Dall’Ebola al Covid-19: l’emergenza senza fine della Repubblica democratica del Congo

Il 6 marzo la dimissione dell'ultimo malato dopo un'epidemia durata un anno e mezzo. Subito dopo i primi casi di coronavirus. Nicolò Carcano della Fondazione Avsi racconta le difficoltà anche culturali di trasmettere alla popolazione locale la gravità della minaccia. L'intervista.

La pandemia di Covid-19 sta prendendo velocemente piede anche in Africa. La tensione è molto alta a causa della debolezza del sistema sanitario e della fragilità della popolazione locale.

In certi Paesi il coronavirus rischia infatti di sommarsi ad altre malattie. È il caso della Repubblica democratica del Congo, gravemente colpita dall’Ebola negli ultimi due anni. Il 6 marzo è stato dimesso l’ultimo paziente, quattro giorni dopo sono stati confermati i primi casi di Covid-19.

«Siamo tutti molto preoccupati», ammette a Lettera43.it Nicolò Carcano, regional manager della Fondazione Avsi in Congo e Sud Sudan. «La resistenza della popolazione locale a farsi aiutare può rappresentare un ostacolo».

Nicolò Carcano, regional manager della Fondazione Avsi in Repubblica democratica del Congo e Sud Sudan.

DOMANDA. Quanto è durata l’ultima epidemia di Ebola?
RISPOSTA. Un anno e mezzo. Il 17 luglio 2018 è stato registrato il primo caso. Il primo agosto l’Oms ha dichiarato ufficialmente la nuova epidemia di Ebola nell’Est del Congo. L’epicentro è stato Beni, io mi trovo a Goma, a circa 200 km. Qui si è registrato un solo caso.

E ora è arrivato il Covid-19. Quanto tempo è passato?
L’ultimo paziente ricoverato presso un centro trattamento Ebola è stato dimesso guarito il 6 marzo. Da lì bisogna contare 42 giorni per dichiarare ufficialmente la fine dell’epidemia. Quattro giorni dopo, il 10 marzo, è stato segnalato il primo caso di coronavirus.

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Il rapporto tra Ong e popolazione locale non è sempre facile. Perché?Questo è il punto centrale della questione. Chi fa questo lavoro è assolutamente convinto che la gente non veda l’ora di farsi aiutare, ma è una sciocchezza, perché non è assolutamente così. Ogni tribù, ogni agglomerato umano e ogni popolo hanno la loro storia, le loro regole di condotta e le loro credenze. Tali regole andrebbero prima di tutto conosciute, e poi rispettate.

Postazione per lavarsi le mani alla frontiera con il Burundi (Getty Images)

E invece?
Moltissimi non lo fanno, perché mossi dall’idea dell’accettazione automatica: io vengo, ti sto aiutando, fatti aiutare e non intrometterti. Così ragiona l’operatore umanitario medio.

Per i locali deve essere choccante.
Immaginiamo persone cresciute nei villaggi, che probabilmente non hanno mai visto un uomo bianco né una automobile. Persone con livello di nutrizione sotto qualunque soglia di drammaticità, che mangiano una volta ogni due giorni cibi che non contengono alcuna proteina o vitamina. Improvvisamente cominciano a vedere 40 jeep al giorno, che fanno un sacco di rumore dalla mattina alla sera. Da queste macchine escono poi persone con la tuta gialla coperte fino al volto. Quando si levano la maschera, il colore della loro pelle è bianca. La prima cosa che pensa la gente locale è che si tratti di persone venute da un altro pianeta.

Degli alieni…
Sì. E non solo entrano in casa tua, ma prendono il cadavere che stavi vegliando secondo le tue tradizioni millenarie, lo portano all’esterno e lo bruciano, contravvenendo ai principi della tua cultura mortuaria. Chi non si arrabbierebbe? I cadaveri rimangono in casa, generalmente dai 3 ai 5 giorni, è questo è un rischio molto alto per la diffusione dell’Ebola. Le Ong ovviamente pensano a contenere l’epidemia, quindi devono agire in questo modo. Ma ciò inevitabilmente provoca scontri con la popolazione africana.

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Quindi che fare?
Sedersi al tavolo con le persone influenti delle diverse comunità, dai capi-villaggio ai capi spirituali, e dire: «Vi spieghiamo cosa sta succedendo, cosa dobbiamo fare contro la vostra e anche la nostra volontà, per fare sì che voi possiate continuare a vivere». Questo è mancato. Così persone già stremate e consapevoli dall’alto livello di corruzione del Paese, hanno cominciato a sospettare che l’Ebola gliel’avessimo portata noi, oppure che fossimo arrivati lì solo per rubare loro i soldi.

Lezioni su come evitare il contagio del virus Ebola a Beni, il 31 agosto 2019 (Getty Images).

La tensione è sfociata in episodi di violenza?
Altroché. Ovviamente non se la sono presa col governo, perché i loro agenti vanno via subito in questi casi; se la sono presa con chi è rimasto sul campo ad aiutarli, cioè le varie Ong. Hanno cominciato a lanciare pietre, appiccare incendi – ben tre centri di salute hanno preso fuoco – e minacciare gli operatori umanitari. Un medico locale è morto. Un disastro: attacchi continui, edifici in fiamme e totale insicurezza per il personale medico.

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Come avete reagito?
A quel punto, dopo sette mesi, i grandi finanziatori dell’iniziativa, soprattutto americani, la Banca Mondiale, l’Unicef, e altre grosse associazioni hanno chiesto alle Ong come noi, che si occupano prevalentemente di educazione, di intervenire per garantire l’accettazione comunitaria della malattia. Abbiamo ridisegnato completamente i nostri progetti: abbiamo cominciato a spiegare cosa fosse l’Ebola, perché faceva veramente paura e perché bisognava accettare il lavoro dei medici. Poi abbiamo garantito appoggio psicosociale alle famiglie che avevano avuto decessi.

Si trova un atteggiamento differente nelle città?
Assolutamente no. Non è la città che porta lo sviluppo: questi sono i Paesi dove si vede la degenerazione del capitalismo. Pochi guadagnano o rubano milioni di dollari mentre l’80% della popolazione vive nelle baracche senza acqua corrente o elettricità. Noi abbiamo in testa la città occidentale. Qui città significa anche vivere tra quattro lamiere. A Kinshasa ci sono 14 milioni di abitanti, con 35-40 gradi al giorno. Per questo appena possibile si esce per cercare un modo di mettere insieme qualcosa per pranzo. Una manciata di fagioli e riso. La speranza di vita media è di 32 anni.

Un villaggio della RDC (Getty Images).

Col coronavirus però probabilmente sarà necessario restare chiusi in casa.
Questo è un grosso problema, perché stare chiusi in casa significa morire di fame. Qui la gente non ha nulla, e per mangiare deve uscire e fare lavori fisici, tipo portare sacchi pesanti sulla schiena da un punto a un altro della città, in cambio di due monete. Rimanere in casa vuol dire restare senza nulla completamente.

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C’è minimamente la percezione di questo nuovo rischio?
La percezione comune non esiste. Anche con l’Ebola, mancava qualsiasi forma di consapevolezza. Io vivo a Goma, a 200 km di distanza da Beni, che è stato l’epicentro dell’epidemia. Venendo in ufficio, vedevo per strada la gente che si dava la mano. Mi fermavo e gridavo: «Ma che fate? C’è l’Ebola!», allora tutti si disperdevano e fuggivano lontano da me in modo che non respirassi loro addosso. Poi il giorno dopo si davano la mano di nuovo.

Come se nulla fosse, insomma…
Già, per noi è folle, per l’africano è normale. Perché ha visto guerra, carestia, fame. Speranze di vita non ce ne sono, l’educazione è quasi inesistente. Non ci si aspetta nulla dalla vita, quindi non si ha nulla da perdere. Non è stupidità, è mancanza di consapevolezza. Il ragionamento comune è «ho salutato il mio amico con la mano in mezzo alla strada fino a ieri, ora mi dicono che c’è l’Ebola, ma rimane il mio amico, quindi domani lo saluterò di nuovo». Se arrivo io bianco e gli dico che c’è un rischio, allora comincia a prenderlo in considerazione, ma solo per il tempo in cui sono con lui. Quando mi allontano ed esco dal suo raggio d’azione, l’ho visto coi miei occhi, il rischio scompare. Per questo ora siamo tutti molto preoccupati.

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Il coronavirus ha fatto la sua prima vittima nell’Africa sub-sahariana

Il decesso riguarda un uomo di 62 anni, diabetico. Comlessivamente nel Continente sono 15 le vittime e 576 i casi di Covid-19

Prima vittima del coronavirus nell’Africa sub-sahariana. Il decesso è stato registrato nel Burkina Faso: si tratta di un uomo di 62 anni. Ad annunciarlo è stato annunciato il coordinatore delle emergenze nel Paese Martial Ouédraogo. Intanto, sono stati registrati sette nuovi casi portando a 27 il numero totale dei contagiati. Il Burkina ha deciso sabato di chiudere tutte le scuole e vietare tutte le manifestazioni fino alla fine di aprile. In tutta l’Africa sono 576 i casi di Covid-19 e 15 morti (sei in Egitto, cinque in Algeria, due in Marocco, uno in Sudan e uno in Burkina).

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Cosa sono i Luanda Leaks

La donna più ricca d'Africa, Isabel dos Santos, è accusata di aver costruito la sua fortuna sulle spalle del suo Paese, l'Angola. Figlia dell'ex dittatore Jose Eduardo, avrebbe costruito il suo impero grazie alla corruzione.

Isabel dos Santos, la donna più ricca dell’Africa con un patrimonio di oltre 2 miliardi di dollari, avrebbe ammucchiato le sue fortune sfruttando le ricchezze e la gente del suo Paese, l’Angola, e usando l’arma della corruzione, in un Paese dove la maggior parte della popolazione vive con due dollari al giorno. A sostenerlo è l’International Consortium of Investigative Journalists (Icij) – diventato famoso in tutto il mondo per lo scandalo Panama Papers – giunto in possesso di nuovi documenti che confermerebbero il sospetto della illiceità dei suoi affari aprendo la strada a nuove azioni giudiziarie nei suoi confronti. Il dossier è stato battezzato Luanda Leaks, dal nome della capitale dell’ex colonia portoghese. Indagata per corruzione nel 2018 in Angola, dove il governo ha congelato i suoi beni, Isabel dos Santos è poi finita sotto inchiesta anche in Portogallo e ha deciso di prendere la residenza ufficiale negli Emirati Arabi Uniti, ma vive di fatto a Londra, dove si è laureata al King’s College e dove conta diverse proprietà. Figlia dell’ex presidente dell’Angola Jose Eduardo dos Santos che ha governato il Paese per 38 anni, dal 1979 al 2017, e della sua prima moglie, Tatiana Kukanova, originaria dell’Azerbaigian, Isabel ha incontrato a Londra anche suo marito, Sindika Dokolo, un collezionista congolese figlio di una danese e di un milionario di Kinshasa. Si sono sposati nel 2002 a Luanda, con una festa per mille invitati costata 4 milioni di dollari. Tutti ricchi di famiglia, ma la fortuna maggiore per Isabel, e per suo marito, giunge con una serie di accordi di favore ottenuti, con l’aiuto del padre presidente, su terre, petrolio, diamanti e telecomunicazioni. Lei nega, affermando che le accuse contro di lei sono del tutto false e che esiste una caccia alle streghe a scopi politici portata avanti dal governo angolano. Ora, però, la stampa ha avuto accesso a oltre 700 mila documenti relativi al suo impero, ottenuti in gran parte dalla piattaforma per la protezione degli informatori in Africa e condivisa con il Icij. Una delle operazioni più sospette è stata gestita da Londra attraverso una consociata britannica della compagnia petrolifera statale angolana Sonangol, ‘affidata’ dall’allora presidente nel 2016 alle ‘cure’ della figlia. Nonostante il successore fosse un suo delfino, Isabel fu licenziata due mesi dopo. Sono state pubblicate, tra l’altro, le foto di alcuni rendiconti in cui risulta che, mentre lasciava Sonangol, Dos Santos ha approvato 58 milioni di dollari per pagamenti sospetti a una società di consulenza di Dubai chiamata Matter Business Solutions, intestata a diretta da persone a lei vicine. Altri documenti gettano seri sospetti su un’altra serie di operazioni. I suoi difensori negano che le complesse operazioni finanziarie della ‘regina d’Africa’ fossero illecite. Ma intanto le inchieste vanno avanti e si estendono a macchia d’olio.

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Autobomba a un checkpoint fa una strage a Mogadiscio

Almeno 76 morti e una settantina di feriti è il tragico bilancio dell'esplosione avvenuta nella capitale della Somalia. L'attacco rivendicato da al Shabaab.

È di almeno 76 morti e di una settantina di feriti, tra cui anche bambini, il bilancio, provvisorio, dell’esplosione di un’autobomba presso un affollato posto di controllo nella capitale della Somalia, Mogadiscio. La notizia è stata diffusa dalla polizia somala, citata da media internazional. L’organizzazione integralista al Shabaab, cellula somala di al Qaeda dal 2012, ha rivendicato la responsabilità dell’attacco. Dal 2006, il gruppo terroristico islamico ha compiuto ripetuti attacchi nella capitale somala uccidendo operatori umanitari internazionali, giornalisti, leader civili e operatori di pace e colpendo il governo e obiettivi militari.

BAMBINI E STUDENTI TRA LE VITTIME

Sin da subito un testimone ha dihiarato ad al Jazeera di aver contato a terra «almeno 22 cadaveri». Si tratta di uno degli attacchi più sanguinosi nella capitale somala da anni. Tra le vittime molti studenti universitari, che viaggiavano su un pullman che transitava sul luogo dell’esplosione. Un agente di polizia, Mohamed Hussein, ha spiegato che l’attentato è avvenuto all’ora di punta, in un luogo affollato a un checkpoint davanti a un ufficio delle tasse.

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Tredici soldati francesi sono morti in un incidente in Mali

Hanno perso la vita in uno schianto tra due elicotteri. In totale, sono 38 i militari transalpini morti nel Paese africano dall'inizio delle operazioni (2013).

Tredici soldati francesi sono morti in Mali nello schianto accidentale tra due elicotteri avvenuto la sera del 25 novembre durante un’operazione di contrasto ai miliziani jihadisti. Lo ha annunciato l’Eliseo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha scritto su Twitter: «Erano impegnati in un’operazione di combattimento contro dei terroristi. Questi tredici eroi avevano un solo obiettivo: proteggerci. Mi inchino dinanzi al dolore dei loro cari e dei loro compagni».

I MESSAGGI DI CORDOGLIO DELLA POLITICA

Dopo il presidente Macron, anche il premier Edouard Philippe ha reso omaggio agli «eroi caduti per il Paese». Cordoglio anche da parte del presidente dell’Assemblea Nazionale, Richard Ferrand: «Tredici nostri connazionali in lotta contro il terrorismo, per la nostra sicurezza, le nostre libertà, hanno trovato la morte in Mali durante i combattimenti. A nome della rappresentanza nazionale, voglio salutare il loro coraggio. I miei pensieri vanno, nel dolore, alle loro famiglie e ai loro cari». Messaggi di solidarietà e cordoglio anche da altre personalità francesi come gli ex presidenti Francois Hollande e Nicolas Sarkozy e la leader del Rassemblement National Marine Le Pen.

APERTA UNA INCHIESTA PER CHIARIRE LE CAUSE DELL’INCIDENTE

Con l’incidente del 25 novembre sera, l’esercito francese paga il peggiore tributo di sangue degli ultimi 36 anni. In totale, sono 38 i soldati francesi morti in Mali dall’inizio delle operazioni (Serval e poi Barkhane) nel 2013 su un totale di circa 4.500 militari impegnati nella regione. La ministra della Difesa, Florence Parly, è attesa sul posto mentre un’inchiesta è stata aperta per chiarire le circostanze del dramma. Intanto, l’Eliseo lavora all’organizzazione di una cerimonia nazionale in omaggio ai 13 militari morti.

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