Agropoli, assolto Fiore Marotta

di Pina Ferro

Furti aggravati all’interno di autovetture, utilizzo in- debito di carte di credito, riciclaggio dei proventi ottenuti, violenza privata. Sono alcuni dei capi d’im- putazione ascritti a carico di Fiore Marotta di Agropoli, ritenuto uno dei capi promotori del sodalizio cri- minale sgominato in un blitz a fine 2018. Ieri mat-tina, il gip Indinnimeo presso il tribunale di Vallo della Lucania ha assolto l’indagato, difeso da Leopoldo Catena e Pierluigi Spadafora. A carico di Fiore, il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a 2 anni e otto mesi.

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Falsi diplomi per “scalare” le graduatorie Ata: 19 persone nei guai

di Pina Ferro

Falsi diplomi per l’inserimento nelle graduatorie Ata: indagini anche nelle scuole di Agropoli, Castellabate e Nocera Inferiore. Al momento sono 19 le persone iscritte nel registro degli indagati con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato e falsità ideologica e materiale in atto pubblico oltre che per per falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale e per l’inosservanza delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa. A coordinare le indagini il sostituto procuratore Leonardo De Gaudio della Procura di Pistoia. Le scuole paritarie, oggetto di indagini anche da parte di altre Procure della Repubblica, sono l’istituto “La Fenice”, già Centro Studi Forcella, di Nocera Inferiore, “Schola Albiniani” di Santa Maria Capua a Vetere (Caserta), Ippsar “Primo Levi” di Agropoli, il Centro Scolastico “Luca Pacioli srl” di Nola, l’istituto professionale “Passarelli” di San Marco di Castellabate. Le indagini, partite alla fine del 2018 da parte del nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Pistoia, con il coordinamento del magistrato Leonardo De Gaudio, hanno permesso di far luce su gravi irregolarità nelle graduatorie di 3° fascia del personale Ata di vari scuole valide per gli anni scolastici 2017/2018, 2018/2019 e 2019/2020 e bandite con il decreto ministeriale numero 640 del Miur. In particolare, l’attività d’indagine si è concentrata iniz i a l m e n t e sull’individuazione di alcuni istituti scolastici paritari campani, accertando che quest’ultimi avevano rilasciato illegittimamente diplomi di qualifica professionali con il massimo punteggio, consentendo effettivamente agli utilizzatori di scavalcare diverse posizioni in graduatoria.Le indagini pistoiesi hanno individuato in ambito provinciale i soggetti che avevano fatto uso di titoli ritenuti a rischio e assunti, con contratti a tempo determinato, da vari dirigenti scolastici della provincia di Pistoia. Nella circostanza sono stati individuati anche alcuni soggetti che avevano dichiarato inesistenti esperienze di servizio prestate in altre scuole, ma che stranamente a loro nome non risultavano versamenti Inps. Dopo aver individuato i soggetti, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale di Pistoia e l’Ufficio Scolastico Regionale della Campania, i carabinieri hanno ricostruito la carriera scolastica di ciascuno degli indagati, riscontrando così la mancata convalida dei titoli dichiarati. Episodio degno di rilievo, hanno spiegato gli investigatori, risulta essere quello di una collaboratrice scolastica, già assunta a tempo indeterminato da un istituto pistoiese, la quale però non contenta ha partecipato ad una nuova graduatoria per il passaggio alle mansioni superiori di assistente amministrativo. Con il punteggio ottenuto dai titoli dichiarati ha ottenuto l’assunzione con la nuova qualifica professionale. Tuttavia, grazie ai controlli condotti è stata individuata l’alterazione del punteggio del proprio attestato di diploma di ben 18 punti incrementali, nonché l’insussistenza del corso informatico dichiarato. Per ogni indagato è stata già disposta, da parte dei dirigenti scolastici di competenza, l’immediata risoluzione del contratto stipulato e il depennamento dalle graduatorie.

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Usura ed estorsione: in manette Giuseppe e Angelo Di Fiore

di Pina Ferro

Con l’accusa di usura ed estorsione sono finiti in manette Giuseppe Di Fiore e Angelo Di Fiore (padre e figlio) già noti alle forze dell’ordine. Ad ammanettarli sono stati i carabinieri della stazione di Agropoli Gli arresti derivano dalla mirata attività di indagine svolta dai Carabinieri di Agropoli sotto il coordinamento della  Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vallo della Lucania, grazie alla quale è stato  possibile ricostruire il giro di affari illecito tenuto dai due agropolesi. Sequestrati nell’ambito  dell’indagine 7mila euro in contanti, copie di assegni e svariati appunti tenuti a mano per rendicontare i crediti vantati. Il profitto era più che triplicato in confronto alla somma iniziale data in  prestito, minacce ed estorsioni assicuravano l’incasso. L’indagine nasce dalle informazioni rese ai Carabinieri da un cittadino, circa le minacce subite da un’altra persona. I due arrestati si trovano  ora presso la casa circondariale di Vallo della Lucania, presso cui sono stati tradotti dai carabinieri di Agropoli.

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Accusata del furto di 5 quintali di olive, assolta Silvana Caruso

di Pina Ferro

Era stata accusata, insieme ad altre due persone, di aver rubato circa 5 quintali di olive da un fondo di Campagna, Processata con il rito dell’abbreviato Silvana Caruso, difesa dall’avvocato Leopoldo Catena è stata assolta perché il fatto non costituisce reato. La donna è comparsa dinanzi al giudice monocratico del Tribunale di Salerno, Di Filippo.
Durante la discussione, il legale ha sottolineato che la donna nell’agire era convinta di stare a raccogliere le olive nel terreno del cognato che si trova adiacente a quello in cui sarebbe avvenuto il furto. A dimostrazione di ciò il legale ha prodotto i documenti catastali che provano l’effettiva vicinanza di questi due ondi agricoli.
«Secondo un principio nomofilattico cioè di uniformità del diritto e della interpretazione delle norme,
il dolo è la conseguente consapevolezza nel reato di furto sono specifici. Per cui se manca l’intima coscienza e la volontà di appropriarsi di un bene altrui l’azione non può essere ricondotta e non può oltremodo essere sussimibile nel reato di furto». Ha sottolineato il difensore della donna. «Quindi tale azione priva dell’elemento subiettivo diventa inidonea ad integrare gli estremi del reato». Al termine della requisitoria il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 9 mesi. Il giudice accogliendo la tesi del difensore ha emesso sentenza di assoluzione.

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Esponente del clan Contini arrestato a Capaccio

di Pina Ferro

Esponente di spicco del clan Contini, latitante dal 26 giugno 2019, ammanettato in una villetta di Capaccio Paestum. Giuseppe Arduino, 32 anni è stato arrestato ieri mattina, dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli. I militari hanno scovato il nascondiglio di Arduino a seguito di una laboriosa attività investigativa. I militari hanno fatto irruzione, ieri mattina, all’interno della casa riuscendo ad ammanettarlo e a trarlo in arresto. Giuseppe Arduino era irreperibile dal 26 giugno 2019, quando venne data esecuzione a un’ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli nei confronti di 126 soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso (clan Contini). Furono in totale 126 gli arresti effettuati dai carabinieri nella maxi operazione contro la camorra scattata lo scorso 26 giugno, nei territori di Napoli e di altre aree campane, ma anche Paesi esteri attraverso la collaborazione dell’Interpol. Colpiti in particolare i clan Contini, Licciardi e Mallardo, la cosiddetta “alleanza di Secondigliano”. Nel corso della medesima operazione, la guardia di finanza eseguì un decreto di sequestro preventivo, emesso sempre dal gip del tribunale di Napoli, avente a oggetto beni immobili e mobili, aziende, rapporti bancari e quote societarie per un valore complessivo di oltre 130 milioni di euro, riconducibili direttamente o indirettamente, ai destinatari delle misure cautelari fra cui spiccano, in particolare, gli esponenti apicali del clan. Il blitz, al quale sfuggi Giuseppe Arduino, arrestato ieri a Capaccio, arrivò al termine di una lunga indagine con intercettazioni, osservazioni, pedinamenti e anche avvalendosi delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Fu accertato il ruolo di vertice e l’operatività, anche dal carcere, degli storici capi considerati “eredi” della camorra di Carmine Alfieri degli anni ’80, del quale hanno portato avanti, secondo gli inquirenti, il modello organizzativo. La ‘base operativà dell’organizzazione criminale era l’ospedale San Giovanni Bosco, che di fatto i clan controllavano attraverso l’intermediazione della famiglia di Salvatore Botta. Èmerse infatti un collaudato schema di collaborazione con un meccanismo in cui da parte del clan veniva assicurata protezione, anche fisica, a coloro che ne facevano richiesta, e in cambio si potevano ottenere trattamenti di favore da parte dei medici e della struttura nei confronti di membri del clan o loro conoscenti che avevano problemi di salute, attraverso canali privilegiati. Tra le altre cose i clan gestivano o intervenivano nei processi decisionali delle attività sindacali, imponevano le assunzioni di affiliati nell’ospedale e avevano l’aiuto dei sanitari per medicare feriti da arma da fuoco del clan senza essere segnalati.

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Le sardine contro Pandolfi: «tutto falso»

di Erika Noschese

E’ polemica, ad Agropoli,tra l’artista Augusto Pandolfi e le sardine. In seguito alla manifestazione contro la Lega “Agropoli non si lega”, l’artista si è recato a Bologna dove ha portato le sue sardine con lo slogan “no politica, solo arte.” «Su ciascuna delle opere da me realizzate vi era il mio nome e cognome ed il mio numero di telefono. – ha spiegato Augusto Pandolfi – Ciascuna opera era contenuta in un sacchetto riportante, a chiare lettere, il nome della mia associazione culturale, in nome della quale proponevo le mie sardine artistiche». E proprio in seguito a questo gesto che i membri di Agropoli non si Lega hanno iniziato a diffondere notizie circa la ipotetica presenza di un artista a Bologna che avrebbe venduto impropriamente sardine a nome di Agropolinonsilega. Notizia, questa, che ha scatenato l’ira dei manifestanti tanto da spingere Letizia Pandolfi, figlia dell’artista, a chiarire per riscostruire l’esatta dinamica dei fatti: «. Il mio laboratorio è una pescheria d’arte. Tra le altre cose, amo e ho sempre amato rappresentare pesci e – perché no – anche sardine. Tanto avviene da almeno 20 anni. Sono stato a Bologna, ho portato le mie sardine con lo slogan “no politica, solo arte”», ha infatti spiegato la donna che ha poi aggiunto: «La mia associazione, nata nel 2011, è molto conosciuta sul territorio ed oltre, avendo, tra le altre cose, organizzato una pluralità di eventi e manifestazioni, quali Flos Carmeli, con il patrocinio del comune di Agropoli e anche grazie al sostegno di iniziative (sponsor) private. Bene, successivamente alla manifestazione di Bologna, tenutasi in data 19 gennaio 2020 mi sono ritrovato al centro di una gogna mediatica dalla portata assurda ed angosciante. Tutto è partito da alcuni post pubblicati dalla pagina facebook Agropolinonsilega – a seguito di asserite segnalazioni, poi rivelatesi false – e diffusi su una pluralità di pagine delle sardine di tutta Italia». Post che rubricavano “Sardine, per favore, ci aiutate a far girare? Truffe a nostro nome no!”. Questo pubblico appello alla condivisione era accompagnato dalla pubblicazione delle foto delle opere dell’artista. «È stato molto angosciante essendo io stato immediatamente riconosciuto e contattato da molte persone. Ancor più angosciante la circostanza che, a fronte delle svariate segnalazioni di erroneità della notizia immediatamente pervenute anche dalle molteplici persone che hanno riconosciuto le mie opere, gli amministratori della pagina ritenevano di non rimuovere i post diffusi, né rispondevano ai messaggi o ai commenti pubblici a mia difesa», ha poi aggiunto Pandolfi secondo cui lo scorso 21 gennaio uno dei co-amministratori della pagina e, di conseguenza della manifestazione, ha preso le distanze dall’azione degli altri, firmandosi ed innescando finalmente un processo di responsabilizzazione personale. Solo tra la sera del 23 e la mattina del 24 gennaio, altri co-amministratori della pagina hanno tentato di rimediare scusandosi pubblicamente e rimuovendo tutti i post dalla propria pagina. «A tutt’oggi non conosco i nomi di coloro dai quali sarebbe partita la falsa notizia di cui la pagina Facebook si sarebbe fatta portavoce. Non conosco il motivo per il quale, a fronte di un dubbio del genere, io non sia stato personalmente contattato dagli autori prima dell’avvio delle “indagini” su facebook, dato che – ripeto – su ogni opera vi era il mio nome, cognome e numero di telefono», ha poi aggiunto l’artista – mi auguro che le mie di Sardine diventino “sOrdine”, come qualcuno ha già simpaticamente ribattezzato, affinché possano continuare a esplorare libere, ciascuna il proprio mare, sOrde a qualsiasi notizia, accusa o illazione che non sia verità. SOrde a qualsiasi tribunale virtuale, quale che sia il movimento che rappresenti la pubblica accusa, a discapito della dignità delle persone, sOrde all’ignoranza e alla cattiveria che ne deriva».

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