Non è col proibizionismo che riporteremo i giovani in carreggiata

Dallo schianto di Corso Francia al coma etilico del 17enne modenese: le cronache sono piene di ragazzi che si bevono l'età della spensieratezza. Ma attenzione all'approccio che decidiamo di adottare.

Cronache di ordinarie sbronze. Che hanno come protagonisti giovani che “si bevono la vita”. Nello schianto di Corso Francia a Roma o nel coma etilico del 17enne modenese, ripreso dagli amici e postato su Whatsapp la notte di Natale. Immagini desolate di un tempo che si fuma anche l’età della spensieratezza. Vista la ripresa in questi ultimi anni del consumo di sigarette e il costante aumento dell’uso di droghe e sostanze variamente psico-attive fra giovani e giovanisssimi. Mala tempora: tuonano i difensori della pubblica morale, facendo d’ogni vizio un fascio da colpevolizzare e colpire. Con piglio proibizionista d’altri tempi.

L’ANATEMA CONTRO LA “TRIADE GODURIOSA”

“Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere!”. Si perde nei secoli l’anatema contro la “triade goduriosa”. Quasi sempre dimentico però che i generi voluttuari infiacchiscono i corpi e gli animi, ma danno sapore alla vita. È per questo che la lotta contro l’alcol, il fumo e il sesso, ha quasi sempre assunto una piega morale e moralistica. Senza però che ci sia mai stata politica repressiva capace di controllare e contenere il loro consumo. Al contrario negli ultimi 300 anni, tutte le proibizioni di Stato e messe al bando di bevitori, fumatori, frequentatori di bordelli e di bische, hanno regolarmente fallito. Dopo più o meno lunghi periodi di relativo successo, il risultato di politiche proibizioniste è stato l’aumento dei consumi e dei consumatori. Nonché, come danno aggiuntivo, il proliferare di pratiche illegali, la crescita di organizzazioni criminali, lo sfruttamento della prostituzione e crescenti danni alla salute pubblica e individuale.

A un certo punto lo Stato trova più conveniente, dal punto di vista economico ma anche sanitario e della legalità, regolamentare e tassare il consumo che non reprimerlo e perseguitarlo

Wolfgang Schivelbusch

«A un certo punto lo Stato trova più conveniente, dal punto di vista economico ma anche sanitario e della legalità, regolamentare e tassare il consumo che non reprimerlo e perseguitarlo» ha scritto Wolfgang Schivelbusch in una saggio di qualche decennio fa, ma sempre attuale, che i nostri politici e decisori pubblici farebbero bene a leggere. Storia dei generi voluttuari. Spezie, caffè, cioccolato, tabacco, alcol e altre droghe ( Bruno Mondadori, 2000) spiega infatti bene come la comparsa e il successo di determinate sostanze sia in relazione con le sensibilità profonde di un’epoca. Per fare un esempio e un parallelo: se il caffè e la caffeina, perché eccitante e stimolante dell’attenzione dunque della laboriosità, hanno accompagnato l’ascesa ottocentesca della borghesia, la grande diffusione attuale della cocaina, in quanto droga prestazionale, ha a che fare con il diffuso senso di inadeguatezza avvertito un po’ da tutti.

PICCHI DI CONSUMO NEI PERIODI DI MAGGIOR DISAGIO

Nondimeno se consideriamo l’intero spettro dei vizi e piaceri (alcol, tabacco, sesso, giochi d’azzardo, droghe) è storicamente confermato che i picchi di consumo coincidono con i periodi di maggiore disagio economico e sociale e di povertà culturale e ideale. Di ripiegamento esistenziale. Crisi e passaggi epocali difficili, infatti, sono da sempre un buon viatico e pretesto per tuffarsi nel divertimento eccessivo e cercare stordimenti e compensazioni aleatorie. Ma anche per scatenare ondate di panico morale e richieste intransigenti di ritorno all’ordine e alla normalità. Prova è che la sessuofobia del periodo vittoriano, in Inghilterra, che arrivò a coprire anche le gambe dei pianoforti, coincideva con un periodo di grande progresso, ma anche di puritanesimo intransigente. Altrettanto significativo è il rapporto stretto fra forti idealità politiche e disinteresse per i “divertimenti stupidi”. Nel ’68 e nel decennio successivo, a sinistra come a destra, la parola d’ordine dei giovani era partecipare e impegnarsi. Il movimento femminista era un forte argine alla prostituzione e giocare alla rivoluzione era molto più interessante delle lotterie. Che poi questo fervore ideale abbia prodotto anche mostri (come il terrorismo) è un dato di fatto. Ma è pure un fatto acquisito che la Grande Depressione dell’ultimo decennio abbia fatto schizzare in alto tutti i consumi voluttuari. Con effetti particolarmente pesanti sulle giovani generazioni, perché le più esposte alla crisi, anche di futuro, e le più indifese.

L’ALLARME DEL MINISTERO DELLA SALUTE

Secondo l’ultima Relazione annuale al parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia, aumentano i consumi e le morti per droghe ( la cannabis è la più usata: da un quarto degli studenti superiori e quasi sempre in modo esclusivo). Il report su “Italiani e fumo”, diffuso in occasione del World No Tobacco Day (Wntd) organizzato ogni anno il 31 maggio dall’Oms, dice che dopo un’efficace opera di contrasto e riduzione nei due decenni a cavallo di fine e inizio secolo, il consumo di tabacco è tornato a crescere. Soprattutto fra i giovani, dove la metà dei 15-24enni fuma già più di 10 sigarette al giorno. Il ministero della Salute nella Relazione del 2018 sugli interventi realizzati in materia di alcol e una recente ricerca dell’Ircss e Università Cattolica di Roma, sugli studenti delle superiori a Roma, segnalano un dato e un fenomeno allarmanti: gli 8,6 milioni di italiani a rischio alcolismo (di cui 800 mila addirittura minorenni) e la rapidissima diffusione del binge drinking, cioà il bere eccessivo, in breve tempo e fuori dai pasti.

IL BOOM DELL’INDUSTRIA DELLA “FORTUNA”

Ora, aggiunto che anche l’industria della “fortuna” (lotterie, scommesse e giochi d’azzardo) ha toccato nel 2018 il fatturato più alto della storia (18.9 miliardi, elaborazioni Agimeg su dati del Monopolio Italia) al pari di quello del sesso, che si è giovato enormemente della diffusione dei servizi web, concluderemo con una triplice sottolineatura. Lanciare allarmi e chiedere repressione dura e pene esemplari sono le ultime cose che servono. Perchè eliminare i fenomeni è praticamente impossibile: si può solo cercare di mitigarne gli effetti e ridurre i danni collaterali più pesanti. Ma non meno dannosi sono tutti gli approcci semplificatori, che di fronte a problemi complessi, quali sono tutti quelli connessi alle dipendenze, propongono soluzioni facili, immediate e radicali. Quasi sempre ridicole a dispetto della serietà con la quale vengono evocate. Dalla richiesta di riaprire le case chiuse all’urgenza di ripristinare l’Autorità, imponendo agli scolari, sin dalla prima elementare, di indossare grembiule o divisa e alzarsi in piedi quanto entra l’insegnante.

Se fa molti più danni il proibizionismo, anche il permissivismo non aiuta il formarsi delle consapevolezze necessarie per efficaci azioni di contrasto

Da ultimo va detto che se fa molti più danni il proibizionismo, anche il permissivismo non aiuta il formarsi delle consapevolezze necessarie per efficaci azioni di contrasto dei fenomeni di abuso qui considerati. Perché, per fare due esempi, non si può liquidare il binge drinking come un rito di passaggio, visti i danni salutari che causa. Né sostenere che un po’ di marjiuana in qualche occasione non fa male. Non tanto perché nell’ultimo decennio è aumentata da tre a cinque volte la potenza dei cannabinoidi (il Thc e Cbd), quanto perché se mai fosse vero che una canna fa bene non potrebbe mai esserlo per un 20enne. Ma solo per un baby boomer stagionato, che si brucerebbe qualche neurone e sinapsi ma con grande giovamento sulla salute, l’umore e il piacere di partecipare alla vita sino alla fine. L’aumento considerevole del consumo di marijuana negli stati Usa dove è stata legalizzata per usi ricreativi lo mostra bene. «Nonne con le canne. Per una vecchiaia stupefacente»: è una battuta molto felice per avviare un dibattito sereno sull’uso legale della marijuana. L’inizio di una storia un po’ più allegra sulla vecchiaia, da raccontare soprattutto agli ospiti delle case di riposo.

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Le 15 cose da sapere sul Proibizionismo degli Anni 20

Dalle leggi che lo imposero e lo abrogarono all'esplosione del gangsterismo. Le curiosità sul fallimentare Nobile esperimento che durò dal 1919 al 1933. Ma che in alcune città e contee americane è ancora in vigore.

Un secolo fa gli Stati Uniti entravano nel periodo del Proibizionismo, conosciuto anche come The Noble Experiment, un tentativo di moralizzare la società statunitense. Il 28 ottobre 1919, con l’approvazione del Volstead Act e del 18esimo emendamento, il Congresso mise al bando ogni genere di alcolico e dispose la chiusura di tutte le distillerie. Il Proibizionismo durò 14 anni. Venne abolito il 5 dicembre 1933 su proposta del presidente Franklin Delano Roosevelt. Ecco 15 cose da sapere a 100 anni dall’entrata in vigore del divieto.

1. UNA STORIA DI EMENDAMENTI

Il Volstead Act venne abrogato il 17 febbraio 1933 da un’altra legge, il Blaine act, che permetteva la vendita di alcolici di bassa gradazione come la birra. Il divieto fu definitivamente cancellato con il 21esimo emendamento. Perché venga approvato un emendamento deve essere votato da almeno 36 Stati. Numero che venne raggiunto il 5 dicembre 1933, quando anche lo Utah votò a favore della modifica costituzionale. Il 18esimo emendamento è stato l’unico a essere cancellato.

2. IL TENTATIVO PROIBIZIONISTA DEL 1851

Le campagne contro gli alcolici erano iniziate già nei primi anni dell’Ottocento, quando associazioni cattoliche tradizionaliste, come l’American Temperance Society, iniziarono a puntare il dito contro il dilagare dell’alcolismo negli Usa. Nel 1851 lo Stato del Maine approvò una norma che proibiva la vendita di alcol, imitata da altri 12 Stati. Le “Maine Laws” erano state però cancellate dopo pochi anni a causa delle proteste popolari e non fu mai proposto di estenderle a livello federale.

3. LA SPINTA MORALIZZATRICE DELLE DONNE

Il fronte proibizionista era costituito da molte donne che vedevano l’abuso di alcol un fattore di forte instabilità familiare nonché causa di povertà e abusi nei loro confronti. Al Proibizionismo si legò la campagna per il suffragio universale: i conservatori erano convinti che il voto femminile avrebbe aumentato i consensi per i candidati proibizionisti. Nel 1920 il diritto di voto venne esteso alle donne, previo pagamento di tasse elettorali e il possesso di un grado minimo di alfabetizzazione. Limitazioni eliminate dalla Corte Suprema nel 1966.

4. IL CONSUMO DI ALCOL RESTAVA LEGITTIMO

Il consumo di alcol non venne mai vietato durante il Proibizionismo. Il Volstead Act proibì infatti la fabbricazione, la vendita e il trasporto di ogni tipo di liquore.

5. LE FALLE NELLA LEGGE

Il 18esimo emendamento si rivelò presto pieno di falle legislative. Il provvedimento permetteva infatti di rifornirsi di alcolici per le ricerche scientifiche e «altre pratiche legali». I medici potevano prescrivere bevande alcoliche per uso medico; il vino per i riti sacri rimase legale, così come il vino fatto in casa per consumo personale. Questo elenco di eccezioni alle restrizioni fu sfruttato anche dai commercianti. I viticoltori iniziarono a vendere “concentrato d’uva” non alcolico, aggiungendo istruzioni che spiegavano come trasformarlo in vino. Molti ex birrifici cominciarono a offrire una birra legale che conteneva meno dello 0,5% di alcol, come previsto dal Volstead Act, o il cosiddetto sciroppo di malto, un composto liquido che poteva essere facilmente trasformato in birra aggiungendo acqua e lievito e lasciandolo fermentare.

6. QUELL’ECCEZIONE PER WOODROW WILSON

Woodrow Wilson, presidente dal 1913 al 1921, era un vero amante del vino, tanto da avere una cantina personale alla Casa Bianca. Quando terminò il suo mandato e dovette lasciare la sede presidenziale al repubblicano Warren G. Harding, non avrebbe però potuto portar via le sue bottiglie di vino per via del Volstead Act. Per risolvere la situazione, il Congresso gli dovette accordare una speciale esenzione.

7. UNA CANDIDATURA COSTRUITA SULL’ANTI-PROIBIZIONISMO

Nel 1932, il governatore di New York Franklin Delano Roosevelt puntò la sua corsa alla presidenza anche sulla fine del Proibizionismo. Il candidato democratico sosteneva che non solo il Proibizionismo non aveva reso gli Usa un Paese morigerato e responsabile, ma aveva avvantaggiato la criminalità organizzata e il mercato nero oltre ad aver causato un grosso buco nelle casse statali per via dei minori introiti fiscali. Non a caso uno dei suoi slogan fu: «What America needs now is a drink». Roosevelt sconfisse Hoover con il 57,4% dei voti, vincendo in 42 Stati su 48. È l’unico Presidente americano ad aver vinto tre elezioni, dato che la Costituzione americana fino al 1951 non imponeva l’attuale limite di due mandati consecutivi. La sua presidenza, che durò per 12 anni fino alla sua morte nel 1945, è la più lunga della storia americana.

8. IL RUOLO DECISIVO DELLO UTAH CONSERVATORE

Il 5 dicembre 1933 il 18esimo emendamento venne finalmente abrogato grazie al voto dello Utah, 36esimo Stato a ratificare il 21esimo emendamento che pose fine al Proibizionismo. Il fatto è curioso se si pensa che in Utah ha sede la Chiesa Mormone ed è uno Stato conservatore dove ancora oggi la vendita di alcol è proibita in nove città (Aneth, Aurora, Blanding, Hatch, Highland, Holden, Navajo Mountain, Scipio e White Mesa). Il primo Stato a ratificare il 21esimo emendamento fu il Michigan il 10 aprile 1933.

9. DOVE IL PROIBIZIONISMO RIMASE IN VIGORE

Il Mississippi fu l’ultimo Stato ad abbandonare il Proibizionismo nel 1966. Eppure ancora oggi 32 delle sue 94 contee mantengono il divieto, con alcune eccezioni legate a singole città. Il Mississippi non è l’unico a mantenere il divieto: esistono altre enclave dry in una decina di altri Stati.

10. LA CONFUSIONE LEGISLATIVA TRA STATI, CONTEE E CITTÀ

Il caso del Mississippi e delle altre roccaforti proibizioniste è reso possibile dalla confusione legislativa generata dal 21esimo emendamento che lasciò ai singoli Stati la facoltà di regolarsi autonomamente in materia. Nei decenni si è creato un patchwork di norme differenti tra Stati, contee e città. La Costituzione, oltretutto, proibisce di creare barriere doganali tra Stati, ma il 21esimo emendamento lascia aperta questa possibilità in caso di commercio di alcolici. Insomma, la situazione legislativa non è mai stata uniformata e lascia la porta aperta a centinaia di ricorsi.

11. LA I GUERRA MONDIALE E IL PROIBIZIONISMO

Anche la Prima Guerra mondiale entrò nella campagna proibizionista. Le Società per la Sobrietà, che fin dall’Ottocento si battevano per una legge contro l’alcol, sostenevano infatti che l’orzo potesse essere utilizzato per produrre pane per i soldati in Europa e non per la birra.

12. IL COSTO UMANO DEL DIVIETO

Il Proibizionismo ebbe un altissimo costo umano. I contrabbandieri cominciarono a produrre surrogati definiti moonshine, perché distillati di notte al chiaro di luna. Oltre al sapore tremendo, molti di questi intrugli erano talmente tossici da causare gravi danni alla salute. Non solo. Il governo impose alle fabbriche, come deterrente, di aggiungere all’alcol denaturato chinino, alcool metilico e altre sostanze tossiche. Si stima che le bevande realizzate con quel “veleno” abbiano causato più di 10 mila morti.  

13. L’ANDAMENTO DEL CONSUMO DI ALCOL

Negli Anni 90 uno studio compiuto dagli economisti del Mit di Boston stimò che il Proibizionismo non azzerò il consumo di alcol. Se nei primi anni si ridusse del 70%, la tendenza si invertì con la Grande depressione. Fino agli Anni 70 il consumo di alcol rimase inferiore almeno del 30% rispetto ai livelli pre-proibizionistici.

14. I PAESI DOVE OGGI BERE È VIETATO

Nel mondo sono 17 gli Stati che proibiscono il consumo di alcol. Il divieto è totale in Afghanistan, Brunei, Kuwait, Libia, Mauritania, Arabia Saudita, Somalia, Sudan e Yemen, mentre ai non musulmani è permesso bere alcolici in Bahrein, Bangladesh, Iran, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Cinque Stati dell’India vietano ogni tipo di alcol, mentre nelle Maldive l’uso è consentito solo agli stranieri e la produzione negli stabilimenti in possesso di speciale permesso.

15. IL BOOM DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

Il Proibizionismo rimanda ai roaring twenties, i ruggenti Anni 20, con i club privati in cui si consumavano alcolici di contrabbando. Questo periodo però coincise con il boom della criminalità organizzata e del gangsterismo. Al Capone e molti altri malavitosi costruirono la loro fortuna sul traffico di alcolici sfruttando la crescita del prezzo e il mercato nero.

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