Come è avvenuta la liberazione di Silvia Romano

Un video del 17 gennaio 2020 dimostrava che la cooperante era in vita e in buone condizioni. Da quel momento si sono intensificate le trattative con i sequestratori. Un lavoro sottotraccia e delicato dell'intelligence italiana con la collaborazione di quella turca e somala. Che ha portato al rilascio nella notte dell'8 maggio.

Un sequestro lungo 18 mesi, fatto di molti silenzi che in certi momenti avevano fatto temere il peggio. Fino alla tanto attesa svolta: la liberazione di Silvia Romano da parte dell’intelligence italiana con la collaborazione dei servizi turchi e somali.

Rapita in Kenya, Silvia Romano lavorava per l’onlus marchigiana Milele che opera nella contea di Kilifi, dove seguiva un progetto di sostegno all’infanzia con i bambini di un orfanotrofio. Dopo il sequestro era stata subito venduta a un gruppo jihadista legato agli al Shabaab.

LO SCAMBIO A 30 KM DA MOGADISCIO

L’operazione dell’Aise è scattata nella notte di venerdì 8 maggio. Silvia è stata liberata a 30 chilometri da Mogadiscio, in una zona in condizioni estreme perché colpita negli ultimi giorni dalle alluvioni. A blitz compiuto, la cooperante è stata condotta in un compound delle forze internazionali nella capitale somala e poi all’ambasciata italiana. Un aereo dell’Aise la sta conducendo in Italia. L’arrivo a Ciampino è previsto per le 14. «È in forma, provata ovviamente dallo stato di prigionia ma sta bene», ha reso noto il presidente del Copasir Raffaele Volpi, ringraziando «l’incessante lavoro mai alla luce della ribalta» dell’Aise e del suo capo, il generale Luciano Carta, che chiude in bellezza il suo incarico per assumere la presidenza di Leonardo.

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IL VIDEO DELLA “SVOLTA”

Un lavoro sottotraccia e complicato, quello dell’intelligence, visto l’ambiente in cui ha dovuto operare: una Somalia dove negli ultimi anni gli al Shabaab hanno seminato morte e terrore, mettendo in scacco le fragili istituzioni. Proprio dalla Somalia è arrivato l’input a rapire Silvia Romano, secondo quanto ha ricostruito la procura di Roma che ha coordinato le indagini in collaborazione con gli inquirenti kenioti. Come ricostruito dal Corriere, un video dei rapitori del 17 gennaio 2020 dimostrava che la cooperante italiana era in vita e in buone condizioni. La prova che l’intelligence aspettava per terminare la trattativa e dare l’ok al pagamento del riscatto. Anche se su questo non ci sono conferme ufficiali, è quasi certo che il rapimento – come accaduto anche nel caso di un cittadino britannico anni fa – fosse a scopo di estorsione. Da quel momento, sono seguiti quasi quattro mesi di attesa e trattative fino alla notte di venerdì.

SILVIA ROMANO AVREBBE DETTO DI ESSERSI CONVERTITA

La donna era vestita da somala. Quando, riporta ancora il Corriere, è stata portata all’ambasciata italiana in Somalia non si è voluta cambiare d’abito spiegando di essersi convertita. Questo potrebbe confermare la notizia che Silvia Romano sarebbe stata costretta a sposare uno dei carcerieri.

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Aise, Gianni Caravelli verso la poltrona di Luciano Carta

L'attuale vicedirettore avrebbe sbaragliato la concorrenza di Massagli, consigliere militare di Conte, e di Masiello, ex consigliere militare di Renzi. Dovrà affrontare sfide cruciali per il Paese: dalla questione libica ai rapporti con Cina e Usa.

La nomina del direttore dell’Aise, dopo l’uscita di Luciano Carta nominato presidente di Leonardo, sembra ormai indirizzarsi verso l’attuale vicedirettore Gianni Caravelli, che ha sbaragliato la concorrenza di Carlo Massagli, consigliere militare di Giuseppe Conte, e di Carmine Masiello, ex consigliere militare di Matteo Renzi.

Caravelli, appena nominato, si troverà di fronte molte sfide, e di grande complessità: dalla Libia allo spionaggio industriale, passando per la complessa gestione dei rapporti tra Italia, Usa e Cina.

IL CAOS LIBICO E IL POSIZIONAMENTO TRA USA E CINA

Sul primo dossier, la Libia, non giungono notizie rassicuranti, nella tarda serata di ieri un attacco delle forze di Haftar ha colpito l’area intorno alla residenza dell’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi, causando – secondo i media internazionali – 5 morti e decine di feriti. Mentre giovedì il sito libico The Libya Observer ha anticipato alcuni passaggi dell’intervista a Repubblica di Ahmed Maitig, membro del consiglio presidenziale. Maitig ha dichiarato: «L’Italia non sa cosa vuole in Libia a causa della mancanza di strategia politica». Una carenza di visione non riconducibile solo all’ultima fase governativa, ma con radici nei governi Letta e Renzi. Controverse le soluzioni anche sui dossier relativi allo spionaggio industriale e al posizionamento internazionale dell’Italia tra la tradizionale alleanza con gli Usa e la prospettiva, abbozzata ma mai approfondita, dell’alleanza tattica con la Cina della Via della seta.

Per questi motivi, realmente centrali per il futuro del sistema Paese, la questione delle nomine dentro ai Servizi, con la promozione di Caravelli, che lascia aperta non solo la sua posizione di vice con le deleghe sulla questione libica, apre un gioco dell’oca per molte poltrone tra le barbe finte. Il tema non è semplicemente una questione di allocazione di vertici sulla base delle indicazioni politiche che provengono da una maggioranza di governo rissosa e incapace di negoziare su questi temi: è un problema di sistema, laddove la nomina del vertice deve essere accompagnata da una ricomposizione dell’organigramma interno in grado di far funzionare con il massimo dell’efficacia i Servizi in una fase molto difficile per il Paese.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Su Libia e immigrazione il ritorno in scena di Alberto Manenti

In prossimità della scadenza degli accordi con la guardia costiera di Tripoli, torna in auge l'ex direttore dell'Aise per un ruolo centrale nella gestione dei migranti.

Mi chiamo Alberto Manenti, risolvo problemi. Nel perfetto stile del Mr. Wolf di Pulp fiction, è tornato a fare capolino sui quotidiani il nome dell’ex direttore dell’Aise.

L’agente segreto italiano nato a Tarhouna in Libia ha lasciato lo scorso anno gli uffici di Forte Braschi, cedendo il posto al generale della Guardia di finanza Luciano Carta. Lo ha fatto dopo tanti anni di servizio e una schiera di suoi uomini ancora ben presenti nella nostra intelligence.

A distanza di un anno, però, i nostri apparati di sicurezza pare ne sentano già la mancanza. Succede così che in prossimità della scadenza degli accordi con la guardia costiera libica di Tripoli, il prossimo 2 novembre, il nome di Manenti sia stato evocato dal Fatto Quotidiano in un articolo dove si parlava appunto di un suo nuovo ruolo centrale nella gestione del fronte immigrazione.

SUI MIGRANTI COL CENTROSINISTA AL GOVERNO TORNA LA STRATEGIA MINNITI

D’altra parte l’arrivo di Luciana Lamorgese al Viminale ha di fatto spazzato via la linea dura dell’ex ministro Matteo Salvini che aveva chiuso i porti anche quando le condizioni mediche e psichiche dei migranti a bordo delle navi Ong si erano fatte insostenibili. Con il governo giallorosso, invece, torna in auge la vecchia posizione del centrosinistra in materia migrazione voluta da Marco Minniti, l’ex ministro degli Interni dei governi Renzi e Gentiloni, che proprio con Manenti l’aveva gestita dal 2013 fino alla sua uscita dal Viminale.

L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti (foto LaPresse/Giordan Ambrico).

Lamorgese vorrebbe infatti riproporre il vecchio schema, fatto di accordi con i libici nonostante il rischio di infiltrazione ai tavoli della trattativa di trafficanti di esseri umani senza scrupoli, come Abd al-Rahman al-Milad, meglio conosciuto come “Bija“, circostanza rivelata dal giornalista di Avvenire Nello Scavo.

IL RISCHIO DI UN CONFLITTO TRA VIMINALE E INTELLIGENCE

Ma il tema va oltre il fatto in sé per diventare una questione di potere. Per molti osservatori il Viminale negli anni di Minniti ha sempre avuto troppa voce in capitolo, mettendo spesso in un angolo l’attività dell’intelligence. A questo si aggiungerebbe il delicato tema dei centri per l’immigrazione che, con Salvini ministro, hanno ottenuto sempre meno fondi.

Da tutta questa situazione potrebbe venir penalizzato l’attuale numero uno dell’Aise Luciano Carta

Come scritto dal Fatto, da tutta questa situazione potrebbe venir penalizzato l’attuale numero uno dell’Aise Luciano Carta, il generale della Gdf voluto da Salvini che sta provando a risolvere non pochi problemi interni ai nostri Servizi, alle prese con le vecchie questioni di Exodus (lo spyware che i nostri 007 hanno acquistato da una azienda calabrese che avrebbe rivelato dati sensibilissimi), i processi di Napoli e Roma, e con l’attuale spygate che tira in ballo l’amministrazione americana di Donald Trump.

SALGONO LE QUOTAZIONI DI CAPUTO ALL’AISE

Sul fronte Libia già si parla di una possibile promozione di Giuseppe Caputo al posto di Carta, come sollecitata dallo stesso Manenti nell’incontro con Gina Haspel, direttore della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Ne ha parlato di recente anche il Giornale, ma a quanto risulta a Lettera43 l’ex direttore Aise avrebbe anche cercato una sponda tra gli americani per ottenere l’incarico di autorità delegata ai Servizi, posizione che potrebbe aprirsi a breve se il premier Giuseppe Conte, ridimensionato nel suo ruolo, dovesse lasciare queste competenze dopo lo scandalo spygate e, soprattutto, il caso Vaticano-Mincione.

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