTA CONTINUANO A GUARDARE A DESTRA

Era sembrato, nelle scorse settimane, che Beppe Grillo riuscisse a portare i pentastellati fuori dall’attrazione pericolosa della destra. Grillo aveva addirittura immaginato di progettare cose in comune con il Pd. Di Maio e Di Battista, e forse Casaleggio, hanno detto di “sì”, ma si sono mossi lungo la strada opposta. Nessuno di noi sa se Matteo Salvini e soprattutto la sua temibile competitrice Giorgia Meloni vorranno aggregare questi due giovani cadaveri della politica nel governo che faranno dopo le elezioni, tuttavia Di Maio e Di Battista, fedeli figli di cotanti padri di destra, cercano da quelle parti la soluzione che li porti ad una più che dignitosa sopravvivenza economica.

Quando cadrà il governo Conte sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto

Il dramma dei cinque stelle, nati sulla base di una cultura che definimmo populista, di decrescita felice, di guerra alla democrazia rappresentativa, è che oggi sono il nulla assoluto. Da quelle parti ci sono solo “no”, sulle cose che capiscono, e ancora “no” su quelle che non capiscono. E tutto ciò accade mentre gran parte del loro elettorato è scappato e altro andrà via quando cadrà il governo Conte e sarà chiaro che la coppia destrorsa del M5s sarà davanti all’uscio di Salvini a chiedere un posto, una sistemazione, una cosa per campare. Sta arrivando il momento in cui la voracità della destra riuscirà a cancellare l’episodio grillino.

LA SINISTRA DEVE MOLLARE IL M5S PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Chi di noi analizzò il fenomeno dei cinque stelle non in base alla composizione sociale ma in relazione alla cultura che esprimevano e alla direzione di marcia che avevano preso, non sono sorpresi né dalla svolta a destra né dalla loro prossima fine. Questo non vorrà dire che il sistema politico si sistemerà. La pattuglia grillina nel prossimo parlamento, a meno che non vengano fatti fuori Di Maio e i suoi e che Di Battista vaghi a fare niente per il mondo, sarà il più massiccio episodio di ascarismo parlamentare. «Accattataville».

Manifestazione delle Sardine in Piazza Duomo a Milano.

Salvini dovrà far digerire ai suoi il ritorno dei traditori, per giunta statalisti. La Meloni non li ha mai sopportati. Resta la sinistra che tarda a comprendere che farsi imbottigliare dalle stupidaggini di Di Maio e Salvini su un fondo salva Stati che quei due conoscevano e che, lo vogliano o no, ci sarà, è un errore, meglio mandarli al diavolo domani, anzi ieri. Perché l’unica campagna elettorale che si può fare richiede di rubare alle sardine il tema della civiltà politica e alla destra “sovranista e antitaliana” la questione dell’onore della patria che la destra attuale vorrebbe nuovamente serva di una potenza straniera.

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Nel M5s Di Battista in soccorso di Di Maio contro il Mes

Dopo il gelo con Conte, il capo politico grillino rialza la testa: «Si firma tutto il pacchetto del Salva-Stati. Saremo noi a decidere se e come passa». E Dibba approva sui social. Ma il Pd: «Non è un governo monocolore». Salvini: «Trattato non emendabile, da bloccare».

Nel day after sul Mes Luigi Di Maio ha provato a rialzare la testa. Dopo l’informativa alle Camere, il gelo col premier Giuseppe Conte e il clima da separati in casa nel governo, con lo spauracchio della crisi che riaffiora costantemente, il capo politico del Movimento 5 stelle è intervenuto su Facebook: «Conte ha detto che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Sapevamo che il Mes era arrivato a un punto della sua riforma, ma sapevamo che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi. Per il M5s queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta».

DI BATTISTA: «COSÌ NON CONVIENE ALL’ITALIA»

Col ministro degli Esteri si è schierato anche un altro “big” grillino, Alessandro Di Battista, lui che è stato “accusato” di voler spostare il M5s verso destra proprio assieme a Di Maio. E in un commento social Dibba ha appoggiato la linea del capo: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

DI MAIO: «SIAMO L’AGO DELLA BILANCIA»

Di Maio tra le altre cose ha spiegato che «il M5s dice che c’è una riforma in corso, prendiamoci del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo. Siamo al governo. Questo significa che abbiamo la possibilità, ma anche la responsabilità, di agire per migliorare le cose». E infine: «Il M5s continua a essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes».

MA IL PD LO FRENA: «NON È UN GOVERNO MONOCOLORE»

Non ha proprio la stessa idea degli equilibri di maggioranza il capogruppo del Partito democratico al Senato, Andrea Marcucci. Che intervistato da La Stampa sui pericoli di rottura ha detto: «Inutile ignorare i rischi, io però scommetto sul buon senso». E con Di Maio cosa sta accadendo? «Avute le necessarie spiegazioni dal premier sull’iter del provvedimento, si ravveda. Se non lo facesse, sarebbe chiamato a trarne le conseguenze sulla vita del governo», ha risposto Marcucci, ricordando che «il M5s non è alla guida di un monocolore, questo è un governo di coalizione, dove le posizioni di tutta la maggioranza devono essere tenute in considerazione».

SALVINI: «DA BRUXELLES DICONO CHE IL TRATTATO È CHIUSO»

Dal centrodestra Matteo Salvini ha tenuto la sua linea parlando da Bruxelles: «La nostra posizione è quella dei cinque stelle, il trattato così come è non è accettabile, va visito, ridiscusso, ridisegnato, emendato, che è l’esatto contrario di quello che arrivava da Bruxelles dicendo il pacchetto è chiuso. Mi sembra che il premier abbia diversi problemi, non lo invidio».

Siamo contro le modifiche, dal nostro punto di vista il trattato sul Mes non è emendabile, è da bloccare e punto


Matteo Salvini

Poi ha chiuso ulterioremente ogni margine di trattativa: «Noi non abbiamo cambiato posizione rispetto a sette anni fa, eravamo contro allora e siamo contro le modifiche oggi, dal nostro punto di vista il trattato sul Mes non è emendabile, è da bloccare e punto. Quando parlavo di emendabilità riportavo le parole del vice capogruppo dei cinque stelle Silvestri che esprimeva tutti i suoi dubbi alla Camera. Per noi è una esperienza chiusa, che non è utile né modificare né ripetere».

«NESSUNO MI HA MOSTRATO IL TESTO CON LE MODIFICHE»

Prima, su Rai Radio1 a Radio anch’io, aveva detto: «Stiamo parlando di un trattato che coinvolge 124 miliardi di euro degli italiani con delle regole di distribuzione e di prestito a decenni che in questo momento andrebbero ad avvantaggiare il sistema economico e bancario tedesco. Nessuno mi ha mai fatto vedere il testo delle modifiche di questo trattato. Io non ho mai letto il testo ed è grazie a noi che ne stiamo parlando altrimenti Conte e Gualtieri non sarebbero mai venuti in Aula. Il parlamento deve poter intervenire su quel testo».

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Di Maio e Di Battista non vanno a destra, sono di destra

Per Repubblica i due leader pentastellati stanno riportando il Movimento vicino ai sovranisti. La verità è che sono politici senza arte né parte in cerca di sopravvivenza.

Repubblica annuncia che Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista «riportano a destra il M5s». Ohibò! Siamo di fronte a un evento epocale e inaspettato! Vediamo come possiamo reggere l’effetto d’annuncio di questa rivelazione. Possiamo sopportare il peso e il dolore di questa notizia solo facendo solo affidamento su alcuni dati della realtà.

Il primo è che Di Maio e Di Battista “sono” di destra. Lo sono per tradizione familiare. Di Battista ha il papà più fascista che ci sia in giro, non è una colpa, semmai è divertente leggere le sue dichiarazioni che fanno apparire Alessandra Mussolini una radical chic. Il secondo è che Di Maio e Di Battista senza Matteo Salvini non sarebbero diventati l’uno vice-primo ministro, l’altro l’eterna promessa dei pentastellati con viaggi pagati per scrivere reportage fra i più buffi dell’editoria mondiale.

Terzo perché il mare di cazzate che i due riescono a dire nel corso di una stessa giornata si regge solo se è diretto verso una base talmente arrabbiata e di destra da non badare a quello che i capi dicono, facendosi bastare i loro improperi. Quarto perché i due ragazzi hanno famiglia, Di Battista ha addirittura un figlio, e pensano all’avvenire e come tanti, pure i giornalisti clintoniani, hanno in mente che, per sopravvivere, bisogna patteggiare anzitempo con il vincitore annunciato, cioè quel genio di Matteo Salvini (prosit).

L’ELETTORATO DI DESTRA DEL M5S È GIÀ PASSATO ALLA LEGA

Vanno a destra? Sono di destra. Il loro problema è la somma di più inciampi che troveranno sulla strada. Il primo è che l’elettorato di destra del M5s se ne è già andato. Se non ci fosse Beppe Grillo a salvarlo, Di Maio starebbe già per strada con una busta di plastica in attesa del ritorno dall’Iran di Di Battista.

Salvini ha una politica di accoglienza dei rottami dell’establishment che è l’opposto di quella che usa verso i poveri migranti

Il secondo è che Salvini ha una politica di accoglienza dei rottami dell’establishment che è l’opposto di quella che usa verso i poveri migranti: cioè prende tutto, non bada alla loro storia, alla fedina penale, alla caratura elettorale. Però persino per il leader della Lega è difficile imbarcare questi due personaggi che nel momento cruciale della sua vita politica, approfittando di una sua sbornia estiva, l’hanno scaricato come una escort.

Il contratto di governo tra M5s e Lega che diede vita al governo Conte 1 (foto Claudio Furlan/LaPresse).

Il terzo è che l’elettorato leghista profondo non va molto per il sottile e si becca tutto in vista della vittoria che porterà alla famosa presa del potere, ma Di Maio e Di Battista sono i rappresentanti di quello Stato spendaccione e anti-industriale che ai padroncini del Veneto e della Lombardia fanno venire il sangue alla testa.

DI MAIO E DI BATTISTA DIVENTERANNO PERSONAGGI DA ROTOCALCO

La conclusione di queste considerazioni è che la notizia non c’è, ma ha fatto bene l’erede di Ezio Mauro (quanto ci manchi!) a darla. Per una ragione. La sinistra deve cercare, visto che si è imbarcata nell’avventura del Conte 2, di trarre più sangue dalle rape di questo governo, ma deve soprattutto armarsi per il futuro, per rendere onorevole la sconfitta e prepararsi, nei mesi successivi a un governo di destra che Salvini porterà rapidamente al crollo, a ereditare il consenso di delusi e di chi con i nuovi movimenti sposterà la pubblica opinione civile italiana.

Senza Grillo Di Maio e Di Battista sono due poveri disgraziati in cerca di sopravvivenza.

Di Maio e Di Battista sono stati inventati da Grillo. Senza Grillo sono due poveri disgraziati in cerca di sopravvivenza. Già li vedo gli articoli dei rotocalchi su di loro, fra qualche anno, quando con foto e pezzi di colore racconteranno le miserie di due che erano arrivati al successo e l’hanno sprecato.

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