Pillole di storia letteraria 06 di Federico Sanguineti

“Grandi figure” e storia letteraria (ossia Buona Pasqua a tutte e tutti)

 Di Federico Sanguineti

La donna non esiste, afferma Jacques Lacan; ed è così ovunque vige il modo di produzione capitalistico, il cui inconscio è strutturato, spiega Antoinette Fouque, come “analfallocentrico” (cioè pregenitale). In una borghese Storia della letteratura italiana, invece di incontrare le scrittrici del passato (rigorosamente censurate), ci si imbatte in “figure femminili” cartacee, cioè in donne partorite, come Atena dalla testa di Zeus, dalla mente maschile di questo o quello scrittore. In altre parole: si forma un canone letterario che, emarginando il femminile in carne ed ossa, esibisce stereotipi bell’e pronti per essere pedagogicamente illustrati. Ed ecco che, guidati da critici di professione, si celebra in scuole e università ciò che Naomi Wolf definisce The beauty mith: quello per il quale, nella misura in cui le donne tentano di emanciparsi socialmente, incombe su di loro il peso di modelli di avvenenza a cui attenersi per essere apprezzate, come la taglia 42, poniamo, se non la 40, ecc. Nel caso della letteratura italiana, come per ogni evento di moda o concorso a miss, sul palcoscenico storiografico, a celebrare il mito della bellezza sfilano per esempio ancora oggi, da un lato, Francesca da Rimini, accolta da De Sanctis nel “regno delle grandi figure poetiche”, anzi “la prima donna della nostra letteratura”, reginetta insomma dell’estetica borghese, e, dall’altro, squalificata come inguardabile, Beatrice, che “ha così poca realtà e personalità”. In un Poema ambientato nella Settimana Santa del 1300 entrano pertanto, infernali colombe “dal disio chiamate”, Paolo e Francesca; e più avanti, nel paradiso terrestre, la donna amata da Dante. I rimanti “felice” e “colui che […] dice”, presenti nel canto V dell’Inferno, ritornano, ma in ordine inverso, nel XXX del Purgatorio: “colui che dice” e “felice”. In mezzo ad essi sta, in un caso, la “prima radice” del colpo di fulmine, nell’altro invece l’endecasillabo: “Guardaci ben, se ben sè ’n Beatrice!”. Qui il poeta è invitato a rendersi conto di trovarsi in un paradiso, cioè di essere, alla lettera, “in Beatrice”, compenetrato in lei. In nuce è già presente l’idea dell’“indiarsi”, “inluiarsi”, “intuarsi”, “inmiarsi” e “inleiarsi”, che sarà, con formidabili parasintetici neologismi, ripresa nella terza cantica.   “Guardaci ben, se ben sè ’n Beatrice!”. Ecco undici sillabe, direi le più straordinarie di Dante, ma insopportabili al gusto borghese, e quindi compromesse, fraintese, manomesse da copisti e filologi, i quali leggono: “Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice” o “Guardaci ben! Ben sem, ben sem Beatrice” (entrambe banalizzazioni da manuale), “Guardati ben! Ben sembri Bëatrice (errore congiuntivo di una famiglia di codici). Ma, grazie al cielo, la lezione genuina è compattamente conservata dal ramo beta della tradizione: Urbinate 366, Urbinate 365, Florio ed Estense. Nel Paradiso terrestre, Dante è dunque in Beatrice: “illeare ene in lei entrare”, secondo una chiosa di Francesco Buti. Al funereo colpo di fulmine, di un amore che “ratto s’apprende”, perché irresistibile (“a nullo amato amar perdona”), ovvero il top per l’estetica borghese (e che conduce “ad una morte”), urge contrapporre il punto di vista opposto, quello vitale di Dante che, in tempo di resurrezione, celebra il piacere. Coi migliori auguri di uscire sempre dall’Egitto, cioè di una Pasqua quotidianamente vivibile, si rinviano lettrici e lettori alle pagine della teologa Maria Caterina Jacobelli dedicate a Il risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale.

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