I guai economici che il coronavirus porta agli affari tra Italia e Cina

L'export verso il Paese asiatico vale 13 miliardi. E in Oriente piacciono soprattutto i settori più esclusivi del made in Italy: il mercato del "bello e ben fatto". Così l'emergenza danneggia i nostri conti. E, passata la pandemia, i rapporti tesi tra Roma e Pechino rischiano di guastare comunque gli scambi commerciali.

Se per l’economia italiana il 2019 non si è concluso nel migliore dei modi (l’ultima fotografia scattata dall’Istat ha immortalato a dicembre un crollo della produzione industriale del 2,7% rispetto al mese precedente, che diventa meno 4,3% su base annua), il 2020 potrebbe persino aprirsi all’insegna della recessione. Alle storiche debolezze del tessuto industriale italiano rischiano di aggiungersi le ripercussioni economiche del coronavirus 2019-nCoV. Il governo è corso ai ripari annunciando un fondo per le aziende italiane che esportano soprattutto in Cina, ma i soldi messi sul piatto rischiano di essere irrisori se comparati al volume d’affari tra Roma e Pechino.

FONDO DA CIRCA 300 MILIONI STANZIATO DAL GOVERNO

Secondo quanto annunciato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Il Sole 24 Ore, infatti, l’esecutivo ha deciso di stanziare «circa 300 milioni di euro» che attraverso «l’Agenzia Ice potranno andare a finanziarie il sostegno del made in Italy». Ma quanto valgono gli scambi commerciali tra l’Italia e la Cina?

EXPORT DA 13 MILARDI (E NON SIAMO I PIÙ ESPOSTI)

A questa domanda risponde Eurostat che riporta in comode tabelle la progressione cronologica del volume di affari tra i due Paesi. Per quanto riguarda le merci prodotte dalle industrie italiane e dirette al mercato cinese, nel 2018 hanno superato i 13 miliardi di euro. Si tratta di una cifra significativa, se si pensa che l’ultima manovra fiscale varata a fatica dall’esecutivo aveva un valore di circa di 23 miliardi, ma che, oltre a essere controbilanciata dal volume dell’import cinese (nel 2018 abbiamo importato beni per 31 miliardi), non ci rende tra i Paesi europei più esposti alle ripercussioni economiche del coronavirus.

RECORD GERMANIA, PRIMA DI NOI PURE REGNO UNITO E FRANCIA

L’export tedesco verso la Cina, per esempio, ammonta a 93 miliardi di euro, quello del Regno Unito supera i 23 miliardi. Davanti a noi anche la Francia, con circa 21 miliardi. Inoltre, secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico, nei primi nove mesi del 2019 (ultimi dati disponibili) si è registrata una leggera flessione: 9,4 miliardi contro i 9,6 dello stesso periodo dell’anno precedente. Ma la Cina continua a rappresentare circa il 3% del nostro export ed è il nono Paese per valore delle merci esportate.

LA FISSA DEI CINESI PER IL “BELLO E BEN FATTO” ITALIANO

Se il grosso delle esportazioni italiane resta in Europa (il primo Paese destinatario dei nostri prodotti è la Germania, seguito dalla Francia), la crescente ricchezza del gigante asiatico ha fatto sì che negli anni la Cina focalizzasse le sue attenzioni sul made in Italy nei settori più esclusivi, cioè del lusso. È il cosiddetto mercato del Bbf, «bello e ben fatto» che racchiude ciò che gli stranieri – e in particolar modo gli asiatici – amano dei prodotti italiani, intesi quali concentrati di stile, inventiva e buon gusto.

FOCUS SULLE TRE F: FASHION, FOOD E FURNITURE

Si tratta di un comparto che vale in totale 86 miliardi di euro, il 15,6% (2018, ultimo dato disponibile) delle esportazioni complessive dell’Italia ed è trasversale a tutti i principali settori che fanno riferimento al made in Italy (con focus principale sulle “tre F”: fashion, food and furniture). Come riportato dal report Esportare la Dolce Vita del Centro Studi Confindustria, «tra le economie emergenti, i mercati principali» del nostro Bbf «risultano essere Cina (3,3 miliardi di euro), Emirati Arabi Uniti (1,3 miliardi), Qatar (0,8 miliardi), Arabia Saudita (0,8) e Russia (0,6)».

ASIA FONDAMENTALE PER LA TENUTA DELL’ECONOMIA MONDIALE

Secondo i dati globali dell’ultimo World Wide Luxury Market Monitor di Bain&Co. e Altagamma (la fondazione italiana che rappresenta le aziende del lusso più importanti del nostro Paese), «la Cina ha guidato la crescita nell’industria del lusso nel recente passato e nel 2019 non ha fatto eccezione, con il mercato che è cresciuto del 26% a tassi costanti raggiungendo i 30 miliardi di euro. I consumatori cinesi sono responsabili del 90% della crescita reale del mercato nel 2019, raggiungendo il 35% del valore dei beni di lusso». Ed è proprio l’Asia il mercato cui il comparto del lusso globale guarda per lo sviluppo del settore: Bain & Company – ben prima dell’allarme coronavirus – stimava che la base clienti di questo mercato tanto esclusivo sia destinata a salire dai 390 milioni incassati nel 2019 fino ai 450 milioni entro il 2025, principalmente grazie alla crescita della classe media, soprattutto in Asia.

PARTITE CRUCIALI ANCHE SU NUOVA VIA DELLA SETA E 5G

Insomma, se la Cina è a letto per l’influenza o è chiusa in casa per evitarla, il resto del mondo non sta meglio e il contagio, lo si vede in questi giorni, si propaga più velocemente sui mercati che tra gli esseri umani. In più, nell’immediato futuro il nostro Paese dovrà giocare al meglio le partite cruciali della nuova Via della seta e del 5G. Su tutto questo potrebbero però pensare non solo i ricatti di Donald Trump, che non ha mai nascosto di non essere a favore di una Europa che guarda a Oriente, la guerra dei dazi tra Washington e Pechino e le proteste di Hong Kong, ma anche eventuali strascichi legati al modo in cui Roma sta gestendo l’emergenza coronavirus.

RAPPORTI TESI ROMA-PECHINO DOPO IL BLOCCO DEI VOLI

Alla Cina non è affatto piaciuta la fuga solitaria in avanti del nostro governo, che ha deciso in autonomia di bloccare i voli tra i due Paesi. «Speriamo che l’Italia possa valutare la situazione in modo obiettivo, razionale e basato sulla scienza, rispettare le raccomandazioni autorevoli e professionali dell’Organizzazione mondiale della sanità e astenersi dall’adottare misure eccessive», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang. Il rischio è che, quando finalmente sarà passata l’emergenza pandemia, il termometro che monitora i rapporti tra Roma e Pechino continui a segnalare temperature troppo alte per essere sopportate, soprattutto dalla nostra economia che, certifica l’Istat, non gode certo di buona salute.

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