Le difficoltà di abortire con l’emergenza coronavirus

Interrompere una gravidanza nel nostro Paese è già difficile. Ora con gli ospedali saturi e gli interventi non urgenti sospesi lo è molto di più. Non sempre viene favorita la soluzione farmacologica e in alcuni casi le donne sono dirottate in altre città. Il punto.

Abortire in Italia non è sempre facile, nonostante sia un diritto garantito dalla legge 194. Questo a causa dell’altissimo numero di obiettori di coscienza, pari al 68,4% del totale (ultimi dati resi noti dal ministero della Salute risalenti al 2017) e oggi dell’emergenza Covid-19.

Gli accessi agli ospedali, infatti, sono limitati e tutte le operazioni chirurgiche non urgenti sono state posticipate a data da destinarsi. Ma questo non può valere per l’interruzione volontaria di gravidanza che deve rispettare tempistiche precise e obbligatorie.

«Stanno arrivando diverse segnalazioni, soprattutto dal Nord Italia, di donne che si sono viste sbattere la porta in faccia o hanno avuto difficoltà a far valere il proprio diritto», spiega a Lettera43.it Silvana Agatone, ginecologa e presidentessa di Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78).

LA SOLUZIONE FARMACOLOGICA ANCORA MACCHINOSA

Uno dei casi più emblematici arriva dall’ospedale maggiore di Lodi dove, come confermato dallo stesso reparto di Ostetricia e Ginecologia, per limitare gli ingressi, gli aborti farmacologici sono stati interrotti e si eseguono esclusivamente quelli chirurgici. Una decisione che potrebbe sembrare paradossale visto che ricovero e intervento espongono paziente e medici a molti più rischi rispetto alla consegna di un farmaco.

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«Negli altri Paesi europei che consentono l’aborto farmacologico», fa notare Agatone, «la procedura è molto più snella mentre da noi richiede diversi colloqui in ospedale. Non esiste un protocollo nazionale unico. In Lombardia, per esempio, sono previsti tre accessi in reparto, a fronte dei due del chirurgico. Invece di ridurli, quindi, si è preferito sacrificare il diritto di una donna a scegliere il metodo abortivo che meglio si adatta alle sue esigenze».

LA SITUAZIONE NELL’EX ZONA ROSSA DEL LODIGIANO

Ora questo problema riguarda soprattutto le province della prima zona rossa, ma con l’avanzamento del virus è verosimile che tocchi anche il Sud Italia. «Dove da sempre», sottolinea Agatone, «le strutture e i medici impegnati nell’interruzione volontaria di gravidanza sono meno e peggio attrezzati rispetto alle aree settentrionali». Ma non è tutto. Alcuni ospedali, oltre a ridurre gli accessi, hanno addirittura sospeso il servizio di Ivg trasferendolo altrove. Succede, per esempio, nei comuni di Codogno, Casalpusterlengo e Sant’Angelo Lodigiano. Le donne vengono così indirizzate nella vicina Lodi, dove tuttavia come già testimoniato, la situazione è solo di poco migliore.

LE INFORMAZIONI E GLI AIUTI ONLINE

In un momento di emergenza come questo, dunque, per chi vuole abortire è ancora più importante avere punti di riferimento ai quali rivolgersi per informazioni chiare e precise. Per questo sul web, le realtà Obiezione Respinta e IVG, ho abortito e sto benissimo, si sono unite dando vita a un servizio di supporto sui social e a un canale Telegram (Aborto_emergenzaCovid19) dove è possibile consultare una mappa, costantemente aggiornata, degli ospedali dove il servizio è garantito (in alternativa è possibile telefonare al numero attivo 24h ogni giorno: 331 9634889).

UN SUPPORTO OGGI PIÙ CHE MAI FONDAMENTALE

«Già normalmente aiutiamo le donne in difficoltà e oggi più che mai il nostro supporto è fondamentale», commenta Federica Di Martino, psicoterapeuta e co-fondatrice, insieme alla ginecologa responsabile dell’associazione Vita di Donna Elisabetta Canitano, della pagina Facebook IVG, ho abortito e sto benissimo. Di Martino conferma le preoccupazioni di Agatone per la situazione nel Mezzogiorno. «A Salerno», racconta Di Martino, «dopo diverse pressioni ora pare sia tutto nella norma, ma fino a pochi giorni fa si parlava di Ivg sospese almeno fino a Pasqua». Casi isolati, certo. Ma che fanno pensare.

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«Una ragazza abruzzese non sapeva a chi rivolgersi perché il medico di base si rifiutava, nonostante l’obbligo di legge, di rilasciarle il certificato indispensabile per recarsi in ospedale», continua la psicoterapeuta. «Così mi sono rivolta a Vasto e il primario di ginecologia si è dimostrato subito molto disponibile. Ha contattato la donna per organizzare un appuntamento. Inoltre, nonostante normalmente in quell’ospedale si utilizzi solo il metodo chirurgico, al momento si sta favorendo quello farmacologico con meno colloqui possibili, in modo da gestire rapidamente il flusso delle utenti».

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Aborti “non essenziali” per il coronavirus? Ohio e Texas non facciano politica sul corpo delle donne

Le interruzioni di gravidanza sono state insertite tra gli interventi rinviabili durante l'emergenza. E così si è aperto un nuovo fronte di polemiche negli Usa. Perché la libertà di scelta non può essere calpestata. Né strumentalizzata. Nemmeno in piena pandemia.

Immaginiamo di essere in isolamento nella nostra abitazione con lo stress che la pandemia da coronavirus sta creando. Immaginiamo di scoprire di essere incinta, di non voler continuare la gravidanza per qualsiasi sacrosanta ragione e di informarci su come gli aborti avvengano in ospedale con le nuove disposizioni anti-contagio. Immaginiamo poi di scoprire che interrompere la gravidanza non è consentito. Nessuna possibilità di scelta sui nostri corpi né sul nostro futuro. Renderci conto che qualcuno può decidere per noi, lo Stato, è terribile e soffocante.

E IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE CHE FINE FA?

Questo può accadere in Stati americani come Texas e Ohio, che hanno incluso l’aborto tra gli interventi medici non essenziali che devono essere rinviati nell’emergenza Covid-19, aprendo un nuovo e acceso fronte di polemiche negli Usa. «Non essenziali», ossia «non indispensabili, non fondamentali». Andate a dire a una donna che il suo diritto all’autodeterminazione non lo è. Sarà lei per nove mesi a tenere un figlio in pancia, ad avere nausee e ormoni impazziti, dolori e preoccupazioni. Sarà lei a doverlo crescere, educare e mantenere economicamente assieme al suo partner, se un partner ce l’ha. E poter scegliere se volere ed essere in grado di gestire tutto questo sì, è essenziale. Una scelta non rinviabile che coinvolge la coppia e la famiglia.

LE RACCOMANDAZIONI DEI MEDICI ERANO ALTRE

Il procuratore del Texas, Ken Paxton, ha chiarito che il rinvio delle operazioni mediche annunciato dal governatore Greg Abbott comprende «qualsiasi tipo di aborto che non sia necessario a salvare la vita o la salute della madre». Chi trasgredisce rischia multe sino a mille dollari o 180 giorni di carcere. La mossa di Paxton segue un’azione simile da parte delle autorità sanitari dell’Ohio. Ed è stata immediata la reazione dei gruppi che difendono il diritto all’aborto. Gli attivisti accusano i leader dei due Stati di strumentalizzare la crisi da Covid-19 per imporre la loro agenda politica e ricordano che l’American College of Obstetricians and Gynecologists, una rispettata società di medici professionisti, aveva raccomandato che l’interruzione di gravidanza non fosse inclusa nella lista delle procedure mediche potenzialmente da posticipare. Nonostante l’accesso all’assistenza sanitaria di routine sarà difficile in tutti gli Stati Uniti a causa del coronavirus, le cure per l’aborto non dovrebbero essere ritardate, specialmente in Stati come il Texas e l’Ohio che già limitano severamente l’accesso all’interruzione di gravidanza. Durante questa crisi le donne rimarranno incinte e l’aborto è assistenza sanitaria essenziale. Sempre. Anche nel bel mezzo di una pandemia.

LE PREOCCUPAZIONI DELLE FUTURE MADRI CRESCONO

Pandemia che può anche aggiungere un carico alle preoccupazioni che le persone hanno già sull’attesa di un figlio. Alcune donne potrebbero temere che il Covid-19 possa danneggiare la gravidanza comportando rischi o preoccuparsi di non avere più un lavoro a causa della crisi economica imminente, pensare di non poter accedere a buone cure prenatali. Timori comprensibili, che potrebbero diventare più pressanti man mano che la pandemia continua, poiché le persone possono perdere l’accesso alla contraccezione a causa di interruzioni delle cure sanitarie e dei servizi sociali.

SOLUZIONI ALTERNATIVE? LA PILLOLA ABORTIVA

I dipartimenti sanitari statali devono cercare a tutti i costi di difendere la salute pubblica ed è logico tentare di risparmiare dispositivi di protezione per gli operatori sanitari che lottano in prima linea contro il coronavirus. Ma bloccare gli aborti non è la soluzione: le autorità, come sta pensando di fare il Regno Unito, potrebbero aiutare le donne incinte ad accedere a misure tempestive usando pillole antiabortive (al posto dell’aborto chirurgico) quindi facilitando l’iter. Sconforta sapere che mentre i medici di tutto il mondo lavorano senza sosta i funzionari dell’Ohio e del Texas hanno cose migliori da fare: politica sul corpo delle donne, anche questa volta.

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Salvini parla perché non conosce il dolore di una donna che abortisce

Il leader della Lega ha detto che l'interruzione di gravidanza non può essere «la soluzione a uno stile di vita incivile». Offendendo chi decide di fare una scelta difficilissima. Che comporta effetti collaterali pesanti e ferite psicologiche. Uno schiaffo ai diritti per meri fini di propaganda. Da destra nessuna ha qualcosa da dirgli?

Di certo Matteo Salvini non ha mai ascoltato il racconto di un’interruzione di gravidanza. In Italia, da Nord a Sud, nel 2020 le donne vengono ancora umiliate per aver scelto di abortire. Trattate come numeri in coda al banco dei salumi al supermercato, senza la minima empatia mostrata dal personale sanitario che con arroganza dà loro qualche istruzione sommaria come a dire «l’hai voluto tu, ora arrangiati», spesso vengono sistemate a dividere la sala d’attesa con donne in gravidanza.

IN OSPEDALE SENZA SUPPORTO

Spesso vengono messe su un letto d’ospedale dopo aver assunto la Ru 486 (pillola che consente l’aborto farmacologico) senza essere informate di cosa succederà al loro corpo, senza essere preparate al dolore che proveranno, agli effetti collaterali devastanti che le aspettano. Per poi essere rimandate a casa con un calcio nel sedere, senza alcun tipo di supporto.

ABBIAMO UNA LEGGE DA 42 ANNI

E questo quando va bene. Quando non incontri gli obiettori di coscienza. Questa si chiama inciviltà. Inciviltà è colpevolizzare le donne per le scelte prese sul proprio corpo, inciviltà è giudicare le loro ragioni, inciviltà è permettere che un obiettore possa decidere della tua vita in un Paese in cui l’interruzione di gravidanza è regolamentata. La bistrattata legge 194 esiste da 42 anni (22 maggio 1978) e non dovrebbe essere più messa in discussione da nessuno, tanto meno da un rappresentante dello Stato.

PUÒ RESTARE UNA GROSSA FERITA PSICOLOGICA

Domenica 16 febbraio a Roma Salvini si è invece permesso di dire che abortire non può essere «la soluzione a uno stile di vita incivile». Le ragioni che spingono le donne a fare una scelta del genere sono svariate e indiscutibili, ma una cosa è certa: parlare di «stile di vita» è indecente e offensivo. Se Salvini avesse una vaga idea di quanto sia doloroso abortire, della ferita che può lasciare, soprattutto psicologicamente, non avrebbe mai osato pronunciare una frase del genere. Una delle prime cose che dovrebbe fare dopo scusarsi, azione che non ha fatto, è ascoltare qualcuno dei loro racconti.

LA FAVOLETTA SUL PRONTO SOCCORSO «BANCOMAT SANITARIO»

«Abbiamo avuto segnalazione che alcune donne, né di Roma né di Milano, si sono presentate per la sesta volta al pronto soccorso di Milano per l’interruzione di gravidanza. Non è compito mio né dello Stato dare lezioni di morale, è giusto che sia la donna a scegliere per sé e per la sua vita, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile», ha detto dal palco dell’incontro su Roma capitale, aggiungendo che «qualcuno ha preso il pronto soccorso come il bancomat sanitario per farsi gli affari suoi senza pagare una lira». Per poi concludere: «La terza volta che ti presenti, paghi la ricetta».

SALVINI DIMOSTRA DI NON CONOSCERE NULLA DELL’ITER

Innanzitutto è assurdo che un ex vicepremier faccia propaganda sui diritti delle donne ignorando che in Italia interrompere volontariamente una gravidanza in Pronto soccorso è impossibile. L’iter non è immediato come presentarsi alla cassa di un supermercato: dopo una visita ginecologica e il rilascio del certificato di gravidanza è necessario un colloquio con un medico (la legge 194 impone che dopo una visita medica presso un pubblico ufficiale si debba attendere sette giorni prima di effettuare l’interruzione). Inoltre, chi ci assicura che quando Salvini parla di «sei interruzioni di gravidanza» riferendosi alle donne immigrate non si sia inventato un numero per fare propaganda sulla pelle delle straniere cercando il sostegno della fetta più bigotta e razzista della società? Certificati non ne ha mostrati.

LE DONNE DI DESTRA DOVE SONO?

Da Laura Boldrini che ha parlato di strumentalizzazione delle donne a Nicola Zingaretti che ha chiesto di non toccare i loro diritti né la sanità italiana, le reazioni politiche a sinistra sono state dure. Beatrice Brignone di Possibile ha ricordato che i problemi sono altri: consultori depotenziati, obiettori in aumento, mancanza di politiche per le famiglie. Per Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, «pur di alimentare l’odio verso le immigrate e di presentarsi come il difensore degli italiani Salvini non ha pudore a raccontare bugie, alterare la realtà e piegarla come più gli comoda». Attendiamo l’indignazione delle donne (e gli uomini) di destra. Perché la libertà di prendere decisioni sul proprio corpo dovrebbe riguardare anche loro.

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