Nel mondo non è così scontato poter lavarsi le mani contro il coronavirus

È il consiglio più ripetuto per limitare il contagio. Ma il 40% degli abitanti sulla Terra non ha accesso a servizi igienici e sapone. Tre miliardi di persone divise soprattutto tra Africa e Asia. Mentre in Italia si teme per l'estate il rischio di siccità e razionamenti. Il punto nella Giornata mondiale dell'acqua.

Lavarsi le mani è il presidio sanitario principale per cercare di contenere l’epidemia di coronavirus. Ma non tutti possono accedere ad acqua corrente o strutture protette in cui lavarsi. In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, il 22 marzo, basta guardare i dati di Onu e Istat per capire quanto una pratica banale e scontata per molti di noi non lo sia per altri.

IN ITALIA PREOCCUPANO I RAZIONAMENTI AL SUD

Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica, nel 2018 il 95,8% delle famiglie italiane hanno dichiarato di essere allacciate alla rete idrica nazionale per l’acqua potabile. Numeri altissimi, da Paese avanzato, ma non per questo possono lasciarci tranquilli. Soprattutto al Sud la situazione resta delicata. Ancora non è chiaro se il Sars-Cov-2 arresterà la sua espansione con il caldo estivo, ma allo stesso tempo preoccupano i possibili razionamenti già visti in passato, come nell’estate del 2017. Secondo l’ultimo rapporto Istat nel corso del 2019 in almeno 12 comuni capoluogo di provincia sono sono state adottate misure per razionalizzare la distribuzione dell’acqua.

Numeri presenti nel dossier dell’Istat 2020.

Il tema è sentito soprattutto nel Mezzogiorno. In Calabria, Sicilia e Sardegna molte famiglie risultano poco o per niente soddisfatte di come viene gestita la fornitura, rispettivamente per il 36,8%, 32,4% e 25,6%. Va però detto che il numero di famiglie che lamentano irregolarità nel servizio è sceso dal 10,4% del 2018 all’8,6% del 2019. Parliamo quindi di circa 2 milioni e 198 mila famiglie, il 61,9% al Sud, Calabria in testa.

LA REGIONE PIÙ SCOPERTA È QUELLA SUB SAHARIANA

Se guardiamo con una prospettiva globale, i dati dell’Onu mostrano un quadro tutt’altro che positivo. Circa 3 miliardi di persone nel mondo non dispongono dei servizi di base per lavarsi le mani, di questi 1,6 accede a strutture senza acqua o sapone, e 1,4 non riesce ad appoggiarsi nemmeno a quelle. Detto diversamente, solo il 60% degli abitanti della Terra può lavarsi le mani quando vuole. I dati disponibili indicano che la maggior parte delle carenze si trovano in Africa e in alcune zone dell’Asia. La regione più scoperta è quella Sub Sahariana, dove solo il 25% delle persone può lavarsi con acqua e sapone. Stando agli ultimi dati disponibili, nel 2017 in Liberia l’1% dei cittadini poteva accedere a una postazione libera per lavarsi le mani con il sapone. Numeri simili sono stati registrati anche in altri Paesi vicini come Togo (10%), Benin (11%), Burkina Faso (12%) e Guinea (17%).

In Asia la situazione è meno drammatica, ma i numeri restano preoccupanti. Tra i Paesi più in difficoltà Afghanistan e Bangladesh dove rispettivamente solo il 38 e 35% degli abitanti riesce ad accedere a dispositivi per l’igiene delle mani. Situazioni complesse anche nel Sud-Est asiatico, in India e Pakistan (con il 40% della popolazione senza possibilità di lavarsi). Va un po’ meglio dall’altra parte dell’Atlantico, anche se in America latina ci sono alcuni Paesi che arrancano come la Bolivia, dove solo il 25% può lavarsi le mani quotidianamente.

I LIMITI IGIENICI DELLE STRUTTURE SANITARIE

Oltre alla vita quotidiana, un altro problema per molte persone è quello di accedere ad acqua e sapone nelle strutture sanitarie, come ambulatori oppure ospedali. Persino la raccolta dati è incompleta. Per esempio, scrive l’Onu nel rapporto Progress on household drinking water, sanitation and hygiene 2000-2017, delle otto regioni usate per le rilevazioni, solo la metà disponeva di dati. I Paesi forniscono informazioni in modo disomogeneo e alcuni parlano di generiche strutture per lavarsi le mani senza distinguere tra acqua e sapone o gel. Con tutti i dati raccolti i ricercatori sono stati comunque in grado di affermare che circa il 57% delle strutture sanitarie aveva una qualche forma di dispositivo per l’igiene delle mani, ma nel 16% dei casi manca del tutto.

Percentuale di strutture sanitarie con materiali e punti per l’igiene personale.

Alla fine le analisi regionali restano parziali dato che solo 55 Paesi hanno dato informazioni a proposito dei propri ospedali e case di cura. Di questi la maggior parte è in Africa. E anche in questo caso la situazione è variegata. Se in Liberia solo uno su 100 può lavarsi le mani in condizioni normali, il numero aumenta all’interno dei presidi sanitari toccando il 53%. Fanno meglio i vicini: Togo e Burkina Faso al 91%, Ghana al 92% e Senegal al 93%. Numeri molto più bassi si registrano in altri Paesi come Madagascar (43%) e Gibuti (35%). Fuori dall’Africa male Paraguay (15%) e Honduras (26%).

NEL MONDO SOLO IL 53% DELLE SCUOLE HA ACQUA E SAPONE

Chiuse alle prime avvisaglie dell’epidemia, le scuole restano un luogo molto delicato per contendere la diffusione di virus e batteri. Stando ai dati del 2016 riferiti a un’ottantina di Paesi, solo il 53% delle scuole ha lavandini con acqua corrente e sapone per lavare le mani. L’11% ha solo acqua, mentre il 36% è completamente sprovvisto di punti e strumenti per l’igiene, un situazione che di fatto lascia scoperti oltre 900 mila bambini. Soffermandoci ancora a livello regionale, anche in questo caso si registra come nell’Africa Sub-Sahariana la fornitura di servizi igenici nelle scuole sia sotto il 50%.

Un gruppo di bambini impara a lavarsi le mani grazie all’attività della Ong Shining Hope for Communities in una baraccopoli di Nairobi, in Kenya.

INVESTIRE SU QUESTO CAMPO HA IMPORTANTI RITORNI

Un quadro così complicato non mette solo a rischio l’Africa, al momento tra i continenti meno colpiti dal coronavirus, ma è l’emblema di un certo paradosso. Diversi studi hanno infatti confermato che la promozione dell’igiene, e in particolare il lavarsi delle mani, siano uno degli interventi sanitari più efficaci e convenienti per frenare le malattie. Una ricerca condotta nel 2017 in Cina e India ha dimostrato che gli investimenti di fondi pubblici per incentivare questo tipo di pratica darebbe un ritorno 25 volte superiore per Pechino e 92 per Nuova Delhi. Un paper dell’Università di Oxford ha dimostrato che il rapporto tra soldi spesi e incassati va tutto a favore delle politiche per allargare la platea di persone che possono accedere a sistemi per l’igiene di base. Un investimento di 3,35 dollari in questo senso pesa tanto quanto gli 11 per un bagno, o le migliaia di dollari investiti per le immunizzazioni.

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